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Calcio e lotta alla Mafia, ad Agrigento dedicata vittoria a un boss

Gioacchino Sferrazza
Che in Sicilia stia avvenendo un lento, ma significativo cambiamento culturale nella lotta alla Mafia è indubbio. Lo dimostrano le tante associazioni che nascono per arginare il fenomeno del “pizzo” e della criminalità organizzata e le tante manifestazioni di solidarietà, di protesta e di indignazione che si registrano in occasione degli anniversari delle grandi stragi di Mafia.
Eppure c’è ancora qualcosa che frena questo processo di cambiamento. La strategia mafiosa è chiaramente cambiata ed è finito il tempo dei grandi attentati, ma – nonostante il silenzio – la sua presenza si fa ancora pesantemente sentire. C’è lo dimostrano piccoli episodi che, però, ci dicono molto della realtà siciliana.
Uno di questi episodi è rappresentato dalla vittoria che il presidente della squadra “Akragas Calcio” ha dedicato ad un boss mafioso arrestato qualche giorno prima (il 17 settembre).
Gioacchino Sferrazza, presidente della piccola squadra di Agrigento, dopo la strabiliante partita di ieri finita 5-0 contro un’altra squadra locale, dai microfoni di un’emittente radiofonica ha espresso solidarietà nei confronti di quello che ha definito un “amico fraterno”, Nicola Ribisi. A lui ha dedicato la vittoria domenicale della sua squadra.
Peccato che Nicola Ribisi sia stato arrestato dalla Polizia di Agrigento con l’accusa di associazione mafiosa in quanto nuovo capo della Mafia di Palma di Montechiaro (AG). Davanti alle proteste dei cronisti increduli, però, il presidente dell’Akragas si è infuriato e ha imposto ai giocatori e all’allenatore il silenzio stampa. Sfrerazza ha anche ribadito la sua vicinanza a Ribisi e ha spiegato di non riuscire a capire per quale motivo non potesse dedicare una vittoria ad un caro amico.
Il presidente dell’Akragas è titolare, insieme al fratello ed ad altri familiari, di una catena di negozi che vendono dai giocattoli agli articoli da regalo. L’ipotesi è che – in un contesto dove ogni attività commerciale debba in qualche modo fare i conti con la Mafia – Gioacchino Sferrazza volesse platealmente dimostrare la sua vicinanza alla famiglia mafiosa che, più o meno direttamente, può condizionare le attività e gli introiti dei suoi negozi.
Per il questore di Agrigento, Girolamo Di Fazio, questo episodio è molto grave perché potrebbe influenzare negativamente i giovani visto che “tende a dare valore a chi invece valore non ha”. La Procura di Agrigento, come ha spiegato il procuratore, Renato Di Natale, sta invece valutando se aprire un’inchiesta. Il consigliere comunale di Agrigento Giuseppe Arnone ha intanto chiesto al Comune e alla Provincia di interrompere qualunque rapporto di sponsorizzazione con la società calcistica finché sarà presieduta da Sferrazza (QUI).
“La mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine”, aveva detto Giovanni Falcone in una delle ultime interviste. Episodi come questo, per quanti piccoli e marginali, dimostrano come – nonostante tutti i progressi che si stanno facendo per sconfiggere questo fenomeno – ci siano sacche di resistenza che remano contro il cambiamento.
Speriamo che in Sicilia, così come nel resto d’Italia, possa avvenire il prima possibile quel cambiamento culturale in favore della legalità che da più parti si auspica.
Che ne pensate?
C’è sicurezza e sicurezza. Il problema è la percezione!

In questo blog si parla spesso della potenza dell’informazione e di quanto conoscere i fatti sia fondamentale per una democrazia. Ma sapere le cose può non bastare. Anche attraverso fatti veri si può “distorcere” la realtà. Come? Enfatizzandone alcuni aspetti e nascondendone altri: si martella continuamente su un problema e se ne nascondono altri. La percezione che ne avranno i cittadini è che il problema di cui si parla di più sia il più rilevante.
Ad esempio, i morti sul lavoro in Italia nell’ultimo anno sono stati circa 1300. Sapete quanti sono stati gli omici? Meno della metà (600). Allora, tra la sicurezza nei posti di lavoro (e il problema delle morti bianche) e la sicurezza in genere (tra poco ci sarà pure l’esercito per le strade) quale dovrebbe essere il problema da trattare con più urgenza e che dovrebbe generare maggiore allarme sociale?
A tal proposito vi riporto un bell’articolo (QUI) di Pino Corrias, molto significativo:
“Comunque la si calcoli la contabilità sulla Sicurezza non torna mai. In Italia ci sono 600 omicidi l’anno, più o meno quanti nella sola città di Los Angeles. Eppure la sensazione diffusa è l’assedio, il campo di battaglia, la perpetua notte dei morti viventi che ci aspetta al di là della soglia di casa, appena oltrepassate le telecamere che ci sorvegliano e ci proteggono. Il volto del sindaco Letizia Moratti, prosciugato dalla tensione, non fa che confermare l’allarme. Non bastano più i 100 mila poliziotti, né i 100 mila carabinieri. Ci vuole l’esercito: 2.500 ragazzi ben armati. Da distribuire come? Uno ogni 3 comuni (che sono 8 mila)? Ma allora perché non arruolarne 25 mila?
Eppure. Se è davvero la sicurezza a ossessionarci, come mai non altrettanta attenzione è dedicata a quella sul lavoro? Nelle fabbriche e nei cantieri si muore più del doppio, 1300 salme l’anno, con fiammate anche spettacolari, come l’anno scorso alla Thyssent e l’altra settimana a Catania, con i telegiornali che lacrimano e i politici che portano i fiori della solidarietà e dell’indignazione da prima serata. Come mai il ministro Ignazio La Russa non ha ancora proposto l’impiego dei Bersaglieri a vigilanza dei cantieri? O quello dei Lagunari per stanare i reclutatori di manodopera clandestina? Gli operai liquidati per asfissia valgono meno di un tabaccaio ucciso per rapina?
E la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta? Perchè ci spaventano meno dei nomadi che lavano vetri, chiedono l’elemosina, rubano qualche portafoglio? E perché non ci allarma, ma anzi incassa consensi crescenti, un governo che organizza leggi contro i magistrati, dimezza i tempi delle prescrizioni, allestisce trappole contro le intercettazioni? Dovrebbero essere le incongruenze (e la potenza della propaganda) a farci un po’ di paura.”
Che ne dite?
Ancora Marco Travaglio: l’affondo di D’Avanzo

Come la penso sul caso Travaglio-Schifani potete leggerlo nel mio post precedente. Fabio Fazio si è dissociato, ma oltre a quelli che si dissociano ci sono quelli che fanno notare a Travaglio che il suo “metodo” è errato perchè nessuno è puro e tutti ci possono incappare.
Così, mentre l’AGCOM (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) ha dato il via ad un’istruttoria contro la Rai per via di Travaglio, un attacco al giornalista arriva dal suo collega di Repubblica Giuseppe D’Avanzo che, facendo lo stesso gioco di Travaglio, ha sottolineato il fatto che un condannato per mafia ha pagato il conto di un albergo in Sicilia allo stesso Travaglio (che smentisce). Riporto parte di un interesante articolo del Corriere in cui si ricostrisce la vicenda:
Correva l’anno 2002. Era l’estate in cui il giornalista Travaglio con la sua famiglia, moglie e due figli, inizia ad andare in villeggiatura a Trabìa in compagnia di un noto sottufficiale della Guardia di Finanza: si tratta di quel maresciallo in forza alla Dia, Giuseppe Ciuro, sempre elegante e disponibile con tutti i giornalisti di giudiziaria di passaggio a Palermo, che poi verrà condannato anche in appello a quattro anni e sei mesi per violazione del sistema informatico della procura di Palermo e favoreggiamento dell’ingegner Michele Aiello.
Sì, l’ingegner Aiello, il “re delle cliniche” che a gennaio del 2008 è stato condannato in primo grado a 14 anni per associazione di stampo mafioso e truffa nel dibattimento sulle “talpe” che ha coinvolto con una pesante sentenza (5 anni per favoreggiamento di singoli mafiosi) anche l’ex governatore dell’Udc Totò Cuffaro. Per Travaglio il colpo è duro anche perché si tratta, ma solo in apparenza, di “fuoco amico”.
Sull’onda delle polemiche innescate dalla vicenda Schifani, si muove infatti Giuseppe D’Avanzo, autore di tante inchieste sulla mafia e molto stimato negli ambienti giudiziari di mezza Italia, che senza troppi complimenti fa a pezzi il metodo Travaglio. D’Avanzo, per dimostrare come “il metodo Travaglio” possa coinvolgere tutti noi, tira fuori un verbalino rimasto in naftalina dal 2003: l’estate in cui gli investigatori di Palermo mettono sotto intercettazione il telefonino del maresciallo Ciuro mentre dialoga amichevolmente col giornalista [Travaglio] durante la comune villeggiatura a Trabìa. Ciuro poi, ma la ricostruzione di D’Avanzo è controversa, avrebbe chiesto all’ingegnere Aiello di saldare il conto dell’albergo.
Racconta Travaglio che non è stato affatto contento di leggere sul giornale per il quale collabora un attacco così duro e che nega di essersi fatto pagare alcunché: «Quella fu una esperienza davvero fantozziana. A una cena, dopo un convegno, chiesi a Pippo Ciuro, un vero personaggio perché aveva collaborato anche con Giovanni Falcone, di indicarmi un posto per le vacanze in Sicilia. Lui mi disse che c’era un posto vicino a quello in cui di solito andavano lui e il pm Antonino Ingroia, di cui era collaboratore. Così, per mail, mi mandò un depliant di un albergo, se non ricordo male si chiama Torre del Barone, che però era veramente troppo lussuoso per me. Ma lui, davanti alle mie obiezioni, mi disse di non preoccuparmi perché le tariffe non sarebbero state poi così care. Mi fidai. Quando poi sono andato a pagare, alla reception la signorina mi ha presentato un conto pazzesco, il doppio del previsto. Sei o sette anni fa, devo aver pagato l’equivalente di otto, dieci milioni…Telefonai a Ciuro e gli dissi: “E meno male che me lo hai segnalato tu ‘sto posto!”. E lui: “Paga, paga. Che poi magari ti fanno lo sconto un’altra volta”. Insomma, io mi sono pagato tutto di tasca mia e di questo Aiello non ho mai sentito parlare, almeno fino al giorno del suo arresto… Io comunque in quel posto non ci sono mai più tornato visto che la sòla l’avevo già presa».
L’anno successivo, nell’agosto del 2003, Travaglio torna in vacanza in Sicilia: «Andai con la famiglia per dieci giorni al residence Golden Hill di Trabìa dove di solito alloggiavano Ciuro e Ingroia e ci fu quella buffa storia dei cuscini poi finita nei brogliacci delle intercettazioni. Io chiamai Ciuro e gli dissi: “Qui manca tutto. I cuscini, la macchinetta del caffé perché i precedenti affittuari si erano portati via tutto. Poi gli ospiti del residence mi aiutarono: chi con un cuscino, chi con la Moka…».
E l’affondo di D’Avanzo? «Ecco, se non fosse per la mascalzonata che ha fatto adesso questo signore contro di me ci sarebbe solo da ridere». Ma al Golden Hill chi pagò il conto? Risponde Travaglio: «Io ho pagato la prima volta il doppio di quanto stabilito e per il residence ho saldato il conto con la proprietaria. Tutto di tasca mia, fino all’ultima lira e forse se cerco bene trovo pure le ricevute. Ma poi vai a sapere cosa cavolo diceva questo Ciuro al telefono. Magari millantava come fece con Aiello quando gli raccontò che lui e Ingroia avevano ascoltato a Roma un pentito il quale, in realtà, non si era mai presentato».
Anche se dopo il suo arresto non ha più visto il giornalista Travaglio, l’ex maresciallo Ciuro ricorda bene quella vacanza al «Golden Hill» con Travaglio e il dottor Ingroia durante la quale «si stava insieme, si giocava a tennis e si facevano lunghe chiacchiere a bordo piscina ma poi ognuno faceva la sua vita anche perché c’erano i figli piccoli». E il conto? «Di questa vicenda io non ne so niente, lui ebbe i contatti con la signora del residence. Per il pagamento se l’è vista lui, io non me ne occupai».
Più di un dubbio, invece, ce l’ha l’avvocato Sergio Monaco, difensore di Aiello: «Premesso che non sono io la fonte di D’Avanzo, che non conosco, posso solo dire che l’ingegner Aiello conferma che a suo tempo fece la cortesia a Ciuro di pagare un soggiorno per un giornalista in un albergo di Altavilla Milicia. In un secondo momento, l’ingegnere ha poi saputo che si trattava di Travaglio».
QUI per approfondire…
Travaglio e Schifani: la Costituzione, il contraddittorio e la censura!!!
Molti politici (in egual misura a destra e a sinistra) hanno attaccano duramente Marco Travaglio per aver raccontato degli episodi rigurdanti la vita del neo presidente del Senato, il siciliano Renato Schifani, durante la trasmissione di Fabio Fazio “Che tempo che fa”. Lo stesso Fazio si è scusato in diretta per quanto accaduto.
La cosa che ha fatto scalpore facendo montare le polemiche è che le frasi di Travaglio si siano riferite proprio al Presidente del Senato, per di più in una trasmissione mandata in onda sulla televisione di servizio pubblico e per giunta senza contraddittorio. Nello specifico si contesta a Travaglio di aver parlato di presunte vicinanze con ambienti mafiosi di Schifani [Travaglio ha citato una pagina del libro "Se li conosci li eviti", in cui si riportano i " curricula" di tutti i politici].
Nel video ad inizio post trovate l’intervista, QUI la pagina del libro citata in TV da Travaglio. Credo, tuttavia, che in qualsiasi modo la si pensi su Schifani e su tutta la vicenda, sia necessario tener presente almeno tre cose fondamentali:
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L’articolo 21 della Costituzione recita: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure“. La RAI non fa eccezione!!!
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La seconda carica dello Stato è prima di tutto un cittadino e secondo l’articolo 3 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali“. Schifani compreso!!!
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Un giornalista che cita episodi specifici non ha bisogno di alcun contraddittorio. Si sta parlando di fatti, non di questioni opinabili o tali da poter essere messi in discussione. Come ha scritto nel suo blog Antonio Di Pietro (uno dei pochi politici a non essersi unito al coro delle polemiche nei confronti di Travaglio), seguendo questa logica si avrebbe che ogni qual volta un giornalista “riporti la cronaca di una rapina, si dovrebbe ascoltare anche la versione del rapinatore“.
Fondandomi su questi tre assunti vorrei “schierarmi” dalla parte di Travaglio, reo soltanto d’aver fatto il suo dovere di giornalista (nei confronto del Presidente del Senato, in RAI e senza l’irragionevole contraddittorio).
Apre a Palermo un supermecato “Pizzo-free”

Ogni tanto anche dal sud arriva qualche bella notizia. L’ultima arriva da Palermo dove è nato nel cuore della città un supermercato anti-racket: “Punto pizzo-free“. Nel negozio si vendono solo prodotti di commercianti che hanno deciso di ribellarsi pubblicamente alle estorsioni aderendo al comitato “Addio pizzo“.
Dentro Addio pizzo è stata realizzata, infatti, la “lista di consumo critico“, un elenco pubblico che riporta i 240 nomi di imprenditori e commercianti che si sono opposti al racket delle estorsioni. Il fine è quello di fare in modo che i cittadini sappiano da chi comprare senza rischiare di alimentare indirettamente le risorse economiche della mafia (l’elenco lo trovare QUI).
Decine di questi imprenditori e commercianti hanno deciso, quindi, di far confluire i loro prodotti in questo “supermercato della legalità”. L’inaugurazione sarà sabato prossimo (8 marzo).
Forte dell’ondata di successi raccolti nei suoi quattro anni di attività, gli imprenditori antimafia di Addio pizzo vogliono lanciare ora una sfida: combattere la criminalità dal basso a partire dagli atteggiamenti quotidiani, per arrivare a sconfiggere un sistema radicato. Comprare solo in alcuni negozi (quelli di chi si ribella al sistema mafioso) è proprio uno di questi atteggiamenti.
Tutto è cominciato quattro anni fa con una valanga di adesivi listati a lutto comparsi a sorpresa sui muri della città di Palermo. Sugli adesivi c’era scritto: “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità“. Da allora Addio pizzo è divenuto sempre più grande e più forte.
Il suo progetto è ambizioso, ma l’apertura di un supermercato nel pieno centro di Palermo in cui vendere solo prodotti dai quali la mafia non guadagnerà nulla potrebbe essere un vero grande inizio. Di certo è un segnale forte nella direzione del cambiamento.
Nel negozio Pizzo-free si possono trovare anche oggetti in legno e ceramica creati da giovani artisti siciliani, le coppole della tradizione rivisitate con tessuti e colori nuovi, opere di artigianato e i prodotti biologici delle cooperative che gestiscono i terreni confiscati alla mafia. Insomma, un grande emporio aperto a tutti eccetto che alle organizzazioni criminali.
Che dire!? Forse laggiù qualcosa si muove…
Mastella blocca una fiction antimafia, perchè?

Graziella Campagna
Il nostro Ministro della Giustizia, Clemente Mastella, ne ha combinata un altra delle sue. Non gli è bastatao tutto il polverone sollevato con le vicende che riguardano lui e il giudice De Magistris (QUI una ricostruzione fatta da Marco Travaglio), adesso se la prende pure con le fiction. Ma veniamo ai fatti…
Lunedì 27 novembre sarebbe dovuta andare in onda su RAI1 una fiction antimafia (l’ennesima) dal tittolo “Una vita rubata“. La storia raccontata è quella di Graziella Campagna , una ragazza siciliana di 17 anni che lavorava come stiratrice in una lavanderia di un paesino in provincia di Messina per aiutare economicamente la famiglia. Un boss mafioso latitante un giorno ha dimenticato un’agendina nella tasca della giacca lasciata in lavanderia. Graziella scoprì così che quello che tutti in paese conoscevano come l’ingegnere Cannata, altro non era che il boss Gerlando Alberti, nipote dell’omonimo boss di Palermo. Il mafioso, per paura di essere scoperto decide di eliminare la ragazza.
La sera del 12 dicembre 1985 Graziella non tornò a casa. Qualche giorno dopo il suo cadavere è stato trovato a pochi chilometri di distanza dal paese, con il volo sfigurato e il corpo crivellato di colpi. L’indagine è durata 20 anni, fra inchieste stoppate e procedimenti giudiziari annullati. Il processo si concluse nel dicembre 2004 con la condanna all’ergastolo di Alberti e del suo complice Giovanni Sutera.
Gerlando Alberti solo dopo un anno e mezzo tornò in libertà perché i giudici della Corte d’assise non depositarono entro i termini stabiliti le motivazioni della sentenza di condanna e quindi venne annullata per decorrenza dei termini la custodia cautelare. Alberti, infatti, rimasto in cella per altri reati, ha lasciato il carcere perché avendo già scontato una condanna per traffico di droga e potendo beneficiare dell’indulto per gli altri reati di cui è stato ritenuto colpevole torna un uomo libero. La vicenda suscita scalpore e il ministro Mastella nel settembre 2006 invia gli ispettori, che dopo alcuni mesi archiviano il caso sul magistrato che era stato accusato di avere ritardato il deposito delle motivazioni della sentenza (QUI e QUI per saperne di più).
La Rai ha stoppato per ora la messa in onda della fiction su segnalazione dello stesso Mastella. Secondo il Ministro, infatti, la messa in onda della fiction “avrebbe potuto turbare la serenità dei giudici della Corte d’Assise di Appello che dal 13 dicembre si riuniranno in udienza proprio per il processo che riguarda l’assassinio di Graziella Campagna“.
Anche se si fosse trattato di un documentario-inchiesta, ma ancor più che si tratta di una fiction, non si comprendono i motivi che hanno spinto il Ministro della Giustizia a chiederne la sospensione. La storia di Graziella Campagna è stata scritta sui giornali, approfondita e conosciuta dalla tv italiana ed è difficile che possa portare ad una turbativa per l’udienza di appello il 13 dicembre. Che il Ministro abbia invece paura che la fiction possa riportare nelle prime pagine di giornale le tristi vicende relative all’inutile indulto che ha dato la libertà a migliaia di delinquenti? Oppure che abbia paura di essere accusato di non aver saputo agire concretamente dopo aver inviato gli ispettori?
Non si spiega, infatti, come mai Mastella si sia scagliato propio contro questa ficton e non contro tutte le altre che affrontano il tema della mafia o temi legati all’attulità. Come fa notare il giallista Carlo Lucarelli: “Si tratta di un brutto precedente. In base a questo principio non potremmo fare fiction su quasi niente. Paradossalmente, anche la fiction “Il capo dei capi” dovrebbe essere sospesa“.
Il fratello di Graziella Campagna, parlando della vicenda si è detto tupito del fatto che Mastella fosse intervento solo ora per vietare la messa in onda della fiction e ha poi detto: “Mi chiedo dov’era il ministro della Giustizia Mastella quando il giudice della Corte d’assise di Messina ha ritardato il deposito della sentenza di condanna di Gerlando Alberti, accusato della morte di mia sorella, consentendo in questo modo la sua scarcerazione“.
Insomma, la povera Graziella è stata uccisa tre volte: dai colpi di arma da fuoco, dalla negligenza (forse voluta) dei giudici e dall’indulto che hanno fatto uscira dal carcere il suo aguzziono e adesso dallo stop alla messa in onda di questa fiction che avrebbe fatto conoscere a tutta Italia la sua storia e le torbide vicende che coinvolgono mafia e poteri.
In un Paese normale sarebbero già stati cacciati sia Mastella (che forse non sarebbe mai diventato ministro) sia il direttore generale della RAI. In Italia, invece, dove informazione e poteri sono strettamente legati e dove la politica perde sempre più aderenza con la realtà diventando sempre più una questione di poltrone, si nascondono i fatti e si lasciano impuniti i colpevoli (sia degli omicidi e sia degli insabbimenti dell’informazione).
Totò mi ha detto che ci spiano… Totò chi, Cuffaro? ;-)
Il video che vedete qui sopra è un momento di alta televisione di quelli che il Presidente della Regione Sicilia ama regalare ai suoi conterranei e a tutta l’Italia. Dopo l’ormai celebre attacco a Falcone, Totò Cuffaro in questo video registrato per una rete locale dell’agrigentino, ironicamente (ma non troppo) ha polemicizzato contro il governo perchè non gli farebbe realizzare il ponte sullo stretto e gli imporrebbe una serie d vincoli e restrizioni che gli impedirebbero di esercitare al meglio le sue funzioni. La soluzione è semplice: la Sicilia deve fare guerra all’America! Perdendo la guerra, la Sicilia diverrebbe colonia americana e, quindi, il ponte si farebbe (come quello di Brooklyn!) e tutti i problemi finirebbero. Ovviamente si tratta di uno sketch per pubblicizzare un programma al quale avrebbe preso parte come ospite lo stesso Cuffaro, ma l’ironia del Presidente siciliano è un pò maliziosa, anche perchè indossava la coppola facendo riferimento alle polemiche suscitate tempo prima per una sua apparizione in una puntata di AnnoZero (16 novembre 2006) in cui si parlava di Mafia e dove lui ad un certo punto si è messo una coppola ridacchiando e sminuendo il problema, per di più dopo che su di lui erano e sono ancora in corso alcune indagini proprio perchè ritenuto vicino ad ambienti mafiosi, se non colluso (QUI Travaglio che parla di Mafia facendo riferimento agli episodi che rigurdano Cuffaro mentre lui è presente – QUI l’intera puntata di AnnoZero con Cuffaro tra gli ospiti).
Scherzi a parte, oggi è giunto alle ultime battute uno dei processo in cui è convolto Totò Cuffaro. Il Procuratore aggiunto di Palermo ha chiesto la condanna a 8 anni di carcere per il Governatore siciliano imputato di favoreggiamento a “Cosa Nostra” e rivelazione di notizie riservate. Il processo, infatti, è iniziato in seguito all’indagine sulle cosiddette talpe della Dda (Direzione distrettuale antimafia). Tra le altre cose, il processo si riferisce a un episodio accaduto nel 2001: tra febbraio e giugno del 2001, i Carabinieri ascoltavano colloqui tra due boss, Filippo Guttadauro e Salvatore Aragona, perchè erano riusciti a mettere delle cimici nello studio di Guttadauro. Il 15 giugno del 2001, i due smettono di parlare perchè dicono che Totò (Cuffaro?) gli ha fatto sapere che i dialoghi venivano registrati…
“…Mai, come in questo processo – ha affermato il procuratore di Palermo, Giuseppe Pignatone – è stato ricostruito in un’aula giudiziaria il fenomeno delle fughe di notizie, rivelando un panorama desolante di sistematico tradimento anche da parte di esponenti degli apparati investigativi“. Pignatone ha poi sottolineato “la gravità della condotta di Cuffaro, che in quei giorni veniva eletto presidente della Regione siciliana“.
Nel pomeriggio, al governatore siciliano dell’UDC, che ha detto di essere innocente, sono arrivati i comunicati di solidarietà di amici e colleghi: Pierferdinando Casini, Lorenzo Cesa, Silvio Berlusconi. Il leader di Forza Italia ha anche fornito un suo parere sull’operato del presidente della Regione: “La stima che nutro nella sua intelligenza mi fa escludere in maniera assoluta che egli possa essere coinvolto in quelle vicende in cui si pretende di coinvolgerlo“. Intanto i legali di Cuffaro hanno fatto sapere che 8 anni sono eccessivi aggiungendo poi che per Cuffaro “anche la richiesta di un solo giorno di carcere, sarebbe stata ritenuta eccessiva“.
La presunzione di innocenza non si deve negare a nessuno (anche se in certi casi il dubbio potrebbe starci
), quindi aspetteremo la sentenza definitiva per fare commenti sulla vicenda. Vedremo come andrà a finire… Quel che è certo è che la Mafia ha cambiato aspetto, non è più quella di campagna e dei “pizzini” di Provenzano, adesso è quella dei colletti bianchi nei palazzi…