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Articoli con tag ‘islam

Nuove immagini di Bin Laden, ma forse è morto (almeno politicamente)

con 5 commenti

Secondo un articolo de laStampa di qualche mese fa, sarebbero almeno 13 le volte in cui Osama Bin Laden è stato dichiarato morto. E sono tantissime anche le volte in cui il capo di Al-Qaeda riapparirebbe in una foto, in un video o in una registrazione audio smentendo così, anche se in maniera non definitiva, le voci sulla sua scomparsa.

In un momento come questo, con l’amministrazione USA indecisa su cosa fare in Afghanistan, un suo video  – grazie al quale poter stabilire in maniera inequivocabile che Bin Laden è ancora vivo – potrebbe essere di fondamentale importanza. E allora perché da tempo non appare direttamente in un video?

L’ultima registrazione dove compare inequivocabilmente Bin Laden è del 2007, ma continuano ad esserci seri dubbi sull’autenticità della registrazione. Forse è morto davvero, ma può essere che  sia morto solo politicamente.

E’ di questi giorni, infatti, la notizia che è stato trovato un video in bassa risoluzione da cui sono stati estratti tre fotogrammi (sfocati e poco chiari) che ritrarrebbero proprio Bin Laden. La qualità delle tre immagini è troppo bassa per poter dire se sia davvero il fondatore di Al Qaeda la figura ritratta, ma sono ripartite le speculazioni sulla sua sorte.

Il video in questione è relativo al discorso di Yahya Al Libi, uno dei principali commentatori del movimento jihadista. Tra la folla ci sarebbe anche il vecchio leader che, come uno spettatore qualunque, assiste al comizio propagandistico.

Può essere che il suo peso all’interno di Al Qaeda sia diventato ininfluente e che la sua linea di pensiero sia stata scalzata? Può essere che qualcun altro abbia preso il suo posto? Magari – stanchi della linea dura di Bin Laden che ha portato solo a ulteriori devastazioni in Afganistan – il vertice di  Al Qaeda sta virando per una linea più morbida con nuovi leader.

Insomma, Bin Laden potrebbe essere vivo, ma la sua figura potrebbe essere diventata irrilevante. Questa rappresenterebbe la terza via al’interno del dibattito sulla sua morte.

C’è chi lo vuole ancora in piena attività, ma in maniera occulta (e allora perchè uscire dal covo e andare a un comizio?), c’è chi dice che sia morto (ma terrebbero segreta la notizia per non dare un vantaggio agli americani) e poi… può darsi che sia vivo, ma che sia stato messo da parte dal suo stesso gruppo.

In questo ultimo caso, con il presidente Barack Obama che sta valutando una nuova strategia, forse la questione afgana potrebbe trovare presto una più facile risoluzione.

Che ne pensate? ;-)

Scritto da salpetti

30 ottobre 2009 alle 11:45

Ambivalenze: parla di sesso in TV, rischia di essere frustata. Fa sesso in TV, diventa una star!

con 3 commenti

Se in Sudan una donna può essere condannata a 40 frustate perché ha indossato dei pantaloni in pubblico, non ci si può stupire del fatto che una giornalista, in Arabia Saudita, possa subire lo stesso trattamento per aver organizzato e preso parte a una trasmissione dove si parla di sesso (QUI la notizia).

La giornalista, Rozanna al Yami, lavora per il canale satellitare libanese LBC. Ha scandalizzato i telespettatori invitando nello studio del suo programma un uomo che ha parlato della sua vita sessuale non tralasciando qualche particolare un pò piccante.

L’ospite della trasmissione è stato condannato a cinque anni di reclusione e a ben 1.000 frustate, mentre a Rozanna al Yami – colpevole solo di averlo inviato nella trasmissione di cui ha curato anche la pubblicità online – spettano solo 60 frustate.

Per noi che siamo ormai abituati al “Grande Fratello” dove di sesso si parla molto e dove pure si pratica (magari sotto le coperte per non essere ripresi dalle telecamere), che siamo abituati a vedere in TV scene di film dove la sessualità gioca un ruolo fondamentale, che che acclamiamo programmi ammiccanti come “Uomini e donne“, questa vicenda ci sembra estrema. E lo è!

Al tempo stesso, però, dovrebbe farci riflettere su quanto accade in questa nostra parte di mondo. Senza ricorrere agli estremismi islamici, è possibile che noi siamo talmente assuefatti alla mercificazione del corpo, alla sessualità spiattellata ai quattro venti, alla pubblicizzazione della sfera sessuale così come  – in maniera del tutto opposta – ci sono dei Paesi dove è scandaloso solo farne cenno?
Est modus in rebus, c’è una misura nelle cose, dicevano già gli antichi romani.

Naturalmente, episodi come questo della giornalista saudita sono da condannare fermamente: violano i diritti umani, denigrano al dignità delle persone, limitano la libertà di espressione, sono anti-democratici. Ma come ha detto qualcuno: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non t’accorgi della trave che è nel tuo?” (credo valga anche per comportamenti opposti, ma speculari).

Che ne pensate? ;-)

Il Papa contro i preservativi. E gli altri? ;-)

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Prendo spunto dalle polemiche insorte in seguito alle dichiarazioni del Papa sull’uso del preservativo in Africa in funzione anti-AIDS per fare un breve excursus anche sulle posizioni che le altre religioni (almeno quelle presenti in Italia) hanno nei confronti di questo metodo anticoncezionale e di profilassi.

Più volte, infatti, in questo blog abbiamo parlato (più o meno benevolmente) delle questioni relative alla Chiesa cattolica. Mi sembra che sia il caso di alzare un pò lo sguardo e guardare anche altrove.

Il Cattolicesimo, infatti, è la religione che conta il maggior numero di seguaci in Italia sfiorando il 90% della popolazione. Spesso ci si dimentica di quella fetta di popolazione minoritaria che si identifica in altre religioni e che vive ugualmente in Italia.

Ai ferrei dettami della dottrina cattolica, la maggioranza della popolazione italiana risponde per lo più vagamente. Fedeltà e ancor di più castità sono concetti estranei alle abitudini dei credenti, mentre l’uso del preservativo rappresenta una pratica comune nonostante l’espresso divieto delle alte gerarchie ecclesiastiche.

A questo cattolicesimo di facciata spesso non corrisponde lo stesso disimpegno da parte di altre religioni. Facciamo, allora, un breve viaggio all’interno di quel 10% di popolazione italiana non cattolica (tralasciando ovviamente chi si professa non credente) seguendo questo articolo redatto da un portale che ha fatto del preservativo il suo core business.

EBRAISMO:

L’Ebraismo, al pari del cattolicesimo, è estremamente duro nei confronti dell’uso del preservativo e dei metodi anticoncezionali in generale. Le leggi rabbiniche ammettono la contraccezione solamente nel caso che la gravidanza rappresenti un pericolo per la vita della donna. Al contrario della Chiesa cattolica, quindi, gli ebrei approvano l’uso del preservativo, ma soltanto nei casi un cui la gestazione può compromettere la saluto della donna.

ISLAMISMO:

L’Islam è contrario quanto i cattolici e gli ebrei alla contraccezione (non a caso sono le tre religioni monoteiste più importanti che derivano da radici comuni). Il mondo islamico, però, presenta un elemento originale rispetto alle altre due religioni: l’atto sessuale non sta solo nella procreazione, ma pure nel piacere. Riconoscere questo principio significa che – almeno di fronte a determinate circostanze quali problemi di salute, particolare contesto sociale, prole già numerosa, impossibilità di sopperire ai bisogni dei bambini, ecc. – la coppia possa legittimamente porsi la questione della contraccezione. Tali situazioni vanno però studiate caso per caso insieme alle autorità religiose.

PROTESTANTESIMO:

Il mondo Protestante si divide in una moltitudine di chiese e confessioni (ad esempio, Tavola Valdese, Chiese Avventiste del 7° Giorno, Unione Cristiana Evangelica Battista, …). Secondo i protestanti, all’interno del matrimonio è importate la procreazione (fine ultimo secondo la Chiesa Cattolica), ma è altrettanto importante l’unità dei coniugi. Se una coppia, dunque, decide di usare il preservativo come strumento di “pianificazione familiare” non rinunciando alla sessualità nella coppia che è uno degli aspetti necessari all’unità dei coniugi, per i protestanti ciò non è un problema, purché siano coscienti della loro responsabilità dinanzi a Dio. Tra le varie confessioni protestanti, ad esempio, figura la Chiesa Evangelica Valdese che è stata al centro di un acceso dibattito religioso-politico qualche tempo fa per via dello slogan associato alla campagna informativa 2007 che recitava: “Un pozzo per l’acqua, un profilattico contro l’Aids, un sorriso alla vita” (QUI).

CHIESA ORTODOSSA:

La Chiesa Ortodossa in Italia annovera un numero di fedeli pari a quello delle varie organizzazioni protestanti (circa 700 mila). Non ha una posizione ufficiale in merito all’uso del preservativo, lascia alla coscienza dei singoli la decisione di utilizzare metodi anticoncezionali e di profilassi.

TESTIMONI DI GEOVA:

I Testimoni di Geova hanno una posizione dura contro l’aborto, ma non contro la contraccezione. Contemplano l’uso del preservativo come metodo di “pianificazione familiare” e come strumento per prevenire malattie infettive. Ad esempio, in un articolo pubblicato il 22 febbraio 2003 sulla rivista Svegliatevi! (organo ufficiale dei Testimoni di Geova italiani) si legge: “La Bibbia condanna forse il controllo delle nascite? No, non lo condanna. È una scelta che spetta alla coppia.

BUDDISMO E INDUISMO:

La presenza di Buddismo e Induismo in Italia, per quanto marginale, è più ampia di quanto si possa pensare. Entrambe si fondano sul concetto di non violenza e sul rispetto degli altri e per tutte le forme di vita. I due movimenti religiosi, quindi, non hanno alcun problema ad accettate l’uso del preservativo proprio perché non comporta alcun atto di violenza o crudeltà.

Finisce qui il nostro excursus nel mondo del rapporto tra religioni presenti in Italia e uso del preservativo. Non voglio tirare le somme e non voglio cercare di capire quale sia la morale della favola. Lascio alla sensibilità di ciascuno questo compito. Che ne dite? ;-)

L’Islam spiegato online dalla Regina Rania

con 16 commenti

Basta con i pregiudizi verso l’Islam!!! E’ questo ciò che avrà pensato la Regina di Giordania prima di registrare il video che sta avendo un sacco di contatti su Youtube e che la vede protagonista. La regina apre la conversazione, infatti, con la frase: “In un mondo in cui è così facile essere connessi l’uno all’altro, noi rimaniamo continuamente disconnessi“.

Con voce dolce e sguardo materno, la sovrana di origine palestinese,  tra l’altro una delle donne consederate tra le più belle al Mondo, si rivolge ai giovani occidentali nel loro linguaggio affinchè le scrivano i propri dubbi stereotipati sul mondo arabo. La regina ha infatti invitato i visitatori dello spazio di Youtube dove si trova il video a rispondere con opinioni sul Medio Oriente, cercando di individuare gli stereotipi su arabi e musulmani. “Il mio compito nei prossimi mesi - ha ribadito la sovrana – sarà quello di lavorare per abbattere preconcetti e luoghi comuni. Voglio che la gente conosca il vero mondo arabo, per vedere e conoscere luoghi, facce e culture che riguardano quella parte di mondo che io chiamo casa”.

Rania Al Yasin, 37 anni, con una brillante laurea in business administration e la fulminea carriera nella Apple (dove non lavora più da quando è divenatata regina) è una veterana del web. Dal 2005 gestisce anche un sito internet attraverso il quale diffonde i temi a lei cari: la complicata questione femminile, le tematiche giovani, la sconosciuta società araba e la sfida conflittuale con la modernità. Un argomento, quest’ultimo, assai sensibile nel suo Paese. Profondamente tradizionale e al tempo stesso proiettato verso il futuro, la Giordania è infatti l’emblema della crisi che scuote l’identità tradizionale musulmana, lacerata tra valori medio-orientali e modelli occidentali.

Tra i commenti si leggono diversi luoghi comuni che arrivano da tutto il mondo, proprio a testimonianza del fatto che gli stereotipi non hanno nazionalità, ma anche domande e riflessioni che mostrano un universo di giovani navigatori interessati e pronti a uno scambio di idee tra le civilità. La regina cercherà di rispondere a tutti chiarendo alcuni degli aspetti più controversi.

Insomma, anche alla luce di questa iniziativa, forse sarebbe ora di iniziare a lasciar cadere i pregiuduizi sull’Islam che ci accompagnano da sempre e che si sono accentuati dopo l’11 settembre. Certo, non tutti i Paesi islamici sono come la “moderna” Giordania e non tutte le donne islamiche possono permettersi l’emencipazione di cui gode la regina Rania, ma sarebbe il caso di smettere di parlare di Islam e sarebbe ora di prendere in considerazione i singoli casi… ;-)

> AGGIORNAMENTO (16/11/2008): A poco più di un anno dal lancio dell’iniziativa, la regina di Giordania  è diventata uno dei personaggi più amati di YouTube. Chad Hurley, fondatore del celebre sito di video sharing, il 22 novembre le consegnerà addirittura un premio, il Visionary Award: un riconoscimento assegnato da Youtube non tanto a chi è più cliccato, ma a chi mette in rete video “di alto profilo sociale e culturale” e usi questo strumento per “lavorare a un cambiamento positivo nella propria comunità e nel mondo intero”. Insomma, l’intuizione della Regina Rania è stata ottima… ;-)

Scritto da salpetti

2 aprile 2008 alle 17:07

Il Governo pakistano censura Youtube. Sbaglia e lo blocca in tutto il Mondo

con 9 commenti

Qualcuno di voi se ne sarà accorto. Ieri per circa due ore Youtube è rimasto bloccato. Un black-out totale che non farebbe notizia (su Youtube a volte capita) se la causa non fosse riconducibile ad un attacco informatico ordinato da un governo.

Il governo del Pakistan, infatti, ha ritenuto di dover oscurare Youtube sul suo territorio. Così la Pakistan Telecommunication Authority (PTA) ha ordinato ai provider locali di servizi Internet di bloccare l’accesso al popolare sito. Il motivo? Youtube diffonderebbe video dal “contenuto blasfemo” che danneggiano l’immagine dell’Islam.

In particolare, a toccare la sensibilità del governo pakistano sarebbe stato il trailer dell’ultimo film di Geert Wilders; nelle brevi sequenze inserite su Youtube, infatti, l’Islam viene definita una religione violenta, soprattutto nei confronti delle donne e degli omosessuali. Ma a scatenare la furia censoria del governo pakistano pare siano stati anche alcuni video in cui appaiono le famigerate vignette su Maometto ripubblicate dai giornali danesi.

A causa di un errore, però, il blocco si è allargato a macchia d’olio di Paese in Paese spiazzando Google, propietario di Youtube, che adesso parla di sabotaggio. Ci sono volute due ore per scoprire l’artefice del black-out: il service provider pakistano PCCW, obbedendo alla direttiva della PTA, non permetteva ai suoi clienti di accedere al sito dirottando l’indirizzo IP di YouTube verso i suoi server bloccando così ogni tentativo di accesso al sito. Le informazioni però sono state mandate per errore a tutti gli altri provider nel mondo che inconsapevolmente hanno bloccato anch’essi l’accesso ad Youtube reindirizzando gli utenti nel buco nero creato da PCCW sui suoi server.

Il Pakistan non è l’unico Paese che cerca di censurare la Rete (tra i più noti c’è la Cina, ma anche l’Arabia Saudita, la Bielorussia, la Birmania, la Corea del Nord, Cuba, l’Iran, la Libia, il Sudan, la Siria, la Tunisia e molti altri). Sono molti gli Stati in cui per vari motivi si vuole porre un freno alla libera circolazione di idee e di informazioni permessa da Internet. I più maliziosi sostengono che anche il malriuscito tentativo pakistano di censura sia stato attuato più per motivi politici che religiosi.

E’ probabile, infatti, che l’ordine della PTA fosse in realtà destinato a colpire qualcosa di diverso dall’offesa all’Islam, nella fattispecie una serie di video ritraenti attivisti politici impegnati a compilare schede elettorali. La censura sarebbe, quindi, scattata per bloccare il tentativo di smascherare brogli elettorali in un Paese con una forte instabilità politica che sta attraversando una fase cruciale per la democrazia dopo l’uccisione della leader dell’opposizione Benazir Bhutto.

Di blocco totale di YouTube per “discutibili video non-islamiciparla anche Reporters Sans Frontières che condanna l’iniziativa e sottolinea come “una tale decisione dovrebbe essere presa dai tribunali, e non da una organizzazione sotto diretto controllo del governo“.

Che si tratti di motivi religiosi o politici, la censura è tuttavia da condannare. Questa vicenda, oltre a far correre ai ripari Youtube che si è scoperto vulnerabile, dimostra ancora una volta che la Rete è uno strumento libero e democratico di cui i grandi potentati (economici, politici, ideologici) hanno paura. Questa volta a causa di un grossolano errore il tentativo di censura è stato smascherato e denunciato, spero che in futuro la lotta alla censura non passi esclusivamente attraverso gli errori dei potenziali censori!!! ;-)

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