Posts Tagged ‘rai’
Mike Bongiorno, un mito o un personaggio negativo?

Il blog riprende la sua attività dopo la prolungata pausa estiva parlando di un avvenimento spiacevole: la morte di Mike Bongiorno.
Il popolare presentatore rappresenta in un certo senso tutta la televisione italiana e ha fatto parte in maniere significativa di della quella grande macchina che i sociologi della comunicazione chiamano “industria culturale”.
Giornali, riviste, quotidiani, siti e blog fanno a gara in questo momento nel raccontare aneddoti che lo riguardano, nel ricostruire la sua storia, nello scavare nei momenti più belli della sua vita. Ed è giusto che adesso sia così.
Si parla del suo arrivo in Italia, di quando era un partigiano poco più che adolescente, della sua detenzione avvenuta per mezzo dei nazisti, di quando in carcere incontrò Montanelli e naturalmente di tutta la sua vita.
Si parla ovviamente dei suoi programmi, delle vallette, delle sue celebri gaffe, del suo finto antagonismo con Pippo Baudo, dei suoi successi e della sua carriera. Ci sono gli inizi in bianco e nero alla Rai, la fondazione di Canale5 insieme a Silvio Berlusconi, le televendite, l’amicizia con Fiorello e tutto il resto.
Si parla anche, in misura minore e con toni per lo più entusiastici, del suo ultimo passaggio a Sky dove il presentatore avrebbe dovuto vivere una seconda giovinezza dopo che Mediaset lo mise da parte con poca riconoscenza.
Ma chi è stato veramente Mike Bongiorno? Ci sono opinioni discordanti a proposito. È stato colui che ha contribuito per la sua parte ad alfabetizzare l’Italia nel dopoguerra o uno dei personaggi che ha contribuito di più imbarbarimento della cultura italiana attraverso la TV? Un ignorante che della sua ignoranza ha fatto un’arma vincente oppure un grande professionista che sapeva bene come muoversi?
È stato un maestro di vita per tutti oppure colui che con le vallette mute ha dato il via a un velinismo ante litteram? È stato colui che ha dato un forte contributo al successo di Berlusconi (nel ’94 fece uno spot in diretta per appoggiare la candidatura del Cavaliere) oppure è stato un grande intrattenitore che non prese mai una posizione? È stato colui che ha imposto il modello culturale della TV commerciale basato sul marketing oppure è stato un esempio per tutti noi?
Le domande sono tante e ciascuno si sarà fatto una sua opinione. Di sicuro l’identità di Mike Bongiorno è strettamente legata alla televisione italiana e, dunque, l’opinione che ognuno di noi avrà di lui dipende dalla considerazione che si ha di questo mezzo.
Di sicuro, però, tutti si ricorderanno di Mike perché – nel bene o nel male – rappresenta la storia della TV italiana. Anche quelli che, immersi nella musica del loro iPod o assorti nei video di Youtube, poco hanno a che fare con questo personaggio non potranno fare a meno di confrontarsi con lui se vogliono capire la TV e l’universo culturale italiano.
Che ne pensate?
Canone RAI, forse verrà abolito (almeno ridotto)!!!

Un po’ di tempo fa su questo blog si è parlato di canone RAI. Il dibattito riguardava principalmente la sua abolizione. Vi sintetizzo il discorso: Perchè la TV pubblica, oltre a prendere i soldi del canone, contiene pubblicità (leggi problema dell’auditel e quindi della qualità dei programmi)?
Lo scopo delle reti pubbliche, infatti, non è quello di confrontarsi con le TV private perché, in quanto prive di pubblicità e pagate dai cittadini, le TV pubbliche devono fare quello che si chiama appunto “servizio pubblico”. Se una TV pubblica concorre con quella commerciale (come nel caso della RAI) non se ne vede la differenza. In entrambe ci sarà la corsa all’auditel, ci saranno programmi spazzatura attira auditel, ci sarà poco spazio per programmi di cultura e approfondimento, ecc…
Se la RAI concorre con Mediaset sul campo degli ascolti deve, ad esempio, rispondere a programmi quali il Grande Fratello con l’Isola dei Famosi, a Maria De Filippi con Alda Deusanio… dov’è il servizio pubblico in tutto ciò?
Alllora, o si toglie il canone e quindi si giustifica in pieno la vocazione commerciale della RAI, oppure “mamma RAI” diventa sul serio erogatrice di prodotti di “servizo pubblico”. In questo caso occorrerebbe eliminare del tutto la pubblicità e il palinsesto dovrebbe concentrarsi prevalentemente su programmi di qualità (culturali, di approfondimento, di intrattenimento, di utilità pubblica, ecc.). Questo perchè non sarebbe più necessario concentrarsi sulla quantità degli ascoltatori per via degli inserzionisti pubblicitari (ma solo sulla qualità dei programmi).
Per quale motivo vi ho raccontato tutta questa storia? Perché è notizia di questi giorni (QUI e QUI) che il PDL depositerà in Senato un disegno di legge per rivedere al ribasso la quota d’abbonamento e la Lega vorrebbe addirittura che si eliminasse del tutto. Insomma, tra chi voleva combattere gli evasori e mantenere solo il canone e facendo della RAI una sorta di BBC italiana (magari riducendo il numero di canali) e chi voleva aumentare il tetto pubblicitario eliminando il canone, forse hanno vinto questi ultimi.
E’ il senatore del PDL Alessio Butti il primo firmatario della proposta di riduzione del canone ed è Davide Caparini della Lega a proporre addiruttura l’abolizione: “Il canone di abbonamento della RAI è diventato una vera e propria tassa di possesso sulla televisione, un balzello antiquato ed iniquo che non ha motivo di esistere anche in virtù del maggiore pluralismo indotto dall’ingresso sul mercato di nuovi editori e dell’apporto delle nuove tecnologie“.
La battaglia anti-canone della Lega non è solitaria: suo alleato (involontario) è Beppe Grillo, che in più d’una circostanza ha sostenuto anch’egli la necessità di disfarsi dell’imposta per il servizio pubblico radiotelevisivo. E al fianco della Lega c’è pure l’Aduc, l’associazione per i diritti degli utenti e dei consumatori che ha raccolto al tal fine 200mila firme.
Alessio Butti, invece, è contrario alla totale abolizione: “Oggettivamente il canone è molto elevato. Ma è un’imposta e come tale va pagata. Piu’ che l’abolizione, quindi, è possibile immaginare una riduzione, prima per le fasce più deboli e poi, in un secondo momento, generalizzata“.
Su un fronte Caparini e Butti sono d’accordo: sulla enorme quantità di italiani che evadono il canone. Una evasione che in qualche modo viene compresa, se non giustificata, perché avviene a fronte di “un’imposta ingiusta“, territorialmente e socialmente, anche perché colpisce indiscriminatamente, indipendentemente dal reddito, dall’età e dall’utilizzo, e in particolar modo le fasce più deboli della popolazione.
A me piacerebbe di più avere una RAI come la BBC, con approfondimenti giornalistici e culturali, documentari, ecc…
Staremo a vedere…
Travaglio e Schifani: la Costituzione, il contraddittorio e la censura!!!
Molti politici (in egual misura a destra e a sinistra) hanno attaccano duramente Marco Travaglio per aver raccontato degli episodi rigurdanti la vita del neo presidente del Senato, il siciliano Renato Schifani, durante la trasmissione di Fabio Fazio “Che tempo che fa”. Lo stesso Fazio si è scusato in diretta per quanto accaduto.
La cosa che ha fatto scalpore facendo montare le polemiche è che le frasi di Travaglio si siano riferite proprio al Presidente del Senato, per di più in una trasmissione mandata in onda sulla televisione di servizio pubblico e per giunta senza contraddittorio. Nello specifico si contesta a Travaglio di aver parlato di presunte vicinanze con ambienti mafiosi di Schifani [Travaglio ha citato una pagina del libro "Se li conosci li eviti", in cui si riportano i " curricula" di tutti i politici].
Nel video ad inizio post trovate l’intervista, QUI la pagina del libro citata in TV da Travaglio. Credo, tuttavia, che in qualsiasi modo la si pensi su Schifani e su tutta la vicenda, sia necessario tener presente almeno tre cose fondamentali:
-
L’articolo 21 della Costituzione recita: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure“. La RAI non fa eccezione!!!
-
La seconda carica dello Stato è prima di tutto un cittadino e secondo l’articolo 3 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali“. Schifani compreso!!!
-
Un giornalista che cita episodi specifici non ha bisogno di alcun contraddittorio. Si sta parlando di fatti, non di questioni opinabili o tali da poter essere messi in discussione. Come ha scritto nel suo blog Antonio Di Pietro (uno dei pochi politici a non essersi unito al coro delle polemiche nei confronti di Travaglio), seguendo questa logica si avrebbe che ogni qual volta un giornalista “riporti la cronaca di una rapina, si dovrebbe ascoltare anche la versione del rapinatore“.
Fondandomi su questi tre assunti vorrei “schierarmi” dalla parte di Travaglio, reo soltanto d’aver fatto il suo dovere di giornalista (nei confronto del Presidente del Senato, in RAI e senza l’irragionevole contraddittorio).
RAI e Mediaset: tutti contro Di Pietro. Perchè?

La campagna elettorale è alle prime battute e ancora si stanno definendo le alleanze, ma il clima pacato e disteso che Berlusconi e Veltroni hanno promesso ha rischiato per un attimo di cedere il passo alle solite accuse e alle solite polemiche. A dar fuoco alla miccia è stato Antonio Di Pietro che nel suo blog commentando le frasi di Berlusconi su Enzo Biagi e l’editto bulgaro pronunciate davanti al direttore del TG1 Gianni Riotta che non ha fatto una piega e non ha replicato (QUI), ha lanciato una proposta che io ritengo di buon senso, ma che su tutti i TG è passata come il peggiore dei mali.
Sulla proposta hanno avuto la parola politici, opinionisti, direttori di TG e quant’altri… tutti si sono sentiti in dovere di dire qualcosa. Nel marasma generale, però, si è persa di vista quello che è l’oggetto del contendere, la proposta di Di Pietro che quasi nessuno ha chiarito e spiegato agli spettatori. Cerchiamo di fare chiarezza:
- una sola televisione pubblica senza pubblicità, pagata solo dal canone e sottratta all’influenza dei partiti;
- esecuzione sentenza europea su Europa 7 e spostamento di Rete4 sul satellite;
- limite di una sola rete televisiva per i concessionari privati (anche per Mediaset).
Andiamo per ordine:
1) Quante volte si è parlato di lottizzazione e di RAI politicizzata? Quante volte ci si è lamentati di programmi scadenti o non riconducibili al servizio pubblico pagato dal canone? Quante volte ci si lamenta della pubblicità all’interno di canali di servizio pubblico? Quante volte si è parlato della continuo rincorrersi di RAI e Mediaset in funzione degli ascolti a discapito della qualità dei programmi?
Tutto questo potrebbe risolversi semplicemente riducendo la RAI ad una sola rete finanziata solo dal canone e per questo priva di pubblicità (il canone per mantenere 3 reti sarebbe troppo alto). I contenuti sarebbero solo di servizio pubblico (documentari, informazione, approfondimento politico, ecc…), una sorta di BBC italiana.
2) Sul caso Europa7 c’è poco da discutere. Ecco i fatti in sintesi:
-
Dal 1994 la Corte costituzionale (sentenza n. 420/94) intima a Fininvest di cedere una rete o di spedirla su satellite. Berlusconi perde tempo e tergiversa finché la legge Maccanico (n. 249 del 31 luglio 1997) concede a Rete4 una proroga pressoché illimitata. Nel 1999, Europa7 vince la concessione delle frequenze su cui trasmette abusivamente Rete4 che tuttavia continua a occupare le frequenze come se nulla fosse.
-
Nel 2002, la Corte costituzionale con la sentenza 466/02, ribadisce quanto affermato nel 1994, cioè che nessun privato può possedere più di 2 frequenze televisive (fissa così il tetto massimo di due reti per Fininvest diventata Mediaset e le dà tempo fino al 31 dicembre 2003 per mandare Rete4 sul satellite). Berlusconi con il decreto legge “Salva Rete4” (del 23 dicembre 2003) e la legge Gasparri del 2004 chiudono la partita sostenendo che quando arriverà il digitale terrestre (previsto nel 2006) sbocceranno talmente tanti canali da rendere inutili le sentenze della Corte costituzionale sul pluralismo. La successiva legge Gentiloni non cambia nulla in proposito e si limita a spostare il digitale terrestre al 2012 rinviando a tale data la questione di Europa7 che già dal 1999 avrebbe dovuto trasmettere al posto di Rete4.
-
Intanto, il 19 giugno 2007, il commissario europeo per la Concorrenza mette in mora il governo italiano perché modifichi subito la Gasparri (che consente l’accesso al digitale solo a Rai e Mediaset) e annuncia la procedura d’infrazione contro l’Italia. Investito da Europa7, il Consiglio di Stato chiede alla Corte di Lussemburgo se le regole italiane siano legittime. La Corte, il 31 gennaio 2008, risponde che sono illegittime (la Maccanico, la Gasparri e implicitamente anche la Gentiloni) proprio perché consentono a Rete4 di trasmettere a discapito di Europa7, pertanto il Consiglio di Stato dovrà risarcire Europa7 per i mancati introiti e per le frequenze negate.
-
Il Commissario per la Concorrenza ha annunciato recentemente che questa è anche la posizione UE: se nel 2009 l’Italia non cambierà sistema, si beccherà una multa di 350-400 mila euro al giorno, con effetto retroattivo dal 2006. Cioè, gli italiani pagheranno alla UE e a Europa7 cifre da capogiro perché tutti i governi, dal 1994 a oggi, hanno favorito Berlusconi. A questo punto, attendere il Consiglio di Stato (che dovrà applicare la sentenza di Lussemburgo) o appellarsi all’ormai inutile legge Gentiloni (superata dalla sentenza di Lussemburgo) non sarebbe una genialata. Eseguire le sentenze della Consulta e della Corte europea non è fare un favore a Di Pietro o un dispetto a Berlusconi, ma è un dovere!!!
3) Visto che siamo in una condizione di oligopolio (se non di duopolio), togliere due reti alla RAI e lasciarne 2 a Berlusconi (sempre che Rete 4 vada sul satellite) o a qualsiasi altro imprenditore sarebbe un vero e propio regalo che avrebbe ripercussioni anche sulla libertà di informazione (che passa attraverso il pluralismo). Finchè la maggior parte della gente continuerà a fruire della TV attraverso l’etere, quindi, è necessario fare in modo che le frequenze (che per altro sono in numero limitato) siano assegnate al maggior numero possibile di soggetti. E’ in quest’ottica che si collocaca la terza proposta di Di Pietro. Le frequenze, infatti, sono dello Stato (non di Berlusconi) che le assegna in concessione a chi ritiene più opportuno e con le modalità che preferisce. Beppe Grillo, ad esempio, ha fatto sapere che se la proposta di Di Pietro va in porto, vorrebbe comprare RAI3 attraverso una raccolti fondi tramite il suo blog. Al contrario di quanto si è detto, nessun lavoratore di RAI e Mediaset perderebbe il posto di lavoro perché le reti andrebbero sul satellite e quindi chi ci lavora continuerebbe a lavorarci, oppure sarebbero vendute ad altri imprenditori che continuerebbero a fare TV.
Che ad accusare Di Pietro e a sollevare polemiche siano Berlusconi e i suoi, non stupisce (d’altra parte è il loro mestiere), a me ha colpito particolarmente l’atteggiamento dei 3 direttori dei TG della Mediaset che si sono coalizzai nell’attaccare Di Pietro e per gettare benzina sul fuoco contribuendo a confondere le idee ai loro ascoltatori e infischiandosene della deontologia professionale e dell’obiettività dell’informazione. Così i tre direttori sono apparsi in video (cronologicamente: Giorgio Mulé, direttore di Studio aperto alle 18.30; Emilio Fede, Tg4, alle 19; Clemente J. Mimun, TG5, alle 20) con tre editoriali. Ognuno con il suo stile: tagliente Mulè, irridente Fede, pragmatico Mimun. Tutti e tre d’accordo (si erano telefonati): Veltroni deve essere chiaro e prendere le distanze da Di Pietro. E poi dicono che grazie a questi 3 TG contrapposti a quelli della RAI (politicizzati) in Italia c’è maggiore pluralismo nell’informazione…
Inoltre, mi ha colpito l’atteggiamento dei politici del Partito Democratico o comunque avversari a Berlusconi. La Sinistra Arcobaleno, ad esempio, ha preso le distanze dal programma dell’Italia dei Valori sull’informazione. Sergio Bellucci (Rifondazione comunista) ha detto: “Lo spazio pubblico delle comunicazioni è un bene comune che appartiene a tutti i cittadini. Per questo deve essere difeso e valorizzato contro ogni tentativo di ridimensionamento o depotenziamento. Le proposte di Di Pietro in materia di comunicazione sembrano al momento troppo vaghe per prestarsi a una vera discussione. Aspettiamo di conoscere il programma del Pd per confrontarci su proposte concrete“.
Marco Follini, responsabile delle politiche dell’informazione del PD ha così risposto: “La posizione del Pd in materia di informazione è contenuta nei due disegni di legge che giacciono in Parlamento. Il nostro obiettivo è portarli a buon fine. Punto. È ovvio che tutti coloro che saranno candidati sottoscriveranno il programma della coalizione“.
Lo stesso Veltroni ha precisato: “Il programma del PD sarà realizzato e sottoscritto anche da Di Pietro. Le cose che si dicono lì, sono quelle che valgono. Nessuno si alzerà per dire no”. Lascia così poco spazio a equivoci l’ex sindaco di Roma che frena la proposta del leader dell’Idv (sul programa del PD, infatti, non c’è traccia di nessuno dei 3 punti proposti da Di Pietro).
Che abbia ragione Grillo quando dice che Veltroni e Berlusconi sono fratelli gemelli, chierichetti che servono la stessa messa!!!
Mastella blocca una fiction antimafia, perchè?

Graziella Campagna
Il nostro Ministro della Giustizia, Clemente Mastella, ne ha combinata un altra delle sue. Non gli è bastatao tutto il polverone sollevato con le vicende che riguardano lui e il giudice De Magistris (QUI una ricostruzione fatta da Marco Travaglio), adesso se la prende pure con le fiction. Ma veniamo ai fatti…
Lunedì 27 novembre sarebbe dovuta andare in onda su RAI1 una fiction antimafia (l’ennesima) dal tittolo “Una vita rubata“. La storia raccontata è quella di Graziella Campagna , una ragazza siciliana di 17 anni che lavorava come stiratrice in una lavanderia di un paesino in provincia di Messina per aiutare economicamente la famiglia. Un boss mafioso latitante un giorno ha dimenticato un’agendina nella tasca della giacca lasciata in lavanderia. Graziella scoprì così che quello che tutti in paese conoscevano come l’ingegnere Cannata, altro non era che il boss Gerlando Alberti, nipote dell’omonimo boss di Palermo. Il mafioso, per paura di essere scoperto decide di eliminare la ragazza.
La sera del 12 dicembre 1985 Graziella non tornò a casa. Qualche giorno dopo il suo cadavere è stato trovato a pochi chilometri di distanza dal paese, con il volo sfigurato e il corpo crivellato di colpi. L’indagine è durata 20 anni, fra inchieste stoppate e procedimenti giudiziari annullati. Il processo si concluse nel dicembre 2004 con la condanna all’ergastolo di Alberti e del suo complice Giovanni Sutera.
Gerlando Alberti solo dopo un anno e mezzo tornò in libertà perché i giudici della Corte d’assise non depositarono entro i termini stabiliti le motivazioni della sentenza di condanna e quindi venne annullata per decorrenza dei termini la custodia cautelare. Alberti, infatti, rimasto in cella per altri reati, ha lasciato il carcere perché avendo già scontato una condanna per traffico di droga e potendo beneficiare dell’indulto per gli altri reati di cui è stato ritenuto colpevole torna un uomo libero. La vicenda suscita scalpore e il ministro Mastella nel settembre 2006 invia gli ispettori, che dopo alcuni mesi archiviano il caso sul magistrato che era stato accusato di avere ritardato il deposito delle motivazioni della sentenza (QUI e QUI per saperne di più).
La Rai ha stoppato per ora la messa in onda della fiction su segnalazione dello stesso Mastella. Secondo il Ministro, infatti, la messa in onda della fiction “avrebbe potuto turbare la serenità dei giudici della Corte d’Assise di Appello che dal 13 dicembre si riuniranno in udienza proprio per il processo che riguarda l’assassinio di Graziella Campagna“.
Anche se si fosse trattato di un documentario-inchiesta, ma ancor più che si tratta di una fiction, non si comprendono i motivi che hanno spinto il Ministro della Giustizia a chiederne la sospensione. La storia di Graziella Campagna è stata scritta sui giornali, approfondita e conosciuta dalla tv italiana ed è difficile che possa portare ad una turbativa per l’udienza di appello il 13 dicembre. Che il Ministro abbia invece paura che la fiction possa riportare nelle prime pagine di giornale le tristi vicende relative all’inutile indulto che ha dato la libertà a migliaia di delinquenti? Oppure che abbia paura di essere accusato di non aver saputo agire concretamente dopo aver inviato gli ispettori?
Non si spiega, infatti, come mai Mastella si sia scagliato propio contro questa ficton e non contro tutte le altre che affrontano il tema della mafia o temi legati all’attulità. Come fa notare il giallista Carlo Lucarelli: “Si tratta di un brutto precedente. In base a questo principio non potremmo fare fiction su quasi niente. Paradossalmente, anche la fiction “Il capo dei capi” dovrebbe essere sospesa“.
Il fratello di Graziella Campagna, parlando della vicenda si è detto tupito del fatto che Mastella fosse intervento solo ora per vietare la messa in onda della fiction e ha poi detto: “Mi chiedo dov’era il ministro della Giustizia Mastella quando il giudice della Corte d’assise di Messina ha ritardato il deposito della sentenza di condanna di Gerlando Alberti, accusato della morte di mia sorella, consentendo in questo modo la sua scarcerazione“.
Insomma, la povera Graziella è stata uccisa tre volte: dai colpi di arma da fuoco, dalla negligenza (forse voluta) dei giudici e dall’indulto che hanno fatto uscira dal carcere il suo aguzziono e adesso dallo stop alla messa in onda di questa fiction che avrebbe fatto conoscere a tutta Italia la sua storia e le torbide vicende che coinvolgono mafia e poteri.
In un Paese normale sarebbero già stati cacciati sia Mastella (che forse non sarebbe mai diventato ministro) sia il direttore generale della RAI. In Italia, invece, dove informazione e poteri sono strettamente legati e dove la politica perde sempre più aderenza con la realtà diventando sempre più una questione di poltrone, si nascondono i fatti e si lasciano impuniti i colpevoli (sia degli omicidi e sia degli insabbimenti dell’informazione).