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Utente del Web: senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato

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C’è chi vede il fondatore di Wikileaks come un difensore della libertà, chi lo vede come un pericolo pubblico. Julian Assange, l’uomo che sta dietro alle recenti vicende di “spionaggio telematico”, è sicuramente una figura controversa che – grazie alla sua organizzazione internazionale fatta di esperti del computer – è riuscito a divulgare documenti coperti da segreto (segreto di stato, segreto militare, segreto industriale, segreto bancario), mettendo in imbarazzo i potenti di mezzo mondo.

Mentre Assange è alle prese con gravi problemi giudiziari, non solo legati alle vicende di Wikileaks, in più parti ci si interroga sulla rilevanza del Web e di Internet per ciò che riguarda la democrazia, la circolazione delle informazioni e la politica del futuro, una Politica 2.0.

La sfera pubblica, il campo nel quale si svolgono i confronti e gli scontri tra i diversi interessi politici, economici e sociali, infatti, è cambiato profondamente con l’avvento delle reti telematiche e ancor di più con l’emergere delle piattaforme del Web 2.0. Se in questo blog abbiamo spesso parlato degli aspetti positivi che la Rete con le sue potenzialità ha introdotto nel dibattito pubblico, cerchiamo di vedere ora l’altro lato della medaglia perché – parafrasando i Pink Floydanche la Luna ha un lato oscuro.

Non occorre ricorrere ai facili allarmismi riguardanti le impostazioni di privacy dei social network o il fatto che i proprietari di queste piattaforme si arricchiscano sfruttando al meglio le inserzioni pubblicitarie nei loro siti. Per questo basta solo fare un uso consapevole del mezzo. Non bisogna cadere nell’errore compiuto dalla trasmissione televisiva Report che – nell’intento di mettere in guardia chi naviga online – ha finito per spaventare gli utenti meno smaliziati e meno addentro a certe tematiche. Quella puntata (andata in onda il 10/04/2011), infatti, ha fatto tanto scalpore e ha suscitato tante polemiche nelle community online, tra gli esperti e tra gli addetti ai lavori.

Per fare un po’ di luce nel lato oscuro del Web, bisogna quindi volare un po’ più alto. Se anche Julian Assange – che di certo non possiamo accusare di essere uno scettico nei confronti della Rete e che, per di più, è additato dai politici come un nemico pubblico – è perplesso su alcuni aspetti riguardanti l’uso di Internet, allora è bene porsi qualche domanda in più.

In una recente apparizione pubblica alla Cambridge University, Assange ha detto: “Internet non è una tecnologia che favorisce la libertà d’espressione. Non è una tecnologia che tutela i diritti umani. Piuttosto è una tecnologia che può essere sfruttata per mettere in piedi un regime totalitario basato sulla sorveglianza. Che non si era mai visto prima. Internet ci offre in qualche modo la possibilità di essere informati a livelli senza precedenti, in particolare sulle attività dei vari Governi ma è anche la più grande macchina di spionaggio che il mondo abbia mai visto”.

Anche Facebook e Twitter, che pure hanno da ultimo giocato un ruolo importante anche nelle rivolte verificatesi in Medio Oriente e nel Nord Africa, possono trasformarsi in strumenti in mano ai potenti per individuare dissidenti e rivoltosi. “Tre o quattro anni fa, ha sottolineato il fondatore di Wikileaks, c’era stato un tentativo di rivolta proprio al Cairo, e proprio Facebook fu setacciato dalle autorità per individuare i partecipanti alla rivolta. Che furono poi fermati, interrogati, arrestati e picchiati”.

Si capisce come il problema stia a monte. Non sta nelle impostazioni di privacy più o meno restrittive o nell’advertising. Il rischio è che la stessa architettura su cui poggia il sistema di trasmissione delle informazioni nel Web possa essere utilizzata con fini opposti a quelli per i quali oggi Internet si pone sempre più al centro del dibattito pubblico.

Naturalmente stiamo prefigurando uno scenario fantascientifico, un mondo kafkiano dove diventerebbe realtà per tutti il carcere “Panopticon” teorizzato dal filosofo Bentham, un carcere strutturato in maniera tale che i prigionieri non possano essere in grado di stabilire se sono osservati o meno, percependo una sorta di invisibile onniscienza da parte del guardiano. Ma è bene in ogni caso riflettere su certe problematiche.

Allora, stando ovviamente ben attenti ad utilizzare bene il Web e le piattaforme 2.0, cercando di diffondere in giro il meno possibile nostre informazioni ed evitando che il mondo del business pubblicitario si arricchisca alle nostre spalle e sulla nostra pelle, è comunque bene sapere che in un fantomatico futuro potrebbe andarci a finire come a Josef K, il quale “senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato”. Ma questo è solo l’incipit de “Il processo” di Kafka!

Vedere che facciamo per capire dove andiamo. Il futuro è già qui!

con 4 commenti

Internet è intervenuto prepotentemente nella nostra vita e ha modificato le nostre abitudini. È ormai entrato a tal punto nella nostra mente che ha cambiato il nostro modo di pensare, proprio come tutte le grandi invenzioni della storia (la stampa, il telefono, l’elettricità, la penicillina, ecc).

Internet è nato, però, da troppo poco tempo per vedere cristallizzate le trasformazioni che ha introdotto nel comportamento umano e, dunque, occorre ancora studiare la sua evoluzione per stabilire cosa ci riserva il futuro. Sociologi, futurologi, scienziati, psicologi, massmediologi si stanno interrogando su quello che accadrà, producendo a volte ipotesi iperboliche o che al momento ci sembrano più vicine al mondo della fantascienza che a quello della nostra vita reale.

Ma mentre quasi tutti si interrogano sul futuro, c’è ci cerca di capire il presente convinto che se non sappiamo dove siamo, non possiamo sapere dove stiamo andando. E’ il caso di TNS Global, uno dei più  importanti istituti di ricerca sui mercati e sul marketing. I ricercatori TNS hanno, infatti, appena concluso il più grande progetto di ricerca sui comportamenti e le attività digitali denominato “Digital Life“.

Con una copertura dell’88% della popolazione che usa Internet in tutto il mondo e quasi 50.000 interviste in 46 Paesi, l’indagine si presenta come il primo grande strumento di analisi delle abitudini di utilizzo della Rete e dei bisogni sottostanti. I risultati in forma aggregata sono stati pubblicati su un apposito sito interattivo, mentre i rapporti dettagliati sui singoli Paesi gli approfondimenti sono fruibili a pagamento.

Ecco alcuni dei risultati della ricerca. Chi vuole potrà approfondire leggendo i dati pubblicati online:

  • Contrariamente alla tendenza italiana per la quale il mezzo di comunicazione più seguito è la TV, a livello globale Internet è il primo media channel con il 61% degli utenti che lo utilizzano giornalmente.
  • Nonostante dispongano di infrastrutture di rete meno potenti e veloci, gli utenti dei Paesi con un’economia in rapida crescita hanno superato le Nazioni più mature in termini di digital engagement, ovvero di impegno profuso nelle attività online compresa la quantità di tempo che si spende nel navigare e la qualità delle cose fatte su Internet. Ad esempio, Paesi quali Egitto (56%) e Cina (54%) hanno livelli di engagement superiori a quelli di Paesi più sviluppati come Giappone (20%) o Danimarca (25%). L’Italia registra un 47% in termini di digital engagement, un dato che – se messo in relazione con gli indici di penetrazione di Internet nella popolazione – evidenzia l’alto livello di coinvolgimento di quella fetta della popolazione che usa Internet.
  • Scrivere blog, partecipare a discussioni su forum ed essere parte di un social network sono le attività che vanno per la maggiore, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Si pensi, ad esempio, che 4 utenti su 5 in Cina (88%) hanno un proprio blog o hanno preso parte a un forum online. Negli Stati Uniti, invece, dove Internet è ormai da tempo parte integrante della vita quotidiana, è solo il 32% della popolazione che ormai svolge assiduamente queste attività. Ciò probabilmente perché nei Paesi dove certe attività si svolgono da tempo, alcune azioni da compiere online hanno perso vivacità lasciando spazio a nuovi modi di utilizzo della Rete.
  • Internet è, inoltre, diventato anche il principale strumento per la gestione e la condivisione delle foto fra gli utenti, soprattutto in Asia. Il numero di internauti che ha caricato foto in Rete, infatti, raggiunge il 92% in Tailandia, l’88% in Malesia e l’87% in Vietnam. In Italia il 70%, in Germania il 48%, mentre in Giappone solo il 28%.
  • I malesi  sono i primi per numero medio di “amicizie” in rete: con 233 amici nei social network, seguiti a poca distanza dai brasiliani (231). I “meno sociali” sono gli abitanti del Giappone (29) e della Tanzania (38). A sorpresa, visto l’elevato utilizzo dei social network, i cinesi dichiarano di avere mediamente solo 68 “amici” nella loro rete. Ciò è dovuto probabilmente a motivi culturali: in Cina si da molto peso alle relazioni interpersonali e si preferisce avere pochi legami, ma più profondi.
  • La crescita delle attività di social networking dal cellulare (es. l’uso di Facebook tramite iPhone) spinge il passaggio da PC a Internet in mobilità. In media, infatti, si dedicano più di 3 ore alla settimana ad attività di social networking attraverso i telefonini, solo 2 ore per leggere la posta elettronica. Ciò conferma la tendenza per la quale in futuro Internet  – sopratutto per il social networking  – sarà usato prevalentemente in mobilità scavalcando l’utilizzo del PC.

Questi sono solo alcuni dei dati. La ricerca ha confermano trend già identificati e ha pure messo in evidenza delle tendenze relativamente nuove e, a volte, inaspettate. Il futuro è, però, ancora da scrivere: chissà come vivremo il mondo digitale tra qualche anno e come il nostro comportamento verrà modificato dalle nuove tecnologie. Alcuni futurologi sostengono che la fantascienza non riguarda il futuro, è  solo ambientata lì. Sara vero? ;-)

Scritto da salpetti

14 novembre 2010 alle 15:24

Giornalismo urlato: per Feltri “vogliono uccidere Berlusconi”

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Feltri-Berlusconi-complotto-omicidio

Con il titolo di apertura “Voglio uccidere Berlusconi“, Vittorio Feltri dalle pagine de ‘ilGiornale‘ è intervenuto nella vicenda della frase contro Berlusconi scritta su Facebook da un giovane dirigente del PD di Modena (QUI).

La vicenda è tanto semplice quanto bizzarra: il coordinatore del Pd del paese di Vignola (Modena), Matteo Mezzadri, è un ragazzo di soli 23 anni che sta per laurearsi in ingegneria. Dopo la vicenda della bocciatura de Lodo Alfano, non si sa per quale motivo (per incoscienza, stupidaggine, odio politico o semplicemente pensando di essere spiritoso), ha scritto sulla sua pagina di Facebook questa frase: “Possibile che nessuno sia in grado di ficcare una pallottola in testa a Berlusconi?“.

Pochi minuti dopo sulla bacheca compare il commento scandalizzato di Bruno Rinaldi, un consigliere provinciale del Pdl che si trova nella lista degli amici di Mezzadri: “Matteo, che scrivi? Le pallottole non si tirano a nessuno! Queste cose non rendono giustizia alla tua intelligenza“.

Il giovane coordinatore del Pd non risponde ignorando il commento. Scoppia così il caso politico: Bruno Rinaldi e altri esponenti del Pdl di Modena chiedono le dimissioni Matteo Mezzadri e anche il segretario provinciale del Pd, Stefano Bonaccini, è stato molto duro nei suoi confronti.

Matteo Mezzadri capisce d’aver fatto una bravata e che quella sua frase inopportuna gli è costata cara. Si dimette e chiede scusa pubblicamente a Berlusconi, al Pd, al Pdl e a tutti i suoi sostenitori. Naturalmente la sua carriera politica, nonostante sia appena cominciata, è finita proprio oggi.

La vicenda si sarebbe potuta chiudere qui se non fosse che oggi Feltri ha aperto il suo giornale parlando di un complotto per uccidere il Presidente del Consiglio.

Scrive Feltri: “Bisogna vedere se oltre alla bravata di Matteo Mezzadri non vi siano altri indizi di una metamorfosi che potrebbe spingere il dibattito politico a preferire le pistolettate alle pistolaggini. La sensazione è che siamo a buon punto, benché Mezzadri si sia scusato con amici, avversari e perfino Berlusconi, e si sia dimesso dalle cariche del PD“.

Feltri rievoca i fantasmi del terrorismo armato per giungere a questa conclusione: “Occhio Berlusconi perché, dopo le campagne di stampa ispirate a scarsa simpatia nei suoi confronti, c’è il rischio che qualcuno cerchi di spararle in faccia, spianando la strada al governo tecnico che l’opposizione e dintorni, finché lei sta lì a scassare le uova, non ce la farà mai a donare all’Italia oppressa. Sappia infine, signor premier, che se il progetto di eliminarla, per ora vagheggiato, venisse realizzato non sarebbe opera di un mitomane isolato, ma di un mitomane con parecchi tifosi mica tanto criptici“.

E’ chiaro che la frase di Matteo Mezzadri doveva essere stigmatizzata e  che nei sui confronti dovevano essere presi dei provvedimenti (cosa che è stata fatta), ma mi sembra altrettanto evidente che cavalcare questa notizia per parlare di un complotto per uccidere Berlusconi ordito da quelli che Feltri chiama “fanatici e buzzurri” mi sembra esagerato.

Si tratta, a mio avviso,  di un giornalismo urlato che poco ha a che fare con l’informazione e che crea falsi allarmismi alimentando inutili polemiche che di certo non giovano al Paese.

Che ne pensate? ;-)

Facebook e gli omosessuali, altro che privacy!!! ;-)

con 11 commenti

gaydar

Il problema della privacy in Facebook è molto dibattuto. Involontariamente e senza esplicito consenso potrebbero infatti essere divulgati dati che non si vuole rendere pubblici.

La possibilità di connettersi e condividere file e informazioni con gli amici sta alla base del social networking e ne costituisce il punto di forza. Se, però,  si rischia di rivelare anche a gente sconosciuta e magari interessata per fini commerciali o per altri fini a informazioni che ci riguardano (soprattutto quelle più riservate), i social network possono diventare una trappola infernale.

Alcuni ricercatori del MIT, ad esempio, hanno messo a punto un software detto “Gaydar” che è in grado di stabilire se un soggetto è omosessuale. Gaydar, infatti, è un termine gergale che indica la capacità mentale di un gay di individuare altre persone con le stesse preferenze sessuali. In pratica questo software è in grado di analizzare la rete dei contatti di un soggetto e – in base all’orientamento sessuale dichiarato dei contatti – ne prevede l’orientamento sessuale (QUI).

Naturalmente i risultati dell’analisi non garantiscono la certezza e, anzi, spesso sono stati errati. Il solo fatto  però,  che sia stato possibile realizzare un software del genere lascia perplessi. Con tecniche simili si possono, ad esempio, analizzare le relazioni sui social network per stabilire l’orientamento politico di una persona o per capire indirettamente a quale fascia di reddito appartiene. Dati che molto spesso con molta difficoltà vengono rivelati volontariamente online.

È questo, allora, il prezzo da pagare per mantenere costantemente i contatti con amici e per condividere passioni, informazioni, file con un gruppo di persone a noi affini? Se il prezzo da pagare è l’abbattimento della privacy, a questo punto non sarebbe meglio ritornare ad usare il telefono! ;-)

Che ne pensate?

Scritto da salpetti

22 settembre 2009 alle 23:02

Un gioco invita a commettere stupri. In Giappone è normale, qui polemiche e proteste…

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Rapelay

Copertina del gioco 'Rapelay'

Che i giapponesi svolgessero attività strane nel tempo libero lo sapevamo (Mai dire Banzai! della Gialappa’s band docet), ma nessuno si sarebbe aspettato che avessero addirittura commercializzato un videogioco che simula lo stupro.

Si chiama Rapelay giocando sull’assonanza della parola con il termine  replay. Rape, infatti, significa stupro e il titolo del gioco è un invito a commettere più volte (replay) violenza su delle donne.

Il protagonista del gioco è, infatti, un maniaco sessuale che per vincere e superare i livelli del gioco deve violentare una madre e  le  sue due figlie (una minorenne). pare che le scene siano molto realistiche e in alcuni casi anche molto crude e spinte.

Il gioco si sia diffuso fuori dal Giappone grazie al celebre sito di e-commerce Amazon che appena si è accorto di cosa stesse vendendo ne ha subito chiuso la vendita. Per una svista aveva inserito il gioco, tanto famoso in Giappone, nel proprio catalogo.

Nei Paesi nipponici Rapelay è in commercio già dal 2006 senza che nessuno si sia mai lamentato presso le autorità competenti delle immagini che propone il gioco. Come si spiega QUI, infatti, in Giappone tutto ciò rientra nella normalità.

La protesta fuori dalle isole giapponesi, però, è globale. Psicologi, sociologi e criminologi parlano degli effetti negativi che un gioco simile può avere sui giocatori. In America e in Gran Bretagna sono riusciti a bandirlo, mentre in Spagna, Germania e Irlanda si sta dibattendo per capire come fare a vietarne la diffusione.

In Italia, pur essendo unanime la condanna, ancora non è stato intrapreso nessun provvedimento. Da noi, come al solito, montano solo le sterili polemiche politiche. Ad esempio, il senatore D’Alia – quello che aveva proposto la famigerata “legge bavaglio” per la Rete – ne ha approfittato per dire che aveva ragione lui (QUI si spiega perché non è così).

La protesta contro RapeLay è quindi partita da Facebook, dove è nato, ad opera di un’associazione di psicologi, il gruppo “Mobilitiamoci contro RapeLay, il gioco dello stupratore” (QUI).

Inutile dilungarsi sull’uso pedagogico dei videogame, sui messaggi negativi lanciati da un gioco simile, sugli effetti che potrebbe avere sui minori (e non solo), sull’immagine della donna che ne esce e così via. Il gioco si commenta da solo…

Voi che ne pensate? ;-)

Scritto da salpetti

17 maggio 2009 alle 22:48

La Casa Bianca diventa 2.0, ma sarà Obama ad aggiornare i profili?

con 4 commenti

whitehouse-201

Che Barack Obama fosse il politico più attento nell’uso degli strumenti del Web lo si sapeva già. Ora il presidente degli Stati Uniti ha deciso di aprire la Casa Bianca ai social network. Così, dopo i profili su Flickr e i video diffusi su YouTube e Vimeo, adesso sono stati aperti profili su Twitter, MySpace e Facebook.

Il blog della Casa Bianca ha annunciato la mossa con un messaggio intitolato WhiteHouse 2.0, affermando che: “C’è molto di cui parlare. Dalla crisi economica alle guerre in Afghanistan e Iraq; il Presidente e la sua amministrazione vogliono assicurasi che il pubblico sia aggiornato e coinvolto nei nostri sforzi“. In questo momento, però, è l’influenza suina a preoccupare di più gli Stati Uniti e così m0lto spazio sarà dedicato a questo tema.

Insomma, la Casa Bianca è online non soltanto con il classico sito istituzionale e con il blog (già de sé innovativo), ma anche con gli innovativi profili sui più diffusi social network e sulle più diffuse piattaforme di video sharing. “E’ soltanto l’ultimo passo per rendere la struttura amministrativa sempre più trasparente e comunicativa“, si legge ancora nel blog ufficiale.

Obama ha largamente utilizzato le nuove tecnologie per comunicare con gli elettori e raccogliere fondi durante la campagna elettorale; questa è stata probabilmente una delle mosse vincenti. Adesso continua questo trend tecnologico sul Web che, visto che si tratta della Casa Bianca, è rivoluzionario nonostante si tratta di qualcosa che è già ampiamente iniziato nelle vite di milioni di cittadini in tutto il mondo. Il racconto della  vita quotidiana avviene oggi sempre più spesso dentro la Rete attraverso la condivisione di immagini, video, dati (es. Slideshare) o brevi testi e racconti, eccetera.

Tutti inneggiano a questa novità e tutti sono concordi nel riconoscere ad Obama la lungimiranza e la modernità di un giovane Presidente. Ma la domanda che sorge spontanea è: come farà Obama a ridurre le distanze tra l’istituzione e i cittadini ricoprendo un ruolo istituzionale?

Sarà difficile per la Casa Bianca, ad esempio, scoprire su Facebook a qual è il personaggio dei cartoni animati che più gli somiglia, quali sono le posizioni sessuali preferite a letto da Obama, oppure scoprire dove andrà e cosa farà il Presidente durante la sua giornata, come avviene su Facebook. E’ inoltre difficile pensare che Obama in persona aggiorni i suoi profili oppure che racconti twittando cosa stia pensando…

Sicuramente l’apertura ai media sociali della Casa Bianca è rivoluzionaria, ma di certo dietro ai vari profili ci sarà uno staff di persone giovani che hanno familiarità con questi strumenti che verranno pagati per conquistarsi la simpatia e la familiarità del pubblico.

Come dice Massimo Mantellini nel suo blog, “in questa ottica, più che la capacità di raccontare per immagini, frasi e filmati la vita e le azioni (politiche e non) del Presidente americano, sarà importante osservare quale sarà l’attenzione dello staff di Obama verso strumenti e contributi di ritorno da parte dei cittadini verso l’amministrazione. Solo a quel punto lo slogan Whitehouse 2.0 potrà dirsi di senso compiuto.

Io sono d’accordo, voi che ne pensate? ;-)

Scritto da salpetti

4 maggio 2009 alle 22:58

Avviso a tutti i blogger: la blogosfera è morta (di morte naturale)!!!

con 23 commenti

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Il mondo dei blog fino a poco tempo fa era la parte più dinamica e rivoluzionaria del Web. Probabilmente lo è ancora oggi, ma forse qualcosa sta cambiando.

Per chi mi segue fin dall’inizio sa che questo blog è nato proprio dopo un’attenta analisi di quello che allora era un rilevante fenomeno sociale emergente.  Oggi, invece, la sua fama è stata oscurata dai cosiddetti social network, Facebook in primis.

A tal proposito, Nicholas Carr (celebre blogger e scrittore americano, noto in Italia sopratutto per il suo libro “Il lato oscuro della rete. Libertà, sicurezza, privacy“) ha scritto pochi mesi fa un articolo sul suo blog dall’evocativo titolo “Who killed the blogosphere?“.

Carr sostiene che il blogging si trova in una sorta di “crisi di mezza età“: prima era nuovo e fresco, oggi appare banale e stanco. Forse non sa che direzione sta prendendo. In altre altre parole, sta perdendo quella forza che da il titolo a questo blog. Probabilmente in qualche modo uscirà da questa crisi, ma per il momento la blogosfera è, secondo Carr, in un momento di smarrimento.

Allora, è finito quel mondo in cui gli autori spontaneamente, con molta passione e fuori dai media tradizionali condividevano osservazioni, pensieri, discussioni, informazioni, critiche, elogi?
Io credo di no, ma purtroppo il trend sembra essere proprio questo.

Ma chi ha ucciso la blogosfera? A questa domanda Carr risponde che non esiste un assassino, si tratta solo di morte naturale. I blog da fenomeno nuovo e rivoluzionario sono diventati un fenomeno di massa e di tendenza; è questo che sta uccidendo la spontaneità e le freschezza del blogging. Sopratutto se si pensa che spesso dietro ai blog più letti si trovano vere e proprie redazioni anche con professionisti.

Quel vasto scambio intimo, a ruota libera e fonte di meraviglia, in cui degli individui scrittori si scambiavano osservazioni, pensieri e argomenti al di fuori dei limiti dei media tradizionaliscrive Carrè scomparso. Quasi tutti i blog popolari oggi sono delle imprese commerciali con delle equipe di redattori, che producono operazioni pubblicitarie aggressive e siti gonfiati, con delle strategie di self-linking. Alcuni sono buoni, altri sono noiosi, ma farli passare per parti di una blogosfera che si distingue dai  media mainstream sembra sempre di più un gesto di nostalgia, se non di auto-illusione”.

Parole piene di amarezza queste di Carr che però sembrano essere sostenute dai dati. Secondo Technorati, i blog veramente amatoriali (che spesso sono i più originali e freschi) perdono sempre più visibilità e vengono spinti sempre più verso la periferia della blogosfera da queste società che operano in Rete.

Technorati ha recensito 133 milioni di blog dal momento in cui ne ha cominciato l’indicizzazione, nel 2002. Secondo il suo ultimo Rapporto sullo stato della blogosfera, però, soltanto 9 milioni di blog aggiornano relativamente spesso le loro pagine. Di questi la maggior parte è composta da blog che hanno alle spalle professionisti o gente pagata appositamente per tenerli aggiornati.

In realtà ci sono sempre meno blog intesi nel senso originario del termine di quanto si possa pensare. Il blogger puro non guadagna nulla dal suo lavoro di scrittura (semmai vi dedica tempo rubato ad altre attività) e per questo fa sempre più a fatica a competere con i finti blog amatoriali o con i blog di professionisti.

I blog più letti, quindi, sono ormai una sorta di rivista online e nemmeno Beppe Grillo fa eccezione (anche lui ha la sua redazione). Se pensiamo inoltre al successo dei blog dei giornalisti (es. Marco Travaglio), si capisce come il blogging vero sia diventato solo una parte marginale della blogosfera.

Quando c’è stato il boom dei blog, i post fatti bene schizzavano in cima ai risultati dei motori di ricerca grazie anche ai generosi link degli altri blogger che apprezzavano il lavoro svolto. Oggi non è più così e i post dei blogger amatoriali per quanto ben fatti e accurati, non riescono a godere della visibilità che meriterebbero.

Se nei media tradizionali il problema è legato all’accesso, nei new media (dove tutti possono accedere) il problema è legato all’attenzione. Come può un blogger armato solo della sua bravura, della sua pazienza e delle sue competenze combattere contro organizzazioni che mettono in atto strategie SEO/SEM, che investono denaro nei propri network di blog, che utilizzano strategie di marketing per guadagnare con la pubblicità derivata dagli accessi al blog, che utilizzano professionisti pagati per scrivere?

In altri termini, la storia dei blog sarebbe come quella della “radio libere degli anni ’70: un’esplosione di radio amatoriali a cui è seguito un sistema dominato da un numero relativamente ristretto di aziende editoriali che sono sopravvissute alla spontaneità e alla semplicità originaria. Molti speaker amatoriali furono assunti dalle aziende radiotelevisive e così la produzione sociale” dei contenuti radiofonici venne trasformata in produzione commerciale“.

Questo non significa che le “radio libere” non hanno cambiato il mondo dei mezzi di informazione, così come i blogger hanno influito sul sistema di diffusione delle informazioni. Quello che sostiene Carr è che bisogna abbandonare l’idea secondo cui i blog possono diventare una forma di informazione più libera dai condizionamenti politici, economici e ideologici rispetto ai media tradizionali.

Io che sono un convinto sostenitore del blogging sin dalle sue origini, faccio fatica a sposare in pieno la tesi sostenuta da Nicholas Carr. Debbo dire, però, che guardandomi intorno trovo ancora quella spontaneità e quella genuinità dei primi tempi, ma mischiata a tantissimi blog che del blogging hanno solo l’aspetto grafico.

Leggere questo articolo di Carr mi ha fatto riflettere molto, voi che ne pensate? ;-)

Io “M’illumino di meno” e il pianeta si riempie di luce!!! ;-)

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milluminodimeno

E’ bello parlare di biocarburanti, di tecnologia green, di pannelli solari e di energia rinnovabile. Ma al di là delle grandi parole e dei grandi discorsi, ciascuno di noi nel suo piccolo potrebbe rimboccarsi le maniche e dare una mano di aiuto a questo pianeta che soffre.

Qualche piccolo gesto: basterebbe spegnere le luci quando n0n c’è ne è bisogno, fare in modo che i led luminosi dei nostri dispositivi elettronici restino spenti, abbassare di qualche grado la temperatura degli impianti elettrici di riscaldamento/raffreddamento e anche dei frigoriferi, …

In quest’ottica è nata, all’interno del programma radiofonico di RADIO2Caterpillar“, l’iniziativa “M’illumino di meno” giunta ormai alla quinta edizione. Lo scopo è quello di sensibilizzare i cittadini sulla tematiche del risparmio energetico casalingo, quello che con piccoli gesti ognuno può compiere in proprio (QUI il blog dell’iniziativa).

L’invito è di spegnere le luci e tutti i dispositivi elettrici non indispensabili il venerdì 13 febbraio 2009 dalle ore 18 fino al giorno seguente o, comunque, per tutta la durata del programma radiofonico che inizia proprio alle 18.

Soltanto questo farà registrare un brusco abbassamento del consumo di energia. Basti pensare che l’anno scorso furono tagliati circa 400 Megawatt di energia in un giorno; in pratica fu come se 7 milioni di lampadine non fossero mai state accese.

Anche tanti luoghi famosi e tanti monumenti spegneranno le luci per lanciare un segnale importante. Si va dal Colosseo alla Mole Antonelliana di Torino, dal Quirinale a Piazza San Marco a Venezia, da Palazzo Vecchio a Firenze al Maschio Angioino a Napoli, da Piazza Maggiore a Bologna al Duomo di Milano,  dal Castello del Buonconsiglio a Trento all’acquario di Genova e così via…

Quest’anno hanno aderito anche numerose aziende come l’Eni, l’Enel, Vodafone, Coop, Ibm, Ikea, McDonald’s e molte altre. Spegneranno le luci e gli apparecchi elettronici anche in moltissime scuole, musei, società sportive, istituzioni, associazioni e sindacati (es. Legambiente, Wwf, Federparchi, Cgil, Cisl e Uil, Coldiretti, Slowfood, …), università, varie organizzazioni di vario tipo, eccetera.

Ma saranno i semplici cittadini a essere i protagonisti della manifestazione. Se passa il messaggio e ciascuno impara la lezione del risparmio, si potrà fare molto per l’ambiente. Una goccia nel mare potrebbe sembrare insignificante, ma se tutte le gocce si uniscono in una grande onda, allora può avvenire un tsunami forte e violento.

La Rete ovviamente ha contribuito a diffondere l’iniziativa, come ad esempio con i gruppi su Facebook e al tam tam sui blog. In concomitanza con l’iniziativa, inoltre, nascerà anche Ecozoom.tv, il primo social network italiano ecologico e ambientalista dedicato a chi è sensibile a questi temi.

Allora, illumiamoci di meno per dare più luce a questo mondo stanco!!! ;-)

Scritto da salpetti

13 febbraio 2009 alle 14:29

La “zingarata” del prequel: Facebook contro De Sica

con 10 commenti

amicimiei

Potrebbero andar bene i sequel in cui film celebri e molto amati dal pubblico trovano una sorta di continuazione che spesso però lascia perplessi i fan del film originale, ma mettersi a fare anche i prequel (ambientati prima) mi sembra un po’ troppo.

Soprattutto pensare di mettere mano a uno dei capolavori della commedia italiana quale “Amici miei” di Mario Monicelli potrebbe risultare alquanto fuori luogo.

Già “Amici miei atto IIInon riscosse lo stesso favore di pubblico dei primi due (il terzo fu girato da Nanni Loy anziché da Monicelli), figurarsi quanto potrebbe piacere un prequel di questo mitico film ambientato addirittura nel ‘400 e girato in costume.

I fan di “Amici miei” (tra i quali ci sono anche io) si stanno mobilitando sul Web per evitare che avvenga lo scempio e Facebook – che pare stia diventando lo specchio della società su cui, quindi, passano anche le ribellioni – è in prima fila nella protesta.

Il regista dovrebbe essere Neri Parenti e la produzione sarebbe affidata alla “Filmauro” di Aurelio De Laurentis, la stessa accoppiata che puntualmente propina “cinepanettoni” a ogni fine anno. Ovviamente uno dei protagonisti non può che essere Cristian De Sica.

Fare il prequel di “Amici miei” mi sembra proprio una “zingarata“, per usare un termine caro a chi ama il film in cui il gruppo di amici toscani ne combina di tutti i colori.

Gli attori che dovrebbero interpretare i ruoli che furono di Philippe Noiret, Gastone Moschin, Duilio Del Prete, Adolfo Celi e Ugo Tognazzi dovrebbero essere, oltre a De Sica, Claudio Bisio, Massimo Ghini, Fabio De Luigi, …

Ciò che chiediamo a Christian De Sica e al produttore De Laurentis – scrive il giornalista Franco Bagnasco nel gruppo che ha creato su Facebook per protestare contro la realizzazione del prequel – è di rinunciare all’idea di sfruttare questo marchio nobile per fare quattrini. Peraltro incerti, perché è evidente che il pubblico vive quest’idea come un corpo estraneo ed è pronto a boicottarla. Ci vorrebbe un po’ di decenza e di rispetto in più. E non ci vengano a parlare di omaggio, perché si tratta soltanto di una speculazione. Facciano pure il loro film, ma non tirino in ballo Amici miei“.

Si sta pensando anche di mettere in atto alcune manifestazioni a Firenze, dove sono stati girati i tre episodi dell’indimenticabile pellicola, al fine di fare uscire la protesta dal Web e renderla concreta per le strade. Addirittura si pensa di rifare la famosa scena degli schiaffi al treno (QUI) utilizzando cartonati di Christian De Sica ad altezza naturale.

Nella storia del cinema ci sono capolavori che entrano nel cuore della gente. Andarli a toccare può essere molto pericoloso, perché sarebbe come andare ad incidere sugli affetti più cari.

Vedremo come andrà a finire questa storia… ;-)

Scritto da salpetti

13 gennaio 2009 alle 01:46

La rete fa paura: arrestato per aver creato un gruppo su Facebook!!!

con 12 commenti

Ivo Sanader - Niksa Klecak

Uno dei fenomeni sociali del Web più rilevante del momento è Facebook. Ormai ne parlano tutte le Tv e i giornali fanno a gara per parlarne e sembrare alla moda e moderni (es. laRepubblica).

A volte, però, tra tutti gli articoli che riguardano questo Social Network (in maniera più o meno intelligente e pertinente) si può trovare qualcosa di molto interessante. Vorrei sottolineare, ad esempio, oggi una notizia che ha anche un qualcosa di inquietante: in Croazia è stato arrestato un uomo per aver creato un gruppo contro il Premier.

Probabilmente qualcuno di voi sarà iscritto a gruppi di Facebook quali “Scommetto di poter trovare 1.000.000 di utenti che odiano Silvio Berlusconi” (QUI) oppure “Scommetto di trovare 10.000 romani che erano ESAUSTI DI VELTRONI SINDACO!” (QUI), ma anche “I bet I can find 1,000,000 people who dislike George Bush! – Scommetto di trovare un milione i persone a cui George Bush non sta simpatico” (QUI) o altri simili che riguardano politici di tutto il mondo.

Anche in Croazia era nato un gruppo contro il Premier Ivo Sanader: “Kladim se da ću naći 5000 facebookera koji ne vole Sanadera! – Scommetto di trovare 5000 utenti Facebook che odiano Sanader” (QUI).

La cosa grave è che il fondatore del gruppo, il cittadino croato Nikša Klecak, è stato arrestato nei giorni scorsi. Ovviamente per salvare la faccia la motivazione non è stata quella di aver creato questo gruppo contro il Premier, ma Klecak è stato arrestato dalla polizia prima per detenzione di materiali nazisti (che non sono state ritrovate) e poi per il possesso di materiale pedo-pornografico (di cui non ci sono prove).

Ivo Sanader, ultimamente al centro di molte polemiche per la propria politica economica e per la ripresa delle tensioni con la Serbia, non brilla certo come esempio di democrazia, ma adesso con questa azione ha confermato le tesi di chi teme che ci sia in Croazia un attacco alla democrazia.

Subito su Facebook è nato un gruppo a difesa di Nikša Klecak (QUI) e pare che ormai i siti di social networking ( Facebook in primis) siano un ottimo veicolo per manifestare il dissenso politico in Rete, come racconta un articolo della rivista Wired dedicato agli oppositori del governo liberticida egiziano.

Nikša Klecak è stato rilasciato subito per mancanza di prove, ma potrebbe trattarsi di un segnale intimidatorio di avvertimento per tutti coloro che volessero dissentire attraverso al Rete con le decisioni del Primo ministro Sanader (che non ha rilasciato nessuna dichiarazione in proposito).

Insomma, ancora uan volta la Rete fa paura ai politici perchè è libera e può facilmente contribuire alla diffusione delle informazioni e a facilitare i contatti tra le persone. Che ne dite? ;-)

Scritto da salpetti

2 dicembre 2008 alle 00:48

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