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Privacy. Siamo malati di Internet, esiste una medicina?

Anche se negli ultimi mesi – per vari motivi – il tempo per aggiornare il blog è sempre di meno, quando ho un secondo cerco di scrivere un nuovo post. Questa volta prendo spunto dalle parole che il Garante per la protezione dei dati personali, Francesco Pizzetti, ha pronunciato lo scroso 23 giungo durante la consueta relazione annuale al Parlamento.
L’umanità si proietta sempre più nel mondo informatico che tende a proporsi quasi come un’alternativa al mondo percepito con i cinque sensi. Telefoni di ultima generazione, smartphone e tablet – strumenti che ormai ci accompagno in ogni momento della nostra giornata – si configurano sempre più come un supporto supplementare per tutte le nostre attività. Ci aiutano dalle operazioni più semplici come fare i conti della spesa al supermercato, sino a guidarci nel cammino indicandoci il percorso da seguire grazie alle applicazioni GPS. Per di più, ci permettono di essere sempre connessi alla Rete sfruttando in tempo reale l’immenso bacino di informazioni e di conoscenze offerto dal Web.
In pochi decenni Internet è diventata un’infrastruttura da cui dipendono non solo la comunicazione mondiale, ma anche le transazioni economiche di tutti i settori, il trasferimento e la conservazione dei dati, la comunicazione politica e addirittura – come si è visto nei recenti episodi accaduti in nord Africa – il successo dei moti insurrezionali. La Rete sta diventando, dunque, la spina dorsale della società moderna.
Quella che fino a poco tempo fa chiamavamo “rivoluzione digitale” si è trasformata ormai in quotidianità: il nostro modo di vivere è cambiato e il peso della Rete in ambito culturale, politico, sociale ed economico acquista sempre una rilevanza maggiore.
Vista la portata del fenomeno, il Garante Pizzetti si è soffermato molto sul rapporto tra nuove tecnologie e riservatezza: una privacy messa sempre più in pericolo da quelli che sono ormai i nostri migliori amici, gli smartphone. Questi dispositivi, da cui difficilmente ormai ci si separa, ci rendono tutti simili a un moderno ‘Pollicino‘ “che ha in tasca il suo sacchetto di sassolini bianchi che escono uno ad uno per segnarne gli spostamenti”. Così ha icasticamente descritto la questione della riservatezza il Garante per la privacy.
Se fino a un paio di decenni fa il timore era di vedere ingiustamente invasa la propria vita e controllati i propri comportamenti e quelli dei propri cari, oggi la prospettiva si è capovolta: l’esposizione di sé e delle proprie relazioni è molto diffusa sui blog e sui social network, tanto da diventare quasi la normalità.
“I rischi connessi agli smartphone e alle loro applicazioni derivano essenzialmente dal fatto che i nostri telefonini – spiega Pizzetti – sono costantemente localizzati, e che il gran numero di dati e di informazioni in essi contenuti, dalle rubriche telefoniche all’agenda, dalle foto alle annotazioni, possono essere conosciuti, trattati, conservati, utilizzati da soggetti dei quali non abbiamo consapevolezza né controllo“. E poi il Garante ha aggiunto: “Viviamo nel mondo della autoesposizione e della trasparenza globale che sta diventando, senza che ce ne accorgiamo, quello del controllo globale“.
Insomma, avere la possibilità di essere sempre connessi a Internet è qualcosa che quasi sovverte il nostro modo di pensare e di agire, ma si tratta di una realtà molto complessa. È un importante fenomeno sociale che incide profondamente sulla nostra vita; occorre, quindi, utilizzarlo con attenzione. Non a caso, Pizzetti in un passaggio del suo intervento dice che nell’utilizzo di questi strumenti servirebbe una “informativa di rischio” simile a quelle utilizzate per i farmaci, una sorta di bugiardino in cui si descrivono modalità di utilizzo, tempi di somministrazione, pro e contro.
Insomma, siamo malati di Web e l’unico farmaco è l’utilizzo consapevole dei nuovi strumenti di comunicazione.
Google e Verizon. Altro che Net Neutrality, questa è Not Neutrality!!! :-)
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Facciamo un gioco molto semplice. Se dico Google cosa vi viene in mente? Alla maggior parte di voi si sarà sicuramente materializzata nella mente la famosa pagina Web da cui iniziare la navigazione; ai più avvezzi con il mondo del marketing e della pubblicità sarà venuto in mente AdWords, il rivoluzionario sistema di pubblicità mirata; gli appassionati di paesaggi e scenari urbani avranno pensato al servizio Street View; molti avranno pensato a YouTube.
Quasi nessuno avrà pensato all’enorme capitale economico accumulato da Google ogni anno, agli accordi che Google sottoscrive per cercare di controllare i mercati delle reti telefoniche di nuova generazione, alle beghe che la società ha con Authority e tribunali in tutto il mondo per problemi legati a concorrenza e privacy.
Spesso si dimentica, infatti, che Google è un’impresa che opera in un mercato globale il cui scopo è – come quello di tutte le attività economiche – quello di fare cassa. A questo scopo mette in atto azioni che – seppur non interferiscono con la filosofia aziendale dell’eccellenza nel settore e della piena soddisfazione degli utenti – ogni tanto ci lasciano perplessi. L’ultima “cattiveria” commessa da Google (e forse la più grave) è rappresentata dall’accordo siglato con Verizon (QUI), uno dei maggiori operatori mobili degli Stati Uniti, per una proposta legale che regoli i metodi di trasmissione dei dati online, uno scacco alla cosiddetta Net Neutrality.
In linea teorica, infatti, un operatore di telecomunicazioni non dovrebbe privilegiare determinati servizi o applicazioni sulla propria rete perché tutti i dati – per un principio di equità e neutralità – devono avere lo stesso trattamento al fine di evitare che determinate informazioni percorrano delle corsie preferenziali a discapito di altre: questa è la Net Neutrality.
Ma che c’entra Google con l’idea di una rete neutrale che sia priva di restrizioni arbitrarie sui dispositivi connessi e sul modo in cui essi operano? C’entra perché il celebre motore di ricerca, presentando insieme a Verizon un documento che, di fatto, viola il principio di neutralità della Rete, si è inimicato varie associazioni che sostengono i diritti di Internet e la libertà di espressione, nonché gli utenti stessi. Vedere a fine agosto, per la prima volta dalla sua fondazione (1998), un sit-in di protesta davanti alla sede di Google, per di più fatto di persone che urlavano slogan in difesa di Internet, ha fatto davvero un certo effetto.
Sotto il titolo “Una proposta comune di policy per una rete aperta“, i due colossi della telecomunicazione (Google e Verizon) – fingendo di lavorare congiuntamente per far sì che gli utenti possano accedere ai servizi alle condizioni migliori, salvaguardando al tempo stesso la neutralità delle reti – hanno proposto di trasformare Internet in un sistema a più velocità. Gli utenti, infatti, secondo il modello indicato nell’accordo, potrebbero fruire meglio e a maggiore velocità di servizi e contenuti forniti dalle aziende che pagano gli operatori per questo scopo.
Viene da pensare che le due società – che allo stato attuale rappresentano la dorsale su cui viaggiano buona parte dei servizi Web (uno fornisce connettività l’altro i servizi) – vogliano fruttare l’esplosione dei servizi Web in mobilità e vogliano ripagarsi degli sforzi messi in atto nella realizzazione di una Rete superveloce (secondo gli impegni presi col Governo americano). Lo scopo è ovviamente quello di massimizzare i profitti.
Sembra proprio il tentativo di trasformare quella che è oggi una grande via di comunicazione libera in un’autostrada a più corsie in cui sono gli operatori a stabilire i limiti di velocità per ciascun contenuto in base al pedaggio pagato.
Ecco dunque che, secondo quanto propone il documento Google-Verizon, la neutralità della rete verrebbe ufficialmente abolita per i servizi che viaggiano su rete mobile col pretesto che il mercato dei servizi in mobilità è ancora in via di definizione. Si permetterebbe, inoltre, di far sì che i servizi online addizionali offerti dagli operatori possano tranquillamente migrare su una rete a parte più veloce ed efficiente, al contrario di quanto avviene oggi. Questo significa che un’abbondante porzione di quello che sul Web è a pagamento avrebbe nella rete un canale privilegiato a discapito di tutto il resto.
Insomma, se i principi esposti nel documento fossero applicati si creerebbe un Internet dove più si paga e più si andrà veloci. Altro che Net Neutrality, in questo caso si potrebbe parlare di Not Neutrality!
Facebook e gli omosessuali, altro che privacy!!! ;-)

Il problema della privacy in Facebook è molto dibattuto. Involontariamente e senza esplicito consenso potrebbero infatti essere divulgati dati che non si vuole rendere pubblici.
La possibilità di connettersi e condividere file e informazioni con gli amici sta alla base del social networking e ne costituisce il punto di forza. Se, però, si rischia di rivelare anche a gente sconosciuta e magari interessata per fini commerciali o per altri fini a informazioni che ci riguardano (soprattutto quelle più riservate), i social network possono diventare una trappola infernale.
Alcuni ricercatori del MIT, ad esempio, hanno messo a punto un software detto “Gaydar” che è in grado di stabilire se un soggetto è omosessuale. Gaydar, infatti, è un termine gergale che indica la capacità mentale di un gay di individuare altre persone con le stesse preferenze sessuali. In pratica questo software è in grado di analizzare la rete dei contatti di un soggetto e – in base all’orientamento sessuale dichiarato dei contatti – ne prevede l’orientamento sessuale (QUI).
Naturalmente i risultati dell’analisi non garantiscono la certezza e, anzi, spesso sono stati errati. Il solo fatto però, che sia stato possibile realizzare un software del genere lascia perplessi. Con tecniche simili si possono, ad esempio, analizzare le relazioni sui social network per stabilire l’orientamento politico di una persona o per capire indirettamente a quale fascia di reddito appartiene. Dati che molto spesso con molta difficoltà vengono rivelati volontariamente online.
È questo, allora, il prezzo da pagare per mantenere costantemente i contatti con amici e per condividere passioni, informazioni, file con un gruppo di persone a noi affini? Se il prezzo da pagare è l’abbattimento della privacy, a questo punto non sarebbe meglio ritornare ad usare il telefono!
Che ne pensate?
In inghilterra tutti gli adolescenti saranno schedati per università e imprese

A quanto pare in Inghilterra il “Grande fratello” piace molto, tanto da realizzare una sorta di controllo generale su tutti i teenager. A breve, infatti, tutti i giovani inglesi con più di 14 anni saranno “schedati” perché i loro dati saranno memorizzati in un grande archivio elettronico consultabile online (ovviamente non da tutti indistintamente). A darne notizia è il “Times” di Londra (QUI) anticipando l’annuncio ufficiale che con molta probabilità giungerà entro questa settimana.
Sarà costituito un database elettronico contenete, oltre ai dati personali, anche tutte le informazioni inerenti all’intero percorso scolastico/formativo di ogni singolo giovane (comprese eventuali espulsioni dagli istituti e l’eventuale cattiva condotta). La finalità è quella di dare alle università o ai possibili datori di lavoro delle notizie più dettagliate possibili sui ragazzi con cui vengono a contatto (solo istituzioni accademiche e imprese, infatti, potranno avere accesso al grande archivio elettronico).
La notizia ha subito sollevato delle polemiche e i pareri sono contrastanti. Il rischio è che i dati sensibili di questi ragazzi (che saranno identificabili a vita grazie ad un codice personale) finiscano più o meno involontariamente in mani sbagliate oppure che imprese e università ne facciano un uso improprio. C’è chi sostiene, invece, che il database elettronico sarà uno strumento in grado di aiutare i ragazzi ad inserirsi nel mercato del lavoro o ad avere accesso alle università e nient’altro.
L’iniziativa del premier britannico, tuttavia, non piace all’opposizione, né agli insegnanti, né ai genitori e nemmeno alle organizzazioni per i diritti umani che non solo non ne vedono la necessità, ma ritengono che la privacy di milioni di adolescenti possa essere compromessa a causa di questo sistema di “schedatura”.
Personalmente ritengo inopportuno e iniquo fare in modo che i selettori sappiano già tutto (magari anche qualche piccola marachella adolescenziale che andrà a compromettere l’esito del colloquio) su un giovane candidato. Penso, infatti, che ciascuno debba poter concorrere alla pari con gli altri concorrenti evitando che chi sceglie i candidati si formi preventivamente dei preconcetti o dei pregiudizi consultando l’archivio elettronico. C’è in ballo, inoltre, anche la questione della tutela della privacy che è molto delicata…
Probabilmente l’idea premier britannico, Gordon Brown, è quella di semplificare il rapporto tra i giovani e le imprese/università, ma credo che la creazione di questo enorme database in molti casi possa invece rendere questo rapporto ancora più complesso di quanto già non lo sia…
Voi che ne pensate?
