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L’Oceano è una discarica e nessuno ne parla!!!

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Se ne era parlato già qualche tempo fa (anche qui nel blog), ma pare che ora di questa shoccante notizia se ne siano dimenticati tutti. Le preoccupazioni da parte degli studiosi si stanno facendo sempre più serie, così ho deciso di riproporre il post di qualche mese fa in cui parlavo di quella che possiamo definire la discarica più grande del mondo.

Gli americani la chiamano “rubbish soup” (minestrone di spazzatura) o “plastic soup” (minestrone di plastica), ma sono diversi nomi che sono stati dati a questo preoccupante fenomeno. Si tratta di un’enorme distesa di rifiuti che copre un’area addirittura doppia a quella degli Stati Uniti. L’immensa massa di spazzatura (divisa in bue grandi blocchi) viene tenuta insieme dalle correnti; un po’ galleggia finendo periodicamente sulle spiagge e un po’ si deposita sul fondale. L’enorme discarica ha inizio a circa 900 chilometri dalla costa californiana e si estende lungo l’Oceano, supera le Hawaii e sfiora pure il Giappone.

A lanciare l’allarme dalle pagine dell’Independent era stato Charles Moore, l’oceanografo americano che ha scoperto i 100 milioni di tonnellate di scarti che fanno il bagno nelle acque oceaniche. Moore, erede di una famiglia di petrolieri, si era imbattuto per caso in questa enorme distesa di rifiuti mentre navigava a margine di una regata. “Per una settimana – ha detto – mi sono ritrovato in mezzo a un mare di immondizia. Come avevamo potuto insozzare un’area così gigantesca?“. Sconvolto dalla scoperta, Moore vendette le sue partecipazioni nell’impero di famiglia e divenne un ambientalista militante.  Gli esperti, però, sono a conoscenza del fenomeno già dalla fine degli anni ’80 (QUI).

Pare che circa un quinto della spazzatura arriva lì perché gettato dalle navi, il resto giunge dalla terraferma. A preoccupare maggiormente è la smisurata quantità di plastica perché si degrada difficilmente. Ci si trova di tutto: palloni da football, mattoncini del Lego, siringhe, accendini… e una quantità enorme di buste di plastica. La discarica marina è iniziata a formarsi oltre mezzo secolo fa ed è sconvolgente sapere che ogni pezzo di plastica finito lì dagli anni ‘50 ad oggi è imprigionato ancora nell’enorme “minestrone”.

La plastica galleggiante provoca ogni anno la morte di migliaia di mammiferi marini e di circa un milione di uccelli, ma rappresenta un rischio anche per la salute dell’uomo. Alcuni minuscoli pezzetti di plastica, infatti, assorbono agenti inquinanti (ad esempio, idrocarburi e pesticidi) che poi entrano in diversi modi nella catena alimentare. ”Ciò che cade nell’Oceano finisce dentro agli animali e prima o poi nel nostro piatto”, ha detto Marcus Eriksen, direttore dell’istituto di ricerca che sta analizzando il fenomeno.

Insomma, abbiamo trasformato l’Oceano Pacifico in un contenitore per la raccolta della plastica, ma la produzione di materiali plastici (e di rifiuti in genere) non accenna a diminuire. Quando impareremo a rispettare l’ambiente e noi stessi producendo meno plastica (e meno rifiuti in genere) e a riciclare?

La più grande discarica del Mondo? E’ l’Oceano Pacifico!!!

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Sapete dove si trova la più grande discarica del Mondo? I più maliziosi avranno già esclamato Napoli, invece si tratta di un luogo insospettabile: l’Oceano Pacifico (QUI la notizia).

Gli americani la chiamano “rubbish soup” (minestrone di spazzatura) o “plastic soup” (minestrone di plastica). Si tratta di un’enorme distesa di rifiuti che copre un’area addirittura doppia a quella degli Stati Uniti. L’immensa massa di spazzatura (divisa in bue grandi blocchi) viene tenuta insieme dalle correnti, un po’ galleggia finendo periodicamente sulle spiagge e un po’ si deposita sul fondale. L’enorme discarica ha inizio a circa 900 kilometri dalla costa californiana e si estende lungo l’Oceano, supera le Hawaii e sfiora pure il Giappone.

A lanciare l’allarme dalle pagine dell’Independent è Charles Moore, l’oceanografo americano che ha scoperto i 100 milioni di tonnellate di scarti che fanno il bagno nelle acque oceaniche. Moore, erede di una famiglia di petrolieri, si era imbattuto per caso in questa enorme distesa di rifiuti mentre navigava a margine di una regata. “Per una settimana – ha detto – mi sono ritrovato in mezzo a un mare di immondizia. Come avevamo potuto insozzare un’area così gigantesca?“. Sconvolto dalla scoperta, Moore vendette le sue partecipazioni nell’impero di famiglia e divenne un ambientalista militante. Con i soldi ricavati fondò la Algalita Marine Research Foundation, una fondazione per la ricerca sugli ecosistemi marini.

Pare che circa un quinto della spazzatura arriva lì perché gettato dalle navi, il resto giunge dalla terraferma. A preoccupare maggiormente è la smisurata quantità di plastica perché si degrada difficilmente. Ci si trova di tutto: palloni da football, mattoncini del Lego, siringhe, accendini… e una quantità enorme di buste di plastica. La discarica marina è iniziata a formarsi oltre mezzo secolo fa ed è sconvolgente sapere che ogni pezzo di plastica finito lì dagli anni ’50 ad oggi è imprigionato ancora nell’enorme “minestrone”.

La plastica galleggiante provoca ogni anno la morte di migliaia di mammiferi marini e di circa un milione di uccelli, ma rappresenta un rischio anche per la salute dell’uomo. Alcuni minuscoli pezzetti di plastica, infatti, assorbono agenti inquinanti (ad esempio, idrocarburi e pesticidi) che poi entrano in diversi modi nella catena alimentare. ”Ciò che cade nell’Oceano finisce dentro agli animali e prima o poi nel nostro piatto”, ha detto Marcus Eriksen, direttore della ricerca della Algalita Marine Research.

Insomma, abbiamo trasformato l’Oceano Pacifico in un contenitore per la raccolta della plastica, ma la produzione di materiali plastici (e di rifiuti in genere) non accenna a diminuire. Quando impareremo a rispettare l’ambiente e noi stessi producendo meno plastica (e meno rifiuti in genere) e a riciclare?

Scritto da salpetti

6 febbraio 2008 alle 20:48

Emergenza rifiuti: quando la spazzatura diventa una risorsa

con 17 commenti

Sulla questione dell’emergenza rifiuti si è detto tutto e il contrario di tutto, non voglio aggiungere altro sulla questione specifica. Mi voglio soffermare, invece, su un caso italiano (non bisogna arrivare in Germania per osservare “buone pratiche” in materia di smaltimento rifiuti) che ci dimostrano come la spazzatura da emergenza possa diventare una risorsa.

Ovviamente affinché la spazzatura non diventi un’emergenza è necessario innanzi tutto produrre meno rifiuti, cioè ridurre di peso e volume gli imballaggi, cosa che le aziende non hanno ancora cominciato significativamente a fare e di cui si trova poco riscontro anche nelle nostre case. Se poi a una riduzione corrispondesse anche un’attenta raccolta differenziata e un buon riciclo, i vantaggi sarebbero notevoli: si allungherebbe la vita delle materie prime, si ridurrebbero gli inquinamenti, si farebbe risparmiare energia e si tutelerebbe il paesaggio dall’apertura di nuove discariche (che puzzano, inquinano e che nessuno vuole vicino casa propria).

Fintanto che in Italia manca un’adeguata cultura della riduzione della produzione di rifiuti e di un ottimo riutilizzo di essi, si può però prendere esempio dal piccolo Comune di Peccioli (Pisa) che ha fatto di necessità virtù (ma ve ne sono altri): alla fine degli anni ’80, Peccioli ospitava una discarica che la gente del luogo come spesso accade voleva far chiudere.

L’amministrazione comunale di allora, però, ebbe un’idea di cui solo oggi se ne comprende la genialità: invece di chiudere al discarica, essa fu ampliata e di riclassificata come punto di raccolta dell’intera Toscana. La gestione della discarica fu affidata a una società il cui capitale è suddiviso tra il Comune e piccoli azionisti (poco più della metà dei cittadini del paesello ne possiede una parte). In sostanza, i cittadini ricavano degli utili dalle azioni, mentre il Comune riesce a contenere le tasse (sono tra le più basse) provvedendo alle spese correnti e anche a quelle straordinarie con i soldi derivati dagli introiti della discarica. L’impianto di smaltimento dove vengono trattati i rifiuti, inoltre, produce anche energia elettrica e vapore per il riscaldamento facendo ridurre i costi che normalmente i cittadini affrontano per i consumi energetici.
Se nel Comune toscano c’era un’emergenza rifiuti, oggi a Peccioli sono proprio i rifiuti la vera risorsa della comunità pecciolese.

E’ vero, le discariche puzzano e inquinano, ma forse se ben sfruttate possono costituire una risorsa e forse anche l’alternativa ai termovalorizzatori (inceneritori), la soluzione più in voga del momento (QUI un volantino di Beppe Grillo in cui il comico attacca fortemente la costruzione dei famigerati inceneritori e propone un’altenativa che si avvicina di molto all’esperienza pecciolese).

Insomma, finché non si arriverà a un drastico ridimensionamento della produzione dei rifiuti e fintanto che anche in Italia non si diffonda una massiccia cultura del riciclo e della raccolta differenziata, il modello-Peccioli potrebbe essere quello vincente. Di certo nel piccolo Comune toscano non c’è la Camorra, le istituzioni sono più presenti, i politici meno corrotti, lo stile di vita meno lassista e più attento al bene pubblico, ma credo che anche in Campania potrebbero esserci altre Peccioli… ;-)

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