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Privacy. Siamo malati di Internet, esiste una medicina?

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Anche se negli ultimi mesi – per vari motivi – il tempo per aggiornare il blog è sempre di meno, quando ho un secondo cerco di scrivere un nuovo post. Questa volta prendo spunto dalle parole che il Garante per la protezione dei dati personali, Francesco Pizzetti, ha pronunciato lo scroso 23 giungo durante la consueta relazione annuale al Parlamento.

L’umanità si proietta sempre più nel mondo informatico che tende a proporsi quasi come un’alternativa al mondo percepito con i cinque sensi. Telefoni di ultima generazione, smartphone e tablet – strumenti che ormai ci accompagno in ogni momento della nostra giornata – si configurano sempre più come un supporto supplementare per tutte le nostre attività. Ci aiutano dalle operazioni più semplici come fare i conti della spesa al supermercato, sino a guidarci nel cammino indicandoci il percorso da seguire grazie alle applicazioni GPS. Per di più, ci permettono di essere sempre connessi alla Rete sfruttando in tempo reale l’immenso bacino di informazioni e di conoscenze offerto dal Web.

In pochi decenni Internet è diventata un’infrastruttura da cui dipendono non solo la comunicazione mondiale, ma anche le transazioni economiche di tutti i settori, il trasferimento e la conservazione dei dati, la comunicazione politica e addirittura – come si è visto nei recenti episodi accaduti in nord Africa – il successo dei moti insurrezionali. La Rete sta diventando, dunque, la spina dorsale della società moderna.

Quella che fino a poco tempo fa chiamavamo “rivoluzione digitale” si è trasformata ormai in quotidianità: il nostro modo di vivere è cambiato e il peso della Rete in ambito culturale, politico, sociale ed economico acquista sempre una rilevanza maggiore.

Vista la portata del fenomeno, il Garante Pizzetti si è soffermato molto sul rapporto tra nuove tecnologie e riservatezza: una privacy messa sempre più in pericolo da quelli che sono ormai i nostri migliori amici, gli smartphone. Questi dispositivi, da cui difficilmente ormai ci si separa, ci rendono tutti simili a un moderno ‘Pollicino‘ “che ha in tasca il suo sacchetto di sassolini bianchi che escono uno ad uno per segnarne gli spostamenti”. Così ha icasticamente descritto la questione della riservatezza il Garante per la privacy.

Se fino a un paio di decenni fa il timore era di vedere ingiustamente invasa la propria vita e controllati i propri comportamenti e quelli dei propri cari, oggi la prospettiva si è capovolta: l’esposizione di sé e delle proprie relazioni è molto diffusa sui blog e sui social network, tanto da diventare quasi la normalità.

I rischi connessi agli smartphone e alle loro applicazioni derivano essenzialmente dal fatto che i nostri telefonini – spiega Pizzetti – sono costantemente localizzati, e che il gran numero di dati e di informazioni in essi contenuti, dalle rubriche telefoniche all’agenda, dalle foto alle annotazioni, possono essere conosciuti, trattati, conservati, utilizzati da soggetti dei quali non abbiamo consapevolezza né controllo“. E poi il Garante ha aggiunto: “Viviamo nel mondo della autoesposizione e della trasparenza globale che sta diventando, senza che ce ne accorgiamo, quello del controllo globale“.

Insomma, avere la possibilità di essere sempre connessi a Internet è qualcosa che quasi sovverte il nostro modo di pensare e di agire, ma si tratta di una realtà molto complessa. È un importante fenomeno sociale che incide profondamente sulla nostra vita; occorre, quindi, utilizzarlo con attenzione. Non a caso, Pizzetti in un passaggio del suo intervento dice che nell’utilizzo di questi strumenti servirebbe una “informativa di rischio” simile a quelle utilizzate per i farmaci, una sorta di bugiardino in cui si descrivono modalità di utilizzo, tempi di somministrazione, pro e contro.

Insomma, siamo malati di Web e l’unico farmaco è l’utilizzo consapevole dei nuovi strumenti di comunicazione.

Vedere che facciamo per capire dove andiamo. Il futuro è già qui!

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Internet è intervenuto prepotentemente nella nostra vita e ha modificato le nostre abitudini. È ormai entrato a tal punto nella nostra mente che ha cambiato il nostro modo di pensare, proprio come tutte le grandi invenzioni della storia (la stampa, il telefono, l’elettricità, la penicillina, ecc).

Internet è nato, però, da troppo poco tempo per vedere cristallizzate le trasformazioni che ha introdotto nel comportamento umano e, dunque, occorre ancora studiare la sua evoluzione per stabilire cosa ci riserva il futuro. Sociologi, futurologi, scienziati, psicologi, massmediologi si stanno interrogando su quello che accadrà, producendo a volte ipotesi iperboliche o che al momento ci sembrano più vicine al mondo della fantascienza che a quello della nostra vita reale.

Ma mentre quasi tutti si interrogano sul futuro, c’è ci cerca di capire il presente convinto che se non sappiamo dove siamo, non possiamo sapere dove stiamo andando. E’ il caso di TNS Global, uno dei più  importanti istituti di ricerca sui mercati e sul marketing. I ricercatori TNS hanno, infatti, appena concluso il più grande progetto di ricerca sui comportamenti e le attività digitali denominato “Digital Life“.

Con una copertura dell’88% della popolazione che usa Internet in tutto il mondo e quasi 50.000 interviste in 46 Paesi, l’indagine si presenta come il primo grande strumento di analisi delle abitudini di utilizzo della Rete e dei bisogni sottostanti. I risultati in forma aggregata sono stati pubblicati su un apposito sito interattivo, mentre i rapporti dettagliati sui singoli Paesi gli approfondimenti sono fruibili a pagamento.

Ecco alcuni dei risultati della ricerca. Chi vuole potrà approfondire leggendo i dati pubblicati online:

  • Contrariamente alla tendenza italiana per la quale il mezzo di comunicazione più seguito è la TV, a livello globale Internet è il primo media channel con il 61% degli utenti che lo utilizzano giornalmente.
  • Nonostante dispongano di infrastrutture di rete meno potenti e veloci, gli utenti dei Paesi con un’economia in rapida crescita hanno superato le Nazioni più mature in termini di digital engagement, ovvero di impegno profuso nelle attività online compresa la quantità di tempo che si spende nel navigare e la qualità delle cose fatte su Internet. Ad esempio, Paesi quali Egitto (56%) e Cina (54%) hanno livelli di engagement superiori a quelli di Paesi più sviluppati come Giappone (20%) o Danimarca (25%). L’Italia registra un 47% in termini di digital engagement, un dato che – se messo in relazione con gli indici di penetrazione di Internet nella popolazione – evidenzia l’alto livello di coinvolgimento di quella fetta della popolazione che usa Internet.
  • Scrivere blog, partecipare a discussioni su forum ed essere parte di un social network sono le attività che vanno per la maggiore, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Si pensi, ad esempio, che 4 utenti su 5 in Cina (88%) hanno un proprio blog o hanno preso parte a un forum online. Negli Stati Uniti, invece, dove Internet è ormai da tempo parte integrante della vita quotidiana, è solo il 32% della popolazione che ormai svolge assiduamente queste attività. Ciò probabilmente perché nei Paesi dove certe attività si svolgono da tempo, alcune azioni da compiere online hanno perso vivacità lasciando spazio a nuovi modi di utilizzo della Rete.
  • Internet è, inoltre, diventato anche il principale strumento per la gestione e la condivisione delle foto fra gli utenti, soprattutto in Asia. Il numero di internauti che ha caricato foto in Rete, infatti, raggiunge il 92% in Tailandia, l’88% in Malesia e l’87% in Vietnam. In Italia il 70%, in Germania il 48%, mentre in Giappone solo il 28%.
  • I malesi  sono i primi per numero medio di “amicizie” in rete: con 233 amici nei social network, seguiti a poca distanza dai brasiliani (231). I “meno sociali” sono gli abitanti del Giappone (29) e della Tanzania (38). A sorpresa, visto l’elevato utilizzo dei social network, i cinesi dichiarano di avere mediamente solo 68 “amici” nella loro rete. Ciò è dovuto probabilmente a motivi culturali: in Cina si da molto peso alle relazioni interpersonali e si preferisce avere pochi legami, ma più profondi.
  • La crescita delle attività di social networking dal cellulare (es. l’uso di Facebook tramite iPhone) spinge il passaggio da PC a Internet in mobilità. In media, infatti, si dedicano più di 3 ore alla settimana ad attività di social networking attraverso i telefonini, solo 2 ore per leggere la posta elettronica. Ciò conferma la tendenza per la quale in futuro Internet  – sopratutto per il social networking  – sarà usato prevalentemente in mobilità scavalcando l’utilizzo del PC.

Questi sono solo alcuni dei dati. La ricerca ha confermano trend già identificati e ha pure messo in evidenza delle tendenze relativamente nuove e, a volte, inaspettate. Il futuro è, però, ancora da scrivere: chissà come vivremo il mondo digitale tra qualche anno e come il nostro comportamento verrà modificato dalle nuove tecnologie. Alcuni futurologi sostengono che la fantascienza non riguarda il futuro, è  solo ambientata lì. Sara vero? ;-)

Scritto da salpetti

14 novembre 2010 alle 15:24

Rapelay, il videogame dello stupro infiamma la polemica

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Ne avevamo già parlato alcuni mesi fa del videogame che ha come soggetto lo stupro; ripropongo l’argomento perchè la polemica è tornata di nuovo di attualità in seguito all’intervento del Ministro Meloni che vuole chiederne la rimozione dal Web.

Che i giapponesi vivessero lo svago e il tempo libero in maniera diversa dalla nostra lo sapevamo [Mai dire Banzai! della Gialappa’s band docet], ma nessuno si sarebbe aspettato che avessero commercializzato un videogioco che simula lo stupro.

Si chiama ‘Rapelay‘. Il nome gioca sull’assonanza della parola con il termine replay. Rape, infatti, significa stupro e il titolo del gioco è un invito a commettere più volte (replay) violenza su delle donne.

Il protagonista del gioco è, infatti, un maniaco sessuale che per vincere e superare i livelli del gioco deve violentare una madre e  le  sue due figlie (di cui una è minorenne!). Pare che le scene siano molto realistiche e in alcuni casi anche molto crude e spinte.

Nei Paesi nipponici Rapelay è in commercio già dal 2006 senza che nessuno si sia mai lamentato presso le autorità competenti per le immagini che propone il gioco. Come, infatti, spiega Ornella Civardi – una delle maggiori esperte di storia e cultura del Giappone -  la violenza nell’arcipelgo nipponico è vissuta come valvola di sfogo e la sua rappresentazione  è ben tollerata.

Si pensi, ad esempio, ai manga erotici o a programmi televisivi che abbiamo visto di rimbalzo in Italia dove i concorrenti rischiano di farsi male sul serio intraprendendo giochi al limite della sopportazione fisica. Il gioco Rapelay, però,  si è velocemete è diffuso tramite il Web anche fuori dal Giappone dove psicologi e sociologi si interrogano sugli effetti negativi che un gioco simile può avere sui giocatori.

In Italia il dibattito è aperto da mesi. Ad esempio, il Senatore D’Alia – quello che aveva proposto la famigerata “Legge bavaglio” per la Rete – già a maggio dell’anno scorso ne aveva approfittato per dire che aveva ragione lui (QUI si spiega perché non è così). Oltre a Giorgia Meloni, ora a chiedere che il gioco venga proibito sono anche  – tra gli altri – l’associazione Telefono Rosa, l’associazione dei telespettatori cattolici (AIART) e numerosi esponenti del mondo politico (sia di destra e sia di sinistra).

Inutile dilungarsi sull’uso pedagogico dei videogame, sui messaggi negativi lanciati da un gioco simile, sugli effetti che potrebbe avere su che ci gioca, sull’immagine della donna che ne esce fuori e così via. Possibile che uno stupro, per quanto virtuale, sia considerato un modo legittimo di passare il tempo?

Il problema sembra più culturale che morale. Se in Giappone – per quanto strano ci possa apparire – siamo nel campo della assoluta normalità, qui da noi non è così. Spero che i nostri politici sappiano affrontare con competenza la vicenda senza cadere nella tentazione di sfruttare questo episodio in maniera strumentale per riproporre restrizioni e rigidi controlli alla Rete.

Ecco la lista dei nemici di Internet!!! ;-)

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internet_enemies

Si intitola “Internet enemies” (I nemici di Internet) ed è il report della ricerca condotta da Reporters sans frontières (RFS) sulla censura in Rete (QUI la versione integrale). Nell’introduzione del documento si legge:  “Con il pretesto di proteggere la morale, la sicurezza nazionale, la religione e le minoranze etniche, e talvolta persino il potenziale spirituale culturale e scientifico del paese, molti paesi ricorrono al filtraggio della rete per bloccarne parte dei contenuti“.

Il mondo di Internet è sempre più minacciato dalla censura e dal controllo da parte dei Governi. L’aspetto sorprendente è che, al contrario di quello che ci si potrebbe aspettare, non sono soltanto i Paesi in cui vige una dittatura a mettere in atto questo tipo di “censura”. Ecco la lista  (in ordine alfabetico) dei 12 Paesi ritenuti “nemici” della Rete:

  1. Arabia Saudita
  2. Burma (Birmania)
  3. Cina
  4. Corea del Nord
  5. Cuba
  6. Egitto
  7. Iran
  8. Siria
  9. Tunisia
  10. Turkmenistan
  11. Uzbekistan
  12. Vietnam

Per ognuno di questi Paesi RSF dedica una scheda specifica in cui riporta dati, riferimenti legislativi ed episodi significativi in materia di censura digitale.

Al primo posto (in negativo) si colloca la Cina dove è stata messa in atto la macchina di controllo più forte:  oltre 40000 funzionari pubblici vengono pagati per monitorare le comunicazioni online; quasi 50 persone (di cui è a conoscenza) sono finite in prigione per avere espresso in Rete un loro parere critico e negativo nei confronti del Governo cinese; molti siti globali irraggiungibili dagli utenti cinesi; un apparato burocratico e di polizia vigila costantemente su tutto ciò che succede nella Rete cinese.

A parte la Cina, negli altri Paesi che fanno parte della lista le cose non sono di molto migliori: blogger arrestati, cyber-polizia onnipresente, risultai di Google pilotati, siti oscurati o irraggiungibili e così via…

Il report della ricerca sui “Nemici di Internet” porta alla luce anche un dato allarmante. Tra i Paesi a rischio figurano due Stati che fanno parte delle democrazie compiute: Australia e Corea del Sud. In questi Paesi sono in vigore leggi restrittive e in alcuni casi c’è stato pure qualche arresto (in Corea).

In Australia, ad esempio, il Governo ha discusso di filtraggio della Rete e dal 2001 esiste un’agenzia privata delegata dal Governo che può intercettare autonomamente le e-mail e tutte le comunicazioni in Rete dei cittadini che ritiene opportuno sorvegliare.

L’Italia non è contemplata nella lista, ma forse dopo l’ennesimo tentativo di mettere dei paletti al Web italiano da parte della Carlucci (solo ultimo in ordine di tempo dopo Levi, Cassinelli, D’Alia e Pisanu), nel prossimo report ci saremo anche noi. ;-)

Che ne pensate?

Solo 300 euro per avere il sesto senso, lo dicono quelli del MIT

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calcolatrice-in-mano-MIT

Il Massachusetts Institute of Technology (MIT) è uno dei più importanti centri di ricerca del mondo. Ha sede a Cambridge, nel Massachusetts. E’ un centro di eccellenza in cui le menti più geniali approfondiscono e studiano tutti gli ambiti della scienza trovando soluzioni che aiutano l’umanità a vivere meglio.

Al Media Lab del MIT, il laboratorio che si occupa di nuove tecnologie, media e dispositivi tecnologici per la la comunicazione, stanno mettendo appunto la possibilità di creare una sorta di “sesto senso” grazie a una stretta interazione uomo-tecnologia.

Ci si aspetterebbe, quindi, uno strumento tecnologico molto complesso e costoso, ma invece i ricercatori del MIT hanno speso solo 300 euro (350 dollari) per fare in modo che i soggetti possano relazionarsi alla realtà che li circonda con un qualcosa in più rispetto ai cinque sensi che la natura gli offre.

Servono, infatti, soltanto un telefonino di nuova generazione, una connessione a Internet, una webcam e un mini proiettore. Lo scopo di questa “semplice ” combinazione Hi-Tech è quella di fornire agli utenti un supporto informativo supplementare sfruttando l’immenso bacino di informazioni e conoscenze offerto dal Web.

Ecco come funziona: la fotocamera legge le informazioni di partenza dalla superficie inquadrata; il telefonino le elabora con l’ausilio del Web; il mini proiettore proietta sempre sulla stessa superficie il risultato delle proprie ricerche. Poi, grazie a quattro tappi colorati sulle dita di una mano, i gesti effettuati dall’utente vengono riconosciuti da un apposito dispositivo che è collegato alla webcam e li interpreta come comandi.

Ad ogni movimento delle dita, quindi, è possibile far corrispondere un diverso comando. Senza bisogno di estrarlo da borse o tasche, ma semplicemente portandolo addosso, il nuovo dispositivo permette di richiamare gadget virtuali e dati Internet proiettandoli a piacere sui muri, sui corpi di altre persone o sulla propria mano.

Ad esempio, se si traccia con un dito un cerchio sul suo polso, il mini proiettore visualizza in quel punto un orologio, oppure si può scattare una fotografia semplicemente disegnando un quadrato con le proprie dita intorno all’area interessata. Allo stesso modo si può far apparire una calcolatrice sulla mano e fare calcoli semplicemente sfiorando dita e polpastrelli. Ma si può anche guardare la TV proiettando il video su una parete, su un foglio o su un giornale. E queste sono solo le più semplici applicazione di questo strumento…

Con questa tecnologia si può anche analizzare un ambiente come un negozio. Una volta individuata un catalogo online, ad esempio,  si possono mettere a confronto prezzi e disponibilità dei libri che si trovano in una libreria per i quali è anche possibile conoscere in tempo reale pure le recensioni di altri utenti scaricate dal Web. Si può pure conoscere il gate di imbarco e l’eventuale ritardo di un volo semplicemente mostrando al dispositivo la carta di imbarco (tramite il Web, le informazioni richieste saranno subito disponibili).

Ma, siccome è più facile farlo che dirlo, vi consiglio di vedere i video che sono stati pubblicati  nel blog della rivista Wired. Si resta a bocca aperta vedendo alcune delle possibili applicazioni di questo nuovo aggeggio tecnologico.

Al momento, però, si tratta solo di un prototipo. Lo strumento messo a punto al MIT, infatti, risulta ancora molto “grezzo” per essere commercializzato. Stupisce, tuttavia, per la sua semplicità e per la sua immediatezza. E’ proprio vero che a volte la genialità non consiste nell’inventare cose nuove, ma nell’avere l’elasticità mentale di utilizzare oggetti esistenti con altri fini rispetto a quelli per cui sono stati creati o nel mettere insieme oggetti apparentemente distanti.

Di sicuro questo apparecchio, come molte altre invenzioni del MIT, è un’anticipazione del futuro: saremo sempre più immersi nella tecnologia tanto che diventerà parte di noi stessi permettendo un approccio fisico nell’accesso ai contenuti del Web e alla rielaborazione virtuale del mondo che ci circonda, il sesto senso appunto.

Ci renderà più intelligenti oppure – visto che il nostro cervello praticamente non dovrà fare nulla di minimamente impegnativo – contribuirà ad aumentare la già diffusa pigrizia intellettuale? Che ne pesate? ;-)

Scritto da salpetti

8 febbraio 2009 alle 15:24

Google va in tilt in tutto il mondo, il Web nel caos!!! ;-)

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logo Google

Ieri pomeriggio (31 gennaio),  il motore di ricerca più grande e più importante al mondo è andato in tilt disorientando e allarmando tutti i suoi utenti nel mondo. Subito si è pensato a una grave azione di hacking o a un virus, ma dal blog ufficiale di Google (in un post scritto da Marissa Mayer, responsabile della Search Products & User Experience) si apprende che si è trattato di un banale errore umano.

Per impedire l’accesso a siti sospetti, Google adotta da anni un sistema di diagnostica che avverte gli utenti sui possibili rischi che corrono navigando in questi spazi web. Oltre ad avvertire il navigatore, il motore di ricerca blocca l’accesso diretto al sito. Ieri, per circa 40 minuti a partire dalle 15:30, chiunque avesse fatto una qualsiasi ricerca, avrebbe trovato una lista di soli risultati pericolosi.  Ogni link, infatti,  era accompagnato dalla frase “Questo sito potrebbe arrecare danni al tuo computer” e tutti i link erano bloccati. Per la prima volta dalla sua nascita Google ha avuto un black-out.

Ma perché è successo tutto ciò? La spiegazione è semplice: Google lavora in collaborazione con un ente no-profit,  Stopbadware, che si occupa  di compilare delle lunghe liste di siti pericolosi in base alle segnalazioni di varie fonti. Nell’ultimo aggiornamento di queste liste all’interno dell’algoritmo del motore di ricerca è stato commesso un errore e di conseguenza tutti i siti sono stati considerati come potenzialmente pericolosi.

L’indice di Google conta oltre 8 miliardi di pagine ed è considerato il più grande e affidabile del Web. Si occupa, infatti, di servire oltre il 70% delle ricerche effettuate su Internet a livello mondiale. Visti i numeri,  il black-out di ieri è stato uno shock per tutti e soprattutto per quanti identificano ormai in Google il Web stesso facendo del motore di ricerca il canale di accesso per ogni singola richiesta.

Tutti, quindi, sono rimasti perplessi e confusi di fronte a quei strani risultati, ma sopratutto si rimaneva increduli nel vedere che ogni sito Web era considerato pericolo da Google: uno scenario apocalittico si è aperto negli occhi di tutti gli internauti.

Adesso che è passata la paura, possiamo pure riderci sopra, ma per molti è stato traumatico pensare che il Web fosse totalmente e globalmente bloccato. Chissà che sorte spetterà al povero dipendente che ha causato tutto cio!? ;-)

Scritto da salpetti

1 febbraio 2009 alle 20:03

Vogliono imbavagliare la Rete: ancora un Ddl ammazza blog!!!

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noallaleggeantiblog

Nell’ottobre del ottobre 2007 il Consiglio dei Ministri approvava il famigerato disegno di legge che prevedeva per tutti i blog l’obbligo di registrarsi al ROC (Registro degli Operatori di Comunicazione) e la conseguente estensione dei reati a mezzo stampa anche ai blogger (era il cosiddetto “Ddl Levi-Prodi” e ne avevamo parlato QUI).

Subito scoppiò la polemica in Rete e la blogosfera iniziò a palpitare. Si pubblicavano ovunque articoli infuocati contro la legge, due ministri del Governo di allora (Di Pietro e Gentiloni) si dissociarono, il Times fece un articolo in cui sbeffeggiava i nostri politici definendoli incapaci di capire il Web, Beppe Grillo pubblicò un articolo di denuncia in cui annunciava di voler trasferire il suo blog su un server straniero nel caso in cui fosse passata le legge. Insomma, la Levi-Prodi fece talmente scalpore che il progetto subì una brusca frenata (poi il Governo cadde e non se ne fece più nulla).

Oggi Ricardo Franco Levi, autore del famigerato disegno di legge, è un deputato del Partito Democratico ed è membro della Commissione cultura alla Camera. Non contento del precedente flop, adesso ha riprovato a proporre lo stesso disegno di legge (DdL C. 1269) apportando alcune modifiche quasi irrilevanti (QUI e QUI per approfondire).

C’è voluto un pò per accorgersi dell’inghippo, ma appena scoperto l’ennesimo tentativo di imbavagliare la Rete italiana subito la blogosfera si è rimessa in fermentazione.

Anche questa volta si è mobilitato Antonio Di Pietro che sul suo blog inviata alla disobbedienza civile nel caso in cui passasse la nuova versione del decreto-bavaglio offrendo assistenza legale a chi verrà perseguito per la violazione della legge. Cito una frase di Di Pietro che sintetizza bene la ratio di questa legge: “E’ chiaro che la legge è stata fatta e modificata da chi non conosce la Rete oppure da chi la conosce troppo bene e proprio per questo la teme“.

Ma è proprio dai blog della gente comune che si arrivano le maggiori proteste e che si esprime tutta l’indignazione. Questo blog fa parte del grandissimo gruppo di coloro che stanno cercando di diffondere la notizia al fine di correre ai ripari e che cercano di denunciare quanto sta accadendo alla Camera in relazione al mondo del Web.

Anche il Social Network più in voga del momento, Facebook, raccoglie la voce di quanti sono contrariti per il Levi bis: è nato un gruppo che si chiama “Salva i Blog!” di cui gli iscritti aumentano vertiginosamente. Cresce anche la petizione contro l’iscrizione al ROC dei siti italiani, che conta al momento quasi 14mila firme, nonché un’altra iniziativa specificaNo alla Legge AntiBlog“, una petizione rivolta al Presidente della Camera  affinché si blocchi l’iter di questo Ddl.

Una proposta di legge, tuttavia, non è un decreto che può passare in pochi giorni, il suo cammino istituzionale è lungo. Un’opinione pubblica informata e consapevole può così interloquire con la politica e far sentire la propria voce. Ecco perché è importante che questa notizia si diffonda e che la gente sia il più informata possibile per tutto ciò che riguarda il Ddl Levi.

Allora, vi invito a divulgare il più possibile il testo di questo nuovo Ddl ammazza-blog e a seguire  la discussione istituzionale che lo riguarda (la Rete permette tutto questo a tutti) per poter manifestare il proprio dissenso in maniera consapevole e informata. La Rete, infatti, rende tutti più informati e per questo più liberi… ;-)

> AGGIORNAMENTO (18/11/2008): Ricardo Levi è tornato sui suoi passi. In un comunicato pubblicato sul sito del PD ha rassicurato i cittadini sulle sue intenzioni e ha annunciato che cancellerà dal Ddl le parti riguardanti Internet. Pare che siano state tutte le mobilitazioni avviate  sul Web a convincere il deputato a fare retromarcia: la Rete ha vinto!!! ;-)

Cuba impedisce alla blogger dissidente di venire in Italia!!!

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Yoani Sanchez

Yoani Sanchez

Si chiama Yoani Sanchez ed è una blogger cubana dissidente. In realtà di mestiere fa la giornalista per la rivista Desde Cuba, ma nel suo blog pubblica notizie “scomode” per  i fratelli Castro. Non è un caso, infatti, che il suo spazio Web non è accessibile da Cuba (per via della censura) e che, quindi, solo chi sta fuori dall’isola può leggere ciò che scrive.

Il regime cubano ha paura di ciò che lei potrebbe dire o fare una volta recatasi all’estero e per questo motivo le impedisce di andare via anche solo temporaneamente. Non gli viene infatti concesso il visto che a Cuba è necessario per chi vuole allontanarsi.

La scorsa primavera le è stato negato il permesso per recarsi in Spagna (dove avrebbe dovuto ritirare un premio giornalistico), adesso gli è stato negato il permesso anche per venire in Italia (QUI).

Dal 3 al 5 Ottobre, infatti, si tiene a Ferrara il festival del giornalismo e dell’informazione globale ”Internazionale a Ferrara”  e una delle ospiti era proprio lei. Sarebbe dovuta essere presente anche al “Pisa Book Festival” (dal 10 al 12 ottobre). Successivamente sarebbe dovuta andare anche a Piombino per l’iniziativa “Ottobre Piovono Libri“. Tutti gli appuntamenti ai quali avrebbe dovuto prendere parte la Sanchez sono stati annullati (salvo un ripensamento da parte del governo cubano).

Sulla vicenda alcuni senatori dei Radicali e del PD hanno presentato un’interrogazione al Ministro degli esteri Frattini per sapere “se sia possibile acquisire informazioni, tramite Ambasciate, sulle motivazioni che hanno respinto per ben due volte la richiesta di visto di uscita alla signora Sanchez, e se il Governo intenda intervenire per permetterle di venire in Italia e di partecipare alle conferenze che richiedono anche la sua presenza“. Vedremo se qualcosa si muove…

Spero che Yoani Sanchez possa essere presente a tutte le manifestazioni cui è stata inviata nel corso delle quali potrà parlare liberamente del regime cubano e di tutte le sue contraddzioni. In ogni caso, resta la consolazione del fatto che grazie al Web si può far sentire ugualmente la voce di una “dissidente” in tutto il Mondo. Peccato che proprio i diretti interssati (i cubani) non possano accedere liberamente al suo blog
Ma i regimi, si sà, hanno paura delle voci libere!!! ;-)

Stampa clandestina: i blog sono in pericolo e chi ci difende è il carnefice!!!

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Ha fatto scalpore la notizia della chiusura del blog dello storico siciliano Carlo Ruta. Il giudice di Modica (in Sicilia) ha ritenuto Ruta colpevole del reato di “stampa clandestina“. Il blog incriminato,  però, non faceva niente di male se non raccogliere testimonianze, appunti e articoli sulla storia recente della Sicilia. Questa sentenza costituisce, quindi, un precedente pericoloso per tutti i blogger perché, in sostanza, non fa altro che condannare ogni forma di informazione online (eccetto quella delle testate giornalistiche registrate).

Se il giudice di Modica avesse avuto un’idea seppur vaga di come funziona il mondo di Internet, non avrebbe interpretato alla lettera la legge cui si fa riferimento la sentenza e, forse, avrebbe avuto un punto di vista diverso su tutta la vicenda. Evidentemente non è così e oggi, a causa di una normativa ambigua e poco chiara, ci troviamo in una situazione in cui potenzialmente ogni blog potrebbe essere fuori legge.

La legge sulla Stampa è del 1948, allora il Mondo era ben diverso da oggi e Internet non esisteva; il sistema della comunicazione era legato prevalentemente alla carta stampata. Oggi le cose sono ben diverse e quella legge è anacronistica. I nostri parlamentari provarono a porre rimedio all’invecchiamento di questa legge nel 2001, con conseguenze disastrose. Allora si ampliò il concetto di “prodotto editoriale” anche alle pagine web creando quella confusione normativa che ha portato il giudice di Modica a ritenere “stampa clandestina” il blog di Ruta (QUI un approfondimento).

Tutta questa vicenda è già di per sè sconvolgente; da sola basterebbe a far indignare anche il più pacifico dei blogger, ma c’è di più. Oggi in Parlamento a difendere Ruta (e conseguentemente tutti i blogger italiani)  c’è Giuseppe Giulietti, deputato dell’Italia dei Valori di Antonio di Pietro (lo stesso Di Pietro nel suo blog da il pieno sostegno a Carlo Ruta e a tutti i blogger italiani). Nel 2001, però, Giulietti era un esponente dei DS e fu relatore di quella famigerata legge che metteva sullo stesso piano blog e testate giornalistiche, quella che  ha permesso al giudice di Modica di accusare un blogger per il reato di stampa clandestina previsto dall’art. 16 della legge sulla stampa del 1948.

Adesso Giulietti invece di fare pubblica ammenda e ritirarsi in silenzio a vita privata, si cala con disinvoltura nei panni di paladino della libertà di espressione, chiedendo addirittura al Ministro della Giustizia se non sia vero che “secondo la logica prevalsa, la quasi totalità dei siti web italiani, per il solo fatto di esistere, potrebbero essere considerati fuorilegge, in quanto appunto “stampa clandestina”, e ciò  in spregio a ogni regola della democrazia”.

Ma nel 2001 in molti avevano già sollevato il problema, ma a tranquillizzare tutti ci pensò lo stesso Giulietti che affermava: “La legge sull’editoria non ha mai avuto tra i suoi obiettivi quello di imbrigliare le attività editoriali sulla rete. Sono quindi falsi gli allarmi e le preoccupazioni diffusi in tal senso“. Insomma, come ha detto Massimo Mantellini su PI, se Internet in Italia è clandestina è colpa anche “di questi signori capaci di confezionare norme che nessun paese civilizzato si sogna, per poi pacificamente dimenticarsene“.

Oggi la Rete, che sempre più va a coincidere con democrazia e libero confronto, in Italia è praticamente tutta furoi legge per clandestinità. Paradossalmente chi si è fatto paladino della giustizia e oggi attacca questa condizione, è proprio colui che ha contributo a che si sia giunti a ciò. Noi blogger, quindi, possiamo stare tranquilli: siamo in buone mani!!! ;-)

Giustizia fai da te? Sul Web si può…

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Navigando qua e là per la Rete ho trovato questo vecchio articolo di RAI News del 2005 che parla di un fatto che io non conoscevo e che, da appassionato di argomenti relativi al Web, mi ha colpito particolarmente.

L’articolo parla di Aaron Weisburd (e della sua Internet-Haganah), un programmatore informatico dell’Illinois (USA), che dopo i tragici fatti dell’11 settembre 2001 ha deciso di intraprendere una personale guerra contro il terrorismo islamico attravrso la Rete.

Weisburd, con l’aiuto di pochi collaboratori, ha iniziato la sua attività navigando tutto il giorno su Internet alla ricerca di siti islamici jihadisti, quando li trovava li segnalava ai provider e, se questi non intervenivano ad oscurare il sito, ci pensava lui autonomamente: metteva in atto un attacco informatico ai danni dei server che ospitavano i siti da lui ritenuti pericolosi, mettendoli così offline.

L’atteggiamento delle forze dell’ordine verso questa attività è stato ambivalente. Da un lato si tratta un’attività illegale che può interferire in alcuni casi con le indagini della polizia, dall’altro però può essere un modo per rendere un servizio di utilità pubblica aiutando gli USA nella lotta al terrorismo.

Vista la grossa ferita che l’11 settembre ha aperto sul cuore degli Stati Uniti, si può comprendere lo stato d’animo degli americano dopo l’attentato alle Torri Gemelle e in un certo senso si può giustificare questo tipo di atteggiamento. Ma adesso, a 7 anni dall’attentato, ho cercato di capire com’è andata a finire: siamo nel 2008 e Aaron Weisburd è ancora lì.

Con il passare degli anni, infatti, l’attività di Weisburd non è terminata, ma è andata consolidandosi. Oggi Weisburd è a capo di un’organizzazione che, oltre a mantenere la struttura di base (attacchi contro i siti della jihad), è inoltre diventata una sorta di movimento che ha come scopo quello di sensibilizzare le imprese che operano in Rete a non fornire servizi basati sul web a gruppi islamici (QUI su Wikipedia e QUI il sito ufficiale).

Vorrei soffermarmi particolarmente su un aspetto: “la giustizia fai da te“. Haganah, il nome dell’organizzazione, è infatti una parola ebraica che significa difesa e l’intento dichiarato di Weisburd è proprio quello di difendere gli USA e Israele dagli estremisti islamici. Per quanto nobile possa sembrare questa iniziativa, secondo me è meglio usare sempre gli strumenti della legge.

Come reagiremmo se esistesse, ad esempio, un progetto simile con il fine di oscurare i siti abortisti o quelli che palano di procreazione assistita? A pensarci bene il principio è lo stesso, ma che fine farebbe la libertà di espressione? ;-)

Credo, quindi, che la polizia americana dovrebbe intervenire per porre fine all’attività dell’associazione Haganah, oppure (se la ritiene così utile) dovrebbe fare in modo che essa operi all’interno delle strutture e degli spazi previsti dalle leggi americane. Non si può limitare a collaborare con Weisburd solo in certe occasioni lasciandogli invece libertà di manovra per tutto il resto.

Allora, se è giusto mettere le proprie competenze al servizio della collettività, credo che sia anche giusto regolamentare in qualche modo queste attività. Nel film Il giustiziere della notte, un architetto a cui è stata distrutta la famiglia da dei criminali, scettico nelle capacità della legge di catturare i colpevoli, si procura una pistola e va in giro per New York a farsi giustizia con le proprie mani.

Se nella vita reale queste vicende di “giustizia fai da te” sono difficili da realizzare, pare che sul Web possano diventare facilmente realtà… ;-)

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