Articoli con tag ‘Facebook’
Facebook e gli omosessuali, altro che privacy!!! ;-)

Il problema della privacy in Facebook è molto dibattuto. Involontariamente e senza esplicito consenso potrebbero infatti essere divulgati dati che non si vuole rendere pubblici.
La possibilità di connettersi e condividere file e informazioni con gli amici sta alla base del social networking e ne costituisce il punto di forza. Se, però, si rischia di rivelare anche a gente sconosciuta e magari interessata per fini commerciali o per altri fini a informazioni che ci riguardano (soprattutto quelle più riservate), i social network possono diventare una trappola infernale.
Alcuni ricercatori del MIT, ad esempio, hanno messo a punto un software detto “Gaydar” che è in grado di stabilire se un soggetto è omosessuale. Gaydar, infatti, è un termine gergale che indica la capacità mentale di un gay di individuare altre persone con le stesse preferenze sessuali. In pratica questo software è in grado di analizzare la rete dei contatti di un soggetto e – in base all’orientamento sessuale dichiarato dei contatti – ne prevede l’orientamento sessuale (QUI).
Naturalmente i risultati dell’analisi non garantiscono la certezza e, anzi, spesso sono stati errati. Il solo fatto però, che sia stato possibile realizzare un software del genere lascia perplessi. Con tecniche simili si possono, ad esempio, analizzare le relazioni sui social network per stabilire l’orientamento politico di una persona o per capire indirettamente a quale fascia di reddito appartiene. Dati che molto spesso con molta difficoltà vengono rivelati volontariamente online.
È questo, allora, il prezzo da pagare per mantenere costantemente i contatti con amici e per condividere passioni, informazioni, file con un gruppo di persone a noi affini? Se il prezzo da pagare è l’abbattimento della privacy, a questo punto non sarebbe meglio ritornare ad usare il telefono!
Che ne pensate?
Un gioco invita a commettere stupri. In Giappone è normale, qui polemiche e proteste…

Copertina del gioco 'Rapelay'
Che i giapponesi svolgessero attività strane nel tempo libero lo sapevamo (Mai dire Banzai! della Gialappa’s band docet), ma nessuno si sarebbe aspettato che avessero addirittura commercializzato un videogioco che simula lo stupro.
Si chiama Rapelay giocando sull’assonanza della parola con il termine replay. Rape, infatti, significa stupro e il titolo del gioco è un invito a commettere più volte (replay) violenza su delle donne.
Il protagonista del gioco è, infatti, un maniaco sessuale che per vincere e superare i livelli del gioco deve violentare una madre e le sue due figlie (una minorenne). pare che le scene siano molto realistiche e in alcuni casi anche molto crude e spinte.
Il gioco si sia diffuso fuori dal Giappone grazie al celebre sito di e-commerce Amazon che appena si è accorto di cosa stesse vendendo ne ha subito chiuso la vendita. Per una svista aveva inserito il gioco, tanto famoso in Giappone, nel proprio catalogo.
Nei Paesi nipponici Rapelay è in commercio già dal 2006 senza che nessuno si sia mai lamentato presso le autorità competenti delle immagini che propone il gioco. Come si spiega QUI, infatti, in Giappone tutto ciò rientra nella normalità.
La protesta fuori dalle isole giapponesi, però, è globale. Psicologi, sociologi e criminologi parlano degli effetti negativi che un gioco simile può avere sui giocatori. In America e in Gran Bretagna sono riusciti a bandirlo, mentre in Spagna, Germania e Irlanda si sta dibattendo per capire come fare a vietarne la diffusione.
In Italia, pur essendo unanime la condanna, ancora non è stato intrapreso nessun provvedimento. Da noi, come al solito, montano solo le sterili polemiche politiche. Ad esempio, il senatore D’Alia – quello che aveva proposto la famigerata “legge bavaglio” per la Rete – ne ha approfittato per dire che aveva ragione lui (QUI si spiega perché non è così).
La protesta contro RapeLay è quindi partita da Facebook, dove è nato, ad opera di un’associazione di psicologi, il gruppo “Mobilitiamoci contro RapeLay, il gioco dello stupratore” (QUI).
Inutile dilungarsi sull’uso pedagogico dei videogame, sui messaggi negativi lanciati da un gioco simile, sugli effetti che potrebbe avere sui minori (e non solo), sull’immagine della donna che ne esce e così via. Il gioco si commenta da solo…
Voi che ne pensate?
Avviso a tutti i blogger: la blogosfera è morta (di morte naturale)!!!

Il mondo dei blog fino a poco tempo fa era la parte più dinamica e rivoluzionaria del Web. Probabilmente lo è ancora oggi, ma forse qualcosa sta cambiando.
Per chi mi segue fin dall’inizio sa che questo blog è nato proprio dopo un’attenta analisi di quello che allora era un rilevante fenomeno sociale emergente. Oggi, invece, la sua fama è stata oscurata dai cosiddetti social network, Facebook in primis.
A tal proposito, Nicholas Carr (celebre blogger e scrittore americano, noto in Italia sopratutto per il suo libro “Il lato oscuro della rete. Libertà, sicurezza, privacy“) ha scritto pochi mesi fa un articolo sul suo blog dall’evocativo titolo “Who killed the blogosphere?“.
Carr sostiene che il blogging si trova in una sorta di “crisi di mezza età“: prima era nuovo e fresco, oggi appare banale e stanco. Forse non sa che direzione sta prendendo. In altre altre parole, sta perdendo quella forza che da il titolo a questo blog. Probabilmente in qualche modo uscirà da questa crisi, ma per il momento la blogosfera è, secondo Carr, in un momento di smarrimento.
Allora, è finito quel mondo in cui gli autori spontaneamente, con molta passione e fuori dai media tradizionali condividevano osservazioni, pensieri, discussioni, informazioni, critiche, elogi?
Io credo di no, ma purtroppo il trend sembra essere proprio questo.
Ma chi ha ucciso la blogosfera? A questa domanda Carr risponde che non esiste un assassino, si tratta solo di morte naturale. I blog da fenomeno nuovo e rivoluzionario sono diventati un fenomeno di massa e di tendenza; è questo che sta uccidendo la spontaneità e le freschezza del blogging. Sopratutto se si pensa che spesso dietro ai blog più letti si trovano vere e proprie redazioni anche con professionisti.
“Quel vasto scambio intimo, a ruota libera e fonte di meraviglia, in cui degli individui scrittori si scambiavano osservazioni, pensieri e argomenti al di fuori dei limiti dei media tradizionali – scrive Carr – è scomparso. Quasi tutti i blog popolari oggi sono delle imprese commerciali con delle equipe di redattori, che producono operazioni pubblicitarie aggressive e siti gonfiati, con delle strategie di self-linking. Alcuni sono buoni, altri sono noiosi, ma farli passare per parti di una blogosfera che si distingue dai media mainstream sembra sempre di più un gesto di nostalgia, se non di auto-illusione”.
Parole piene di amarezza queste di Carr che però sembrano essere sostenute dai dati. Secondo Technorati, i blog veramente amatoriali (che spesso sono i più originali e freschi) perdono sempre più visibilità e vengono spinti sempre più verso la periferia della blogosfera da queste società che operano in Rete.
Technorati ha recensito 133 milioni di blog dal momento in cui ne ha cominciato l’indicizzazione, nel 2002. Secondo il suo ultimo Rapporto sullo stato della blogosfera, però, soltanto 9 milioni di blog aggiornano relativamente spesso le loro pagine. Di questi la maggior parte è composta da blog che hanno alle spalle professionisti o gente pagata appositamente per tenerli aggiornati.
In realtà ci sono sempre meno blog intesi nel senso originario del termine di quanto si possa pensare. Il blogger puro non guadagna nulla dal suo lavoro di scrittura (semmai vi dedica tempo rubato ad altre attività) e per questo fa sempre più a fatica a competere con i finti blog amatoriali o con i blog di professionisti.
I blog più letti, quindi, sono ormai una sorta di rivista online e nemmeno Beppe Grillo fa eccezione (anche lui ha la sua redazione). Se pensiamo inoltre al successo dei blog dei giornalisti (es. Marco Travaglio), si capisce come il blogging vero sia diventato solo una parte marginale della blogosfera.
Quando c’è stato il boom dei blog, i post fatti bene schizzavano in cima ai risultati dei motori di ricerca grazie anche ai generosi link degli altri blogger che apprezzavano il lavoro svolto. Oggi non è più così e i post dei blogger amatoriali per quanto ben fatti e accurati, non riescono a godere della visibilità che meriterebbero.
Se nei media tradizionali il problema è legato all’accesso, nei new media (dove tutti possono accedere) il problema è legato all’attenzione. Come può un blogger armato solo della sua bravura, della sua pazienza e delle sue competenze combattere contro organizzazioni che mettono in atto strategie SEO/SEM, che investono denaro nei propri network di blog, che utilizzano strategie di marketing per guadagnare con la pubblicità derivata dagli accessi al blog, che utilizzano professionisti pagati per scrivere?
In altri termini, la storia dei blog sarebbe come quella della “radio libere“ degli anni ’70: un’esplosione di radio amatoriali a cui è seguito un sistema dominato da un numero relativamente ristretto di aziende editoriali che sono sopravvissute alla spontaneità e alla semplicità originaria. Molti speaker amatoriali furono assunti dalle aziende radiotelevisive e così la produzione “sociale” dei contenuti radiofonici venne trasformata in produzione “commerciale“.
Questo non significa che le “radio libere” non hanno cambiato il mondo dei mezzi di informazione, così come i blogger hanno influito sul sistema di diffusione delle informazioni. Quello che sostiene Carr è che bisogna abbandonare l’idea secondo cui i blog possono diventare una forma di informazione più libera dai condizionamenti politici, economici e ideologici rispetto ai media tradizionali.
Io che sono un convinto sostenitore del blogging sin dalle sue origini, faccio fatica a sposare in pieno la tesi sostenuta da Nicholas Carr. Debbo dire, però, che guardandomi intorno trovo ancora quella spontaneità e quella genuinità dei primi tempi, ma mischiata a tantissimi blog che del blogging hanno solo l’aspetto grafico.
Leggere questo articolo di Carr mi ha fatto riflettere molto, voi che ne pensate?
La “zingarata” del prequel: Facebook contro De Sica

Potrebbero andar bene i sequel in cui film celebri e molto amati dal pubblico trovano una sorta di continuazione che spesso però lascia perplessi i fan del film originale, ma mettersi a fare anche i prequel (ambientati prima) mi sembra un po’ troppo.
Soprattutto pensare di mettere mano a uno dei capolavori della commedia italiana quale “Amici miei” di Mario Monicelli potrebbe risultare alquanto fuori luogo.
Già “Amici miei atto III” non riscosse lo stesso favore di pubblico dei primi due (il terzo fu girato da Nanni Loy anziché da Monicelli), figurarsi quanto potrebbe piacere un prequel di questo mitico film ambientato addirittura nel ‘400 e girato in costume.
I fan di “Amici miei” (tra i quali ci sono anche io) si stanno mobilitando sul Web per evitare che avvenga lo scempio e Facebook – che pare stia diventando lo specchio della società su cui, quindi, passano anche le ribellioni – è in prima fila nella protesta.
Il regista dovrebbe essere Neri Parenti e la produzione sarebbe affidata alla “Filmauro” di Aurelio De Laurentis, la stessa accoppiata che puntualmente propina “cinepanettoni” a ogni fine anno. Ovviamente uno dei protagonisti non può che essere Cristian De Sica.
Fare il prequel di “Amici miei” mi sembra proprio una “zingarata“, per usare un termine caro a chi ama il film in cui il gruppo di amici toscani ne combina di tutti i colori.
Gli attori che dovrebbero interpretare i ruoli che furono di Philippe Noiret, Gastone Moschin, Duilio Del Prete, Adolfo Celi e Ugo Tognazzi dovrebbero essere, oltre a De Sica, Claudio Bisio, Massimo Ghini, Fabio De Luigi, …
“Ciò che chiediamo a Christian De Sica e al produttore De Laurentis – scrive il giornalista Franco Bagnasco nel gruppo che ha creato su Facebook per protestare contro la realizzazione del prequel – è di rinunciare all’idea di sfruttare questo marchio nobile per fare quattrini. Peraltro incerti, perché è evidente che il pubblico vive quest’idea come un corpo estraneo ed è pronto a boicottarla. Ci vorrebbe un po’ di decenza e di rispetto in più. E non ci vengano a parlare di omaggio, perché si tratta soltanto di una speculazione. Facciano pure il loro film, ma non tirino in ballo Amici miei“.
Si sta pensando anche di mettere in atto alcune manifestazioni a Firenze, dove sono stati girati i tre episodi dell’indimenticabile pellicola, al fine di fare uscire la protesta dal Web e renderla concreta per le strade. Addirittura si pensa di rifare la famosa scena degli schiaffi al treno (QUI) utilizzando cartonati di Christian De Sica ad altezza naturale.
Nella storia del cinema ci sono capolavori che entrano nel cuore della gente. Andarli a toccare può essere molto pericoloso, perché sarebbe come andare ad incidere sugli affetti più cari.
Vedremo come andrà a finire questa storia…





