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Articoli con tag ‘Internet

Vedere che facciamo per capire dove andiamo. Il futuro è già qui!

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Internet è intervenuto prepotentemente nella nostra vita e ha modificato le nostre abitudini. È ormai entrato a tal punto nella nostra mente che ha cambiato il nostro modo di pensare, proprio come tutte le grandi invenzioni della storia (la stampa, il telefono, l’elettricità, la penicillina, ecc).

Internet è nato, però, da troppo poco tempo per vedere cristallizzate le trasformazioni che ha introdotto nel comportamento umano e, dunque, occorre ancora studiare la sua evoluzione per stabilire cosa ci riserva il futuro. Sociologi, futurologi, scienziati, psicologi, massmediologi si stanno interrogando su quello che accadrà, producendo a volte ipotesi iperboliche o che al momento ci sembrano più vicine al mondo della fantascienza che a quello della nostra vita reale.

Ma mentre quasi tutti si interrogano sul futuro, c’è ci cerca di capire il presente convinto che se non sappiamo dove siamo, non possiamo sapere dove stiamo andando. E’ il caso di TNS Global, uno dei più  importanti istituti di ricerca sui mercati e sul marketing. I ricercatori TNS hanno, infatti, appena concluso il più grande progetto di ricerca sui comportamenti e le attività digitali denominato “Digital Life“.

Con una copertura dell’88% della popolazione che usa Internet in tutto il mondo e quasi 50.000 interviste in 46 Paesi, l’indagine si presenta come il primo grande strumento di analisi delle abitudini di utilizzo della Rete e dei bisogni sottostanti. I risultati in forma aggregata sono stati pubblicati su un apposito sito interattivo, mentre i rapporti dettagliati sui singoli Paesi gli approfondimenti sono fruibili a pagamento.

Ecco alcuni dei risultati della ricerca. Chi vuole potrà approfondire leggendo i dati pubblicati online:

  • Contrariamente alla tendenza italiana per la quale il mezzo di comunicazione più seguito è la TV, a livello globale Internet è il primo media channel con il 61% degli utenti che lo utilizzano giornalmente.
  • Nonostante dispongano di infrastrutture di rete meno potenti e veloci, gli utenti dei Paesi con un’economia in rapida crescita hanno superato le Nazioni più mature in termini di digital engagement, ovvero di impegno profuso nelle attività online compresa la quantità di tempo che si spende nel navigare e la qualità delle cose fatte su Internet. Ad esempio, Paesi quali Egitto (56%) e Cina (54%) hanno livelli di engagement superiori a quelli di Paesi più sviluppati come Giappone (20%) o Danimarca (25%). L’Italia registra un 47% in termini di digital engagement, un dato che – se messo in relazione con gli indici di penetrazione di Internet nella popolazione – evidenzia l’alto livello di coinvolgimento di quella fetta della popolazione che usa Internet.
  • Scrivere blog, partecipare a discussioni su forum ed essere parte di un social network sono le attività che vanno per la maggiore, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Si pensi, ad esempio, che 4 utenti su 5 in Cina (88%) hanno un proprio blog o hanno preso parte a un forum online. Negli Stati Uniti, invece, dove Internet è ormai da tempo parte integrante della vita quotidiana, è solo il 32% della popolazione che ormai svolge assiduamente queste attività. Ciò probabilmente perché nei Paesi dove certe attività si svolgono da tempo, alcune azioni da compiere online hanno perso vivacità lasciando spazio a nuovi modi di utilizzo della Rete.
  • Internet è, inoltre, diventato anche il principale strumento per la gestione e la condivisione delle foto fra gli utenti, soprattutto in Asia. Il numero di internauti che ha caricato foto in Rete, infatti, raggiunge il 92% in Tailandia, l’88% in Malesia e l’87% in Vietnam. In Italia il 70%, in Germania il 48%, mentre in Giappone solo il 28%.
  • I malesi  sono i primi per numero medio di “amicizie” in rete: con 233 amici nei social network, seguiti a poca distanza dai brasiliani (231). I “meno sociali” sono gli abitanti del Giappone (29) e della Tanzania (38). A sorpresa, visto l’elevato utilizzo dei social network, i cinesi dichiarano di avere mediamente solo 68 “amici” nella loro rete. Ciò è dovuto probabilmente a motivi culturali: in Cina si da molto peso alle relazioni interpersonali e si preferisce avere pochi legami, ma più profondi.
  • La crescita delle attività di social networking dal cellulare (es. l’uso di Facebook tramite iPhone) spinge il passaggio da PC a Internet in mobilità. In media, infatti, si dedicano più di 3 ore alla settimana ad attività di social networking attraverso i telefonini, solo 2 ore per leggere la posta elettronica. Ciò conferma la tendenza per la quale in futuro Internet  – sopratutto per il social networking  – sarà usato prevalentemente in mobilità scavalcando l’utilizzo del PC.

Questi sono solo alcuni dei dati. La ricerca ha confermano trend già identificati e ha pure messo in evidenza delle tendenze relativamente nuove e, a volte, inaspettate. Il futuro è, però, ancora da scrivere: chissà come vivremo il mondo digitale tra qualche anno e come il nostro comportamento verrà modificato dalle nuove tecnologie. Alcuni futurologi sostengono che la fantascienza non riguarda il futuro, è  solo ambientata lì. Sara vero? ;-)

Scritto da salpetti

14 novembre 2010 alle 15:24

Rapelay, il videogame dello stupro infiamma la polemica

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Ne avevamo già parlato alcuni mesi fa del videogame che ha come soggetto lo stupro; ripropongo l’argomento perchè la polemica è tornata di nuovo di attualità in seguito all’intervento del Ministro Meloni che vuole chiederne la rimozione dal Web.

Che i giapponesi vivessero lo svago e il tempo libero in maniera diversa dalla nostra lo sapevamo [Mai dire Banzai! della Gialappa’s band docet], ma nessuno si sarebbe aspettato che avessero commercializzato un videogioco che simula lo stupro.

Si chiama ‘Rapelay‘. Il nome gioca sull’assonanza della parola con il termine replay. Rape, infatti, significa stupro e il titolo del gioco è un invito a commettere più volte (replay) violenza su delle donne.

Il protagonista del gioco è, infatti, un maniaco sessuale che per vincere e superare i livelli del gioco deve violentare una madre e  le  sue due figlie (di cui una è minorenne!). Pare che le scene siano molto realistiche e in alcuni casi anche molto crude e spinte.

Nei Paesi nipponici Rapelay è in commercio già dal 2006 senza che nessuno si sia mai lamentato presso le autorità competenti per le immagini che propone il gioco. Come, infatti, spiega Ornella Civardi – una delle maggiori esperte di storia e cultura del Giappone -  la violenza nell’arcipelgo nipponico è vissuta come valvola di sfogo e la sua rappresentazione  è ben tollerata.

Si pensi, ad esempio, ai manga erotici o a programmi televisivi che abbiamo visto di rimbalzo in Italia dove i concorrenti rischiano di farsi male sul serio intraprendendo giochi al limite della sopportazione fisica. Il gioco Rapelay, però,  si è velocemete è diffuso tramite il Web anche fuori dal Giappone dove psicologi e sociologi si interrogano sugli effetti negativi che un gioco simile può avere sui giocatori.

In Italia il dibattito è aperto da mesi. Ad esempio, il Senatore D’Alia – quello che aveva proposto la famigerata “Legge bavaglio” per la Rete – già a maggio dell’anno scorso ne aveva approfittato per dire che aveva ragione lui (QUI si spiega perché non è così). Oltre a Giorgia Meloni, ora a chiedere che il gioco venga proibito sono anche  – tra gli altri – l’associazione Telefono Rosa, l’associazione dei telespettatori cattolici (AIART) e numerosi esponenti del mondo politico (sia di destra e sia di sinistra).

Inutile dilungarsi sull’uso pedagogico dei videogame, sui messaggi negativi lanciati da un gioco simile, sugli effetti che potrebbe avere su che ci gioca, sull’immagine della donna che ne esce fuori e così via. Possibile che uno stupro, per quanto virtuale, sia considerato un modo legittimo di passare il tempo?

Il problema sembra più culturale che morale. Se in Giappone – per quanto strano ci possa apparire – siamo nel campo della assoluta normalità, qui da noi non è così. Spero che i nostri politici sappiano affrontare con competenza la vicenda senza cadere nella tentazione di sfruttare questo episodio in maniera strumentale per riproporre restrizioni e rigidi controlli alla Rete.

Google va in tilt in tutto il mondo, il Web nel caos!!! ;-)

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logo Google

Ieri pomeriggio (31 gennaio),  il motore di ricerca più grande e più importante al mondo è andato in tilt disorientando e allarmando tutti i suoi utenti nel mondo. Subito si è pensato a una grave azione di hacking o a un virus, ma dal blog ufficiale di Google (in un post scritto da Marissa Mayer, responsabile della Search Products & User Experience) si apprende che si è trattato di un banale errore umano.

Per impedire l’accesso a siti sospetti, Google adotta da anni un sistema di diagnostica che avverte gli utenti sui possibili rischi che corrono navigando in questi spazi web. Oltre ad avvertire il navigatore, il motore di ricerca blocca l’accesso diretto al sito. Ieri, per circa 40 minuti a partire dalle 15:30, chiunque avesse fatto una qualsiasi ricerca, avrebbe trovato una lista di soli risultati pericolosi.  Ogni link, infatti,  era accompagnato dalla frase “Questo sito potrebbe arrecare danni al tuo computer” e tutti i link erano bloccati. Per la prima volta dalla sua nascita Google ha avuto un black-out.

Ma perché è successo tutto ciò? La spiegazione è semplice: Google lavora in collaborazione con un ente no-profit,  Stopbadware, che si occupa  di compilare delle lunghe liste di siti pericolosi in base alle segnalazioni di varie fonti. Nell’ultimo aggiornamento di queste liste all’interno dell’algoritmo del motore di ricerca è stato commesso un errore e di conseguenza tutti i siti sono stati considerati come potenzialmente pericolosi.

L’indice di Google conta oltre 8 miliardi di pagine ed è considerato il più grande e affidabile del Web. Si occupa, infatti, di servire oltre il 70% delle ricerche effettuate su Internet a livello mondiale. Visti i numeri,  il black-out di ieri è stato uno shock per tutti e soprattutto per quanti identificano ormai in Google il Web stesso facendo del motore di ricerca il canale di accesso per ogni singola richiesta.

Tutti, quindi, sono rimasti perplessi e confusi di fronte a quei strani risultati, ma sopratutto si rimaneva increduli nel vedere che ogni sito Web era considerato pericolo da Google: uno scenario apocalittico si è aperto negli occhi di tutti gli internauti.

Adesso che è passata la paura, possiamo pure riderci sopra, ma per molti è stato traumatico pensare che il Web fosse totalmente e globalmente bloccato. Chissà che sorte spetterà al povero dipendente che ha causato tutto cio!? ;-)

Scritto da salpetti

1 febbraio 2009 alle 20:03

Stampa clandestina: i blog sono in pericolo e chi ci difende è il carnefice!!!

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Ha fatto scalpore la notizia della chiusura del blog dello storico siciliano Carlo Ruta. Il giudice di Modica (in Sicilia) ha ritenuto Ruta colpevole del reato di “stampa clandestina“. Il blog incriminato,  però, non faceva niente di male se non raccogliere testimonianze, appunti e articoli sulla storia recente della Sicilia. Questa sentenza costituisce, quindi, un precedente pericoloso per tutti i blogger perché, in sostanza, non fa altro che condannare ogni forma di informazione online (eccetto quella delle testate giornalistiche registrate).

Se il giudice di Modica avesse avuto un’idea seppur vaga di come funziona il mondo di Internet, non avrebbe interpretato alla lettera la legge cui si fa riferimento la sentenza e, forse, avrebbe avuto un punto di vista diverso su tutta la vicenda. Evidentemente non è così e oggi, a causa di una normativa ambigua e poco chiara, ci troviamo in una situazione in cui potenzialmente ogni blog potrebbe essere fuori legge.

La legge sulla Stampa è del 1948, allora il Mondo era ben diverso da oggi e Internet non esisteva; il sistema della comunicazione era legato prevalentemente alla carta stampata. Oggi le cose sono ben diverse e quella legge è anacronistica. I nostri parlamentari provarono a porre rimedio all’invecchiamento di questa legge nel 2001, con conseguenze disastrose. Allora si ampliò il concetto di “prodotto editoriale” anche alle pagine web creando quella confusione normativa che ha portato il giudice di Modica a ritenere “stampa clandestina” il blog di Ruta (QUI un approfondimento).

Tutta questa vicenda è già di per sè sconvolgente; da sola basterebbe a far indignare anche il più pacifico dei blogger, ma c’è di più. Oggi in Parlamento a difendere Ruta (e conseguentemente tutti i blogger italiani)  c’è Giuseppe Giulietti, deputato dell’Italia dei Valori di Antonio di Pietro (lo stesso Di Pietro nel suo blog da il pieno sostegno a Carlo Ruta e a tutti i blogger italiani). Nel 2001, però, Giulietti era un esponente dei DS e fu relatore di quella famigerata legge che metteva sullo stesso piano blog e testate giornalistiche, quella che  ha permesso al giudice di Modica di accusare un blogger per il reato di stampa clandestina previsto dall’art. 16 della legge sulla stampa del 1948.

Adesso Giulietti invece di fare pubblica ammenda e ritirarsi in silenzio a vita privata, si cala con disinvoltura nei panni di paladino della libertà di espressione, chiedendo addirittura al Ministro della Giustizia se non sia vero che “secondo la logica prevalsa, la quasi totalità dei siti web italiani, per il solo fatto di esistere, potrebbero essere considerati fuorilegge, in quanto appunto “stampa clandestina”, e ciò  in spregio a ogni regola della democrazia”.

Ma nel 2001 in molti avevano già sollevato il problema, ma a tranquillizzare tutti ci pensò lo stesso Giulietti che affermava: “La legge sull’editoria non ha mai avuto tra i suoi obiettivi quello di imbrigliare le attività editoriali sulla rete. Sono quindi falsi gli allarmi e le preoccupazioni diffusi in tal senso“. Insomma, come ha detto Massimo Mantellini su PI, se Internet in Italia è clandestina è colpa anche “di questi signori capaci di confezionare norme che nessun paese civilizzato si sogna, per poi pacificamente dimenticarsene“.

Oggi la Rete, che sempre più va a coincidere con democrazia e libero confronto, in Italia è praticamente tutta furoi legge per clandestinità. Paradossalmente chi si è fatto paladino della giustizia e oggi attacca questa condizione, è proprio colui che ha contributo a che si sia giunti a ciò. Noi blogger, quindi, possiamo stare tranquilli: siamo in buone mani!!! ;-)

Una passeggiata nel Web 2.0

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Navigando sul Web ho scoperto molti siti e molti servizi interessanti. Vi riporto alcune “scoperte” che ho fatto nel mondo del Web 2.0, ovvero in quella parte di Internet dove le parole d’ordine sono condivisione e partecipazione. Spero che possano essere utili anche a voi (anche se sono certo che molti già li conoscerete di sicuro). Il post è un po’ lungo, speriamo che abbiate la pazienza di arrivare fino in fondo… ;-)

Il Web assume, infatti, sempre più una dimensione “sociale“. Sulla base dello spirito collaborativo e di condivisione nascono, quindi, servizi quali il social bookmarking che permettono di segnalare ad altri navigatori siti ritenuti interessanti, inoltre si sviluppa sempre più la possibilità di condivisione (sharing), si avranno quindi sistemi di image sharing, video sharing, data sharing, file sharing, …. La cooperazione interviene anche nella stesura di testi (strumenti di collaborative authoring, come la celebre enciclopedia Wikipedia o di collaborative writing & word Processing, come ad esempio Google Docs). Nel Web 2.0, ovviamente, si moltiplicano anche le possibilità di mettere in contatto tra loro gli utenti (social network, blogging, communication tools di vario tipo, …).

Il social bookmarking è un servizio dove vengono resi disponibili elenchi di segnalibri (bookmark) creati dagli utenti. Questi elenchi sono liberamente consultabili e condivisibili con gli altri utenti appartenenti alla stessa comunità virtuale. La sua utilità non è tanto quella di organizzare i propri bookmark (per quello, volendo, bastano i Preferiti di Internet Explorer o i Segnalibri di Firefox), il punto è condividere la conoscenza: segnalare ad altri navigatori un sito considerato interessante, sia per motivi professionali che per motivi prettamente ludici. Le tendenze del momento, i siti più interessanti, quelli più originali, ma anche quelli più utili per una professione o per svolgere qualche attività, vengono raccolti, segnalati e condivisi.
Oltre al più noto del.icio.us, abbiamo StumbleUpon. Il servizio combina la condivisione umana delle opinioni e l’apprendimento automatico delle preferenze. Il nome StumbleUpon (“Inciampare in”) ed è dovuto al carattere parzialmente casuale della ricerca delle informazioni. Mentre un utente sta navigando normalmente può esprimere un giudizio positivo o negativo del sito che sta navigando. Automaticamente l’indirizzo del sito viene salvato nel profilo dell’utente. Se il sito non èstato segnalato da nessun altro utente, si può comporre una breve recensione del sito e segnalare l’argomento e la lingua. Il servizio fornisce quindi la possibilità di formare comunità virtuali di persone che condividono gli stessi interessi ed ogni utente è membro sia attivo che passivo della comunità.

Tutto si può condividere, anche il proprio calendario personale. Strumenti quali Google Calendar, Yahoo! Agenda, iCal, permettono di condividere la propria agenda giornaliera con altri utenti. Un calendario può essere condiviso per intero, operazione che può risultare utile quando fai parte di un gruppo con eventi condivisi, ma che può essere utile anche per segnalare eventi o attività cui si prende parte.

Nella cultura della condivisione, ovviamente non si possono non condividere le foto e i video, cioè la condivisione delle nostre esperienze. Tra le applicazioni più utilizzate di image sharing c’è sicuramente Flirk che offre un’ampia scelta di servizi. Uno degli usi più socilai, se così si può dire, l’iscrizione a qualche gruppo tematico. Nei gruppi si discute, si guardano le foto degli altri utenti e le si commenta, eventualmente si può segnare una foto nei propri preferiti, si scambiano opinioni e riflessioni. Al pari di Flirk c’è Zoto, con la sua interfaccia facile da usare e il suo funzionamento user friendly.
Il video sharing è di certo uno delgi utilizzi del Web tra i più utilizzati. Il successo di servizi quali Youtube e simili ne è la dimostrazione. Esistono anche altre applicazioni Web in grado di trasformare il Pc in un piccolo studio di regia televisiva, un live broadcasting fai da te. Uno di questi è Ustream. Il presupposto su cui si fonda è che chiunque abbia un Pc, un microfono e una webcam può creare il suo programma. Il motto di Youtube è “Broadcast Yourself“, ma esso trova piena realizzazione con Ustream e applicazioni simili (es. Mogulus che permette di creare una vera e propria emittente televisiva da condividere nel Web. Oltre alla diretta, si possono mandare in onda video presenti sul proprio pc e video di Youtube). Insomma, adesso si possono condividere anche le TV (fatte in casa in modo del tutto amatoriale) ed è veramente semplice incorporare i clip video nelle pagine Web o nei blog.

La conoscenza nel senso tradizionale del termine passa invece attraverso il collaborative authoring, il collaborative writing & word Processing e il data sharing. Testi scritti grazie alla collaborazione di più persone che vengono condivisi. Wikipedia è un esempio su tutti. Se Wikipedia ha totalmente cambiato il modo in cui veniamo a conoscenza delle cose e collaboriamo per approfondirle, PBwiki ha però fatto un passo più: da la possibilità a chiunque di creare gratuitamente un propio wiki e di condividerlo con chi si vuole, una sorta di Wikipedia personale, una per ciascun utente. Oltre a creare un wiki, si può partecipare a quelli creati dagli altri o amministrare pagine in collaborazione con altri utenti, anche se queste non sono state create da noi.

Chiunque abbia un personal computer ha usato almeno una volta un word processor. Il Web offre la possibilità di lavorare in collaborazione sugli stessi documenti. E’ questo ciò che si propone Google Docs. I documenti sono condivisibili in tempo reale tra diversi utenti, che possono perciò aprire i file, modificarli e salvarli in contemporanea. Si possono produrre documenti direttamente all’interno di Google Docs, importarli da una mail o da un preesistente file: il sistema supporta tutti i formati più diffusi di office automation e può anche salvare in diversi formati (per intenderci, file di Word, file di Excel, .pdf, ecc). Con applicazioni quali Slide share, poi, si possono condividere anche presentazioni (es. quelle create con Powerpoint).

Anche i dati possono essere condivisi e scambiati. Swivel, ad esempio, definito dai suoi fondatori come il “YouTube dei dati“, permette di inserire dati (es. formato Excel o tab), visualizzare i dati inseriti, usare i dati inseriti da altri utenti, cambiarne le modalità di visualizzazione, comparare dataset diversi alla ricerca di covariazioni. Grafici, tabelle, database, elaborazioni statistiche, non sono più solo dati su cui lavorarci da soli, ma possono diventare pubblici e condivisi.

E addirittura anche la propria libreria personale si può condividere grazie a piattaforme come aNobii finalizzata alla condivisione di pareri e idee sui libri letti o che si vorrebbe leggere. I suoi utenti catalogano, votano, raccomandano, recensiscono libri, con la possibilità di scambiare, prestare o vendere i volumi. Ci si registra carica la propria libreria con i libri letti e le relative informazioni. Navigare tra gli scaffali di libri degli altri utenti leggendo recensioni e commenti, potrebbe essere l’occasione per conoscere nuovi titoli di cui altrimenti non si sarebbe mai sentito parlare o per saperne di più su libri che si vorrebbe leggere.

Vi è poi il famigerato file sharing che ai più è noto per il peer to peer (P2P) e il download “illegale”, come ad esempio per la musica quando si viola in diritto d’autore. Ma non è solo questo: vi sono strumenti quali Last.fm che ad esempio uniscono un potente sistema di ascolto di canzoni in streaming con la condivisione di gusti su vasta scala. Il suo funzionamento si basa su un filtraggio collaborativo dei brani musicali ascoltati su Web radio. Si possono segnalare con un clic se la canzone in onda fosse gradita o meno, in modo da adattare lo stream sempre di più alle preferenze dell’ascoltatore. Last.fm è il servizio di musica online più usato. L’utilità di Last.fm è proprio la condivisione delle proprie passioni musicali con gli altri utenti che contribuiscono con i loro ascolti alla generazione di classifiche e di “consigli per l’ascolto”.

Il web offre ovviamente la possibilità di comunicare agevolmente da una parte all’altra del Globo aumentando i flussi di comunicazione (si pensi ad esempio, a Skype, a strumeti di mssaggistica immediata come Messenger, alle chat, ecc.) e non possiamo dimenticare il fenomeno sempre più rilevante dei blog di cui ho parlato spesso. Ma è nei social network che trova adesso incarnazione la cultura del web. Tra i più diffusi c’è di certo MySpace e tra quelli i più in voga del momento c’è Facebox (da poco rinominato Netlog) da non confondere con l’altrettanto popolare Facebook (che ha funzioni simili). I membri di Netlog possono creare una loro pagina web, estendere la propria rete sociale, pubblicare playlist musicali, condividere video, postare blog e unirsi a gruppi chiamati “clan”. Netlog è una summa personale della propria identità, delle proprie competenze, dei propri interessi e della propria voglia di partecipare, anche giocando. Ogni utente ha un proprio spazio dove condivide con gli altri interessi personali, musicali, fotografici, bibliografici, ecc. Tra gli altri social network più usati c’è anche il celebre Twitter, un sisterma di micro-blogging.
Ma vi sono social network finalizzati anche alla ricerca del lavoro, come LinkedIn o Neurona che permettono di rendere disponibili i propri curricula e di mettere in contatto persone che lavorano in posti diversi con vari ruoli.

Nell’era del Web 2.0, le possibilità che hanno gli utenti di produrre e scambiare contenuti, nonché di collaborare sono moltissime. Addirittura esiste anche il cosiddetto social lending (tra i siti più importanti c’è Zopa), ovvero la possibilità di scambiare denaro in prestito direttamente tra persone, senza banche e finanziarie di mezzo. Chi possiede qualcosa la presta direttamente a chi ne ha bisogno e la community regola tutti i passaggi…

Questa è solo una piccola passeggiata all’interno dello sconfinato mondo del Web 2.0. L’immagine che ne viene fuori è ovviamente parziale e incompleta. Aspetto altri suggerimenti e segnalazioni…
Insomma, le risorse sono tante, spetta a noi internauti andarle a scoprire e usarle al meglio… ;-)

Internet chiuderà nel 2010?

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BOLLETTINO DEL TRAFFICO INTERNET: Attenzione, code e rallentamenti sono previsti sull’intera rete a partire dal 2010.

Una notizia importante arriva dagli Stati Uniti dove è stato recentemente pubblicato uno studio che prevede la fine di Internet. Secondo il Nemertes Research Group, infatti, quello che ho pubblicato ad inizio post potrebbe essere benissimo il testo di un fantomatico bollettino del traffico Internet diramato tra qualche anno (QUI e QUI un’attenta analisi).

Secondo questo studio, Internet avrebbe davanti a sé ancora pochi anni di vita serena, dopodiché si troverebbe a dover trasportare più dati di quanti in realtà le infrastrutture non possano fare. I termini sono chiari: se non verranno investiti 137 miliardi di dollari in nuove linee di comunicazioni, nel 2010 i contenuti potrebbero superare la capacità delle reti. Significa che il Web potrebbe trasformarsi in una specie di tangenziale nell’ora di punta: tutti in coda! Sarebbe una caccia aperta al download, i video di YouTube andrebbero avanti molto lentamente e diverrebbero inutilizzabili, la navigazione tornerebbe veloce come ai tempi delle connessioni telefoniche analogiche.

Il problema è legato il larga misura al successo di alcuni servizi Web, in particolare i ricercatori hanno accusato quelli legati alla distribuzione di video (come YouTube) e al P2P (eMule o BitTorrent). Il boom di questi servizi è inarrestabile e a causa loro la quantità di dati che circolano in Rete cresce sempre più in maniera esponenziale. Si calcola poi che complessivamente in un anno in Rete si muovano circa 161 exabyte (cioè 161 miliardi di gigabyte!).

Già qualcuno solleva dubbi sull’obiettività di questa previsione. Techdirt sottolinea la ciclicità di simili dichiarazioni e l’allarme di un possibile collasso che periodicamente viene lanciato da diverse fonti. Non è la prima volta, quindi, che si pensa al futuro della Rete come una scommessa per le infrastrutture e per la gestione dell’enorme quantità di informazioni, ma questa volta la crisi potrtebbe essere inevitabile, secondo i ricercatori del Nemertes. 

Allarmare utenti e governi su una possibile fine di Internet è però un modo per richiamare nuovi investimenti e incentivi, alleggerendo i costi dei provider. E la ricerca condotta dal Nemertes, infatti, è stato svolto per conto della Internet Innovation Alliance, di cui fa parte anche il carrier At&t, una delle più grandi compagnia telefonica del Mondo, interessata all’aumento degli investimenti. Alcuni dubbi sulla bontà dello studio sorgono spontanei…

Internet ormai si è integrato perfettamente nella nostra esistenza, nella nostra quotidianità, diventando uno strumento prezioso per il lavoro, per lo studio, per l’informazione, per lo scambio e la circolazioe di idde, per il tempo libero. A prescindere dalla bontà e dall’obiettività di questo studio, pensare che un giorno la Rete possa sparire o non essere più così facilmente accessibile, è un’immagine apocalittica (almeno per me che sono quasi un Internet-dipendente). ;-)

BLOGGERS FOR BURMA: UNITI PER LA BIRMANIA

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Ho partecipato molto volentieri all’iniziativa lanciata da Daniele Verzetti del blog L’Agorà del Rockpoeta per realizzare un post comune formato da diversi penseri di vari bloggers su quello che sta accadendo in Birmania. Oggi, in contemporanea, tutti i partecipanti stiamo postando sui nostri blog il post che abbiamo realizzato (in basso trovate i link ai blog dei partecipanti). Ecco il post:

Chi sono i Bloggers for Burma? Sono 16 bloggers che vogliono far sentire la loro voce a sostegno di chi lotta pacificamente per la libertà. O, forse, solo 16 pazzi utopici che credono ancora che i diritti umani e la democrazia siano e debbano essere dei valori cardine del mondo di oggi e di quello di domani. Queste le nostre parole:

“I diritti umani, la libertà e la democrazia sono la linfa della società in cui noi viviamo. Diritti acquisiti e forse un po’ scontati per quelli nati, come me, dopo la nascita della Repubblica che ne hanno sentito il profumo nell’aria, per la prima volta, inspirata.

I diritti umani, la libertà e la democrazia sono, invece, per molti popoli concetti astratti di cui è persino vietato parlare. Per il Popolo Birmano una ragione valida per farsi massacrare.

Pacificamente, senza opporre resistenza.

In tempi di fanatismi religiosi che costano vite innocenti e minacciano i fondamenti della società civile, i monaci buddisti si uniscono al loro Popolo per chiedere il rispetto della loro grandissima dignità di uomini, di cittadini.

Non lasciamo che la loro giusta e onorevole protesta resti confinata in una piccola regione del mondo. I diritti umani, la libertà e la democrazia devono essere patrimonio di tutta l’umanità.

E perciò in un abbraccio mondiale gridiamo: “Free Burma!”

ArabaFenice

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“Non entro in argomentazioni socio-politiche essendoci sicuramente persone più competenti e preparate del sottoscritto a farlo.

Preferisco soffermarmi su quelle che sono le sensazioni e analizzare l’incedere di questi accadimenti.

Spero tanto di sbagliarmi ma le trovo molto simili a quelle già vissute per il Darfur.

Un’ondata iniziale di sdegno, accompagnata da immagini crude (si pensi all’esecuzione di quel giornalista o ai monaci investiti dai camion militari senza troppi complimenti!), da notizie che facevano crescere sempre di più l’angoscia, da una preoccupazione sempre crescente per quelle popolazioni. All’inizio aperture di Tg, radio, prime pagine dei quotidiani ed oggi invece? … Oggi niente di più di qualche trafiletto “riempitivo” nell’home page di qualche sito e nulla più. Al radiogiornale delle 8.30 neanche menzione. Aldilà di tutte le parole e le elucubrazioni che si possono fare relativamente alla vicenda, la mia preoccupazione è che però stavolta non ci si dimentichi di loro perchè quando si comincia a dimenticare chi soffre si diventa complici dei loro aguzzini!”

Chit.

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“Quando la mattina, aprendo gli occhi, sancisco la nascita di un nuovo giorno, ringrazio chi di dovere per questo dono.

Quando, attraverso i giorni che si susseguono, sono artefice della mia vita e del mio destino, ringrazio i miei Avi.

Li ringrazio per il dono che mi hanno fatto. Li ringrazio per la libertà di cui oggi godo.

Ogni giorno che passa, ogni istante che vivo, mi rendo conto della fortuna che ho. Sono un uomo libero.

Non per tutti è così. Il popolo della Birmania, guidato dai monaci buddisti, lotta per la libertà.

E’ una lotta fatta attraverso la parola, attraverso la pace. Parole di libertà e di pace che si scontrano contro armi e intolleranza.

Diamo un’eco a quelle parole. Non lasciamoli soli. Insieme si può. Libero uomo in libero Stato”.

Davideelle

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“Finchè ci saranno uomini di guerra pronti a colpire, soffocare, uccidere ed imprigionare uomini di pace, noi ci saremo ad additarli, a condannarli, a non dimenticare.

Contro tutti i regimi di ogni colore urliamo l’urgenza di vedere la Birmania libera.

Finazio.

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Una comunità internazionale “distratta” in tutti questi anni ha ampiamente ignorato la Birmania e quello che vi succedeva.

In pochi hanno però ignorato le possibilità economiche che offre questo paese.

Non è un mistero che, a dispetto delle condanne ufficiali, fra i maggiori investitori in Birmania ci siano Francia, USA e Gran Bretagna.

Compiamo tutti un gesto concreto per aiutare il popolo birmano.

Chiediamo con forza che l’Unione Europea applichi sanzioni economiche severe; nel frattempo ognuno faccia un piccolo significativo gesto boicottando le multinazionali che sfruttano le risorse energetiche del paese”.

Franca.

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“Abbiamo imparato qualcosa da Piazza Tien an men? I monaci birmani, oggi, da soli non possono farcela.

Siamo noi, quelli che non verranno incarcerati o torturati se protestiamo, che dobbiamo aiutarli a liberarsi della dittatura che soffoca il loro desiderio di libertà.

Restiamo uniti per la Birmania e non dimentichiamola”.

Luca.

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“I Paesi Democratici di tutto il mondo non possono tacere sulle nefande azioni repressive dell’attuale governo birmano. Ci vogliono azioni concrete a sostegno della popolazione oppressa.

La diplomazia da sola non basta a salvaguardare il rispetto dei diritti umani, tanto più in questo caso dove le relazioni di opportunità tra governi sembrano prevalere sulla salvaguardia dei diritti umani fondamentali”.

Mariad.

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“Quello che accade in Myanmar, ma noi preferiamo parlare di ex-Birmania, è la palese dimostrazione che la libertà di parola e di manifestazione del proprio pensiero, come è nel diritto di ogni essere umano, è continuamente minata e minacciata da chi usa e abusa del suo potere.

Il nostro contributo vuole essere perciò una sorta di marcia che simbolicamente avviene di pari passo assieme a quella degli straordinari monaci birmani e dei tanti cittadini che con ammirevole forza e determinazione hanno deciso di non arrendersi e sono scesi pacificamente in piazza per opporsi alla dittatura e affermare con coraggio i valori della democrazia e della libertà. Un sacrificio per un grande e nobile ideale che sta avendo però degli orribili risvolti di dura e inaudita repressione e violenza che stanno superando il varco dei crimini contro l’umanità.

Noi scegliamo di dare voce al loro urlo soffocato da meschini e sanguinari criminali. Noi siamo con loro.

Il nostro è perciò un grido che vuole e deve andare al di là di qualunque interesse economico, oltre qualunque pregiudizio culturale e politico.

Aiutaci anche tu.

Diamo voce al gesto dei monaci birmani…alla loro libertà. Alla pace”.

Mimmo.

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“Marciando in silenzio

abbiamo fatto sentire la nostra voce

Ora tocca agli altri gridare”

Osteria dei Satiri

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“La Libertà e la Democrazia sono dei valori assoluti, nessun fucile o manganello potranno mai soffocarli.

Aldo Moro diceva ai suoi sequestratori: -”se mi ucciderete farete di me un Martire della Democrazia”.

La Storia diede ragione a Moro, il suo sacrificio divenne un martirio in nome della Libertà e divenne la Tomba Politica del Terrorismo Brigatista!!!

Il popolo birmano grazie ai suoi martiri vincerà la tirannia militare, il sacrificio dei monaci e del popolo è stato un esempio mondiale e ha acquisito una Forza Politica molto importante per la democrazia e la libertà della Birmania”.

Polis.

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“Quando un Paese non è una grande potenza, non ha una forza economica sufficiente, viene da una storia di occupazione e sfruttamento coloniale, chi lo può difendere dagli appetiti degli Stati “avanzati” o emergenti?

Quando un popolo non ha mai conosciuto la democrazia, o ha visto soffocare la sua breve stagione di democrazia perchè il leader che si era scelto non era quello gradito a chi decide le sorti del mondo, chi lo può aiutare?

Quando qualcuno di quel popolo e di quel Paese riesce a trovare la forza ed il coraggio di esporre la propria vita al rischio di vedersela strappare, pur di risvegliare le coscienze e di interrompere una tirannia ultradecennale, sopportata e supportata da interessi economici esterni, chi può fargli sentire che non è solo?

Per noi che la democrazia la conosciamo e la viviamo, è un dovere morale non tacere su ciò che succede in Birmania, come in Darfur.

Per uno Stato come l’Italia e per un’entità come l’Unione Europea dovrebbe essere un dovere

premere in ogni modo per porre fine alla dittatura, anche con misure plateali.

Io vorrei che l’Italia desse un segnale fortissimo a chi sta lottando per liberarsi, boicottando le Olimpiadi di Pechino”.

Raser

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“Non riesco a trattenere le lacrime, le parole non escono, vorrei aggiungere solo una citazione che mi accompagna da sempre e che ho scolpito nel cuore; mi ha sempre guidata, come un maestro:

Libertà vo cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta.

Dante Alighieri

Cercando in rete mi rendo conto che non abita solo il mio cuore

http://www.flickr.com/photos/barbarageraci/1442930561/

Remyna in preghiera”.

Remyna

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“Da bambino mi piaceva ambientare le mie fantasie di principesse e castelli suntuosi, elefanti giganti e monaci che lottano contro le tigri, in Birmania.

Non sapevo esattamente dove fosse collocato geograficamente quel paese e questo toglieva ogni limite alla mia fantasia.

Ora sono diventato grande, ho imparato esattamente dove si trova la Birmania. Tra confini delineati con il sangue e la violenza.

Sogno che i bambini, nati sotto la dittatura militare, il prima possibile tornino, a loro volta, a fare sogni di luoghi incantati, sotto un cielo di riacquisita libertà”.

Richard Gekko

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Non si muore soltanto quando si cessa di vivere, ma anche quando il terrore invade l’esistenza quotidiana, e la possibilità d’esprimere liberamente le proprie opinioni viene brutalmente stroncata.

Nessuno ha il diritto d’uccidere la libertà altrui.

Romina

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E’ impensabile che nel III millennio ci siano ancora posti dove vengono calpestati i diritti umani e dove non c’è libertà, ma purtroppo è così.

Quello che stà succedendo nell’ex Birmania lo dimostra. L’esempio dei monaci è da seguire: la democrazia esce dai monasteri che sono da sempre espressione di moralità, tradizione, cultura.

Spero che il popolo birmano riesca nel suo intento di liberarsi dal regime in modo non-violento con l’ausilio della sola forza di risorse apparentemente intangibili come moralità, cultura, conoscenza, informazione libera, ma che però sono i veri pilastri di un sistema democratico.

I monaci, con la loro protesta pacifica, sono convinti che la democrazia potrà essere ristabilita senza lotte violente o spargimento di sangue.

Auspico che abbiano ragione e che si possa concludere tutto nel migliore dei modi pacificamente. Per far questo occorre far sì che non si distolga l’attenzione da ciò che accade da quelle parti e fare pressioni affinché la Comunità internazionale non si dimentichi di loro; a telecamere spente si possono compiere crimini orribili.

Non smettiamo di parlare del Burma, della sua storia e di quello che sta accadendo. Noi, insieme ai blogger di tutto il Mondo possiamo davvero rappresentare un grande aiuto per il popolo birmano. FREE BURMA!!!

Salpetti.

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Never Alone

Aria acre

pungente

odora di zolfo

puzza di stantio.

Cenere avvolge

I cieli morenti di Rangoon

Vuoto, Deserto, Nulla Assoluto,

Riempiono con suono assordante

luoghi un tempo vivi

Allietati dal silenzio

E da raggi di sole arancione in preghiera.

Ed ecco un altro Tibet

Un altro Cile

Un’altra Cambogia

Un altro Darfur

Un altro Nazismo.

Ecco altro odio.

E questo mio tenue respiro

Per non lasciarvi soli MAI!

Daniele Verzetti, Rockpoeta.

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Come avrete potuto osservare leggendoci, tanti modi diversi di sentire e raccontare questa tragedia, ma in gola, ciascuno di noi, ha un solo urlo: FREE BURMA!

F.to: BLOGGERS FOR BURMA.

BLOGGERS FOR BURMA are:

(rigorosamente in ordine alfabetico di nick e di apparizione nel post)

Anna Maria Stufano, “ArabaFenice” del blog “Non solo Giovinazzo”

http://nonsologiovinazzo.blogspot.com

Claudio Chittaro, “Chit”, de “Il Blog di Chit”

http://www.chitblog.net/?

Davide Longo, “Davideelle” del blog “Bar Mario”

http://davideelle.blogspot.com/

Ignazio Finizio, “Finazio”, del blog “Finazio, la musica che gira intorno”

http://finazio.blogspot.com

Franca Bassani, “Franca” del blog “Francamente”

http://franca-bassani.blogspot.com/

Luca Zerbato, “Luca” del blog “Libero di pensare”

http://liberodipensare.blogspot.com

Maria D’Ordia, “Mariad” del blog ” Non solo sogni”

http://mariad-nonsolosogni.blogspot.com

Mimmo, del blog “Cliccare Mimmo”

http://mimmoworld.blogspot.com/

Max, “Osteria dei Satiri” del blog omonimo: “Osteria dei Satiri”

http://osteriadeisatiri.blogspot.com/

Francesco Spallacci, “Polis” del blog omonimo “Polis”

http://polisfs.blogspot.com/

Stefano Ravasio, “Raser” del blog omonimo “Raser”

http://raser.ilcannocchiale.it/

Marina Remi, “Remyna” del blog “Remyna’s blog”

http://marinaremi.wordpress.com

Richard Gekko, del blog “Parole di un maniaco omicida”

http://richardgekko.altervista.org/

Romina, stesso nick, del blog “Intersezioni”

http://intersezioni.awardspace.com/

Salpetti, stesso nick, del blog “La forza del blogging”

http://salpetti.wordpress.com

Daniele Verzetti, “Rockpoeta” del blog “L’agorà”

http://agoradelrockpoeta.blogspot.com

Protesta in Birmania: la democrazia senza bombe e sanzioni?

con 17 commenti

Al decimo giorno di marce non violente, la situazione in Birmania (o Myanmar, come la chiamano le forze militari) si fa drammatica: una decina di morti, centinaia di feriti, mgliaia di arresti, …
Tutto questo il giorno dopo che il Consiglio di sicurezza dell’ONU non ha trovato un accordo sulle sanzioni da infliggere al Myanmar. Durante le consultazioni a porte chiuse del Consiglio, Russia, Cina e Indonesia si sono opposte alla proposta avanzata da Unione europea e Stati Uniti di discutere misure contro il regime militare birmano.

Secondo me, sulle spalle della vicenda Birmana si sta giocando un pericoloso gioco di poteri le cui conseguenze ricadono sul popolo birmano e che rimarca quelli che sono le relazioni che contano a livello internazionale. Sono, infatti, motivazioni di carattere politico, economico e ideologico quelle che impediscono un intervento decisivo contro il regime illiberale in Myanmar. Secondo Sergio Romano (intervistato da Panorama), Mosca e Pechino si sarebbero opposti ad un eventuale embargo perchè sono i maggiori partner economici della Birmania (che produce tra le altre cose Teck, zaffiri, rubini, ecc.) e perchè vedono nelle iniziative dell’ONU che partono dagli Stati Uniti una pericolosa interferenza nella propria area di influenza. In altre parole, con il regime birmano Cina e Russia hanno buoni rapporti e se quel regime venisse rovesciato per decisione dell’Occidente, il prossimo governo sarebbe quasi certamente filo-occidentale, un rischio che né i russi né i cinesi si possono permettere, per loro va bene così.

Penso, dunque, che questa situazione non faccia altro che sottolineare quelli che sono gli equlibri politici, economici e di forza che vigono tra gli stati più potenti del Mondo. Gli Americani, ad esempio, sempre pronti ad esportare la loro democrazia con ogni mezzo, questa volta sembrano sì interessati, ma alla lontana. Questo perchè il confine tra interesse economico e ideologia diventa sempre più labile. Per Bush, l’America è il faro della democrazia nel mondo (lo dice quasi ad ogni suo discorso), ma forse è un faro che illumina di più le zone dove è lui ad avere interessi economici (petrolio) e non i suoi avversari ideologici (Cina e Russia con le materie prime birmane). Gli USA, quindi, hanno cercato di far sentire al propria voce all’ONU, non ci sono riusciti e anche a loro va bene così.

L’ONU, poi, secondo me, si è rivelata ancora una volta per quello che è: un’organizzazione che finge di essere “super partes“, ma che si trova spesso nell’impossibilità di agire per via di limiti strutturali che la costingono a sottostare ai soliti giochi di potere internazionali, perciò quando si verificano situazioni come questa si trova con le mani legate venendosi a trovare così involontariamente schierata.

La Cina continua a rivelarsi illiberale e dimostra di portare avanti una politica di spartizione del territorio ormai superata, insime alla Russia di Putin, il quale sembra avere nostaglia della “Guerra fredda” (si legga, ad esempio, quanto scrivevo su Putin QUI). Insomma, in mezzo al caos internazionale dei giochi di forza ci si sono trovati i poveri monaci buddisti (che protestano pacificamente) e la popolazione del Myanmar, costretta a subire repressioni da parte di un regime che non vogliono e di cui non riescono a liberarsi che, oltre a privare il popolo della libertà, lo costringe a vivere in condizioni di miseria.

Ma le sanzioni sarebbero servite davvvero? Sicuramente non servono i bombardamenti, metodo con il quale è stata “esportata” la democrazia in altri luoghi (ma non è queso il caso), neanche con le sanzioni economico-diplomatiche (embargo) credo si possa risolvere nulla. Un regime isolato, infatti, secondo me, diventa più forte, non si indebolisce. Restando isolato e non avendo altri termini di paragone o non presentando alla gente altre alternative, un regime chiuso in sè stesso finisce per aquistare forza e autorevolezza (Cuba docet). Inoltre, nei Paesi colpiti solitamente si rafforza una sorta di “casta” delle sanzioni che utilizza il contrabbando e la speculazione sfruttando la mancanza di merci sul mercato e gli inevitabili aumenti dei prezzi. Il popolo birmano è già stato ridotto in miseria, un embargo peggiorerebbe la situazione e, a mio avviso, come dicevo, non farebbe indebolire affatto il potere del regime militare.

Cosa fare, dunque? Non sarò certo io a trovare una soluzione, ma credo che solo grazie all’informazione libera [già i blogger birmani si stanno muovendo QUI, QUI e QUI], alla cultura e allo sviluppo economico è possibile liberare un popolo da un regime illiberale. La questione riguarda tutti gli stati. Si potrebbero fare investimenti in quel territorio, incentivare il turismo, creare le condizioni affinchè la gente entri in contatto con altre realtà, evolva culturalmente, economicamente e riesca a sollevare la testa autonomamente e consapevolmente contro l’oppressore. Certo, tutto questo non è facile, ma credo che sia meglio di imporre sanzioni che costringono alla fame e rafforzano il potere autoritario.

L’esempio dei monaci buddisti è da seguire: la democrazia esce dai monasteri che sono da sempre espressione di moralità, tradizione, cultura. Spero che il popolo birmano si liberi dal regime in modo non violento con l’ausilio della sola forza di risorse apparentemente intangibili come moralità, cultura, conoscenza, informazione libera, ma che però sono i veri pilastri di un sistema democratico. I monaci, con la loro protesta pacifica, sono convinti che la democrazia potrà essere ristabilita senza spargimento di sangue e sperano che la comunità internazonale si interessi finalmente al loro Paese. Mi auspico che i monaci abbiano ragione e che si possa concludere tutto pacificamente. Spero anche che non cali l’attenzione mediatica (la Rete li sta aiutando) perché a telecamere spente si possono compiere indisturbati crimini orribili.

> AGGIORNAMENTO: Da oggi (28/09) in Birmania non funziona più Internet (informazioni QUI e QUI) ed è iniziata una vera e propria “caccia al giornalista“. Il regime ha capito che restando isolato può avere ampi margini di manovra. Speriamo che non si ripeta una strage come nell’89 appena si ridurrà il flusso di informazioni sulla rivolta pacifica dei monaci.

 

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