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In Iran l’informazione passa dal Web. Mousavi pubblica dossier sui brogli!

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La situazione in Iran si fa ogni giorno più difficile e l’informazione è sempre più controllata. Ieri sono stati addirittura arrestati 25 giornalisti del giornale Kalemeh Sabz perchè avevano scritti degli articioli a favore di Mosuavi, lo sfidante di Ahmadinejad.

Per di più, il quotidiano filo-governativo Kayhan, voce degli ultraconservatori vicini al presidente Mahmoud Ahmadinejad, ha pubblicato un  editoriale in cui viene chiesto con vigore  l’arresto di Mir-Hossein Mousavi, il leader dei riformisti.

Secondo questo quotidiano sarebbe colpevole per aver fomentato la protesta e per questo si meriterebbe qualche anno di carcere se non addirittura la pena di morte (nel caso in cui il tribunale islamico lo riconoscesse “mohareb”, ovvero nemico di Dio).

Ma è sul Web che le informazioni circolano numerose facendo sì che non cali il sipario sulla protesta in Iran e sui presunti brogli elettorali. L’intento dei sostenitori di Mahmud Ahmadinejad è, infatti, quello di discreditare gli oppositori e fare in modo che le manifestazioni di dissenso vengano silenziate.

Proprio per via dei video apparsi su Youtube (e riportati su vari blog), ad esempio, la polizia iraniana per la per la prima volta è stata costretta a confermare le violenze compiute. Le autorità di polizia hanno, infatti, ammesso che Neda – la giovane diventata il simbolo della protesta con la sua tragica morte avvenuta durante una manifestazioneè stata effettivamente uccisa da un proiettile.

Anche Twitter sta mandando in affanno i media iraniani che cercano di nascondere alcune notizie. Ieri sera, ad esempio, tramite il portale di microblogging, il mondo ha appreso che a Teheran “tutti gli ospedali sono circondati dalla milizia per controllare perché la gente ci entra, se per ferita da arma da fuoco o da manganello. Ti arrestano e ti picchiano“, è questo ciò che ha postato ieri sera un utente iraniano (QUI un approfondimento).

Per fortuna il Web fa sì che i dissidenti trovino voce nei confronti del mondo intero. Ed è da Web che arriva oggi un dossier sui brogli redatto da Mosuavi (QUI). In questo dossier si spiega come attraverso un uso improprio di fondi pubblici, grazie a delle nomine pilotate tra gli organizzatori della consultazione, all’uso di schede senza numero di serie, di troppi timbri in circolazione, di rappresentanti di lista dell’opposizione tenuti alla larga dai seggi dove forse sono arrivate urne già piene di voti,  si siano falsati i risaluti delle elezioni.

Così come era accaduto per la rivolta in Myanmar (Birmania), il Web si sta dimostrando uno strumento molto efficace laddove i giornalisti siano impossibilitati a svolgere correttamente il loro ruolo.  Come abbiamo detto altre volte in questo blog, le reti sociali impongono una ridefinizione del giornalismo che viene sistematicamente  messo a tacere o posto sotto controllo quando avvengono situazioni di questo tipo.  Nelle situazioni di emergenza e durante le manifestazioni di protesta, ad essere più efficace è infatti l’informazione amatoriale fatta da gente comune che entra in relazione tramite il Web .

Speriamo che la complessa situazione socio-politica iraniana si risolva nel migliore dei modi possibili, nel mentre non possiamo far altro che tifare per il citizen journalism per fare in modo che l’opinione pubblica globale vigili su ciò che accade in Iran.

Che ne pensate? ;-)

Iran, è morto in carcere il blogger Sayafi

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In Iran la rivoluzione khomeininista, che ha introdotto nel Paese uno stretto moralismo di linea fondamentalista islamica, è avvenuta 30 anni fa; tuttavia i suoi risultati sono ancora ben visibili pure oggi comprendendo sfere che inizialmente non erano previste, come  Internet.

Il Governo di Ahmadinejad, ad esempio, ha presento di recente un progetto di legge che prevede la pena di morte per i blogger e per tutti coloro che tramite Internet “propagandano la corruzione, la prostituzione e l’apostasia“. Il Parlamento iraniano ancora non ha approvato la legge, ma già i segni della repressione si fanno sentire.

Sono tanti i blogger perseguitati e incarcerati, mentre da pochi giorni  è morto Mir Sayafi, il ragazzo 25enne che era stato condannato a 30 mesi di carcere perché nel suo blog avrebbe insultato Khamenei (attuale Guida Suprema dell’Iran) e l’ayatollah Khomeini (il fondatore della Repubblica Islamica iraniana).

I responsabili della prigione – dice Mohammad Ali Dadkhah, avvocato del giovane blogger – hanno dichiarato che Mir Sayafi si è suicidato; chiediamo  l’apertura immediata di un’inchiesta e l’autopsia per accertare le cause del decesso“. Pare, infatti, che ci siano seri dubbi sull’avvenuto suicidio del ragazzo che probabilmente è morto a causa delle pessime condizioni delle carceri iraniane. Si presume, quindi, che Mir Sayafi sia morto di stenti o per altre cause come percossa o maltrattamenti. Anche Reporter Sans Frontières in un comunicato si dice “scioccata” e ha chiesto l’apertura di un’inchiesta per verificare se si sia trattato realmente di suicidio.

Sayafi non è il solo blogger ad essere stato imprigionato dal governo iraniano. Dai giornali iraniani si apprende di una serie di arresti, effettuati negli ultimi mesi, di persone legate a siti Web e blog che le autorità locali ritengono parte di un complotto contro l’Iran. Ha fatto il giro del mondo la notizia dell’arresto di un noto blogger irano-canadese, Hossein Derakhshan che dal 2000 viveva a Toronto dove aveva lanciato una serie di siti d’informazione e che è stato arrestato lo scorso novembre durante una breve visita a Teheran.

Non è un caso che l’Iran si trovi nella lista dei “Nemici di Internet” (QUI) redatta da Reporters Sans Frontières. Ancora una volta un fatto spiacevole ci dimostra come la Rete faccia molta paura al potere e come si cerchi di oscurarla e limitarla in ogni modo.

Fa ribrezzo pensare che ci siano Paesi che con il pretesto di proteggere la morale, la sicurezza nazionale, la religione cerchino di bloccare i contenuti della Rete e di mettere il bavaglio a chi usa Internet per informare liberamente e per esprimere la propria opinione. Ciò accade in Iran, ma anche in Cina e in molti Paesi dove anche con la repressione fisica si vuole limitare la libertà di parola che ben si concilia con il mezzo Internet.

Che ne pensate? ;-)

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