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Bin Laden è morto un’altra volta, ma ormai poco importa

Ne avevamo già parlato in questo blog della morte di Bin Laden (QUI), adesso ci ritroviamo a riparlarne. Pare proprio che il più temuto terrorista del mondo abbia tante vite come i gatti e che ogni volta che muoia poi c’è lo si ritrovi sempre in vita.
Scherzi a parte, l’altro ieri il presidente della repubblica pakistana, Asif Ali Zardari, ha reso noto un rapporto dei servizi segreti (ISI) in cui si dice che Bin Laden è morto anche se non si dispone di nessuna prova certa. Forti dubbi a riguardo sono giunti dagli Stati Uniti secondo i quali Bin Laden vivrebbe ancora da qualche parte nelle montagne tra Afghanistan e Pakistan, ma neanche loro sanno dire dove.
Insomma, è un insieme di insinuazioni e supposizioni di cui nessuno può avere conferma. Non è la prima volta che Bin Laden è stato dato per morto; secondo laStampa, sarebbero almeno 13 le volte in cui il capo di Al-Qaeda è stato dichiarato morto.
Nel settembre del 2002, ad esempio, è arrivata una delle tante notizie sulla sua morte: “Bin Laden è morto il 9 dicembre sotto le bombe di Tora Bora“. La notizia era stata riportata dalla radio statale israeliana, che citava il sito online di Al-Qaeda.
Secondo un rapporto dei servizi segreti francesi DGSE (Direction Generale del Services Exterieurs), per citare un altro esempio, il leader dei terroristi sarebbe stato vittima di una crisi tifoidea che gli avrebbe provocato una paralisi delle gambe e poi il decesso. Il rapporto segreto citava fonti dei servizi sauditi secondo cui Bibn Laden sarebbe deceduto in Pakistan il 23 agosto del 2006.
Il 2 novembre del 2007 fu Benazir Bhutto (uccisa in un attentato il 27 dicembre), in un’intervista alla televisione Al Jazeera, a riportare la notizia della fine del terrorista. La “rivelazione” non trovò molto spazio sulle testate e in tv.
Insomma, nemmeno questa volta sapremo se Osama Bin Laden sia realmente morto oppure se sia ancora vivo a ridere di tutti coloro che ne annunciano periodicamente la morte. Quello che è certo è che, vivo o morto, ormai Bin Laden è diventato un mito: se fosse vivo non potrebbe che ispirare ammirazione da parte dei suoi sostenitori che lo ammirerebbero per la sua resistenza ad oltranza. Se fosse morto, per i suoi sostenitori non sarebbe altro che un martire perchè sarebbe caduto per difendere la giusta causa della lotta al male.
Peggio ancora se dovesse essere eliminato clamorosamente e le immagini della sua morte facessero il giro del mondo: il potere dell’idea del sacrificio potrebbe addirittura ad incrementare il mito della sua persona.
Insomma, che sia vivo o morto, poco importa. Quel che conta è che è riuscito a creare e ad alimentare un movimento che, prescindendo dalla sua partecipazione attiva, è capace di agire autonomamente. Comunque stiano le cose, dunque, ormai Bin Laden - purtroppo per noi – è riuscito a svolgere il suo compito.
Che ne pensate?
L’Oceano è una discarica e nessuno ne parla!!!

Se ne era parlato già qualche tempo fa (anche qui nel blog), ma pare che ora di questa shoccante notizia se ne siano dimenticati tutti. Le preoccupazioni da parte degli studiosi si stanno facendo sempre più serie, così ho deciso di riproporre il post di qualche mese fa in cui parlavo di quella che possiamo definire la discarica più grande del mondo.
Gli americani la chiamano “rubbish soup” (minestrone di spazzatura) o “plastic soup” (minestrone di plastica), ma sono diversi nomi che sono stati dati a questo preoccupante fenomeno. Si tratta di un’enorme distesa di rifiuti che copre un’area addirittura doppia a quella degli Stati Uniti. L’immensa massa di spazzatura (divisa in bue grandi blocchi) viene tenuta insieme dalle correnti; un po’ galleggia finendo periodicamente sulle spiagge e un po’ si deposita sul fondale. L’enorme discarica ha inizio a circa 900 chilometri dalla costa californiana e si estende lungo l’Oceano, supera le Hawaii e sfiora pure il Giappone.
A lanciare l’allarme dalle pagine dell’Independent era stato Charles Moore, l’oceanografo americano che ha scoperto i 100 milioni di tonnellate di scarti che fanno il bagno nelle acque oceaniche. Moore, erede di una famiglia di petrolieri, si era imbattuto per caso in questa enorme distesa di rifiuti mentre navigava a margine di una regata. “Per una settimana – ha detto – mi sono ritrovato in mezzo a un mare di immondizia. Come avevamo potuto insozzare un’area così gigantesca?“. Sconvolto dalla scoperta, Moore vendette le sue partecipazioni nell’impero di famiglia e divenne un ambientalista militante. Gli esperti, però, sono a conoscenza del fenomeno già dalla fine degli anni ’80 (QUI).
Pare che circa un quinto della spazzatura arriva lì perché gettato dalle navi, il resto giunge dalla terraferma. A preoccupare maggiormente è la smisurata quantità di plastica perché si degrada difficilmente. Ci si trova di tutto: palloni da football, mattoncini del Lego, siringhe, accendini… e una quantità enorme di buste di plastica. La discarica marina è iniziata a formarsi oltre mezzo secolo fa ed è sconvolgente sapere che ogni pezzo di plastica finito lì dagli anni ‘50 ad oggi è imprigionato ancora nell’enorme “minestrone”.
La plastica galleggiante provoca ogni anno la morte di migliaia di mammiferi marini e di circa un milione di uccelli, ma rappresenta un rischio anche per la salute dell’uomo. Alcuni minuscoli pezzetti di plastica, infatti, assorbono agenti inquinanti (ad esempio, idrocarburi e pesticidi) che poi entrano in diversi modi nella catena alimentare. ”Ciò che cade nell’Oceano finisce dentro agli animali e prima o poi nel nostro piatto”, ha detto Marcus Eriksen, direttore dell’istituto di ricerca che sta analizzando il fenomeno.
Insomma, abbiamo trasformato l’Oceano Pacifico in un contenitore per la raccolta della plastica, ma la produzione di materiali plastici (e di rifiuti in genere) non accenna a diminuire. Quando impareremo a rispettare l’ambiente e noi stessi producendo meno plastica (e meno rifiuti in genere) e a riciclare?
La più grande discarica del Mondo? E’ l’Oceano Pacifico!!!

Sapete dove si trova la più grande discarica del Mondo? I più maliziosi avranno già esclamato Napoli, invece si tratta di un luogo insospettabile: l’Oceano Pacifico (QUI la notizia).
Gli americani la chiamano “rubbish soup” (minestrone di spazzatura) o “plastic soup” (minestrone di plastica). Si tratta di un’enorme distesa di rifiuti che copre un’area addirittura doppia a quella degli Stati Uniti. L’immensa massa di spazzatura (divisa in bue grandi blocchi) viene tenuta insieme dalle correnti, un po’ galleggia finendo periodicamente sulle spiagge e un po’ si deposita sul fondale. L’enorme discarica ha inizio a circa 900 kilometri dalla costa californiana e si estende lungo l’Oceano, supera le Hawaii e sfiora pure il Giappone.
A lanciare l’allarme dalle pagine dell’Independent è Charles Moore, l’oceanografo americano che ha scoperto i 100 milioni di tonnellate di scarti che fanno il bagno nelle acque oceaniche. Moore, erede di una famiglia di petrolieri, si era imbattuto per caso in questa enorme distesa di rifiuti mentre navigava a margine di una regata. “Per una settimana – ha detto – mi sono ritrovato in mezzo a un mare di immondizia. Come avevamo potuto insozzare un’area così gigantesca?“. Sconvolto dalla scoperta, Moore vendette le sue partecipazioni nell’impero di famiglia e divenne un ambientalista militante. Con i soldi ricavati fondò la Algalita Marine Research Foundation, una fondazione per la ricerca sugli ecosistemi marini.
Pare che circa un quinto della spazzatura arriva lì perché gettato dalle navi, il resto giunge dalla terraferma. A preoccupare maggiormente è la smisurata quantità di plastica perché si degrada difficilmente. Ci si trova di tutto: palloni da football, mattoncini del Lego, siringhe, accendini… e una quantità enorme di buste di plastica. La discarica marina è iniziata a formarsi oltre mezzo secolo fa ed è sconvolgente sapere che ogni pezzo di plastica finito lì dagli anni ’50 ad oggi è imprigionato ancora nell’enorme “minestrone”.
La plastica galleggiante provoca ogni anno la morte di migliaia di mammiferi marini e di circa un milione di uccelli, ma rappresenta un rischio anche per la salute dell’uomo. Alcuni minuscoli pezzetti di plastica, infatti, assorbono agenti inquinanti (ad esempio, idrocarburi e pesticidi) che poi entrano in diversi modi nella catena alimentare. ”Ciò che cade nell’Oceano finisce dentro agli animali e prima o poi nel nostro piatto”, ha detto Marcus Eriksen, direttore della ricerca della Algalita Marine Research.
Insomma, abbiamo trasformato l’Oceano Pacifico in un contenitore per la raccolta della plastica, ma la produzione di materiali plastici (e di rifiuti in genere) non accenna a diminuire. Quando impareremo a rispettare l’ambiente e noi stessi producendo meno plastica (e meno rifiuti in genere) e a riciclare?
Protesta in Birmania: la democrazia senza bombe e sanzioni?

Al decimo giorno di marce non violente, la situazione in Birmania (o Myanmar, come la chiamano le forze militari) si fa drammatica: una decina di morti, centinaia di feriti, mgliaia di arresti, …
Tutto questo il giorno dopo che il Consiglio di sicurezza dell’ONU non ha trovato un accordo sulle sanzioni da infliggere al Myanmar. Durante le consultazioni a porte chiuse del Consiglio, Russia, Cina e Indonesia si sono opposte alla proposta avanzata da Unione europea e Stati Uniti di discutere misure contro il regime militare birmano.
Secondo me, sulle spalle della vicenda Birmana si sta giocando un pericoloso gioco di poteri le cui conseguenze ricadono sul popolo birmano e che rimarca quelli che sono le relazioni che contano a livello internazionale. Sono, infatti, motivazioni di carattere politico, economico e ideologico quelle che impediscono un intervento decisivo contro il regime illiberale in Myanmar. Secondo Sergio Romano (intervistato da Panorama), Mosca e Pechino si sarebbero opposti ad un eventuale embargo perchè sono i maggiori partner economici della Birmania (che produce tra le altre cose Teck, zaffiri, rubini, ecc.) e perchè vedono nelle iniziative dell’ONU che partono dagli Stati Uniti una pericolosa interferenza nella propria area di influenza. In altre parole, con il regime birmano Cina e Russia hanno buoni rapporti e se quel regime venisse rovesciato per decisione dell’Occidente, il prossimo governo sarebbe quasi certamente filo-occidentale, un rischio che né i russi né i cinesi si possono permettere, per loro va bene così.
Penso, dunque, che questa situazione non faccia altro che sottolineare quelli che sono gli equlibri politici, economici e di forza che vigono tra gli stati più potenti del Mondo. Gli Americani, ad esempio, sempre pronti ad esportare la loro democrazia con ogni mezzo, questa volta sembrano sì interessati, ma alla lontana. Questo perchè il confine tra interesse economico e ideologia diventa sempre più labile. Per Bush, l’America è il faro della democrazia nel mondo (lo dice quasi ad ogni suo discorso), ma forse è un faro che illumina di più le zone dove è lui ad avere interessi economici (petrolio) e non i suoi avversari ideologici (Cina e Russia con le materie prime birmane). Gli USA, quindi, hanno cercato di far sentire al propria voce all’ONU, non ci sono riusciti e anche a loro va bene così.
L’ONU, poi, secondo me, si è rivelata ancora una volta per quello che è: un’organizzazione che finge di essere “super partes“, ma che si trova spesso nell’impossibilità di agire per via di limiti strutturali che la costingono a sottostare ai soliti giochi di potere internazionali, perciò quando si verificano situazioni come questa si trova con le mani legate venendosi a trovare così involontariamente schierata.
La Cina continua a rivelarsi illiberale e dimostra di portare avanti una politica di spartizione del territorio ormai superata, insime alla Russia di Putin, il quale sembra avere nostaglia della “Guerra fredda” (si legga, ad esempio, quanto scrivevo su Putin QUI). Insomma, in mezzo al caos internazionale dei giochi di forza ci si sono trovati i poveri monaci buddisti (che protestano pacificamente) e la popolazione del Myanmar, costretta a subire repressioni da parte di un regime che non vogliono e di cui non riescono a liberarsi che, oltre a privare il popolo della libertà, lo costringe a vivere in condizioni di miseria.
Ma le sanzioni sarebbero servite davvvero? Sicuramente non servono i bombardamenti, metodo con il quale è stata “esportata” la democrazia in altri luoghi (ma non è queso il caso), neanche con le sanzioni economico-diplomatiche (embargo) credo si possa risolvere nulla. Un regime isolato, infatti, secondo me, diventa più forte, non si indebolisce. Restando isolato e non avendo altri termini di paragone o non presentando alla gente altre alternative, un regime chiuso in sè stesso finisce per aquistare forza e autorevolezza (Cuba docet). Inoltre, nei Paesi colpiti solitamente si rafforza una sorta di “casta” delle sanzioni che utilizza il contrabbando e la speculazione sfruttando la mancanza di merci sul mercato e gli inevitabili aumenti dei prezzi. Il popolo birmano è già stato ridotto in miseria, un embargo peggiorerebbe la situazione e, a mio avviso, come dicevo, non farebbe indebolire affatto il potere del regime militare.
Cosa fare, dunque? Non sarò certo io a trovare una soluzione, ma credo che solo grazie all’informazione libera [già i blogger birmani si stanno muovendo QUI, QUI e QUI], alla cultura e allo sviluppo economico è possibile liberare un popolo da un regime illiberale. La questione riguarda tutti gli stati. Si potrebbero fare investimenti in quel territorio, incentivare il turismo, creare le condizioni affinchè la gente entri in contatto con altre realtà, evolva culturalmente, economicamente e riesca a sollevare la testa autonomamente e consapevolmente contro l’oppressore. Certo, tutto questo non è facile, ma credo che sia meglio di imporre sanzioni che costringono alla fame e rafforzano il potere autoritario.
L’esempio dei monaci buddisti è da seguire: la democrazia esce dai monasteri che sono da sempre espressione di moralità, tradizione, cultura. Spero che il popolo birmano si liberi dal regime in modo non violento con l’ausilio della sola forza di risorse apparentemente intangibili come moralità, cultura, conoscenza, informazione libera, ma che però sono i veri pilastri di un sistema democratico. I monaci, con la loro protesta pacifica, sono convinti che la democrazia potrà essere ristabilita senza spargimento di sangue e sperano che la comunità internazonale si interessi finalmente al loro Paese. Mi auspico che i monaci abbiano ragione e che si possa concludere tutto pacificamente. Spero anche che non cali l’attenzione mediatica (la Rete li sta aiutando) perché a telecamere spente si possono compiere indisturbati crimini orribili.
> AGGIORNAMENTO: Da oggi (28/09) in Birmania non funziona più Internet (informazioni QUI e QUI) ed è iniziata una vera e propria “caccia al giornalista“. Il regime ha capito che restando isolato può avere ampi margini di manovra. Speriamo che non si ripeta una strage come nell’89 appena si ridurrà il flusso di informazioni sulla rivolta pacifica dei monaci.
