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Articoli con tag ‘Russia

In Iran continuano le proteste, ma dal G8 solo generiche condanne. Si pensa già alle vacanze!

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iran-proteste-università

Mentre il G8 sta finendo, in Iran – dopo giorni di tranquillità (forse solo apparente perché l’informazione viene censurata) – ieri sono scoppiate nuovamente le proteste (QUI). A Teheran, è stata organizzata una manifestazione in coincidenza dell’anniversario della rivolta studentesca del 1999, ma naturalmente il vero obiettivo erano i  controversi risultati elettorali dello scorso 12 giugno.

Ricordiamo che le precedenti manifestazioni avevano portato ai più grandi raduni di protesta nella storia della repubblica islamica iraniana con un bilancio di almeno 20 morti (tra cui la giovane Neda) dovuti alla dura e violenta repressione da parte del Governo. Anche questa volta il bilancio è tragico tra morti, feriti e numero degli arresti (QUI).

E la situazione continua ad essere tesa anche oggi: le forze antisommossa sono state schierate nei pressi dell’Università e in altri luoghi della città, il servizio di messaggi SMS – che da qualche giorno era stato ripristinato – è stato nuovamente interrotto per impedire i contatti fra i contestatori, la censura su Internet si è fatta ancora più pesante.

Ma perché i grandi della terra riuniti a L’Aquila non prendono una posizione netta, chiara e ferma contro Ahmadinejad, la repressione e la censura?

Gli otto grandi ricordano che continuano ad essere seriamente preoccupati per gli eventi in Iran, deplorano le violenze post-elettorali, condannano il presidente iraniano perché nega l’Olocausto. Ma nel concreto?

Nel concreto la questione è stata rimandata a dopo le vacanze estive (QUI e QUI). Ancora una volta il G8 si rivela per quello che è: una riunione d’affari tra illustri personaggi politici nella quale ciascuno cerca di portare il più possibile acqua al proprio mulino.

Evidentemente per Obama (USA), Taro Aso (Giappone), Merkel (Germania), Brown (Regno Unito), Sarkozy (Francia), Medvedev (Russia), Harper (Canada) e Berlusconi al momento le priorità sono ben altre.

D’altra parte, Medvedev ha fatto sapere che la repressione degli oppositori di Ahmadinejad è solo una questione interna sulla quale non intende sia necessario intervenire; Obama si è detto più preoccupato per la questione nucleare in Medio Oriente piuttosto che per le proteste interne; Sarkozy ha rammentato che il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad formerà il suo nuovo governo il prossimo agosto e probabilmente allora la situazione si sarà sistemata da sola o comunque sarà più semplice e lineare per permettere un intervento.

Allora, mentre i grandi della terra vanno in vacanza, non possiamo far altro che sperare che in Iran la situazione si stabilizzi e che – ancora grazie alla Rete e a quei pochi giornalisti rimasti – le informazioni possano giungere fino a noi affinché l’opinione pubblica globale non si dimentichi degli iraniani mentre è in vacanza, come invece faranno i leader mondiali.

Che ne pensate? ;-)

Un altro giornalista ucciso in Russia, ma la libertà di espressione!?

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Ne abbiamo parlato più volte in questo blog del problema della libertà di espressione in Russia. Negli ultimi anni sono stati uccisi oltre 20 giornalisti; basti ricordare l’omicidio Politkovskaya.

Anna Politkovskaya ha pagato con la vita l’essersi prodigata per ricercare la verità e denunciare le nefandezze della politica nel suo Paese.  In Italia è uscito qualche tempo fa una raccolta di alcuni fra i suoi articoli più sconvolgenti ed emozionanti nel libro postumo intitolato Proibito parlare. Cecenia, Beslan, Teatro Dubrovka: le verità scomode della Russia di Putin.

Il processo Politkovskaya è in corso, ma probabilmente non si giungerà mai identificazione dei colpevoli perché sono coinvolte personalità molto importanti. Il processo, poi, si sta svolgendo in modo anomalo: si discute degli esecutori materiali dell’omicidio, ma non si fa menzione dei mandanti e anche il movente dell’omicidio resta nell’ombra.

Adesso ad allungare la lista dei giornalisti uccisi in Russia – che nella classifica annuale sulla libertà di espressione redatta da RSF si trova al 141° posto – è toccato a Sergei Protazanov. Stava lavorando a un’inchiesta sui presunti brogli nelle elezioni del marzo corso nella sua città. Il giornalista è stato aggredito la settimana scorsa ed è morto nella notte tra sabato e domenica (QUI).

Secondo le autorità, però, Sergei Protazanov sarebbe morto per overdose di cocaina e non a causa dell’aggressione alla quale, per di più, non poté reagire perché era invalido e aveva una protesi alla mano destra.

Alla famiglia e alle persone a lui vicine la tesi della droga non sembra plausibile; per di più Protazanov lavorava a Khimki, un sobborgo a nord di Mosca, per uno dei giornali di opposizione che rischia la chiusura proprio a causa delle continue aggressioni nei confronti dei cronisti e le minacce che ogni giorno riceve.

Adesso,  a causa della morte di Protazanov, la pubblicazione del giornale per il quale lavorava è stata sospesa. In Russia la stampa fa fatica ad esercitare liberamente il suo ruolo di informazione critica e puntuale fondamentale affinché di formi un’opinione pubblica consapevole.

Uno stato che si definisce democratico dovrebbe considerare i suoi giornalisti come una ricchezza aggiunta e non come dei pericolosi informatori da punire con percosse e minacce o per i quali sia opportuno addirittura commissionare  degli omicidi. Evidentemente in Russia non è così…

Che ne pensate? ;-)

Si apre il processo Politkovskya: si giungerà alla verità?

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politkovskaya

Si è aperto oggi il processo per l’omicidio della giornalista russa Anna Politkovskaya. Dopo le polemiche relative alla decisione del tribunale militare che sta giudicando la vicenda di svolgere le udienze a porte chiuse, c’è una prima buona notizia: il giudice militare Yevgeny Zubov ha annunciato la volontà a voler rendere pubbliche le udienze, ma ha avvertito che “al primo sentore di pressioni sui giurati” le porte saranno subito chiuse.

Mia madre era una giornalista ed è impossibile avere un processo a porte chiuse – aveva denunciato Ilya Politkovskya, figlio della vittimatanto non c’è alcuna speranza che qualcuno faccia il nome del mandante“.

Nonostante l’inizio del processo e il fatto che il tribunale ha acconsentito di rendere pubbliche le udizenze, tuttavia, rimangono i dubbi sull’imparzialità della corte e sul fatto che realmente ci sia l’intenzione di fare luce sulla vicenda. Ma andiamo per ordine…

Anna Politkovskaja era una giornalista russa molto conosciuta per il suo impegno sul fronte dei diritti umani. In veste di inviata in Cecenia del giornale Novaja Gazeta ha scritto alcuni articoli e libri fortemente critici sulla conduzione della guerra in Cecenia da parte di Putin e del governo ceceno. In un Paese dove c’è una forte limitazione della libertà di espressione, queste sue inchieste-denuncia gli causarono una sorta di persecuzione politica, nonché delle vere e proprie minacce.

Nel 2001, la Politkovskaja fuggì dalla Russia rifugiandosi a Vienna, talmente si erano fatte forti le pressioni le le minacce ricevute in Russia. La giornalista, però, non si arrese e denunciò Sergei Lapin, un ufficiale dell’OMON (la polizia dipendente direttamente dal ministero degli Interni con emanazioni nelle varie repubbliche russe) che l’aveva minacciata personalmente più volte. Dopo una serie di interruzioni e interferenze politiche, il processo contro lapin si concluse nel 2005 e il poliziotto fu condannato per abusi e maltrattamenti aggravati su un civile ceceno (accuse che la Politkovskaja gli aveva rivolto in un suo articolo) e per falsificazione di documenti.

La giornalista continuerà sempre il suo lavoro in nome della libertà di espressione e per amore della libertà, incurante delle minacce. Si è recata  Cecenia più volte sostenendo le famiglie delle vittime civili, visitando ospedali e campi profughi, intervistando sia militari russi che civili ceceni. I risultati di queste inchieste giornalistiche venivano regolarmente pubblicate e tradotte in varie lingue. Ovviamente nei suoi scritti non possono mancare critiche sull’operato delle forze russe in Cecenia, sui numerosi e documentati abusi commessi sulla popolazione civile e sui silenzi e le presunte connivenze dei capi di Stato ceceni sostenuti e appoggiati da Mosca.

In uno dei suoi ultimi libri (“Proibito parlare. Cecenia, Beslan, Teatro Dubrovka: le verità scomode della Russia di Putin“), la coraggiosa giornalista ha denunciato la guerra brutale in corso in Cecenia, in cui migliaia di cittadini innocenti sono torturati, rapiti o uccisi dalle autorità federali russe o dalle forze cecene, non risparmiando critiche a Putin. Durante la stesura del libro, la Politkovskaja si è avvalsa anche delle testimonianze di militari e ufficiali russi. Per questo  suo scritto si pensa che ci fu un tentativo di avvelenarla, ma non si sono mai trovate le prove.

Sempre sotto accusa da parte del governo russo e da uan parte di quello ceceno, la Politkovskaja continuava a ricevere minacce di morte finché, rientrata da qualche tempo in Russia, il 7 ottobre del 2006, è stata assassinata nell’ascensore del suo palazzo, mentre stava rincasando. Nel suo computer è sono stati trovati degli scritti appartenti all’ultima sua inchiesta in cui denunciava le torture commesse dalle forze di sicurezza cecene legate al Primo Ministro, Ramsan Kadyrovcon, con l’avvallo di Putin.

Al funerale parteciparono migliaia di persone (oltre ai colleghi anche moltissimi ammiratori), ma non vi partecipò nessun rappresentante del Governo russo.

Adesso si apre il processo in un tribunale militare di Mosca. Sono in pochi, però, a credere che il dibattimento possa servire a far luce sui veri mandanti dell’omicidio perché sono coinvolte troppe personalità importanti e perchè probabilmente parte della responsabilità spetta allo stesso Putin e al governo ceceno.

Uno dei principali imputati è Pavel Ryaguzov, è un agente dell’Fsb (il servizio segreto russo che una volta si chiamava KGB); l’accusa che lo riguarda è di avere indicato al killer l’indirizzo di casa della Politkovskaya. Gli altri tre imputati sono un ex detective della polizia, Sergei Khadzhikurbanov e due fratelli ceceni, Dzhabrail e Ibragim Makhmudov, che avevano pedinato la giornalista nei giorni prima dell’omicidio per capire l’orario del rientro a casa.

Il presunto killer, Rustam Makhmudov, è ancora latitante, pare che lui sia stato pagato da non si sa chi per uccidere al giornalista. Il mandante (e il movente) dell’omicidio restano però nell’ombra. Pare che non si riesca a capire quale fosse il motivo per cui la giornalista è stata uccisa e chi ha assoldato il Killer!!!

I legali della famiglia Politkovskya vogliono che il presidente ceceno Ramzan Kadyrov sia chiamato a deporre perchè il suo nome compare più volte nelle testimonianze e nei dossier, ma fino ad oggi l’ex presidente ceceno non è stato scomodato.

A volte la gente paga con la propria vita per dire ad alta voce ciò che pensa. Una persona, infatti, può perfino essere uccisa semplicemente per avermi dato una informazione. Io non sono la sola ad essere in pericolo e ho esempi che lo possono provare, aveva detto la Politkovskya”. Questa profezia si è avverata e lei ha pagato con la vita l’aver raccontato senza mezzi termini i lati più controversi della Russia post-sovietica e le nefandezze compiute dalla Russia in Cecenia ad opera di Ramzan Kadyrov, l’uomo fedelissimo di Vladimir Putin.

Speriamo che così come lei si è immolata per andare alla ricerca della verità, anche il tribunale militare che sta seguendo il processo metta da parte le logiche di potere e si pronunci in piena libertà. Fino ad oggi, però, non ci sono segnali della volontà della Corte di voler giungere realmente a scoprire chi fosse il mandante dell’omicidio, colui che ha assoldato un banda di criminali per far fuori la giornalista.

> AGGIORNAMETO (19/11/2008): Il processo proseguirà a porte chiuse (QUI). Lo ha stabilito oggi il giudice Evgheny Zubov dopo che nella prima udienza di lunedì aveva invece autorizzato la presenza del pubblico. Il provvedimento è stato giustificato con la tutela dei 12 membri della giuria popolare che pare abbiano timore di ricevere minacce o ritorsioni. “Quando arriveranno minacce concrete sarà troppo tardi per ordinare le porte chiuse“, ha spiegato il magistrato.

Scritto da salpetti

17 novembre 2008 alle 18:34

Il Cavaliere e lo Zar: mitra mimati e mitra veri

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Silvio Berlusconi non si è ancora insediato come Presidente del Consiglio e già ne ha combinata una delle sue: durante la conferenza stampa congiunta con Vladimir Putin, il Cavaliere ha mimato il gesto di sparare con un mitra ad una giovane giornalista russa che aveva appena posto una domanda imbarazzante sulla vita privata di quello che viene considerato l’ultimo Zar di Russia.

Il gesto di per se è stupido e a certe esternazioni “ironiche” di Berlusconi ormai ci siamo abituati. La gravità dell’accaduto è dovuta al fatto che in Russia, durante la presidenza di Putin sono stati uccisi (o sono spariti senza lasciare traccia) decine di giornalisti scomodi, tra questi Anna Politkovskaya, “colpevole” di aver denunciato le nefandezze compiute dalla Russia in Cecenia.

Se la scenetta berlusconiana fosse accaduta durante un incontro con qualsiasi altro uomo politico, quindi, sarebbe stata liquidata come l’ennesimo scherzetto del Cavaliere, ma in presenza di Putin ha assunto tutto un altro significato. Lo Zar ha guadato Berlusconi mentre mimava il gesto di sparare alla giornalista e serissimo, con gli occhi di ghiaccio, ha annuito con la testa rispondendo freddamente alla domanda. Alla fine ha lanciato un monito ai giornalisti Russi presenti: nessuno “metta il naso” nelle mie faccende private!!!

Il segretario della Federazione nazionale della stampa, Franco Siddi, ha commentato così l’episodio: “Silvio Berlusconi ha liberato la sua ennesima battuta, battute che a volte fanno ridere e a volte sono meno divertenti. Malgrado la sua ironia non riesce infatti sempre a comunicare a tutti che questo è il suo modo di fare e che vuole essere sottile. Tuttavia a volte le battute possono essere imbarazzanti – aggiunge Siddi – se si considera che in Russia negli ultimi dieci anni sono morti più di 200 giornalisti e che non si sono mai trovati gli assassini“.

Insomma, Berlusconi ancora si deve insediare e già ne combina una delle sue in mondovisone. Se ha iniziato così alla grande, chissà fra 5 anni!!! ;-)

Scritto da salpetti

19 aprile 2008 alle 16:00

Protesta in Birmania: la democrazia senza bombe e sanzioni?

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Al decimo giorno di marce non violente, la situazione in Birmania (o Myanmar, come la chiamano le forze militari) si fa drammatica: una decina di morti, centinaia di feriti, mgliaia di arresti, …
Tutto questo il giorno dopo che il Consiglio di sicurezza dell’ONU non ha trovato un accordo sulle sanzioni da infliggere al Myanmar. Durante le consultazioni a porte chiuse del Consiglio, Russia, Cina e Indonesia si sono opposte alla proposta avanzata da Unione europea e Stati Uniti di discutere misure contro il regime militare birmano.

Secondo me, sulle spalle della vicenda Birmana si sta giocando un pericoloso gioco di poteri le cui conseguenze ricadono sul popolo birmano e che rimarca quelli che sono le relazioni che contano a livello internazionale. Sono, infatti, motivazioni di carattere politico, economico e ideologico quelle che impediscono un intervento decisivo contro il regime illiberale in Myanmar. Secondo Sergio Romano (intervistato da Panorama), Mosca e Pechino si sarebbero opposti ad un eventuale embargo perchè sono i maggiori partner economici della Birmania (che produce tra le altre cose Teck, zaffiri, rubini, ecc.) e perchè vedono nelle iniziative dell’ONU che partono dagli Stati Uniti una pericolosa interferenza nella propria area di influenza. In altre parole, con il regime birmano Cina e Russia hanno buoni rapporti e se quel regime venisse rovesciato per decisione dell’Occidente, il prossimo governo sarebbe quasi certamente filo-occidentale, un rischio che né i russi né i cinesi si possono permettere, per loro va bene così.

Penso, dunque, che questa situazione non faccia altro che sottolineare quelli che sono gli equlibri politici, economici e di forza che vigono tra gli stati più potenti del Mondo. Gli Americani, ad esempio, sempre pronti ad esportare la loro democrazia con ogni mezzo, questa volta sembrano sì interessati, ma alla lontana. Questo perchè il confine tra interesse economico e ideologia diventa sempre più labile. Per Bush, l’America è il faro della democrazia nel mondo (lo dice quasi ad ogni suo discorso), ma forse è un faro che illumina di più le zone dove è lui ad avere interessi economici (petrolio) e non i suoi avversari ideologici (Cina e Russia con le materie prime birmane). Gli USA, quindi, hanno cercato di far sentire al propria voce all’ONU, non ci sono riusciti e anche a loro va bene così.

L’ONU, poi, secondo me, si è rivelata ancora una volta per quello che è: un’organizzazione che finge di essere “super partes“, ma che si trova spesso nell’impossibilità di agire per via di limiti strutturali che la costingono a sottostare ai soliti giochi di potere internazionali, perciò quando si verificano situazioni come questa si trova con le mani legate venendosi a trovare così involontariamente schierata.

La Cina continua a rivelarsi illiberale e dimostra di portare avanti una politica di spartizione del territorio ormai superata, insime alla Russia di Putin, il quale sembra avere nostaglia della “Guerra fredda” (si legga, ad esempio, quanto scrivevo su Putin QUI). Insomma, in mezzo al caos internazionale dei giochi di forza ci si sono trovati i poveri monaci buddisti (che protestano pacificamente) e la popolazione del Myanmar, costretta a subire repressioni da parte di un regime che non vogliono e di cui non riescono a liberarsi che, oltre a privare il popolo della libertà, lo costringe a vivere in condizioni di miseria.

Ma le sanzioni sarebbero servite davvvero? Sicuramente non servono i bombardamenti, metodo con il quale è stata “esportata” la democrazia in altri luoghi (ma non è queso il caso), neanche con le sanzioni economico-diplomatiche (embargo) credo si possa risolvere nulla. Un regime isolato, infatti, secondo me, diventa più forte, non si indebolisce. Restando isolato e non avendo altri termini di paragone o non presentando alla gente altre alternative, un regime chiuso in sè stesso finisce per aquistare forza e autorevolezza (Cuba docet). Inoltre, nei Paesi colpiti solitamente si rafforza una sorta di “casta” delle sanzioni che utilizza il contrabbando e la speculazione sfruttando la mancanza di merci sul mercato e gli inevitabili aumenti dei prezzi. Il popolo birmano è già stato ridotto in miseria, un embargo peggiorerebbe la situazione e, a mio avviso, come dicevo, non farebbe indebolire affatto il potere del regime militare.

Cosa fare, dunque? Non sarò certo io a trovare una soluzione, ma credo che solo grazie all’informazione libera [già i blogger birmani si stanno muovendo QUI, QUI e QUI], alla cultura e allo sviluppo economico è possibile liberare un popolo da un regime illiberale. La questione riguarda tutti gli stati. Si potrebbero fare investimenti in quel territorio, incentivare il turismo, creare le condizioni affinchè la gente entri in contatto con altre realtà, evolva culturalmente, economicamente e riesca a sollevare la testa autonomamente e consapevolmente contro l’oppressore. Certo, tutto questo non è facile, ma credo che sia meglio di imporre sanzioni che costringono alla fame e rafforzano il potere autoritario.

L’esempio dei monaci buddisti è da seguire: la democrazia esce dai monasteri che sono da sempre espressione di moralità, tradizione, cultura. Spero che il popolo birmano si liberi dal regime in modo non violento con l’ausilio della sola forza di risorse apparentemente intangibili come moralità, cultura, conoscenza, informazione libera, ma che però sono i veri pilastri di un sistema democratico. I monaci, con la loro protesta pacifica, sono convinti che la democrazia potrà essere ristabilita senza spargimento di sangue e sperano che la comunità internazonale si interessi finalmente al loro Paese. Mi auspico che i monaci abbiano ragione e che si possa concludere tutto pacificamente. Spero anche che non cali l’attenzione mediatica (la Rete li sta aiutando) perché a telecamere spente si possono compiere indisturbati crimini orribili.

> AGGIORNAMENTO: Da oggi (28/09) in Birmania non funziona più Internet (informazioni QUI e QUI) ed è iniziata una vera e propria “caccia al giornalista“. Il regime ha capito che restando isolato può avere ampi margini di manovra. Speriamo che non si ripeta una strage come nell’89 appena si ridurrà il flusso di informazioni sulla rivolta pacifica dei monaci.

 

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