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Un altro giornalista ucciso in Russia, ma la libertà di espressione!?

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Ne abbiamo parlato più volte in questo blog del problema della libertà di espressione in Russia. Negli ultimi anni sono stati uccisi oltre 20 giornalisti; basti ricordare l’omicidio Politkovskaya.

Anna Politkovskaya ha pagato con la vita l’essersi prodigata per ricercare la verità e denunciare le nefandezze della politica nel suo Paese.  In Italia è uscito qualche tempo fa una raccolta di alcuni fra i suoi articoli più sconvolgenti ed emozionanti nel libro postumo intitolato Proibito parlare. Cecenia, Beslan, Teatro Dubrovka: le verità scomode della Russia di Putin.

Il processo Politkovskaya è in corso, ma probabilmente non si giungerà mai identificazione dei colpevoli perché sono coinvolte personalità molto importanti. Il processo, poi, si sta svolgendo in modo anomalo: si discute degli esecutori materiali dell’omicidio, ma non si fa menzione dei mandanti e anche il movente dell’omicidio resta nell’ombra.

Adesso ad allungare la lista dei giornalisti uccisi in Russia – che nella classifica annuale sulla libertà di espressione redatta da RSF si trova al 141° posto – è toccato a Sergei Protazanov. Stava lavorando a un’inchiesta sui presunti brogli nelle elezioni del marzo corso nella sua città. Il giornalista è stato aggredito la settimana scorsa ed è morto nella notte tra sabato e domenica (QUI).

Secondo le autorità, però, Sergei Protazanov sarebbe morto per overdose di cocaina e non a causa dell’aggressione alla quale, per di più, non poté reagire perché era invalido e aveva una protesi alla mano destra.

Alla famiglia e alle persone a lui vicine la tesi della droga non sembra plausibile; per di più Protazanov lavorava a Khimki, un sobborgo a nord di Mosca, per uno dei giornali di opposizione che rischia la chiusura proprio a causa delle continue aggressioni nei confronti dei cronisti e le minacce che ogni giorno riceve.

Adesso,  a causa della morte di Protazanov, la pubblicazione del giornale per il quale lavorava è stata sospesa. In Russia la stampa fa fatica ad esercitare liberamente il suo ruolo di informazione critica e puntuale fondamentale affinché di formi un’opinione pubblica consapevole.

Uno stato che si definisce democratico dovrebbe considerare i suoi giornalisti come una ricchezza aggiunta e non come dei pericolosi informatori da punire con percosse e minacce o per i quali sia opportuno addirittura commissionare  degli omicidi. Evidentemente in Russia non è così…

Che ne pensate? ;-)

Iran, è morto in carcere il blogger Sayafi

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In Iran la rivoluzione khomeininista, che ha introdotto nel Paese uno stretto moralismo di linea fondamentalista islamica, è avvenuta 30 anni fa; tuttavia i suoi risultati sono ancora ben visibili pure oggi comprendendo sfere che inizialmente non erano previste, come  Internet.

Il Governo di Ahmadinejad, ad esempio, ha presento di recente un progetto di legge che prevede la pena di morte per i blogger e per tutti coloro che tramite Internet “propagandano la corruzione, la prostituzione e l’apostasia“. Il Parlamento iraniano ancora non ha approvato la legge, ma già i segni della repressione si fanno sentire.

Sono tanti i blogger perseguitati e incarcerati, mentre da pochi giorni  è morto Mir Sayafi, il ragazzo 25enne che era stato condannato a 30 mesi di carcere perché nel suo blog avrebbe insultato Khamenei (attuale Guida Suprema dell’Iran) e l’ayatollah Khomeini (il fondatore della Repubblica Islamica iraniana).

I responsabili della prigione – dice Mohammad Ali Dadkhah, avvocato del giovane blogger – hanno dichiarato che Mir Sayafi si è suicidato; chiediamo  l’apertura immediata di un’inchiesta e l’autopsia per accertare le cause del decesso“. Pare, infatti, che ci siano seri dubbi sull’avvenuto suicidio del ragazzo che probabilmente è morto a causa delle pessime condizioni delle carceri iraniane. Si presume, quindi, che Mir Sayafi sia morto di stenti o per altre cause come percossa o maltrattamenti. Anche Reporter Sans Frontières in un comunicato si dice “scioccata” e ha chiesto l’apertura di un’inchiesta per verificare se si sia trattato realmente di suicidio.

Sayafi non è il solo blogger ad essere stato imprigionato dal governo iraniano. Dai giornali iraniani si apprende di una serie di arresti, effettuati negli ultimi mesi, di persone legate a siti Web e blog che le autorità locali ritengono parte di un complotto contro l’Iran. Ha fatto il giro del mondo la notizia dell’arresto di un noto blogger irano-canadese, Hossein Derakhshan che dal 2000 viveva a Toronto dove aveva lanciato una serie di siti d’informazione e che è stato arrestato lo scorso novembre durante una breve visita a Teheran.

Non è un caso che l’Iran si trovi nella lista dei “Nemici di Internet” (QUI) redatta da Reporters Sans Frontières. Ancora una volta un fatto spiacevole ci dimostra come la Rete faccia molta paura al potere e come si cerchi di oscurarla e limitarla in ogni modo.

Fa ribrezzo pensare che ci siano Paesi che con il pretesto di proteggere la morale, la sicurezza nazionale, la religione cerchino di bloccare i contenuti della Rete e di mettere il bavaglio a chi usa Internet per informare liberamente e per esprimere la propria opinione. Ciò accade in Iran, ma anche in Cina e in molti Paesi dove anche con la repressione fisica si vuole limitare la libertà di parola che ben si concilia con il mezzo Internet.

Che ne pensate? ;-)

Ecco la lista dei nemici di Internet!!! ;-)

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internet_enemies

Si intitola “Internet enemies” (I nemici di Internet) ed è il report della ricerca condotta da Reporters sans frontières (RFS) sulla censura in Rete (QUI la versione integrale). Nell’introduzione del documento si legge:  “Con il pretesto di proteggere la morale, la sicurezza nazionale, la religione e le minoranze etniche, e talvolta persino il potenziale spirituale culturale e scientifico del paese, molti paesi ricorrono al filtraggio della rete per bloccarne parte dei contenuti“.

Il mondo di Internet è sempre più minacciato dalla censura e dal controllo da parte dei Governi. L’aspetto sorprendente è che, al contrario di quello che ci si potrebbe aspettare, non sono soltanto i Paesi in cui vige una dittatura a mettere in atto questo tipo di “censura”. Ecco la lista  (in ordine alfabetico) dei 12 Paesi ritenuti “nemici” della Rete:

  1. Arabia Saudita
  2. Burma (Birmania)
  3. Cina
  4. Corea del Nord
  5. Cuba
  6. Egitto
  7. Iran
  8. Siria
  9. Tunisia
  10. Turkmenistan
  11. Uzbekistan
  12. Vietnam

Per ognuno di questi Paesi RSF dedica una scheda specifica in cui riporta dati, riferimenti legislativi ed episodi significativi in materia di censura digitale.

Al primo posto (in negativo) si colloca la Cina dove è stata messa in atto la macchina di controllo più forte:  oltre 40000 funzionari pubblici vengono pagati per monitorare le comunicazioni online; quasi 50 persone (di cui è a conoscenza) sono finite in prigione per avere espresso in Rete un loro parere critico e negativo nei confronti del Governo cinese; molti siti globali irraggiungibili dagli utenti cinesi; un apparato burocratico e di polizia vigila costantemente su tutto ciò che succede nella Rete cinese.

A parte la Cina, negli altri Paesi che fanno parte della lista le cose non sono di molto migliori: blogger arrestati, cyber-polizia onnipresente, risultai di Google pilotati, siti oscurati o irraggiungibili e così via…

Il report della ricerca sui “Nemici di Internet” porta alla luce anche un dato allarmante. Tra i Paesi a rischio figurano due Stati che fanno parte delle democrazie compiute: Australia e Corea del Sud. In questi Paesi sono in vigore leggi restrittive e in alcuni casi c’è stato pure qualche arresto (in Corea).

In Australia, ad esempio, il Governo ha discusso di filtraggio della Rete e dal 2001 esiste un’agenzia privata delegata dal Governo che può intercettare autonomamente le e-mail e tutte le comunicazioni in Rete dei cittadini che ritiene opportuno sorvegliare.

L’Italia non è contemplata nella lista, ma forse dopo l’ennesimo tentativo di mettere dei paletti al Web italiano da parte della Carlucci (solo ultimo in ordine di tempo dopo Levi, Cassinelli, D’Alia e Pisanu), nel prossimo report ci saremo anche noi. ;-)

Che ne pensate?

Olimpiadi: uomo ucciso davanti a Sarkozy; è solo un video di protesta

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Il presidente francese, Nicolas Sarkozy, ha reso noto che parteciperà alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi che si svolgeranno in Cina. Da molte parti è giunta la richiesta di non andare per protestare contro i diritti negati al popolo tibetano. Adesso, per sensibilizzare l’opinione pubblica francese sui soprusi che la Cina opera ai danni del Tibet e per convincere Monsieur le President a non andare,  il Théâtre du Soleil (storica compagnia teatrale francese), in collaborazione con dissidenti cinesi, rifugiati tibetani e l’organizzazione Reporters sans Frontières, ha realizzato alcuni video choc.

Uno di questi (il video ad inizio post) vede come protagonisti proprio il presidente francese insieme a Carla Bruni. La coppia presidenziale sta guardando una gara. Lui appare nervoso, tenta una chiamata al cellulare, gioca con l’orologio. In quel momento appare un manifestante con una bandiera in mano che urla “Tibet libero!“. Subito parte la macchina di repressione messa in atto dal Governo cinese: l’uomo che protesta viene ucciso da un colpo di pistola. Uno schizzo di sangue macchia il braccio della Bruni.

Il video è agghiacciante.  Alla fine, su uno sfondo nero, appaiono delle scritte: “Tranquilli, non vedrete mai questa scena. Sarà già avvenuta prima che voi arriviate!“. Si capisce che è diretto proprio a Sarkozy. La regista del video, Ariane Mnouchkine ha infatti detto: “A Sarkozy chiediamo, almeno, di non presenziare alla cerimonia d’apertura. Ha detto che ci andrà perché non si possono boicottare 1,2 miliardi di cinesi. Ma questa è disonestà intellettuale poiché il boicottaggio non sarebbe stato al popolo, ma ai dirigenti cinesi. Che sui diritti umani hanno fatto mille promesse, senza mai rispettarne alcuna“.

Ci sono poi altri video diretti agli atleti affinché approfittino della visibilità di cui possono godere grazie alle Olimpiadi per denunciare la mancanza di diritti umani in Tibet e perché boicottino questa edizione dei giochi. E diretti ai turisti e ai tifosi che si recheranno in Cina per i giochi olimpici (tutti i video QUI). “Nessuno – conclude la Mnouchkine – può andare innocentemente a questi Giochi. Che sia atleta, capo di stato, o semplice turista“.

Questa edizione dei giochi olimpici passerà alla storia come l’Olimpiade della vergogna a causa dell’impegno profuso dal Governo cinese nel nascondere e camuffare la sistematica violenza che arreca nei confronti del popolo tibetano. Ben vengano, quindi, i boicottaggi e le manifestazioni di protesta come questa (fin’ora forse tra le più toccanti).

E’ anche vero, però, che forse proprio grazie alle Olimpiadi di Pechino, si sono accesi i riflettori anche sul Tibet. Probabilmente la Cina, perché ad ogni costo cerca di dare un’immagine potente, sfarzosa e democratica (non curandosi delle violazioni dei diritti umani che ogni giorno avvengono in quel Paese), finisce per dare risalto proprio a quegli aspetti negativi che cerca di nascondere.

In altre parole, se non vi fossero state le Olimpiadi a Pechino, tutto il Mondo avrebbe discusso allo stesso modo e con la stessa forza dei diritti umani in Tibet?

Ciò non toglie che questa iniziativa del Théâtre du Soleil, insieme a tutte le altre manifestazioni che ci sono state e che di sicuro ci saranno, sono importantissime per la causa tibetana e sono di grande rilevanza sociale.
Piena solidarietà col popolo tibetano!!! ;-)

Scritto da salpetti

20 luglio 2008 alle 16:55

Il Governo pakistano censura Youtube. Sbaglia e lo blocca in tutto il Mondo

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Qualcuno di voi se ne sarà accorto. Ieri per circa due ore Youtube è rimasto bloccato. Un black-out totale che non farebbe notizia (su Youtube a volte capita) se la causa non fosse riconducibile ad un attacco informatico ordinato da un governo.

Il governo del Pakistan, infatti, ha ritenuto di dover oscurare Youtube sul suo territorio. Così la Pakistan Telecommunication Authority (PTA) ha ordinato ai provider locali di servizi Internet di bloccare l’accesso al popolare sito. Il motivo? Youtube diffonderebbe video dal “contenuto blasfemo” che danneggiano l’immagine dell’Islam.

In particolare, a toccare la sensibilità del governo pakistano sarebbe stato il trailer dell’ultimo film di Geert Wilders; nelle brevi sequenze inserite su Youtube, infatti, l’Islam viene definita una religione violenta, soprattutto nei confronti delle donne e degli omosessuali. Ma a scatenare la furia censoria del governo pakistano pare siano stati anche alcuni video in cui appaiono le famigerate vignette su Maometto ripubblicate dai giornali danesi.

A causa di un errore, però, il blocco si è allargato a macchia d’olio di Paese in Paese spiazzando Google, propietario di Youtube, che adesso parla di sabotaggio. Ci sono volute due ore per scoprire l’artefice del black-out: il service provider pakistano PCCW, obbedendo alla direttiva della PTA, non permetteva ai suoi clienti di accedere al sito dirottando l’indirizzo IP di YouTube verso i suoi server bloccando così ogni tentativo di accesso al sito. Le informazioni però sono state mandate per errore a tutti gli altri provider nel mondo che inconsapevolmente hanno bloccato anch’essi l’accesso ad Youtube reindirizzando gli utenti nel buco nero creato da PCCW sui suoi server.

Il Pakistan non è l’unico Paese che cerca di censurare la Rete (tra i più noti c’è la Cina, ma anche l’Arabia Saudita, la Bielorussia, la Birmania, la Corea del Nord, Cuba, l’Iran, la Libia, il Sudan, la Siria, la Tunisia e molti altri). Sono molti gli Stati in cui per vari motivi si vuole porre un freno alla libera circolazione di idee e di informazioni permessa da Internet. I più maliziosi sostengono che anche il malriuscito tentativo pakistano di censura sia stato attuato più per motivi politici che religiosi.

E’ probabile, infatti, che l’ordine della PTA fosse in realtà destinato a colpire qualcosa di diverso dall’offesa all’Islam, nella fattispecie una serie di video ritraenti attivisti politici impegnati a compilare schede elettorali. La censura sarebbe, quindi, scattata per bloccare il tentativo di smascherare brogli elettorali in un Paese con una forte instabilità politica che sta attraversando una fase cruciale per la democrazia dopo l’uccisione della leader dell’opposizione Benazir Bhutto.

Di blocco totale di YouTube per “discutibili video non-islamiciparla anche Reporters Sans Frontières che condanna l’iniziativa e sottolinea come “una tale decisione dovrebbe essere presa dai tribunali, e non da una organizzazione sotto diretto controllo del governo“.

Che si tratti di motivi religiosi o politici, la censura è tuttavia da condannare. Questa vicenda, oltre a far correre ai ripari Youtube che si è scoperto vulnerabile, dimostra ancora una volta che la Rete è uno strumento libero e democratico di cui i grandi potentati (economici, politici, ideologici) hanno paura. Questa volta a causa di un grossolano errore il tentativo di censura è stato smascherato e denunciato, spero che in futuro la lotta alla censura non passi esclusivamente attraverso gli errori dei potenziali censori!!! ;-)

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