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Articoli con tag ‘idv

Cina, in Xinjiang come in Tibet. E il presidente cinese passeggia indisturbato per Roma…

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Urumqi-proteste-Cina- Xinjiang

E’  arrivato in Italia, primo tra i leader mondiali del G8, il presidente della Cina. Hu Jintao sta facendo il turista per le strade di Roma e, mentre lui si diverte, nel suo Paese ancora una volta vengono negati i diritti umani.

L’anno scorso era il Tibet, oggi è la regione dello Xinjiang a essere scenario di violenze  e soprusi. In questa regione è in atto una vera e propria pulizia etnica messa in atto dal Governo cinese che vuole cacciare via gli abitanti autoctoni, gli Uiguri.

Lo Xinjiang è una vasta regione della Cina nord-occidentale, la cui maggioranza della popolazione è uighura, un etnia musulmana accusata da Pechino di condurre una campagna terroristica per l’indipendenza.

Per questo motivo, oggi, al culmine di una serie di scontri che si protraggono da tempo, sono morti più di 140 manifestanti e ci sono stati oltre 800 feriti durante una manifestazione di protesta;  per non parlare del numero degli arresti (QUI). Come al solito si è attivata anche la macchia della censura (QUI) e il governo cinese ha bloccato l’accesso a Internet nella capitale dello Xinjiang, Urumqi, e nelle zone limitrofe.

Naturalmente nessun politico italiano ha chiesto spiegazioni a Hu Jintao. Non sarà perché l’altro giorno sono stati firmati degli importati accordi economici con l’Italia che prevedono addirittura la costruzione di un aeroporto in Sicilia a spese del governo cinese? Oppure perché oggi Berlusconi ha firmato degli altri accordi con Hu Jintao per un ammontare di  ben 38 miliardi di euro!?

Così, mentre il nostro Presidente del consiglio dice di apprezzare la politica portata avanti dalla Cina, definendola coerente con una “politica dell’armonia” e del “dialogo”, i cinesi devastano indisturbati il territorio dello Xinjiang, hanno distrutto  Kashgar (QUI), un tempo la città più bella sulla via della Seta, hanno ucciso più di 140 persone, censurano l’informazione e così via…

Laggiù si muore e qui Hu Jintao mangia un gelato davanti al Pantheon ammirando con incanto le bellezze italiane, per di più lodato dal nostro Governo.

Certo che quando di mezzo  ci sono i soldi ci si dimentica di tutto! ;-)

Scritto da salpetti

6 luglio 2009 alle 16:50

Ridurre i parlamentari? In realtà non lo vuole nessuno e forse non è nemmeno auspicabile!!!

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PARLAMENTO

Da qualche giorno un tema predominate nell’agenda politica e dei media è quello della riduzione dei parlamentari. Sul taglio pare che siano tutti d’accordo (ma non è così). Pd e Idv hanno presentato da tempo dei disegni di legge riguardanti la riduzione dei parlamentari; il Pdl e la Lega hanno questo tema nei propri programmi quasi dalla loro fondazione. Anche l’UDC è d’accordo.

Allora qual è il problema? Il problema è che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare… e che dietro agli slogan spesso non ci  sono reali intenzioni.

Il Pd vuole strumentalizzare questo tema per contrastare ancora una volta l’avversario Berlusconi sfidandolo a duello in un campo di battaglia che, però, lui conosce bene e domina (i media). Il Pdl vuole usare questo tema per fare leva sugli elettori in vista delle elezioni europee.

Insomma,  il numero dei parlamentari va ridotto, ma finché non si affronterà la questione con serietà non si concluderà nulla, come dimostra quello che è accaduto oggi al Senato (QUI).

Il nostro ordinamento giuridico nasce dopo la guerra. C’era stato il ventennio fascista, la seconda guerra mondiale e la resistenza partigiana. I membri dell’assemblea costituente si lasciavano alle spalle tutto questo e volevano che nulla di tutto ciò si ripetesse. Nacque così il nostro Parlamento con tutti i meccanismi di controllo, le procedure lente e burocratiche, due camere, regole e procedure rigide,  ferree norme da rispettare e tutto il resto.

Prima di prendere una decisione, infatti, occorreva pensarci due volte e rifletterci bene. Per di più lo scenario culturale, economico e politico del tempo era molto più semplice e lineare di quanto lo sia oggi e tutto il mondo camminava più lentamente. Oggi le cose sono cambiate e le democrazie moderne hanno bisogno di apparati governativi snelli, veloci, efficienti che sappiano gestire in tempo reale la complessità della società e la velocità con cui si muove il mondo.

Per quanto mi riguarda, quindi, credo che sia necessario ridurre il numero dei parlamentari, ma prima si pone un altro problema che si presenterebbe in maniera ancora più marcata se ci fossero meno parlamentari: il modo in cui si eleggono.

In questo momento i nostri rappresentati vengono praticamente nominati dai segretari di partito ed è a loro che devono rispondere, non ai cittadini. Chi vota non sa nemmeno chi andrà a rappresentarlo. Se ci fosse un sistema elettorale a collegio uninominale, ad esempio, ogni cittadino potrebbe scegliere il proprio parlamentare allo stesso modo in cui oggi sceglie il proprio Sindaco. L’opinione pubblica locale potrebbe essere più informata su chi sono i candidati e le campagne elettorali tornerebbero a essere il momento in cui il candidato scende in piazza con la sua storia, la sua figura e le sue proposte. Ci metterebbe, insomma, la faccia!

Il Parlamentare, per essere rieletto, dovrebbe rendere conto del suo operato agli elettori della circoscrizione che, essendo relativamente pochi e concentrati n un territorio specifico, potrebbero esercitare un potere di controllo molto più grande di quello che hanno adesso (che è pari allo zero).

Tagliando il numero dei parlamentari e lasciando inalterato il sistema elettorale, si peggiorerebbero solo le cose: pochi uomini al comando  (quini ancora più fedeli e ancora più “servili”) coordinati da un’élite molto ristretta (con i soliti nomi e le solite facce!).

Io credo che purtroppo nemmeno questa volta ci sarà l’auspicabile taglio di parlamentari. Se non si cambia sistema elettorale, però, forse è meglio così. Che ne pensate? ;-)

Scritto da salpetti

27 maggio 2009 alle 16:20

Nucleare in italia… E l’Enel ci guadagna ancora!

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nucleare-rischio

Oggi il premier Silvio Berlusconi e il presidente francese Nicolas Sarkozy hanno firmato un accordo che vedrà Italia e Francia più vicine nella produzione di energia nucleare (QUI).

Incuranti del referendum con il quale gli italiani dissero di NO al nucleare, l’accordo prevede anche la realizzazione di almeno quattro centrali nucleari nel nostro Paese.

Queste nuove centrali nucleari (dette di terza generazione) sono più sicure delle precedenti, ma non risolvono il problema delle scorie e per di più, in caso di incidente, sarebbero più pericolose dei vecchi impianti (la centrale di Cernobyl era di seconda generazione).

Sul nucleare, inoltre, gli italiani avrebbero più timori e dubbi che entusiasmo e certezze. Secondo una recente ricerca dell’Eurispes, infatti, “con uno scarto di 7,4 punti percentuali rispetto ai favorevoli, gli italiani bocciano – per vari motivi -  il ricorso al nucleare come fonte di energia“.

Insomma, un referendum vieterebbe la costruzione di centrali in Italia, gli italiani sono scettici (quando non hanno proprio paura di questa forma di energia), non sono stati risolti i problemi delle scorie e quelli legati alla sicurezza in caso di incidente, …
Ma allora chi ci guadagna da tutto ciò?

Non voglio rispondere a questa domanda perché la risposta è chiara a tutti. Così, mentre EcoTV lancia una provocazione sostenendo la costruzione di una della quattro nuove centrali ad Arcore, il PD sostiene che a guadagnarci da questo accordo sarà solo la Francia perché Sarkozy punterebbe sui fondi pubblici italiani per sostenere l’industria nucleare francese, l’IdV sostiene che questo è l’ennesimo spot elettorale di Berlusconi che però costa all’Italia ben 4 miliardi di euro, Legambiente, WWF, Greenpeace e Verdi si oppongono in ogni modo a questo accordo, nessuno parla dell’Enel che in questo momento è quella che ci guadagna di più dall’accordo (QUI).

Senza parlare del fatto che – come documentato in questa puntata di Report – da ben 22 anni noi cittadini dobbiamo risarcire l’Enel e la società che si occupa dello smaltimento delle scorie (ad oggi abbiamo speso circa 9 miliardi di euro) per il mancato guadagno dovuto allo stop agli investimenti nel nucleare dopo il referendum e per mantenere in sicurezza gli impianti che sono ancora pieni di scorie radioattive, vorrei invece soffermarmi su questo punto: da oggi Enel è il secondo operatore energetico d’Europa dopo l’azienda pubblica francese Edf (QUI).

Enel, infatti, è impegnata in cinque Paesi (Spagna, Slovacchia, Francia, Romania e Russia) con un totale di capacità produttiva di 5.680 megawatt. Un’ulteriore capacità produttiva di altri 1.080 megawatt si va ad aggiungere a questa grazie ai nuovi reattori in costruzione in questi Paesi (senza contare quella derivata dalle future centrali italiane).

Visto che adesso il nucleare sarà al centro dell’attenzione, riporto proprio a proposito dell’Enel alcuni passaggi di un mio vecchio post in cui si parlava delle centrali nucleari di Mochovce, in Slovacchia. Non ci sarebbe niente di strano se non fosse che i reattori presenti a Mochovce e quelli che si stanno per costruire sono delle potenziali bombe atomiche, nel senso che hanno livelli di protezione bassi.

La centrale di Mochovce fu costruita dai russi quando l’allora Cecoslovacchia faceva parte dell’Unione Sovietica e in quel periodo (negli anni ‘80, con la guerra fredda e prima che entrassero in vigore le moderne norme sulla sicurezza e sull’impatto ambientale di certe costruzioni) fu facile ottenere i permessi.

L’Enel acquisì nel 2005 tra le polemiche e tra le proteste degli ambientalisti il sito di Mochovce.  Dopo vari ritardi e tanti fermi, nel novembre del 2008 l’Enel (probabilmente incoraggiata dal riaprirsi del dibattito sul nucleare in Italia) avviò la costruzione di alcuni nuovi reattori in Slovacchia (QUI) mantenendo, però,  i vecchi progetti.

Il problema è che i reattori di Mochovce sono una vecchia progettazione sovietica, quindi, usano vecchie tecnologie e per di più non hanno nessun guscio di contenimento che possa prevenire il rilascio di radioattività nell’ambiente nel caso di incidenti rilevanti.

Benché oggi i reattori nucleari di terza generazione debbano avere necessariamente due gusci di contenimento, l’Enel vuole quindi continuare a costruire secondo i vecchi progetti senza predisporre alcun guscio protettivo. Pertanto, se sciaguratamente  un aereo entrasse in collisione con la struttura (come ci insegnano i tragici fatti dell’11 settembre 2001!) si potrebbe innescare una catastrofe nucleare senza precedenti nel bel mezzo d’Europa (per intenderci, a soli 500 Km da Venezia).

La posizione del governo Slovacco è stata ambigua sin dall’inizio e per questo Greenpeace ha presentato un ricorso senza ottenere ad oggi alcun esito. Naturalmente nemmeno i Paesi vicini quali l’Austria sono contenti di avere una potenziale bomba atomica a pochi chilometri di distanza.

Questo episodio dovrebbe essere un ulteriore elemento di riflessione sul nucleare italiano (che è anche quello che viene gestito e prodotto all’estero) e sui problemi legati alla produzione di questa forma di energia.

Insomma, il problema energetico (insieme a quello della sostenibilità ambientale) è sicuramente di enorme gravità e va affrontato, ma se qualche volta si pensasse davvero di più agli interessi collettivi (salute, ambiente, tutela dei cittadini, …) piuttosto che ai soli interessi politico-economici forse il problema sarebbe di più facile soluzione.

Latorre (PD) manda un “pizzino” a Bocchino (PDL): destra e sinistra contro Di Pietro

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L’altra mattina nel programma di La7 Omnibus si discuteva della questione della Commissione di Vigilanza Rai. Gli ospiti in studio erano Nicola Latorre (vice-capogruppo del Pd al Senato), Italo Bocchino (vice-capogruppo del Pdl alla Camera) e Massimo Donadi (capogruppo dell’Idv alla Camera).

Mentre l’esponete dell’Italia dei Valori di Di Pietro stava parlando dell’elezione di Villari (dimostrando come in questo caso la maggioranza avesse fatto un vero e proprio strappo istituzionale), Bocchino si trovava in difficoltà e non riusciva a replicare. Non era stato particolarmente brillante quando cercava di spiegare a che titolo il Pdl ha preteso di scegliere il presidente della Vigilanza in casa dell’opposizione.

A togliere dall’impaccio Bocchino ci ha pensato quello che in realtà avrebbe dovuto essere il suo avversario: Nicola Latorre. Il senatore del Pd afferra furtivamente un giornale che stava sul tavolo e scrive qualcosa. Poi passa il quotidiano a Bocchino che legge e subito chiede la parola come se fosse stato raggiunto da un’improvvisa illuminazione (il video ad inizio post).

Caro Donadi – dice – voi non volevate Pecorella alla Consulta e noi l’abbiamo ritirato. Ora dovete fare lo stesso con Orlando“. A parte il fatto che l’accostamento non regge perché le circostanze sono del tutto diverse, il fatto grave è che questo episodio dimostra come sia Pd che Pdl siano perfettamente d’accordo quando si tratta di screditare un membro dell’Italia dei Valori che, a quanto pare, è avversa a Berlusconi in quanto corrente “giustizialista” ed è avversa a Veltroni in quanto sta lì a ricordare che in realtà l’opposizione in Italia è ombra (come quel famoso governo alternativo di cui nessuno ha più sentito parlare).

Dopo che il suggerimento è stato accolto da Bocchino, Latorre ha ripreso in mano il giornale e ha strappato la parte della pagina in cui aveva scritto gli appunti. Poi l’ha appallottolata e l’ha messa in tasca (per buttarla a fine trasmissione).

Su questa vicenda, dopo che il video ha fatto il giro dei blog ed è stato ripreso in TV da Striscia la notizia, si sono dette molte cose e sono state fatte molte ipotesi sul contenuto degli appunti scritti da Latorre per Bocchino.

Finalmente oggi, sempre a Omnibus, si è fatta luce sulla vicenda: la redazione ha recuperato il bigliettino e, dopo aver rimandato in onda le immagini con il “suggerimento” al deputato del Pdl in difficoltà per gli attacchi di Donadi,  il conduttore ha mostrato il testo incriminato (QUI il video).

Sul pezzo di giornale c’era scritto: “Io non lo posso dire. Ma il precedente della Corte Costituzionale? E Pecorella?“. Insomma, Latorre consiglia a Bocchino una risposta politicamente efficace per quel momento (anche se non del tutto corretta) aiutandolo a controbattere all’avversario.

La reazione di Massimo Donadi è stata durissima: “Che un rappresentante dell’opposizione, mio alleato, suggerisca a un autorevole esponente della maggioranza come attaccarmi durante un dibattito televisivodice Donadiè una rappresentazione visiva della politica del compromesso che mira solo all’esercizio del potere. L’Italia dei Valori è il peggior nemico di questa politica e per questo siamo bersaglio persino di una parte dei nostri alleati“.

Insomma, per chi ancora non ci credesse, questa è l’ennesima dimostrazione che la nostra politica è malata. Pare pure che Provenzano abbia fatto scuola e che i “pizzini” siano adesso ritenuti più sicuri delle telefonate (che possono essere intercettate), tanto da essere usati anche dai politici! ;-)

Stampa clandestina: i blog sono in pericolo e chi ci difende è il carnefice!!!

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Ha fatto scalpore la notizia della chiusura del blog dello storico siciliano Carlo Ruta. Il giudice di Modica (in Sicilia) ha ritenuto Ruta colpevole del reato di “stampa clandestina“. Il blog incriminato,  però, non faceva niente di male se non raccogliere testimonianze, appunti e articoli sulla storia recente della Sicilia. Questa sentenza costituisce, quindi, un precedente pericoloso per tutti i blogger perché, in sostanza, non fa altro che condannare ogni forma di informazione online (eccetto quella delle testate giornalistiche registrate).

Se il giudice di Modica avesse avuto un’idea seppur vaga di come funziona il mondo di Internet, non avrebbe interpretato alla lettera la legge cui si fa riferimento la sentenza e, forse, avrebbe avuto un punto di vista diverso su tutta la vicenda. Evidentemente non è così e oggi, a causa di una normativa ambigua e poco chiara, ci troviamo in una situazione in cui potenzialmente ogni blog potrebbe essere fuori legge.

La legge sulla Stampa è del 1948, allora il Mondo era ben diverso da oggi e Internet non esisteva; il sistema della comunicazione era legato prevalentemente alla carta stampata. Oggi le cose sono ben diverse e quella legge è anacronistica. I nostri parlamentari provarono a porre rimedio all’invecchiamento di questa legge nel 2001, con conseguenze disastrose. Allora si ampliò il concetto di “prodotto editoriale” anche alle pagine web creando quella confusione normativa che ha portato il giudice di Modica a ritenere “stampa clandestina” il blog di Ruta (QUI un approfondimento).

Tutta questa vicenda è già di per sè sconvolgente; da sola basterebbe a far indignare anche il più pacifico dei blogger, ma c’è di più. Oggi in Parlamento a difendere Ruta (e conseguentemente tutti i blogger italiani)  c’è Giuseppe Giulietti, deputato dell’Italia dei Valori di Antonio di Pietro (lo stesso Di Pietro nel suo blog da il pieno sostegno a Carlo Ruta e a tutti i blogger italiani). Nel 2001, però, Giulietti era un esponente dei DS e fu relatore di quella famigerata legge che metteva sullo stesso piano blog e testate giornalistiche, quella che  ha permesso al giudice di Modica di accusare un blogger per il reato di stampa clandestina previsto dall’art. 16 della legge sulla stampa del 1948.

Adesso Giulietti invece di fare pubblica ammenda e ritirarsi in silenzio a vita privata, si cala con disinvoltura nei panni di paladino della libertà di espressione, chiedendo addirittura al Ministro della Giustizia se non sia vero che “secondo la logica prevalsa, la quasi totalità dei siti web italiani, per il solo fatto di esistere, potrebbero essere considerati fuorilegge, in quanto appunto “stampa clandestina”, e ciò  in spregio a ogni regola della democrazia”.

Ma nel 2001 in molti avevano già sollevato il problema, ma a tranquillizzare tutti ci pensò lo stesso Giulietti che affermava: “La legge sull’editoria non ha mai avuto tra i suoi obiettivi quello di imbrigliare le attività editoriali sulla rete. Sono quindi falsi gli allarmi e le preoccupazioni diffusi in tal senso“. Insomma, come ha detto Massimo Mantellini su PI, se Internet in Italia è clandestina è colpa anche “di questi signori capaci di confezionare norme che nessun paese civilizzato si sogna, per poi pacificamente dimenticarsene“.

Oggi la Rete, che sempre più va a coincidere con democrazia e libero confronto, in Italia è praticamente tutta furoi legge per clandestinità. Paradossalmente chi si è fatto paladino della giustizia e oggi attacca questa condizione, è proprio colui che ha contributo a che si sia giunti a ciò. Noi blogger, quindi, possiamo stare tranquilli: siamo in buone mani!!! ;-)

RAI e Mediaset: tutti contro Di Pietro. Perchè?

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La campagna elettorale è alle prime battute e ancora si stanno definendo le alleanze, ma il clima pacato e disteso che Berlusconi e Veltroni hanno promesso ha rischiato per un attimo di cedere il passo alle solite accuse e alle solite polemiche. A dar fuoco alla miccia è stato Antonio Di Pietro che nel suo blog commentando le frasi di Berlusconi su Enzo Biagi e l’editto bulgaro pronunciate davanti al direttore del TG1 Gianni Riotta che non ha fatto una piega e non ha replicato (QUI), ha lanciato una proposta che io ritengo di buon senso, ma che su tutti i TG è passata come il peggiore dei mali.

Sulla proposta hanno avuto la parola politici, opinionisti, direttori di TG e quant’altri… tutti si sono sentiti in dovere di dire qualcosa. Nel marasma generale, però, si è persa di vista quello che è l’oggetto del contendere, la proposta di Di Pietro che quasi nessuno ha chiarito e spiegato agli spettatori. Cerchiamo di fare chiarezza:

  1. una sola televisione pubblica senza pubblicità, pagata solo dal canone e sottratta all’influenza dei partiti;
  2. esecuzione sentenza europea su Europa 7 e spostamento di Rete4 sul satellite;
  3. limite di una sola rete televisiva per i concessionari privati (anche per Mediaset).

Andiamo per ordine:

1) Quante volte si è parlato di lottizzazione e di RAI politicizzata? Quante volte ci si è lamentati di programmi scadenti o non riconducibili al servizio pubblico pagato dal canone? Quante volte ci si lamenta della pubblicità all’interno di canali di servizio pubblico? Quante volte si è parlato della continuo rincorrersi di RAI e Mediaset in funzione degli ascolti a discapito della qualità dei programmi?
Tutto questo potrebbe risolversi semplicemente riducendo la RAI ad una sola rete finanziata solo dal canone e per questo priva di pubblicità (il canone per mantenere 3 reti sarebbe troppo alto). I contenuti sarebbero solo di servizio pubblico (documentari, informazione, approfondimento politico, ecc…), una sorta di BBC italiana.

2) Sul caso Europa7 c’è poco da discutere. Ecco i fatti in sintesi:

  • Dal 1994 la Corte costituzionale (sentenza n. 420/94) intima a Fininvest di cedere una rete o di spedirla su satellite. Berlusconi perde tempo e tergiversa finché la legge Maccanico (n. 249 del 31 luglio 1997) concede a Rete4 una proroga pressoché illimitata. Nel 1999, Europa7 vince la concessione delle frequenze su cui trasmette abusivamente Rete4 che tuttavia continua a occupare le frequenze come se nulla fosse.
  • Nel 2002, la Corte costituzionale con la sentenza 466/02, ribadisce quanto affermato nel 1994, cioè che nessun privato può possedere più di 2 frequenze televisive (fissa così il tetto massimo di due reti per Fininvest diventata Mediaset e le dà tempo fino al 31 dicembre 2003 per mandare Rete4 sul satellite). Berlusconi con il decreto legge “Salva Rete4” (del 23 dicembre 2003) e la legge Gasparri del 2004 chiudono la partita sostenendo che quando arriverà il digitale terrestre (previsto nel 2006) sbocceranno talmente tanti canali da rendere inutili le sentenze della Corte costituzionale sul pluralismo. La successiva legge Gentiloni non cambia nulla in proposito e si limita a spostare il digitale terrestre al 2012 rinviando a tale data la questione di Europa7 che già dal 1999 avrebbe dovuto trasmettere al posto di Rete4.
  • Intanto, il 19 giugno 2007, il commissario europeo per la Concorrenza mette in mora il governo italiano perché modifichi subito la Gasparri (che consente l’accesso al digitale solo a Rai e Mediaset) e annuncia la procedura d’infrazione contro l’Italia. Investito da Europa7, il Consiglio di Stato chiede alla Corte di Lussemburgo se le regole italiane siano legittime. La Corte, il 31 gennaio 2008, risponde che sono illegittime (la Maccanico, la Gasparri e implicitamente anche la Gentiloni) proprio perché consentono a Rete4 di trasmettere a discapito di Europa7, pertanto il Consiglio di Stato dovrà risarcire Europa7 per i mancati introiti e per le frequenze negate.
  • Il Commissario per la Concorrenza ha annunciato recentemente che questa è anche la posizione UE: se nel 2009 l’Italia non cambierà sistema, si beccherà una multa di 350-400 mila euro al giorno, con effetto retroattivo dal 2006. Cioè, gli italiani pagheranno alla UE e a Europa7 cifre da capogiro perché tutti i governi, dal 1994 a oggi, hanno favorito Berlusconi. A questo punto, attendere il Consiglio di Stato (che dovrà applicare la sentenza di Lussemburgo) o appellarsi all’ormai inutile legge Gentiloni (superata dalla sentenza di Lussemburgo) non sarebbe una genialata. Eseguire le sentenze della Consulta e della Corte europea non è fare un favore a Di Pietro o un dispetto a Berlusconi, ma è un dovere!!!

3) Visto che siamo in una condizione di oligopolio (se non di duopolio), togliere due reti alla RAI e lasciarne 2 a Berlusconi (sempre che Rete 4 vada sul satellite) o a qualsiasi altro imprenditore sarebbe un vero e propio regalo che avrebbe ripercussioni anche sulla libertà di informazione (che passa attraverso il pluralismo). Finchè la maggior parte della gente continuerà a fruire della TV attraverso l’etere, quindi, è necessario fare in modo che le frequenze (che per altro sono in numero limitato) siano assegnate al maggior numero possibile di soggetti. E’ in quest’ottica che si collocaca la terza proposta di Di Pietro. Le frequenze, infatti, sono dello Stato (non di Berlusconi) che le assegna in concessione a chi ritiene più opportuno e con le modalità che preferisce. Beppe Grillo, ad esempio, ha fatto sapere che se la proposta di Di Pietro va in porto, vorrebbe comprare RAI3 attraverso una raccolti fondi tramite il suo blog. Al contrario di quanto si è detto, nessun lavoratore di RAI e Mediaset perderebbe il posto di lavoro perché le reti andrebbero sul satellite e quindi chi ci lavora continuerebbe a lavorarci, oppure sarebbero vendute ad altri imprenditori che continuerebbero a fare TV.

Che ad accusare Di Pietro e a sollevare polemiche siano Berlusconi e i suoi, non stupisce (d’altra parte è il loro mestiere), a me ha colpito particolarmente l’atteggiamento dei 3 direttori dei TG della Mediaset che si sono coalizzai nell’attaccare Di Pietro e per gettare benzina sul fuoco contribuendo a confondere le idee ai loro ascoltatori e infischiandosene della deontologia professionale e dell’obiettività dell’informazione. Così i tre direttori sono apparsi in video (cronologicamente: Giorgio Mulé, direttore di Studio aperto alle 18.30; Emilio Fede, Tg4, alle 19; Clemente J. Mimun, TG5, alle 20) con tre editoriali. Ognuno con il suo stile: tagliente Mulè, irridente Fede, pragmatico Mimun. Tutti e tre d’accordo (si erano telefonati): Veltroni deve essere chiaro e prendere le distanze da Di Pietro. E poi dicono che grazie a questi 3 TG contrapposti a quelli della RAI (politicizzati) in Italia c’è maggiore pluralismo nell’informazione… ;-)

Inoltre, mi ha colpito l’atteggiamento dei politici del Partito Democratico o comunque avversari a Berlusconi. La Sinistra Arcobaleno, ad esempio, ha preso le distanze dal programma dell’Italia dei Valori sull’informazione. Sergio Bellucci (Rifondazione comunista) ha detto: “Lo spazio pubblico delle comunicazioni è un bene comune che appartiene a tutti i cittadini. Per questo deve essere difeso e valorizzato contro ogni tentativo di ridimensionamento o depotenziamento. Le proposte di Di Pietro in materia di comunicazione sembrano al momento troppo vaghe per prestarsi a una vera discussione. Aspettiamo di conoscere il programma del Pd per confrontarci su proposte concrete“.

Marco Follini, responsabile delle politiche dell’informazione del PD ha così risposto: “La posizione del Pd in materia di informazione è contenuta nei due disegni di legge che giacciono in Parlamento. Il nostro obiettivo è portarli a buon fine. Punto. È ovvio che tutti coloro che saranno candidati sottoscriveranno il programma della coalizione“.

Lo stesso Veltroni ha precisato: “Il programma del PD sarà realizzato e sottoscritto anche da Di Pietro. Le cose che si dicono lì, sono quelle che valgono. Nessuno si alzerà per dire no”. Lascia così poco spazio a equivoci l’ex sindaco di Roma che frena la proposta del leader dell’Idv (sul programa del PD, infatti, non c’è traccia di nessuno dei 3 punti proposti da Di Pietro).

Pare, allora, che da destra e da sinistra si voglia difendere il Cavaliere (i fatti di Europa7 lo dimostrano e non si spiegherebbe altrimenti il motivo per cui non è stata fatta una legge sul conflitto di interessi che per altro se passasse la proposta di Di Pietro svanirebbe da solo).
Che abbia ragione Grillo quando dice che Veltroni e Berlusconi sono fratelli gemelli, chierichetti che servono la stessa messa!!! ;-)
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