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Studenti violenti: un video e le testimonianze confermano la presenza di agenti provocatori

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Qualche giorno fa abbiamo parlato dell’inquietante intervista al Presidente Cossiga in cui il vegliardo consigliava a Berlusconi e al Ministro degli Interni di infiltrare tra gli studenti degli agenti provocatori al fine di scatenare tafferugli necessari per giustificare interventi duri da parte delle forze dell’ordine (QUI).

Un video che è stato pubblicato su Youtube (quello che ho inserito nel post) sembrerebbe confermare il fatto che, dopo l’approvazione del decreto al Senato, tra i manifestanti c’erano davvero Poliziotti camuffati da studenti (QUI per approfondire). E’ partita la caccia all’uomo e di sicuro il Web aiuterà a individuare al vera identità del ragazzo protagonista del video.

Inoltre, ieri a Piazza Navona quando è scoppiata la rissa tra due fazioni opposte di studenti, c’era un camion pieno di caschi, mazze e altro materiale necessario per scatenare una guerriglia urbana (QUI). Ma chi ha fatto entrare quel mezzo nella piazza dove c’era la manifestazione degli studenti?

Qualcuno parla di complicità da parte della Polizia stessa. Un camion infatti non passa inosservato, ci vuole un certo livello di accondiscendenza da parte delle forze dell’ordine per farlo arrivare in una piazza durante un corteo di protesta (a meno che la situazione non sfugga completamente di mano).

Pare quindi che Maroni e Berlusconi abbiano seguito il consiglio di Cossiga. Se è davvero così, hanno fatto infiltrare tra gli studenti i famosi agenti provocatori e hanno fatto in modo che gli agenti chiudessero un occhio quando è arrivato quel camion (che si può osservare in tutte le foto e in tutti i video relativi agli scontri).

Il giornale laRepubblica ha seguito da vicino l’avventura di alcune professoresse che accompagnavano i propri studenti:

Una delle cariche del gruppo di facinorosi colpisce un gruppetto di liceali del Virgilio, del liceo artistico De Chirico e dell’università di Roma Tre. Un ragazzino di un istituto tecnico viene colpito alla testa, cade e gli tirano calci. “Basta, basta, andiamo dalla polizia!”, dicono le professoresse.

Docenti a alunni si spostano verso il Senato e incontrano il funzionario capo. “Non potete stare fermi mentre picchiano i miei studenti!” protesta un’insegnate dai capelli bianchi. Una studentessa alza la voce: “E ditelo che li proteggete, che volete gli scontri!“.

Il funzionario urla: “Impara l’educazione, bambina!”. La professoressa incalza: “Fate il vostro mestiere, fermate i violenti”. Risposta del funzionario: “Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra“. C’è un’insurrezione generale: “Di sinistra? Con le svastiche?”.

Una professoressa coi capelli bianchi esibisce un grande crocifisso che porta al collo: “Io sono cattolica. Insegno da 32 anni e non ho mai visto un’azione di violenza da parte dei miei studenti. C’è gente con le spranghe che picchia ragazzi indifesi. Che c’entra se sono di destra o di sinistra? È un reato e voi dovete intervenire”.

Il funzionario nel frattempo nota la presenza dei giornalisti: “Io non ho mai detto: quelli sono di sinistra”. Monica, studentessa di Roma Tre: “Ma l’hanno appena sentito tutti! Chi crede d’essere, Berlusconi?”. “Lo vede come rispondono?” dice Laura, di Economia. “Vogliono fare passare l’equazione studenti uguali facinorosi di sinistra”.

La professoressa è angosciata: “Mi sento responsabile. Non volevo venire, poi gli studenti mi hanno chiesto di accompagnarli. Massì, ho detto scherzando, che voi non sapete nemmeno dov’è il Senato. Mi sembravano una buona cosa, finalmente parlano di problemi seri”.

“Molti – continua l’insegnante – non erano mai stati in una manifestazione, mi sembrava un battesimo civile. Altro che civile! Era stato un corteo allegro, pacifico, finché non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo. Anche se, dico la verità, se non l’avessi visto, ma soltanto letto sul giornale, non ci avrei mai creduto”.

Alle undici e tre quarti partono altre urla davanti al Senato. Sta uscendo Francesco Cossiga. “È contento, eh?” gli urla in faccia un anziano professore.

Insomma, probabilmente è stato attuato davvero il piano di Cossiga. In questo modo tutte le TV e i giornali hanno potuto parlare degli scontri interni tra gli studenti distogliendo l’attenzione dalla protesta. Per di più, come ha detto l’anziano Presidente, se l’opinione pubblica si convince che gli studenti stanno lì solo per fare casino, è molto più semplice sopprimere le manifestazioni a colpi di manganello.

Uno degli studenti, Duccio, sintetizza in pieno quanto è accaduto: “Da stasera ai telegiornali si parlerà soltanto degli incidenti, giorno dopo giorno passerà l’idea che comunque gli studenti vogliono il casino. È il metodo Cossiga. Ci stanno fottendo“.

A me tutta questa storia sembra assurda, ma i fatti sembrano confermare quello che non avrei voluto sentire. Che ne pensate? ;-)

> AGGIORNAMENTO: In serata è stato identificato il ragazzo che nel video di Youtube – messo in evidenza poi anche da Beppe Grillo (QUI) – sembrava essere un agente infiltrato. Si tratta di un militante 21enne di ”Blocco studentesco” che in un’intervista ha spiegato il perchè del suo comportamento sospetto (QUI la notizia e QUI un video di RepubblicaTV). Resta il mistero della presenza di un camion a Piazza Navona e restano da chiarire tante incongruenze e tanti fatti poco limpidi…
Vedremo se il Web ci verrà ancora in aiuto… ;-)

Riforma della scuola. Cossiga: picchiate tutti i manifestanti!!!

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Ieri, intervistato sul giornale Il Giorno (QUI), il senatore a vita Francesco Cossiga si è lasciato andare a dichiarazioni davvero preoccupanti.  Ha consigliato al Presidente del Consiglio e al Ministro degli Interni un sistema per porre fine alle proteste degli studenti che manifestano contro la riforma Gelmini. Il metodo di Cossiga prevede anche un ampio consenso dell’opinione pubblica.

Il sistema è di facile attuazione: picchiare brutalmente tutti i manifestanti!!!

Sì, avete capito bene… Cossiga ha detto proprio che si dovrebbero picchiare tutti i manifestanti dopo aver ottenuto il consenso popolare con metodi subdoli. Vi riporto parte dell’intervista:

Cossiga: “Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno. In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito…”

Giornalista: “Gli universitari, invece?”

Cossiga: Lasciarli fare. Ritirare le forze di Polizia dalle strade e dalle Università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città“.

Giornalista: “Dopo di che?”

Cossiga: “Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di Polizia e Carabinieri”.

Giornalista:Nel senso che…”

Cossiga: “Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano“.

Giornalista: “Anche i docenti?”

Cossiga: “Soprattutto i docenti”.

Giornalista: “Presidente, il suo è un paradosso, no?”

Cossiga: “Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!”

Giornalista: “E lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere? In Italia torna il fascismo, direbbero”.

Cossiga: “Balle, questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l’incendio”.

Giornalista: “Quale incendio?”

Cossiga: “Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà a insanguinare le strade di questo Paese”.

Queste frasi sono agghiaccianti e si commentano da sole. Ma voglio essere ottimista e, senza volerle associare ai fatti del G8 di Genova o a fatti simili accaduti in passato (anche quando il Ministro degli Interni era Cossiga), voglio pensare che siano il frutto dello sproloquio di un 80enne che forse sta perdendo lucidità.

Se poi Berlusconi e Maroni volessero far proprie queste indicazioni, sappiano che non si tratta di un rigurgito di Fascismo, bensì di una “ricetta democratica”. A pensarci bene, infatti, in quale altro Paese veramente democratico non farebbero come ha proposto da Cossiga!? ;-)

Scritto da salpetti

24 ottobre 2008 alle 22:56

Il Governo pakistano censura Youtube. Sbaglia e lo blocca in tutto il Mondo

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Qualcuno di voi se ne sarà accorto. Ieri per circa due ore Youtube è rimasto bloccato. Un black-out totale che non farebbe notizia (su Youtube a volte capita) se la causa non fosse riconducibile ad un attacco informatico ordinato da un governo.

Il governo del Pakistan, infatti, ha ritenuto di dover oscurare Youtube sul suo territorio. Così la Pakistan Telecommunication Authority (PTA) ha ordinato ai provider locali di servizi Internet di bloccare l’accesso al popolare sito. Il motivo? Youtube diffonderebbe video dal “contenuto blasfemo” che danneggiano l’immagine dell’Islam.

In particolare, a toccare la sensibilità del governo pakistano sarebbe stato il trailer dell’ultimo film di Geert Wilders; nelle brevi sequenze inserite su Youtube, infatti, l’Islam viene definita una religione violenta, soprattutto nei confronti delle donne e degli omosessuali. Ma a scatenare la furia censoria del governo pakistano pare siano stati anche alcuni video in cui appaiono le famigerate vignette su Maometto ripubblicate dai giornali danesi.

A causa di un errore, però, il blocco si è allargato a macchia d’olio di Paese in Paese spiazzando Google, propietario di Youtube, che adesso parla di sabotaggio. Ci sono volute due ore per scoprire l’artefice del black-out: il service provider pakistano PCCW, obbedendo alla direttiva della PTA, non permetteva ai suoi clienti di accedere al sito dirottando l’indirizzo IP di YouTube verso i suoi server bloccando così ogni tentativo di accesso al sito. Le informazioni però sono state mandate per errore a tutti gli altri provider nel mondo che inconsapevolmente hanno bloccato anch’essi l’accesso ad Youtube reindirizzando gli utenti nel buco nero creato da PCCW sui suoi server.

Il Pakistan non è l’unico Paese che cerca di censurare la Rete (tra i più noti c’è la Cina, ma anche l’Arabia Saudita, la Bielorussia, la Birmania, la Corea del Nord, Cuba, l’Iran, la Libia, il Sudan, la Siria, la Tunisia e molti altri). Sono molti gli Stati in cui per vari motivi si vuole porre un freno alla libera circolazione di idee e di informazioni permessa da Internet. I più maliziosi sostengono che anche il malriuscito tentativo pakistano di censura sia stato attuato più per motivi politici che religiosi.

E’ probabile, infatti, che l’ordine della PTA fosse in realtà destinato a colpire qualcosa di diverso dall’offesa all’Islam, nella fattispecie una serie di video ritraenti attivisti politici impegnati a compilare schede elettorali. La censura sarebbe, quindi, scattata per bloccare il tentativo di smascherare brogli elettorali in un Paese con una forte instabilità politica che sta attraversando una fase cruciale per la democrazia dopo l’uccisione della leader dell’opposizione Benazir Bhutto.

Di blocco totale di YouTube per “discutibili video non-islamiciparla anche Reporters Sans Frontières che condanna l’iniziativa e sottolinea come “una tale decisione dovrebbe essere presa dai tribunali, e non da una organizzazione sotto diretto controllo del governo“.

Che si tratti di motivi religiosi o politici, la censura è tuttavia da condannare. Questa vicenda, oltre a far correre ai ripari Youtube che si è scoperto vulnerabile, dimostra ancora una volta che la Rete è uno strumento libero e democratico di cui i grandi potentati (economici, politici, ideologici) hanno paura. Questa volta a causa di un grossolano errore il tentativo di censura è stato smascherato e denunciato, spero che in futuro la lotta alla censura non passi esclusivamente attraverso gli errori dei potenziali censori!!! ;-)

Nuova legge bavaglio sull’editoria: come è andata a finire…

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Questo sarà un post breve ad integrazione del mio precedente post in cui mi dicevo abbastaza preoccupato per le nuove norme contenute nel Ddl sull’editoria che se fosse tramutato in legge avrebbe ripercussioni pesanti sul mondo dei blog. Forse adesso è il caso di essere un pò più ottimisti. Pare, infatti, che alcuni Ministri e lo stesso autore della legge si siano accorti del tragico errore. Il Ministro delle Comunicazioni, ad esempio, ha reso noto nel suo blog che il Ddl sull’editoria deve essere corretto. “Va bene applicare anche ai giornali on line le norme in vigore per i giornali – ha scritto Gentiloni - ma sarebbe un grave errore estenderle a siti e blog“. 

Anche il Ministro Di Pietro nel suo blog si è scagliato contro questa legge definendola “liberticida”. Ha pure affermato che per quanto è in suo potere “questa legge non passerà mai, anche a costo di mettere in discussione l’appoggio dell’Italia dei Valori al Governo“.  Evidentemente Riccardo Franco Levi quando ha realizzato questo disegno di legge non aveva la minima idea di cosa fosse un blog, adesso si sarà informato. Dal sito della Presidenza del Consiglio, infatti, ha risposto a tutte le accuse con una lettera aperta a Beppe Grillo. Nelle prime righe della lettera si legge: “Con il provvedimento che tra pochi giorni inizierà il suo cammino in Parlamento non intendiamo in alcun modo né “tappare la bocca a Internet” né provocare “la fine della Rete”. Non ne abbiamo il potere e, soprattutto, non ne abbiamo l’intenzione”. Una bella rassicurazione…

Staremo a vedere cosa succederà. Non bisogna, però, abbassare la guardia. E’ vero che se due Ministri si sono sentiti in dovere di rispondere direttamente ai blogger italiani e se chi ha materialmete scritto il Ddl ha pubblicato sulle autorevoli pagine del sito della presidenza del Consiglio una lettera aperta in risposta ad un post di Beppe Grillo, allora il fermento che si è creato nella blogosfera italiana è stato ascoltato e ha dato i suoi frutti, ma è sempre meglio continuare a far sentire la nostra voce… ;-)

Nuova legge sull’editoria: legge bavaglio!!!

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Quante volte si è ripetuto in questo blog che il Web è libero (si sono segnalati dei tentativi di limitare in qualche modo questa libertà). I politici e i poteri non finiscono mai di provare a porre limiti a questo strumento di democrazia, da qualsiasi orientamento politico provengano. Anche il governo in carica ci stà provando in modo scandaloso. La nuova disciplina dell’editoria, infatti, prevede che qualsiasi attività Web dovrà registrarsi al ROC (Registro degli operatori di Comunicazione). Questo significa che anche chi vuole gestire un blog dovrà produrre dei certificati, pagare un bollo (e forse delle tasse), seguire un iter burocratico ed essere perseguibile secondo il codice penale per i reati di diffamazione come per un giornale, anche per i commenti agli articoli.

Scenderemo adesso nei dettagli, ma è evidente come questa legge, se fosse approvata definitivamente, sarebbe una condanna a morte per i blog italiani. I blog, infatti, nascono spontaneamente e liberamente, chiunque può aprirne uno senza problemi e scrivere i suoi pensieri, pubblicare foto, video e poter partecipare direttamente al dibattito pubblico. Se passerà questa legge, tutti i blog dovranno trasformarsi in testate giornalistiche perdendo la spontaneità e la libertà che li contraddistingue, perdendo al caratteristica di essere uno strumento aperto a tutti, quindi davvero pluralista (QUI e QUI trovate degli interesanti approfondimenti).

Trattandosi di una legge che regolamenta il settore dell’editoria (QUI il testo completo), non dovrebbe riguardare i blog. Il punto focale è, infatti, la definizione di prodotto editoriale che viene data: “Per prodotto editoriale si intende qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione, di intrattenimento, che sia destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso. [...] Non costituiscono prodotti editoriali quelli destinati alla sola informazione aziendale, sia ad uso interno sia presso il pubblico“.

Più avanti poi arriva un ulteriore chiara conferma che il riferimento è anche ai blog personali che vengono gestiti in modo amatoriale senza scopo di lucro: “Per attività editoriale si intende ogni attività diretta alla realizzazione e distribuzione di prodotti editoriali, nonché alla relativa raccolta pubblicitaria. L’esercizio dell’attività editoriale può essere svolto anche in forma non imprenditoriale per finalità non lucrative“.

Insomma, i blog non hanno scampo!!! Su Civile.it è spiegato come funziona il sistema adesso e come funzionerà nel caso passasse questa legge: oggi è prodotto editoriale quello realizzato da una casa editrice. Chi ha un prodotto editoriale (anche un sito) può registrarlo al ROC. La registrazione non è obbligatoria se non si è editori, ma è necessaria se si vogliono richiedere contributi pubblici. La nozione di prodotto editoriale è adesso vincolata al lucro, l’iscrizione al ROC impegna in una dichiarazione annuale su come e quanto si guadagna e al pagamento di diritti annuali in rapporto agli stessi.

Se il testo della nuova legge sull’Editoria, scritto da Ricardo Franco Levi, braccio destro di Romano Prodi, fosse tramutato in legge, le cose cambieranno: diventerà prodotto editoriale pure un blog o un sito che non si prefigge di guadagnare, anche se gestito da un privato e non da na azienda. Ogni blog personale diventerà, quindi, prodotto editoriale, soggetto alla normativa sulla stampa con ma responsabilità penali aggravate in caso di denuncia penale. In sostanza diventerà attività editorile qualsiasi cosa scritta su Internet e ogni blogger sarà ritenuto responsabile per i commenti lasciati dai lettori.

Già Beppe Grillo ha fatto sapere che nel caso in cui la legge Levi-Prodi fosse approvata, lui trasferirebbe il blog su un server straniero. Credo che questa sia l’unica soluzione per tutti i blogger che vogliono continuare ad avere un proprio spazio in cui scrivere liberamente i propri pensieri e in cui pubblicare liberamente foto e video. Il disegno di legge è stato approvato in Consiglio dei ministri il 12 ottobre, spero vivamente che non venga convertito in legge o che almeno venga modificato. La Rete è uno srumento libero e democratico, evidentemente questo non piace ai nostri politici… ;-)

Internet per tutti!!! Arriva in Italia WiMax, però…

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Finalmente anche in Italia arriva il WiMax, una tecnologia che consente l’accesso a Internet in banda larga grazie alle frequenze radio, in grado di garantire una connessione veloce pressochè a tutti. Finalmente il Ministero delle Comunicazioni ha presentato il bando di gara per l’assegnazione dei diritti d’uso delle frequenze (QUI la pagina dedicata sul sito del Ministero e QUI un interessante articolo di Punto-Informatico).

Il WiMax permette trasmissioni di dati ad alta velocità a basso costo e non necessita di supporti fisici quali cavi. Ciò permette di poterne usufruire ovunque con il semplice ausilio di un’antennina. Per capirci meglio, è come avere una connessione Internet che ha una copertura simile a quella che oggi serve per parlare col telefonino. Il bando del Ministero è necessario perchè WiMax opera su bande di frequenza sottoposte a licenza (cioè porzioni dello spettro frequenziale assegnate in uso esclusivo dalle istituzioni governative. In Italia fin’ora solo per scopi militari), ma in teoria potrebbe funzionare anche su bande “non licenziate” e quindi Internet sarebbe gratis per tutti ovunque, ma questa è un’altra storia… ;-)

Sarà, quindi, più facile e più economico accedere ad Internet. Sembrerebbe che finalmente si ha una buona notizia per i consumatori e una cattiva notizia per gli operatori fissi, in primo luogo Telecom che praticamete detiene il monopolio dell’ultimo miglio condizionando direttamente o indirettamente i prezzi delle connessioni.

L’introduzione del WiMax in Italia (quasi gli ultimi in Europa!) è un evento rivoluzionario, “un passo in direzione della democrazia digitale”, come si legge in una nota di Palazzo Chigi. Ci si dovrebbe, quindi, solo rallegrare di tutto ciò, ma siccome siamo in Italia sorgono dei dubbi…
Quello che segue adesso forse può sembrare un pò tecnico, ma è importante per capire se davvero nel futuro degli italiani ci sarà l’accesso per tutti alla Rete in banda larga a basso costo, oppure se tutto resterà così com’è.

Dicevo che il WiMax opera su frequenze radio sottoposte a licenze. Il bando del Ministero prevede che vengano concesse 35 licenze. Per 14 di queste potranno concorrere tutti, purchè non siano già in possesso di licenze UMTS (quindi non i gestori telefonici già presenti), mentre per le restanti 21 (aggiudicate su base regionale) potranno concorrere solo società con “autorizzazioni generali per le reti e i servizi di comunicazione elettronica a uso pubblico” o almeno che possono “dimostrare la propria idoneità tecnica e commerciale nel settore“, in pratica gli operatori telefonici già esistenti. Le lincenze hanno durata di 15 anni (che per quanto riguarda la tecnologia è uno spazio di tempo infinito!) e la base d’asta è di 45 milioni di euro.

Adesso arriva la parte scottante della vicenda: nel bando mancano indicazioni sulla gestione della rete che si verrà a creare. Chi deciderà, quindi, a chi sarà permesso di accedere al Wimax e a chi no? Chi stablirà i prezzi?
Visti gli alti costi previsti e i requisiti che si richiedono per prendere parte all’assegnazione delle frequenze (“criteri di idoneità tecnica e commerciale“), è molto probabile che i maggiori investimenti che si potranno dedicare al WiMax saranno operabili da quelle società che già oggi offrono tecnologie di connessione a Internet. Il rischio è, quindi, che i prezzi restino uguali se non più alti o che la possibilità di utilizzare il WiMax sia ristretta solo a pochi, come ad esempio, alle aziende e non ai singoli. Come fa notare l’Adiconsum, gli operatori che già posseggono altre tecnologie per la banda larga (soprattutto se anch’esse senza fili come l’UMTS) non hanno alcun interesse a spingere sul WiMax perchè hanno investito molte risorse sulle tecnlogie esistenti, pertanto saranno poco propensi ad incentivarne l’uso.
Inoltre, nel bando si legge che è necessario “un particolare impegno nelle aree a digital divide” e sono previste delle condizioni particolari, ma per chi sbaglia oppure non utilizzasse la licenza acquisita non è prevista nessuna penale, solo l’obbligo di rivenderla.

Il WiMax è, secondo me, la chiave per un accesso globale e aperto a Internet, ovvero un importante strumento a servizio della democraza. L’Italia è già arrivata tardi, ora rischia di trasformare questa occasione nel solito “affare all’italiana” in cui a spartirsi i benefici sono in pochi a discapito dei citttadini. Mi auguro che tutto vada per il verso giusto… ;-)

> AGGIORNAMENTO (17/10/2007): Pare che i timori erano fondati. Leggete QUI gli ultimi sviluppi della vicenda WiMax all’italiana.

Scritto da salpetti

13 ottobre 2007 alle 00:07

BLOGGERS FOR BURMA: UNITI PER LA BIRMANIA

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Ho partecipato molto volentieri all’iniziativa lanciata da Daniele Verzetti del blog L’Agorà del Rockpoeta per realizzare un post comune formato da diversi penseri di vari bloggers su quello che sta accadendo in Birmania. Oggi, in contemporanea, tutti i partecipanti stiamo postando sui nostri blog il post che abbiamo realizzato (in basso trovate i link ai blog dei partecipanti). Ecco il post:

Chi sono i Bloggers for Burma? Sono 16 bloggers che vogliono far sentire la loro voce a sostegno di chi lotta pacificamente per la libertà. O, forse, solo 16 pazzi utopici che credono ancora che i diritti umani e la democrazia siano e debbano essere dei valori cardine del mondo di oggi e di quello di domani. Queste le nostre parole:

“I diritti umani, la libertà e la democrazia sono la linfa della società in cui noi viviamo. Diritti acquisiti e forse un po’ scontati per quelli nati, come me, dopo la nascita della Repubblica che ne hanno sentito il profumo nell’aria, per la prima volta, inspirata.

I diritti umani, la libertà e la democrazia sono, invece, per molti popoli concetti astratti di cui è persino vietato parlare. Per il Popolo Birmano una ragione valida per farsi massacrare.

Pacificamente, senza opporre resistenza.

In tempi di fanatismi religiosi che costano vite innocenti e minacciano i fondamenti della società civile, i monaci buddisti si uniscono al loro Popolo per chiedere il rispetto della loro grandissima dignità di uomini, di cittadini.

Non lasciamo che la loro giusta e onorevole protesta resti confinata in una piccola regione del mondo. I diritti umani, la libertà e la democrazia devono essere patrimonio di tutta l’umanità.

E perciò in un abbraccio mondiale gridiamo: “Free Burma!”

ArabaFenice

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“Non entro in argomentazioni socio-politiche essendoci sicuramente persone più competenti e preparate del sottoscritto a farlo.

Preferisco soffermarmi su quelle che sono le sensazioni e analizzare l’incedere di questi accadimenti.

Spero tanto di sbagliarmi ma le trovo molto simili a quelle già vissute per il Darfur.

Un’ondata iniziale di sdegno, accompagnata da immagini crude (si pensi all’esecuzione di quel giornalista o ai monaci investiti dai camion militari senza troppi complimenti!), da notizie che facevano crescere sempre di più l’angoscia, da una preoccupazione sempre crescente per quelle popolazioni. All’inizio aperture di Tg, radio, prime pagine dei quotidiani ed oggi invece? … Oggi niente di più di qualche trafiletto “riempitivo” nell’home page di qualche sito e nulla più. Al radiogiornale delle 8.30 neanche menzione. Aldilà di tutte le parole e le elucubrazioni che si possono fare relativamente alla vicenda, la mia preoccupazione è che però stavolta non ci si dimentichi di loro perchè quando si comincia a dimenticare chi soffre si diventa complici dei loro aguzzini!”

Chit.

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“Quando la mattina, aprendo gli occhi, sancisco la nascita di un nuovo giorno, ringrazio chi di dovere per questo dono.

Quando, attraverso i giorni che si susseguono, sono artefice della mia vita e del mio destino, ringrazio i miei Avi.

Li ringrazio per il dono che mi hanno fatto. Li ringrazio per la libertà di cui oggi godo.

Ogni giorno che passa, ogni istante che vivo, mi rendo conto della fortuna che ho. Sono un uomo libero.

Non per tutti è così. Il popolo della Birmania, guidato dai monaci buddisti, lotta per la libertà.

E’ una lotta fatta attraverso la parola, attraverso la pace. Parole di libertà e di pace che si scontrano contro armi e intolleranza.

Diamo un’eco a quelle parole. Non lasciamoli soli. Insieme si può. Libero uomo in libero Stato”.

Davideelle

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“Finchè ci saranno uomini di guerra pronti a colpire, soffocare, uccidere ed imprigionare uomini di pace, noi ci saremo ad additarli, a condannarli, a non dimenticare.

Contro tutti i regimi di ogni colore urliamo l’urgenza di vedere la Birmania libera.

Finazio.

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Una comunità internazionale “distratta” in tutti questi anni ha ampiamente ignorato la Birmania e quello che vi succedeva.

In pochi hanno però ignorato le possibilità economiche che offre questo paese.

Non è un mistero che, a dispetto delle condanne ufficiali, fra i maggiori investitori in Birmania ci siano Francia, USA e Gran Bretagna.

Compiamo tutti un gesto concreto per aiutare il popolo birmano.

Chiediamo con forza che l’Unione Europea applichi sanzioni economiche severe; nel frattempo ognuno faccia un piccolo significativo gesto boicottando le multinazionali che sfruttano le risorse energetiche del paese”.

Franca.

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“Abbiamo imparato qualcosa da Piazza Tien an men? I monaci birmani, oggi, da soli non possono farcela.

Siamo noi, quelli che non verranno incarcerati o torturati se protestiamo, che dobbiamo aiutarli a liberarsi della dittatura che soffoca il loro desiderio di libertà.

Restiamo uniti per la Birmania e non dimentichiamola”.

Luca.

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“I Paesi Democratici di tutto il mondo non possono tacere sulle nefande azioni repressive dell’attuale governo birmano. Ci vogliono azioni concrete a sostegno della popolazione oppressa.

La diplomazia da sola non basta a salvaguardare il rispetto dei diritti umani, tanto più in questo caso dove le relazioni di opportunità tra governi sembrano prevalere sulla salvaguardia dei diritti umani fondamentali”.

Mariad.

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“Quello che accade in Myanmar, ma noi preferiamo parlare di ex-Birmania, è la palese dimostrazione che la libertà di parola e di manifestazione del proprio pensiero, come è nel diritto di ogni essere umano, è continuamente minata e minacciata da chi usa e abusa del suo potere.

Il nostro contributo vuole essere perciò una sorta di marcia che simbolicamente avviene di pari passo assieme a quella degli straordinari monaci birmani e dei tanti cittadini che con ammirevole forza e determinazione hanno deciso di non arrendersi e sono scesi pacificamente in piazza per opporsi alla dittatura e affermare con coraggio i valori della democrazia e della libertà. Un sacrificio per un grande e nobile ideale che sta avendo però degli orribili risvolti di dura e inaudita repressione e violenza che stanno superando il varco dei crimini contro l’umanità.

Noi scegliamo di dare voce al loro urlo soffocato da meschini e sanguinari criminali. Noi siamo con loro.

Il nostro è perciò un grido che vuole e deve andare al di là di qualunque interesse economico, oltre qualunque pregiudizio culturale e politico.

Aiutaci anche tu.

Diamo voce al gesto dei monaci birmani…alla loro libertà. Alla pace”.

Mimmo.

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“Marciando in silenzio

abbiamo fatto sentire la nostra voce

Ora tocca agli altri gridare”

Osteria dei Satiri

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“La Libertà e la Democrazia sono dei valori assoluti, nessun fucile o manganello potranno mai soffocarli.

Aldo Moro diceva ai suoi sequestratori: -”se mi ucciderete farete di me un Martire della Democrazia”.

La Storia diede ragione a Moro, il suo sacrificio divenne un martirio in nome della Libertà e divenne la Tomba Politica del Terrorismo Brigatista!!!

Il popolo birmano grazie ai suoi martiri vincerà la tirannia militare, il sacrificio dei monaci e del popolo è stato un esempio mondiale e ha acquisito una Forza Politica molto importante per la democrazia e la libertà della Birmania”.

Polis.

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“Quando un Paese non è una grande potenza, non ha una forza economica sufficiente, viene da una storia di occupazione e sfruttamento coloniale, chi lo può difendere dagli appetiti degli Stati “avanzati” o emergenti?

Quando un popolo non ha mai conosciuto la democrazia, o ha visto soffocare la sua breve stagione di democrazia perchè il leader che si era scelto non era quello gradito a chi decide le sorti del mondo, chi lo può aiutare?

Quando qualcuno di quel popolo e di quel Paese riesce a trovare la forza ed il coraggio di esporre la propria vita al rischio di vedersela strappare, pur di risvegliare le coscienze e di interrompere una tirannia ultradecennale, sopportata e supportata da interessi economici esterni, chi può fargli sentire che non è solo?

Per noi che la democrazia la conosciamo e la viviamo, è un dovere morale non tacere su ciò che succede in Birmania, come in Darfur.

Per uno Stato come l’Italia e per un’entità come l’Unione Europea dovrebbe essere un dovere

premere in ogni modo per porre fine alla dittatura, anche con misure plateali.

Io vorrei che l’Italia desse un segnale fortissimo a chi sta lottando per liberarsi, boicottando le Olimpiadi di Pechino”.

Raser

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“Non riesco a trattenere le lacrime, le parole non escono, vorrei aggiungere solo una citazione che mi accompagna da sempre e che ho scolpito nel cuore; mi ha sempre guidata, come un maestro:

Libertà vo cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta.

Dante Alighieri

Cercando in rete mi rendo conto che non abita solo il mio cuore

http://www.flickr.com/photos/barbarageraci/1442930561/

Remyna in preghiera”.

Remyna

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“Da bambino mi piaceva ambientare le mie fantasie di principesse e castelli suntuosi, elefanti giganti e monaci che lottano contro le tigri, in Birmania.

Non sapevo esattamente dove fosse collocato geograficamente quel paese e questo toglieva ogni limite alla mia fantasia.

Ora sono diventato grande, ho imparato esattamente dove si trova la Birmania. Tra confini delineati con il sangue e la violenza.

Sogno che i bambini, nati sotto la dittatura militare, il prima possibile tornino, a loro volta, a fare sogni di luoghi incantati, sotto un cielo di riacquisita libertà”.

Richard Gekko

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Non si muore soltanto quando si cessa di vivere, ma anche quando il terrore invade l’esistenza quotidiana, e la possibilità d’esprimere liberamente le proprie opinioni viene brutalmente stroncata.

Nessuno ha il diritto d’uccidere la libertà altrui.

Romina

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E’ impensabile che nel III millennio ci siano ancora posti dove vengono calpestati i diritti umani e dove non c’è libertà, ma purtroppo è così.

Quello che stà succedendo nell’ex Birmania lo dimostra. L’esempio dei monaci è da seguire: la democrazia esce dai monasteri che sono da sempre espressione di moralità, tradizione, cultura.

Spero che il popolo birmano riesca nel suo intento di liberarsi dal regime in modo non-violento con l’ausilio della sola forza di risorse apparentemente intangibili come moralità, cultura, conoscenza, informazione libera, ma che però sono i veri pilastri di un sistema democratico.

I monaci, con la loro protesta pacifica, sono convinti che la democrazia potrà essere ristabilita senza lotte violente o spargimento di sangue.

Auspico che abbiano ragione e che si possa concludere tutto nel migliore dei modi pacificamente. Per far questo occorre far sì che non si distolga l’attenzione da ciò che accade da quelle parti e fare pressioni affinché la Comunità internazionale non si dimentichi di loro; a telecamere spente si possono compiere crimini orribili.

Non smettiamo di parlare del Burma, della sua storia e di quello che sta accadendo. Noi, insieme ai blogger di tutto il Mondo possiamo davvero rappresentare un grande aiuto per il popolo birmano. FREE BURMA!!!

Salpetti.

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Never Alone

Aria acre

pungente

odora di zolfo

puzza di stantio.

Cenere avvolge

I cieli morenti di Rangoon

Vuoto, Deserto, Nulla Assoluto,

Riempiono con suono assordante

luoghi un tempo vivi

Allietati dal silenzio

E da raggi di sole arancione in preghiera.

Ed ecco un altro Tibet

Un altro Cile

Un’altra Cambogia

Un altro Darfur

Un altro Nazismo.

Ecco altro odio.

E questo mio tenue respiro

Per non lasciarvi soli MAI!

Daniele Verzetti, Rockpoeta.

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Come avrete potuto osservare leggendoci, tanti modi diversi di sentire e raccontare questa tragedia, ma in gola, ciascuno di noi, ha un solo urlo: FREE BURMA!

F.to: BLOGGERS FOR BURMA.

BLOGGERS FOR BURMA are:

(rigorosamente in ordine alfabetico di nick e di apparizione nel post)

Anna Maria Stufano, “ArabaFenice” del blog “Non solo Giovinazzo”

http://nonsologiovinazzo.blogspot.com

Claudio Chittaro, “Chit”, de “Il Blog di Chit”

http://www.chitblog.net/?

Davide Longo, “Davideelle” del blog “Bar Mario”

http://davideelle.blogspot.com/

Ignazio Finizio, “Finazio”, del blog “Finazio, la musica che gira intorno”

http://finazio.blogspot.com

Franca Bassani, “Franca” del blog “Francamente”

http://franca-bassani.blogspot.com/

Luca Zerbato, “Luca” del blog “Libero di pensare”

http://liberodipensare.blogspot.com

Maria D’Ordia, “Mariad” del blog ” Non solo sogni”

http://mariad-nonsolosogni.blogspot.com

Mimmo, del blog “Cliccare Mimmo”

http://mimmoworld.blogspot.com/

Max, “Osteria dei Satiri” del blog omonimo: “Osteria dei Satiri”

http://osteriadeisatiri.blogspot.com/

Francesco Spallacci, “Polis” del blog omonimo “Polis”

http://polisfs.blogspot.com/

Stefano Ravasio, “Raser” del blog omonimo “Raser”

http://raser.ilcannocchiale.it/

Marina Remi, “Remyna” del blog “Remyna’s blog”

http://marinaremi.wordpress.com

Richard Gekko, del blog “Parole di un maniaco omicida”

http://richardgekko.altervista.org/

Romina, stesso nick, del blog “Intersezioni”

http://intersezioni.awardspace.com/

Salpetti, stesso nick, del blog “La forza del blogging”

http://salpetti.wordpress.com

Daniele Verzetti, “Rockpoeta” del blog “L’agorà”

http://agoradelrockpoeta.blogspot.com

Giustiziato omosessuale in Iran. Ma non si era detto che lì non c’erano gay!? ;-)

con 18 commenti

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Il 24 settembre scorso, tra tante polemiche, il presidente iraniano, Maḥmūd Aḥmadinejād (quello che vuole distruggere Israele, che nega l’Olocausto, che vuole costruire la bomba atomica, che “litiga” spesso con Bush, …) si trovava in America per partecipare all’assemblea generale dell’ONU ed è stato invitato per uno “speech” alla Columbia University. Il discorso del presidente iraniano è stato molto contestato, lo stesso Presidente dell’Univesità, finito nell’occhio del ciclone per aver invitato quello che in America chiamano dittatore, lo ha introdotto con parole sprezzanti: “Signor Presidente, lei mostra tutti i segni di un piccolo e crudele dittatore. E allora le chiedo: perché le donne del Bahai Faith, gli omosessuali e molti altri nostri colleghi accademici sono vittima di persecuzione nel suo paese?”. Poi ha proseguito chiedendo conto della corsa al nucleare, dell’Olocausto negato, della volontà di distruggere Israele e del sostegno ai terroristi. Concludendo ha affermato: “Dubito che lei avrà il coraggio intellettuale di rispondere a tutte queste domande”.

Aḥmadinejād ha praticamente ignorato le domande rivoltegli dal presidente della Columbia University e, dopo aver recitato alcuni versetti del Corano e essersi lamentato per la cattiva accoglienza, ha iniziato un discorso astratto, irreale e praticamnte finto. Un passaggio in particolare ha suscitato ilarità tra i presenti (circa 700 persone tra studenti e professori), quello in cui ha affermato che in Iran non ci sono omosessuali come in America, è un fenomeno che non conoscono (In Iran we don’t have homosexuals like in your country. In Iran we do not have this phenomenon, I don’t know who has told you that we have it).

Peccato che ormai da tempo le organizzazioni umanitarie denuncino i gravi abusi che il governo di Teheran commette nei confronti di gay e lesbiche (QUI la foto di una impiccagione avvenuta nel 2005 di due rgazzi accusati di essere omosessuali). Ovviamente questa affermazione di Aḥmadinejād non ha alcun fondamento (ad esempio, sono recenti le vicende di Pegah, fuggita in Inghlilterra dall’Iran perchè condannata a morte in quanto ritenuta lesbica), ma adesso a smentire il presidente iraniano è la stessa stampa dell’Iran che a riportato la notizia di una impiccaggione nella pubblica piazza per omosessualità. Ma non si era detto che in Iran non c’erano omosessuli!? ;-)

Il quotidiano Jomhuri Eslami ha dato oggi la notizia dell’esecuzione di un uomo, Shanuz Morovati, riconosciuto colpevole di “sodomia, costituzione di una banda per la corruzione, consumo di alcol, rissa e omicidio“. Corruzione è un termine usato normalmente nella Repubblica islamica per la prostituzione o comportamenti sessuali giudicati immorali. La sodomia, così come l’omosessualità femminile, è uno dei delitti per i quali è prevista la pena capitale, in base alla legge islamica.

Insomma, i fatti vanno contro le parole del presidente iraniano, sebbene non è che ci fosse bisogno di prove per capire che l’affermazione di Aḥmadinejād era del tutto infondata. D’altra parte, da uno che nega l’esistenza dell’Olocausto non ci si può aspettare niente di più serio e concreto!!! ;-)

Protesta in Birmania: la democrazia senza bombe e sanzioni?

con 17 commenti

Al decimo giorno di marce non violente, la situazione in Birmania (o Myanmar, come la chiamano le forze militari) si fa drammatica: una decina di morti, centinaia di feriti, mgliaia di arresti, …
Tutto questo il giorno dopo che il Consiglio di sicurezza dell’ONU non ha trovato un accordo sulle sanzioni da infliggere al Myanmar. Durante le consultazioni a porte chiuse del Consiglio, Russia, Cina e Indonesia si sono opposte alla proposta avanzata da Unione europea e Stati Uniti di discutere misure contro il regime militare birmano.

Secondo me, sulle spalle della vicenda Birmana si sta giocando un pericoloso gioco di poteri le cui conseguenze ricadono sul popolo birmano e che rimarca quelli che sono le relazioni che contano a livello internazionale. Sono, infatti, motivazioni di carattere politico, economico e ideologico quelle che impediscono un intervento decisivo contro il regime illiberale in Myanmar. Secondo Sergio Romano (intervistato da Panorama), Mosca e Pechino si sarebbero opposti ad un eventuale embargo perchè sono i maggiori partner economici della Birmania (che produce tra le altre cose Teck, zaffiri, rubini, ecc.) e perchè vedono nelle iniziative dell’ONU che partono dagli Stati Uniti una pericolosa interferenza nella propria area di influenza. In altre parole, con il regime birmano Cina e Russia hanno buoni rapporti e se quel regime venisse rovesciato per decisione dell’Occidente, il prossimo governo sarebbe quasi certamente filo-occidentale, un rischio che né i russi né i cinesi si possono permettere, per loro va bene così.

Penso, dunque, che questa situazione non faccia altro che sottolineare quelli che sono gli equlibri politici, economici e di forza che vigono tra gli stati più potenti del Mondo. Gli Americani, ad esempio, sempre pronti ad esportare la loro democrazia con ogni mezzo, questa volta sembrano sì interessati, ma alla lontana. Questo perchè il confine tra interesse economico e ideologia diventa sempre più labile. Per Bush, l’America è il faro della democrazia nel mondo (lo dice quasi ad ogni suo discorso), ma forse è un faro che illumina di più le zone dove è lui ad avere interessi economici (petrolio) e non i suoi avversari ideologici (Cina e Russia con le materie prime birmane). Gli USA, quindi, hanno cercato di far sentire al propria voce all’ONU, non ci sono riusciti e anche a loro va bene così.

L’ONU, poi, secondo me, si è rivelata ancora una volta per quello che è: un’organizzazione che finge di essere “super partes“, ma che si trova spesso nell’impossibilità di agire per via di limiti strutturali che la costingono a sottostare ai soliti giochi di potere internazionali, perciò quando si verificano situazioni come questa si trova con le mani legate venendosi a trovare così involontariamente schierata.

La Cina continua a rivelarsi illiberale e dimostra di portare avanti una politica di spartizione del territorio ormai superata, insime alla Russia di Putin, il quale sembra avere nostaglia della “Guerra fredda” (si legga, ad esempio, quanto scrivevo su Putin QUI). Insomma, in mezzo al caos internazionale dei giochi di forza ci si sono trovati i poveri monaci buddisti (che protestano pacificamente) e la popolazione del Myanmar, costretta a subire repressioni da parte di un regime che non vogliono e di cui non riescono a liberarsi che, oltre a privare il popolo della libertà, lo costringe a vivere in condizioni di miseria.

Ma le sanzioni sarebbero servite davvvero? Sicuramente non servono i bombardamenti, metodo con il quale è stata “esportata” la democrazia in altri luoghi (ma non è queso il caso), neanche con le sanzioni economico-diplomatiche (embargo) credo si possa risolvere nulla. Un regime isolato, infatti, secondo me, diventa più forte, non si indebolisce. Restando isolato e non avendo altri termini di paragone o non presentando alla gente altre alternative, un regime chiuso in sè stesso finisce per aquistare forza e autorevolezza (Cuba docet). Inoltre, nei Paesi colpiti solitamente si rafforza una sorta di “casta” delle sanzioni che utilizza il contrabbando e la speculazione sfruttando la mancanza di merci sul mercato e gli inevitabili aumenti dei prezzi. Il popolo birmano è già stato ridotto in miseria, un embargo peggiorerebbe la situazione e, a mio avviso, come dicevo, non farebbe indebolire affatto il potere del regime militare.

Cosa fare, dunque? Non sarò certo io a trovare una soluzione, ma credo che solo grazie all’informazione libera [già i blogger birmani si stanno muovendo QUI, QUI e QUI], alla cultura e allo sviluppo economico è possibile liberare un popolo da un regime illiberale. La questione riguarda tutti gli stati. Si potrebbero fare investimenti in quel territorio, incentivare il turismo, creare le condizioni affinchè la gente entri in contatto con altre realtà, evolva culturalmente, economicamente e riesca a sollevare la testa autonomamente e consapevolmente contro l’oppressore. Certo, tutto questo non è facile, ma credo che sia meglio di imporre sanzioni che costringono alla fame e rafforzano il potere autoritario.

L’esempio dei monaci buddisti è da seguire: la democrazia esce dai monasteri che sono da sempre espressione di moralità, tradizione, cultura. Spero che il popolo birmano si liberi dal regime in modo non violento con l’ausilio della sola forza di risorse apparentemente intangibili come moralità, cultura, conoscenza, informazione libera, ma che però sono i veri pilastri di un sistema democratico. I monaci, con la loro protesta pacifica, sono convinti che la democrazia potrà essere ristabilita senza spargimento di sangue e sperano che la comunità internazonale si interessi finalmente al loro Paese. Mi auspico che i monaci abbiano ragione e che si possa concludere tutto pacificamente. Spero anche che non cali l’attenzione mediatica (la Rete li sta aiutando) perché a telecamere spente si possono compiere indisturbati crimini orribili.

> AGGIORNAMENTO: Da oggi (28/09) in Birmania non funziona più Internet (informazioni QUI e QUI) ed è iniziata una vera e propria “caccia al giornalista“. Il regime ha capito che restando isolato può avere ampi margini di manovra. Speriamo che non si ripeta una strage come nell’89 appena si ridurrà il flusso di informazioni sulla rivolta pacifica dei monaci.

 

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