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Condannati in Italia dirigenti Google, il mondo protesta!

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In questo post parleremo di un argomento che in questo periodo è molto dibattuto: la libertà di espressione e la censura. Argomento molto complesso che diventa ancora più articolato quando ci si riferisce alla Rete. Internet, infatti, per la sua architettura si basa sulla libertà d’espressione. Chiunque può con semplicità immettere online qualsiasi tipo di contenuto (lo sto facendo anch’io scrivendo questo post!).

Le principali aziende operanti in Internet, come ad esempio Google, fino ad oggi hanno agito come dei semplici contenitori dove inserire i materiali prodotti dagli utenti. Ma quando questi contenuti violano la legge, a chi è riconducibile la responsabilità dell’infrazione?

I nodi sono venuti al pettine di recente, quando il tribunale di Milano ha condannato, lo scorso 24 febbraio, tre dirigenti di Google per aver permesso la pubblicazione di un video che ritraeva atti di bullismo nei confronti di un ragazzo disabile. “Il diritto di impresa – dicono i giudici – non può prevalere sulla privacy e sulla tutela dei diritti della persona“.

Di questa sentenza, la prima di questo tipo, si sta discutendo il tutto il mondo (QUI), tanto che i giudici che l’hanno emessa si sono sentiti in dovere di fare alcune precisazioni. Se la sentenza venisse confermata nei successivi gradi di giuziozio, infatti, il volto di Internet potrebbe esssere ridisegnato. Da più parti si teme che in futuro le aziende operanti sul Web possano introdurre una sorta di censura preventiva per paura di ricevere delle querele a causa del comportamento scorretto di qualche utente. I fruitori della Rete verrebbero così limitati nella libertà di commentare un articolo in un blog, di pubblicare un video, di scrivere una frase su Twitter e così via.

Per molti, dunque, questa sentenza è pericolosa, nonché ridicola: “È come se venisse perseguito il responsabile delle Poste perché qualcuno spedisce una cartolina con offese ingiuriose“, così ha commentato la sentenza l’ex commissario per l’Informazione della Gran Bretagna, Richard Thomas.

Beppe Grillo, con la sua solita ironia graffiante, si è espresso in questi termini: “I dirigenti di Google dovrebbero ricevere una medaglia. La sentenza è un monito: i disabili nelle scuole italiane si possono pestare, ma in incognito“. Il riferimento naturalmente è alla grande capacità della Rete di configurarsi spesso come un organo di denuncia e d’informazione più efficace dei media tradizionali.

Ironia e freddure a parte, la sentenza potrebbe far sì che in futuro Google e le altre società operanti in Rete come Facebook, si trasformassero in società editoriali simili a giornali e televisioni. Questo significa che sarebbero costretti a fornire contenuti di cui sono del tutto responsabili; verrebbero così introdotti anche online dei meccanismi che potrebbero essere limitanti della completa libertà di espressione di cui oggi è portatore il mondo di Internet.

In realtà Google parrebbe non avere responsabilità in questa vicenda perché non ha preso parte in alcun modo al processo di creazione e selezione dei contenuti incriminati di cui, per di più, non era a conoscenza sino a quando non è iniziata l’azione della magistratura. È, infatti, impensabile che dei dipendenti di Google possano visionare prima della pubblicazione tutti i video immessi su Youtube, leggere tutti i post dei blog dei suoi utenti, osservare ogni immagine pubblicata e così via.

Il principio di responsabilità, quindi, non può essere declinato a seconda del mezzo di trasmissione su cui viaggia un reato. Sono, dunque, i ragazzi che hanno effettuato violenza sul disabile che poi hanno messo il video su Youtube gli unici responsabili dell’accaduto, sono loro che hanno leso “i diritti della persona“. Allora, il pronunciamento del Tribunale di Milano deve farci riflettere sul confine tra libertà di espressione in Rete e meccanismi di tutela dei diritti dei singoli. Come si chiede Guido Scorza, Presidente dell’Istituto per le politiche dell’innovazione, “sino a che punto è preferibile rischiare di limitare la prima a fronte del riconoscimento di più efficaci meccanismi repressivi e sanzionatori a tutela dei secondi?“.

Che ne pensate? ;-)

Avviso a tutti i blogger: la blogosfera è morta (di morte naturale)!!!

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Il mondo dei blog fino a poco tempo fa era la parte più dinamica e rivoluzionaria del Web. Probabilmente lo è ancora oggi, ma forse qualcosa sta cambiando.

Per chi mi segue fin dall’inizio sa che questo blog è nato proprio dopo un’attenta analisi di quello che allora era un rilevante fenomeno sociale emergente.  Oggi, invece, la sua fama è stata oscurata dai cosiddetti social network, Facebook in primis.

A tal proposito, Nicholas Carr (celebre blogger e scrittore americano, noto in Italia sopratutto per il suo libro “Il lato oscuro della rete. Libertà, sicurezza, privacy“) ha scritto pochi mesi fa un articolo sul suo blog dall’evocativo titolo “Who killed the blogosphere?“.

Carr sostiene che il blogging si trova in una sorta di “crisi di mezza età“: prima era nuovo e fresco, oggi appare banale e stanco. Forse non sa che direzione sta prendendo. In altre altre parole, sta perdendo quella forza che da il titolo a questo blog. Probabilmente in qualche modo uscirà da questa crisi, ma per il momento la blogosfera è, secondo Carr, in un momento di smarrimento.

Allora, è finito quel mondo in cui gli autori spontaneamente, con molta passione e fuori dai media tradizionali condividevano osservazioni, pensieri, discussioni, informazioni, critiche, elogi?
Io credo di no, ma purtroppo il trend sembra essere proprio questo.

Ma chi ha ucciso la blogosfera? A questa domanda Carr risponde che non esiste un assassino, si tratta solo di morte naturale. I blog da fenomeno nuovo e rivoluzionario sono diventati un fenomeno di massa e di tendenza; è questo che sta uccidendo la spontaneità e le freschezza del blogging. Sopratutto se si pensa che spesso dietro ai blog più letti si trovano vere e proprie redazioni anche con professionisti.

Quel vasto scambio intimo, a ruota libera e fonte di meraviglia, in cui degli individui scrittori si scambiavano osservazioni, pensieri e argomenti al di fuori dei limiti dei media tradizionaliscrive Carrè scomparso. Quasi tutti i blog popolari oggi sono delle imprese commerciali con delle equipe di redattori, che producono operazioni pubblicitarie aggressive e siti gonfiati, con delle strategie di self-linking. Alcuni sono buoni, altri sono noiosi, ma farli passare per parti di una blogosfera che si distingue dai  media mainstream sembra sempre di più un gesto di nostalgia, se non di auto-illusione”.

Parole piene di amarezza queste di Carr che però sembrano essere sostenute dai dati. Secondo Technorati, i blog veramente amatoriali (che spesso sono i più originali e freschi) perdono sempre più visibilità e vengono spinti sempre più verso la periferia della blogosfera da queste società che operano in Rete.

Technorati ha recensito 133 milioni di blog dal momento in cui ne ha cominciato l’indicizzazione, nel 2002. Secondo il suo ultimo Rapporto sullo stato della blogosfera, però, soltanto 9 milioni di blog aggiornano relativamente spesso le loro pagine. Di questi la maggior parte è composta da blog che hanno alle spalle professionisti o gente pagata appositamente per tenerli aggiornati.

In realtà ci sono sempre meno blog intesi nel senso originario del termine di quanto si possa pensare. Il blogger puro non guadagna nulla dal suo lavoro di scrittura (semmai vi dedica tempo rubato ad altre attività) e per questo fa sempre più a fatica a competere con i finti blog amatoriali o con i blog di professionisti.

I blog più letti, quindi, sono ormai una sorta di rivista online e nemmeno Beppe Grillo fa eccezione (anche lui ha la sua redazione). Se pensiamo inoltre al successo dei blog dei giornalisti (es. Marco Travaglio), si capisce come il blogging vero sia diventato solo una parte marginale della blogosfera.

Quando c’è stato il boom dei blog, i post fatti bene schizzavano in cima ai risultati dei motori di ricerca grazie anche ai generosi link degli altri blogger che apprezzavano il lavoro svolto. Oggi non è più così e i post dei blogger amatoriali per quanto ben fatti e accurati, non riescono a godere della visibilità che meriterebbero.

Se nei media tradizionali il problema è legato all’accesso, nei new media (dove tutti possono accedere) il problema è legato all’attenzione. Come può un blogger armato solo della sua bravura, della sua pazienza e delle sue competenze combattere contro organizzazioni che mettono in atto strategie SEO/SEM, che investono denaro nei propri network di blog, che utilizzano strategie di marketing per guadagnare con la pubblicità derivata dagli accessi al blog, che utilizzano professionisti pagati per scrivere?

In altri termini, la storia dei blog sarebbe come quella della “radio libere degli anni ’70: un’esplosione di radio amatoriali a cui è seguito un sistema dominato da un numero relativamente ristretto di aziende editoriali che sono sopravvissute alla spontaneità e alla semplicità originaria. Molti speaker amatoriali furono assunti dalle aziende radiotelevisive e così la produzione sociale” dei contenuti radiofonici venne trasformata in produzione commerciale“.

Questo non significa che le “radio libere” non hanno cambiato il mondo dei mezzi di informazione, così come i blogger hanno influito sul sistema di diffusione delle informazioni. Quello che sostiene Carr è che bisogna abbandonare l’idea secondo cui i blog possono diventare una forma di informazione più libera dai condizionamenti politici, economici e ideologici rispetto ai media tradizionali.

Io che sono un convinto sostenitore del blogging sin dalle sue origini, faccio fatica a sposare in pieno la tesi sostenuta da Nicholas Carr. Debbo dire, però, che guardandomi intorno trovo ancora quella spontaneità e quella genuinità dei primi tempi, ma mischiata a tantissimi blog che del blogging hanno solo l’aspetto grafico.

Leggere questo articolo di Carr mi ha fatto riflettere molto, voi che ne pensate? ;-)

Vogliono imbavagliare la Rete: ancora un Ddl ammazza blog!!!

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Nell’ottobre del ottobre 2007 il Consiglio dei Ministri approvava il famigerato disegno di legge che prevedeva per tutti i blog l’obbligo di registrarsi al ROC (Registro degli Operatori di Comunicazione) e la conseguente estensione dei reati a mezzo stampa anche ai blogger (era il cosiddetto “Ddl Levi-Prodi” e ne avevamo parlato QUI).

Subito scoppiò la polemica in Rete e la blogosfera iniziò a palpitare. Si pubblicavano ovunque articoli infuocati contro la legge, due ministri del Governo di allora (Di Pietro e Gentiloni) si dissociarono, il Times fece un articolo in cui sbeffeggiava i nostri politici definendoli incapaci di capire il Web, Beppe Grillo pubblicò un articolo di denuncia in cui annunciava di voler trasferire il suo blog su un server straniero nel caso in cui fosse passata le legge. Insomma, la Levi-Prodi fece talmente scalpore che il progetto subì una brusca frenata (poi il Governo cadde e non se ne fece più nulla).

Oggi Ricardo Franco Levi, autore del famigerato disegno di legge, è un deputato del Partito Democratico ed è membro della Commissione cultura alla Camera. Non contento del precedente flop, adesso ha riprovato a proporre lo stesso disegno di legge (DdL C. 1269) apportando alcune modifiche quasi irrilevanti (QUI e QUI per approfondire).

C’è voluto un pò per accorgersi dell’inghippo, ma appena scoperto l’ennesimo tentativo di imbavagliare la Rete italiana subito la blogosfera si è rimessa in fermentazione.

Anche questa volta si è mobilitato Antonio Di Pietro che sul suo blog inviata alla disobbedienza civile nel caso in cui passasse la nuova versione del decreto-bavaglio offrendo assistenza legale a chi verrà perseguito per la violazione della legge. Cito una frase di Di Pietro che sintetizza bene la ratio di questa legge: “E’ chiaro che la legge è stata fatta e modificata da chi non conosce la Rete oppure da chi la conosce troppo bene e proprio per questo la teme“.

Ma è proprio dai blog della gente comune che si arrivano le maggiori proteste e che si esprime tutta l’indignazione. Questo blog fa parte del grandissimo gruppo di coloro che stanno cercando di diffondere la notizia al fine di correre ai ripari e che cercano di denunciare quanto sta accadendo alla Camera in relazione al mondo del Web.

Anche il Social Network più in voga del momento, Facebook, raccoglie la voce di quanti sono contrariti per il Levi bis: è nato un gruppo che si chiama “Salva i Blog!” di cui gli iscritti aumentano vertiginosamente. Cresce anche la petizione contro l’iscrizione al ROC dei siti italiani, che conta al momento quasi 14mila firme, nonché un’altra iniziativa specificaNo alla Legge AntiBlog“, una petizione rivolta al Presidente della Camera  affinché si blocchi l’iter di questo Ddl.

Una proposta di legge, tuttavia, non è un decreto che può passare in pochi giorni, il suo cammino istituzionale è lungo. Un’opinione pubblica informata e consapevole può così interloquire con la politica e far sentire la propria voce. Ecco perché è importante che questa notizia si diffonda e che la gente sia il più informata possibile per tutto ciò che riguarda il Ddl Levi.

Allora, vi invito a divulgare il più possibile il testo di questo nuovo Ddl ammazza-blog e a seguire  la discussione istituzionale che lo riguarda (la Rete permette tutto questo a tutti) per poter manifestare il proprio dissenso in maniera consapevole e informata. La Rete, infatti, rende tutti più informati e per questo più liberi… ;-)

> AGGIORNAMENTO (18/11/2008): Ricardo Levi è tornato sui suoi passi. In un comunicato pubblicato sul sito del PD ha rassicurato i cittadini sulle sue intenzioni e ha annunciato che cancellerà dal Ddl le parti riguardanti Internet. Pare che siano state tutte le mobilitazioni avviate  sul Web a convincere il deputato a fare retromarcia: la Rete ha vinto!!! ;-)

Studenti violenti: un video e le testimonianze confermano la presenza di agenti provocatori

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Qualche giorno fa abbiamo parlato dell’inquietante intervista al Presidente Cossiga in cui il vegliardo consigliava a Berlusconi e al Ministro degli Interni di infiltrare tra gli studenti degli agenti provocatori al fine di scatenare tafferugli necessari per giustificare interventi duri da parte delle forze dell’ordine (QUI).

Un video che è stato pubblicato su Youtube (quello che ho inserito nel post) sembrerebbe confermare il fatto che, dopo l’approvazione del decreto al Senato, tra i manifestanti c’erano davvero Poliziotti camuffati da studenti (QUI per approfondire). E’ partita la caccia all’uomo e di sicuro il Web aiuterà a individuare al vera identità del ragazzo protagonista del video.

Inoltre, ieri a Piazza Navona quando è scoppiata la rissa tra due fazioni opposte di studenti, c’era un camion pieno di caschi, mazze e altro materiale necessario per scatenare una guerriglia urbana (QUI). Ma chi ha fatto entrare quel mezzo nella piazza dove c’era la manifestazione degli studenti?

Qualcuno parla di complicità da parte della Polizia stessa. Un camion infatti non passa inosservato, ci vuole un certo livello di accondiscendenza da parte delle forze dell’ordine per farlo arrivare in una piazza durante un corteo di protesta (a meno che la situazione non sfugga completamente di mano).

Pare quindi che Maroni e Berlusconi abbiano seguito il consiglio di Cossiga. Se è davvero così, hanno fatto infiltrare tra gli studenti i famosi agenti provocatori e hanno fatto in modo che gli agenti chiudessero un occhio quando è arrivato quel camion (che si può osservare in tutte le foto e in tutti i video relativi agli scontri).

Il giornale laRepubblica ha seguito da vicino l’avventura di alcune professoresse che accompagnavano i propri studenti:

Una delle cariche del gruppo di facinorosi colpisce un gruppetto di liceali del Virgilio, del liceo artistico De Chirico e dell’università di Roma Tre. Un ragazzino di un istituto tecnico viene colpito alla testa, cade e gli tirano calci. “Basta, basta, andiamo dalla polizia!”, dicono le professoresse.

Docenti a alunni si spostano verso il Senato e incontrano il funzionario capo. “Non potete stare fermi mentre picchiano i miei studenti!” protesta un’insegnate dai capelli bianchi. Una studentessa alza la voce: “E ditelo che li proteggete, che volete gli scontri!“.

Il funzionario urla: “Impara l’educazione, bambina!”. La professoressa incalza: “Fate il vostro mestiere, fermate i violenti”. Risposta del funzionario: “Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra“. C’è un’insurrezione generale: “Di sinistra? Con le svastiche?”.

Una professoressa coi capelli bianchi esibisce un grande crocifisso che porta al collo: “Io sono cattolica. Insegno da 32 anni e non ho mai visto un’azione di violenza da parte dei miei studenti. C’è gente con le spranghe che picchia ragazzi indifesi. Che c’entra se sono di destra o di sinistra? È un reato e voi dovete intervenire”.

Il funzionario nel frattempo nota la presenza dei giornalisti: “Io non ho mai detto: quelli sono di sinistra”. Monica, studentessa di Roma Tre: “Ma l’hanno appena sentito tutti! Chi crede d’essere, Berlusconi?”. “Lo vede come rispondono?” dice Laura, di Economia. “Vogliono fare passare l’equazione studenti uguali facinorosi di sinistra”.

La professoressa è angosciata: “Mi sento responsabile. Non volevo venire, poi gli studenti mi hanno chiesto di accompagnarli. Massì, ho detto scherzando, che voi non sapete nemmeno dov’è il Senato. Mi sembravano una buona cosa, finalmente parlano di problemi seri”.

“Molti – continua l’insegnante – non erano mai stati in una manifestazione, mi sembrava un battesimo civile. Altro che civile! Era stato un corteo allegro, pacifico, finché non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo. Anche se, dico la verità, se non l’avessi visto, ma soltanto letto sul giornale, non ci avrei mai creduto”.

Alle undici e tre quarti partono altre urla davanti al Senato. Sta uscendo Francesco Cossiga. “È contento, eh?” gli urla in faccia un anziano professore.

Insomma, probabilmente è stato attuato davvero il piano di Cossiga. In questo modo tutte le TV e i giornali hanno potuto parlare degli scontri interni tra gli studenti distogliendo l’attenzione dalla protesta. Per di più, come ha detto l’anziano Presidente, se l’opinione pubblica si convince che gli studenti stanno lì solo per fare casino, è molto più semplice sopprimere le manifestazioni a colpi di manganello.

Uno degli studenti, Duccio, sintetizza in pieno quanto è accaduto: “Da stasera ai telegiornali si parlerà soltanto degli incidenti, giorno dopo giorno passerà l’idea che comunque gli studenti vogliono il casino. È il metodo Cossiga. Ci stanno fottendo“.

A me tutta questa storia sembra assurda, ma i fatti sembrano confermare quello che non avrei voluto sentire. Che ne pensate? ;-)

> AGGIORNAMENTO: In serata è stato identificato il ragazzo che nel video di Youtube – messo in evidenza poi anche da Beppe Grillo (QUI) – sembrava essere un agente infiltrato. Si tratta di un militante 21enne di ”Blocco studentesco” che in un’intervista ha spiegato il perchè del suo comportamento sospetto (QUI la notizia e QUI un video di RepubblicaTV). Resta il mistero della presenza di un camion a Piazza Navona e restano da chiarire tante incongruenze e tanti fatti poco limpidi…
Vedremo se il Web ci verrà ancora in aiuto… ;-)

Canone RAI, forse verrà abolito (almeno ridotto)!!!

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Un po’ di tempo fa su questo blog si è parlato di canone RAI. Il dibattito riguardava principalmente la sua abolizione. Vi sintetizzo il discorso: Perchè la TV pubblica, oltre a prendere i soldi del canone, contiene pubblicità (leggi problema dell’auditel e quindi della qualità dei programmi)?

Lo scopo delle reti pubbliche, infatti, non è quello di confrontarsi con le TV private perché, in quanto prive di pubblicità e pagate dai cittadini, le TV pubbliche devono fare quello che si chiama appunto “servizio pubblico”. Se una TV pubblica concorre con quella commerciale (come nel caso della RAI) non se ne vede la differenza. In entrambe ci sarà la corsa all’auditel, ci saranno programmi spazzatura attira auditel, ci sarà poco spazio per programmi di cultura e approfondimento, ecc…

Se la RAI concorre con Mediaset sul campo degli ascolti deve, ad esempio, rispondere a programmi quali il Grande Fratello con l’Isola dei Famosi, a Maria De Filippi con Alda Deusanio… dov’è il servizio pubblico in tutto ciò?

Alllora, o si toglie il canone e quindi si giustifica in pieno la vocazione commerciale della RAI, oppure “mamma RAI” diventa sul serio erogatrice di prodotti di “servizo pubblico”. In questo caso occorrerebbe eliminare del tutto la pubblicità e il palinsesto dovrebbe concentrarsi prevalentemente su programmi di qualità (culturali, di approfondimento, di intrattenimento, di utilità pubblica, ecc.). Questo perchè non sarebbe più necessario concentrarsi sulla quantità degli ascoltatori per via degli inserzionisti pubblicitari (ma solo sulla qualità dei programmi).

Per quale motivo vi ho raccontato tutta questa storia? Perché è notizia di questi giorni (QUI e QUI) che il PDL depositerà in Senato un disegno di legge per rivedere al ribasso la quota d’abbonamento e la Lega vorrebbe addirittura che si eliminasse del tutto. Insomma, tra chi voleva combattere gli evasori e mantenere solo il canone e facendo della RAI una sorta di BBC italiana (magari riducendo il numero di canali) e chi voleva aumentare il tetto pubblicitario eliminando il canone, forse hanno vinto questi ultimi.

E’ il senatore del PDL Alessio Butti il primo firmatario della proposta di riduzione del canone ed è Davide Caparini della Lega a proporre addiruttura l’abolizione: “Il canone di abbonamento della RAI è diventato una vera e propria tassa di possesso sulla televisione, un balzello antiquato ed iniquo che non ha motivo di esistere anche in virtù del maggiore pluralismo indotto dall’ingresso sul mercato di nuovi editori e dell’apporto delle nuove tecnologie“.

La battaglia anti-canone della Lega non è solitaria: suo alleato (involontario) è Beppe Grillo, che in più d’una circostanza ha sostenuto anch’egli la necessità di disfarsi dell’imposta per il servizio pubblico radiotelevisivo. E al fianco della Lega c’è pure l’Aduc, l’associazione per i diritti degli utenti e dei consumatori che ha raccolto al tal fine 200mila firme.

Alessio Butti, invece, è contrario alla totale abolizione: “Oggettivamente il canone è molto elevato. Ma è un’imposta e come tale va pagata. Piu’ che l’abolizione, quindi, è possibile immaginare una riduzione, prima per le fasce più deboli e poi, in un secondo momento, generalizzata“.

Su un fronte Caparini e Butti sono d’accordo: sulla enorme quantità di italiani che evadono il canone. Una evasione che in qualche modo viene compresa, se non giustificata, perché avviene a fronte di “un’imposta ingiusta“, territorialmente e socialmente, anche perché colpisce indiscriminatamente, indipendentemente dal reddito, dall’età e dall’utilizzo, e in particolar modo le fasce più deboli della popolazione.

A me piacerebbe di più avere una RAI come la BBC, con approfondimenti giornalistici e culturali, documentari, ecc…
Staremo a vedere… ;-)

Scritto da salpetti

12 giugno 2008 alle 02:29

RAI e Mediaset: tutti contro Di Pietro. Perchè?

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La campagna elettorale è alle prime battute e ancora si stanno definendo le alleanze, ma il clima pacato e disteso che Berlusconi e Veltroni hanno promesso ha rischiato per un attimo di cedere il passo alle solite accuse e alle solite polemiche. A dar fuoco alla miccia è stato Antonio Di Pietro che nel suo blog commentando le frasi di Berlusconi su Enzo Biagi e l’editto bulgaro pronunciate davanti al direttore del TG1 Gianni Riotta che non ha fatto una piega e non ha replicato (QUI), ha lanciato una proposta che io ritengo di buon senso, ma che su tutti i TG è passata come il peggiore dei mali.

Sulla proposta hanno avuto la parola politici, opinionisti, direttori di TG e quant’altri… tutti si sono sentiti in dovere di dire qualcosa. Nel marasma generale, però, si è persa di vista quello che è l’oggetto del contendere, la proposta di Di Pietro che quasi nessuno ha chiarito e spiegato agli spettatori. Cerchiamo di fare chiarezza:

  1. una sola televisione pubblica senza pubblicità, pagata solo dal canone e sottratta all’influenza dei partiti;
  2. esecuzione sentenza europea su Europa 7 e spostamento di Rete4 sul satellite;
  3. limite di una sola rete televisiva per i concessionari privati (anche per Mediaset).

Andiamo per ordine:

1) Quante volte si è parlato di lottizzazione e di RAI politicizzata? Quante volte ci si è lamentati di programmi scadenti o non riconducibili al servizio pubblico pagato dal canone? Quante volte ci si lamenta della pubblicità all’interno di canali di servizio pubblico? Quante volte si è parlato della continuo rincorrersi di RAI e Mediaset in funzione degli ascolti a discapito della qualità dei programmi?
Tutto questo potrebbe risolversi semplicemente riducendo la RAI ad una sola rete finanziata solo dal canone e per questo priva di pubblicità (il canone per mantenere 3 reti sarebbe troppo alto). I contenuti sarebbero solo di servizio pubblico (documentari, informazione, approfondimento politico, ecc…), una sorta di BBC italiana.

2) Sul caso Europa7 c’è poco da discutere. Ecco i fatti in sintesi:

  • Dal 1994 la Corte costituzionale (sentenza n. 420/94) intima a Fininvest di cedere una rete o di spedirla su satellite. Berlusconi perde tempo e tergiversa finché la legge Maccanico (n. 249 del 31 luglio 1997) concede a Rete4 una proroga pressoché illimitata. Nel 1999, Europa7 vince la concessione delle frequenze su cui trasmette abusivamente Rete4 che tuttavia continua a occupare le frequenze come se nulla fosse.
  • Nel 2002, la Corte costituzionale con la sentenza 466/02, ribadisce quanto affermato nel 1994, cioè che nessun privato può possedere più di 2 frequenze televisive (fissa così il tetto massimo di due reti per Fininvest diventata Mediaset e le dà tempo fino al 31 dicembre 2003 per mandare Rete4 sul satellite). Berlusconi con il decreto legge “Salva Rete4” (del 23 dicembre 2003) e la legge Gasparri del 2004 chiudono la partita sostenendo che quando arriverà il digitale terrestre (previsto nel 2006) sbocceranno talmente tanti canali da rendere inutili le sentenze della Corte costituzionale sul pluralismo. La successiva legge Gentiloni non cambia nulla in proposito e si limita a spostare il digitale terrestre al 2012 rinviando a tale data la questione di Europa7 che già dal 1999 avrebbe dovuto trasmettere al posto di Rete4.
  • Intanto, il 19 giugno 2007, il commissario europeo per la Concorrenza mette in mora il governo italiano perché modifichi subito la Gasparri (che consente l’accesso al digitale solo a Rai e Mediaset) e annuncia la procedura d’infrazione contro l’Italia. Investito da Europa7, il Consiglio di Stato chiede alla Corte di Lussemburgo se le regole italiane siano legittime. La Corte, il 31 gennaio 2008, risponde che sono illegittime (la Maccanico, la Gasparri e implicitamente anche la Gentiloni) proprio perché consentono a Rete4 di trasmettere a discapito di Europa7, pertanto il Consiglio di Stato dovrà risarcire Europa7 per i mancati introiti e per le frequenze negate.
  • Il Commissario per la Concorrenza ha annunciato recentemente che questa è anche la posizione UE: se nel 2009 l’Italia non cambierà sistema, si beccherà una multa di 350-400 mila euro al giorno, con effetto retroattivo dal 2006. Cioè, gli italiani pagheranno alla UE e a Europa7 cifre da capogiro perché tutti i governi, dal 1994 a oggi, hanno favorito Berlusconi. A questo punto, attendere il Consiglio di Stato (che dovrà applicare la sentenza di Lussemburgo) o appellarsi all’ormai inutile legge Gentiloni (superata dalla sentenza di Lussemburgo) non sarebbe una genialata. Eseguire le sentenze della Consulta e della Corte europea non è fare un favore a Di Pietro o un dispetto a Berlusconi, ma è un dovere!!!

3) Visto che siamo in una condizione di oligopolio (se non di duopolio), togliere due reti alla RAI e lasciarne 2 a Berlusconi (sempre che Rete 4 vada sul satellite) o a qualsiasi altro imprenditore sarebbe un vero e propio regalo che avrebbe ripercussioni anche sulla libertà di informazione (che passa attraverso il pluralismo). Finchè la maggior parte della gente continuerà a fruire della TV attraverso l’etere, quindi, è necessario fare in modo che le frequenze (che per altro sono in numero limitato) siano assegnate al maggior numero possibile di soggetti. E’ in quest’ottica che si collocaca la terza proposta di Di Pietro. Le frequenze, infatti, sono dello Stato (non di Berlusconi) che le assegna in concessione a chi ritiene più opportuno e con le modalità che preferisce. Beppe Grillo, ad esempio, ha fatto sapere che se la proposta di Di Pietro va in porto, vorrebbe comprare RAI3 attraverso una raccolti fondi tramite il suo blog. Al contrario di quanto si è detto, nessun lavoratore di RAI e Mediaset perderebbe il posto di lavoro perché le reti andrebbero sul satellite e quindi chi ci lavora continuerebbe a lavorarci, oppure sarebbero vendute ad altri imprenditori che continuerebbero a fare TV.

Che ad accusare Di Pietro e a sollevare polemiche siano Berlusconi e i suoi, non stupisce (d’altra parte è il loro mestiere), a me ha colpito particolarmente l’atteggiamento dei 3 direttori dei TG della Mediaset che si sono coalizzai nell’attaccare Di Pietro e per gettare benzina sul fuoco contribuendo a confondere le idee ai loro ascoltatori e infischiandosene della deontologia professionale e dell’obiettività dell’informazione. Così i tre direttori sono apparsi in video (cronologicamente: Giorgio Mulé, direttore di Studio aperto alle 18.30; Emilio Fede, Tg4, alle 19; Clemente J. Mimun, TG5, alle 20) con tre editoriali. Ognuno con il suo stile: tagliente Mulè, irridente Fede, pragmatico Mimun. Tutti e tre d’accordo (si erano telefonati): Veltroni deve essere chiaro e prendere le distanze da Di Pietro. E poi dicono che grazie a questi 3 TG contrapposti a quelli della RAI (politicizzati) in Italia c’è maggiore pluralismo nell’informazione… ;-)

Inoltre, mi ha colpito l’atteggiamento dei politici del Partito Democratico o comunque avversari a Berlusconi. La Sinistra Arcobaleno, ad esempio, ha preso le distanze dal programma dell’Italia dei Valori sull’informazione. Sergio Bellucci (Rifondazione comunista) ha detto: “Lo spazio pubblico delle comunicazioni è un bene comune che appartiene a tutti i cittadini. Per questo deve essere difeso e valorizzato contro ogni tentativo di ridimensionamento o depotenziamento. Le proposte di Di Pietro in materia di comunicazione sembrano al momento troppo vaghe per prestarsi a una vera discussione. Aspettiamo di conoscere il programma del Pd per confrontarci su proposte concrete“.

Marco Follini, responsabile delle politiche dell’informazione del PD ha così risposto: “La posizione del Pd in materia di informazione è contenuta nei due disegni di legge che giacciono in Parlamento. Il nostro obiettivo è portarli a buon fine. Punto. È ovvio che tutti coloro che saranno candidati sottoscriveranno il programma della coalizione“.

Lo stesso Veltroni ha precisato: “Il programma del PD sarà realizzato e sottoscritto anche da Di Pietro. Le cose che si dicono lì, sono quelle che valgono. Nessuno si alzerà per dire no”. Lascia così poco spazio a equivoci l’ex sindaco di Roma che frena la proposta del leader dell’Idv (sul programa del PD, infatti, non c’è traccia di nessuno dei 3 punti proposti da Di Pietro).

Pare, allora, che da destra e da sinistra si voglia difendere il Cavaliere (i fatti di Europa7 lo dimostrano e non si spiegherebbe altrimenti il motivo per cui non è stata fatta una legge sul conflitto di interessi che per altro se passasse la proposta di Di Pietro svanirebbe da solo).
Che abbia ragione Grillo quando dice che Veltroni e Berlusconi sono fratelli gemelli, chierichetti che servono la stessa messa!!! ;-)

Emergenza rifiuti: quando la spazzatura diventa una risorsa

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Sulla questione dell’emergenza rifiuti si è detto tutto e il contrario di tutto, non voglio aggiungere altro sulla questione specifica. Mi voglio soffermare, invece, su un caso italiano (non bisogna arrivare in Germania per osservare “buone pratiche” in materia di smaltimento rifiuti) che ci dimostrano come la spazzatura da emergenza possa diventare una risorsa.

Ovviamente affinché la spazzatura non diventi un’emergenza è necessario innanzi tutto produrre meno rifiuti, cioè ridurre di peso e volume gli imballaggi, cosa che le aziende non hanno ancora cominciato significativamente a fare e di cui si trova poco riscontro anche nelle nostre case. Se poi a una riduzione corrispondesse anche un’attenta raccolta differenziata e un buon riciclo, i vantaggi sarebbero notevoli: si allungherebbe la vita delle materie prime, si ridurrebbero gli inquinamenti, si farebbe risparmiare energia e si tutelerebbe il paesaggio dall’apertura di nuove discariche (che puzzano, inquinano e che nessuno vuole vicino casa propria).

Fintanto che in Italia manca un’adeguata cultura della riduzione della produzione di rifiuti e di un ottimo riutilizzo di essi, si può però prendere esempio dal piccolo Comune di Peccioli (Pisa) che ha fatto di necessità virtù (ma ve ne sono altri): alla fine degli anni ’80, Peccioli ospitava una discarica che la gente del luogo come spesso accade voleva far chiudere.

L’amministrazione comunale di allora, però, ebbe un’idea di cui solo oggi se ne comprende la genialità: invece di chiudere al discarica, essa fu ampliata e di riclassificata come punto di raccolta dell’intera Toscana. La gestione della discarica fu affidata a una società il cui capitale è suddiviso tra il Comune e piccoli azionisti (poco più della metà dei cittadini del paesello ne possiede una parte). In sostanza, i cittadini ricavano degli utili dalle azioni, mentre il Comune riesce a contenere le tasse (sono tra le più basse) provvedendo alle spese correnti e anche a quelle straordinarie con i soldi derivati dagli introiti della discarica. L’impianto di smaltimento dove vengono trattati i rifiuti, inoltre, produce anche energia elettrica e vapore per il riscaldamento facendo ridurre i costi che normalmente i cittadini affrontano per i consumi energetici.
Se nel Comune toscano c’era un’emergenza rifiuti, oggi a Peccioli sono proprio i rifiuti la vera risorsa della comunità pecciolese.

E’ vero, le discariche puzzano e inquinano, ma forse se ben sfruttate possono costituire una risorsa e forse anche l’alternativa ai termovalorizzatori (inceneritori), la soluzione più in voga del momento (QUI un volantino di Beppe Grillo in cui il comico attacca fortemente la costruzione dei famigerati inceneritori e propone un’altenativa che si avvicina di molto all’esperienza pecciolese).

Insomma, finché non si arriverà a un drastico ridimensionamento della produzione dei rifiuti e fintanto che anche in Italia non si diffonda una massiccia cultura del riciclo e della raccolta differenziata, il modello-Peccioli potrebbe essere quello vincente. Di certo nel piccolo Comune toscano non c’è la Camorra, le istituzioni sono più presenti, i politici meno corrotti, lo stile di vita meno lassista e più attento al bene pubblico, ma credo che anche in Campania potrebbero esserci altre Peccioli… ;-)

Nuova legge bavaglio sull’editoria: come è andata a finire…

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Questo sarà un post breve ad integrazione del mio precedente post in cui mi dicevo abbastaza preoccupato per le nuove norme contenute nel Ddl sull’editoria che se fosse tramutato in legge avrebbe ripercussioni pesanti sul mondo dei blog. Forse adesso è il caso di essere un pò più ottimisti. Pare, infatti, che alcuni Ministri e lo stesso autore della legge si siano accorti del tragico errore. Il Ministro delle Comunicazioni, ad esempio, ha reso noto nel suo blog che il Ddl sull’editoria deve essere corretto. “Va bene applicare anche ai giornali on line le norme in vigore per i giornali – ha scritto Gentiloni - ma sarebbe un grave errore estenderle a siti e blog“. 

Anche il Ministro Di Pietro nel suo blog si è scagliato contro questa legge definendola “liberticida”. Ha pure affermato che per quanto è in suo potere “questa legge non passerà mai, anche a costo di mettere in discussione l’appoggio dell’Italia dei Valori al Governo“.  Evidentemente Riccardo Franco Levi quando ha realizzato questo disegno di legge non aveva la minima idea di cosa fosse un blog, adesso si sarà informato. Dal sito della Presidenza del Consiglio, infatti, ha risposto a tutte le accuse con una lettera aperta a Beppe Grillo. Nelle prime righe della lettera si legge: “Con il provvedimento che tra pochi giorni inizierà il suo cammino in Parlamento non intendiamo in alcun modo né “tappare la bocca a Internet” né provocare “la fine della Rete”. Non ne abbiamo il potere e, soprattutto, non ne abbiamo l’intenzione”. Una bella rassicurazione…

Staremo a vedere cosa succederà. Non bisogna, però, abbassare la guardia. E’ vero che se due Ministri si sono sentiti in dovere di rispondere direttamente ai blogger italiani e se chi ha materialmete scritto il Ddl ha pubblicato sulle autorevoli pagine del sito della presidenza del Consiglio una lettera aperta in risposta ad un post di Beppe Grillo, allora il fermento che si è creato nella blogosfera italiana è stato ascoltato e ha dato i suoi frutti, ma è sempre meglio continuare a far sentire la nostra voce… ;-)

Nuova legge sull’editoria: legge bavaglio!!!

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Quante volte si è ripetuto in questo blog che il Web è libero (si sono segnalati dei tentativi di limitare in qualche modo questa libertà). I politici e i poteri non finiscono mai di provare a porre limiti a questo strumento di democrazia, da qualsiasi orientamento politico provengano. Anche il governo in carica ci stà provando in modo scandaloso. La nuova disciplina dell’editoria, infatti, prevede che qualsiasi attività Web dovrà registrarsi al ROC (Registro degli operatori di Comunicazione). Questo significa che anche chi vuole gestire un blog dovrà produrre dei certificati, pagare un bollo (e forse delle tasse), seguire un iter burocratico ed essere perseguibile secondo il codice penale per i reati di diffamazione come per un giornale, anche per i commenti agli articoli.

Scenderemo adesso nei dettagli, ma è evidente come questa legge, se fosse approvata definitivamente, sarebbe una condanna a morte per i blog italiani. I blog, infatti, nascono spontaneamente e liberamente, chiunque può aprirne uno senza problemi e scrivere i suoi pensieri, pubblicare foto, video e poter partecipare direttamente al dibattito pubblico. Se passerà questa legge, tutti i blog dovranno trasformarsi in testate giornalistiche perdendo la spontaneità e la libertà che li contraddistingue, perdendo al caratteristica di essere uno strumento aperto a tutti, quindi davvero pluralista (QUI e QUI trovate degli interesanti approfondimenti).

Trattandosi di una legge che regolamenta il settore dell’editoria (QUI il testo completo), non dovrebbe riguardare i blog. Il punto focale è, infatti, la definizione di prodotto editoriale che viene data: “Per prodotto editoriale si intende qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione, di intrattenimento, che sia destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso. [...] Non costituiscono prodotti editoriali quelli destinati alla sola informazione aziendale, sia ad uso interno sia presso il pubblico“.

Più avanti poi arriva un ulteriore chiara conferma che il riferimento è anche ai blog personali che vengono gestiti in modo amatoriale senza scopo di lucro: “Per attività editoriale si intende ogni attività diretta alla realizzazione e distribuzione di prodotti editoriali, nonché alla relativa raccolta pubblicitaria. L’esercizio dell’attività editoriale può essere svolto anche in forma non imprenditoriale per finalità non lucrative“.

Insomma, i blog non hanno scampo!!! Su Civile.it è spiegato come funziona il sistema adesso e come funzionerà nel caso passasse questa legge: oggi è prodotto editoriale quello realizzato da una casa editrice. Chi ha un prodotto editoriale (anche un sito) può registrarlo al ROC. La registrazione non è obbligatoria se non si è editori, ma è necessaria se si vogliono richiedere contributi pubblici. La nozione di prodotto editoriale è adesso vincolata al lucro, l’iscrizione al ROC impegna in una dichiarazione annuale su come e quanto si guadagna e al pagamento di diritti annuali in rapporto agli stessi.

Se il testo della nuova legge sull’Editoria, scritto da Ricardo Franco Levi, braccio destro di Romano Prodi, fosse tramutato in legge, le cose cambieranno: diventerà prodotto editoriale pure un blog o un sito che non si prefigge di guadagnare, anche se gestito da un privato e non da na azienda. Ogni blog personale diventerà, quindi, prodotto editoriale, soggetto alla normativa sulla stampa con ma responsabilità penali aggravate in caso di denuncia penale. In sostanza diventerà attività editorile qualsiasi cosa scritta su Internet e ogni blogger sarà ritenuto responsabile per i commenti lasciati dai lettori.

Già Beppe Grillo ha fatto sapere che nel caso in cui la legge Levi-Prodi fosse approvata, lui trasferirebbe il blog su un server straniero. Credo che questa sia l’unica soluzione per tutti i blogger che vogliono continuare ad avere un proprio spazio in cui scrivere liberamente i propri pensieri e in cui pubblicare liberamente foto e video. Il disegno di legge è stato approvato in Consiglio dei ministri il 12 ottobre, spero vivamente che non venga convertito in legge o che almeno venga modificato. La Rete è uno srumento libero e democratico, evidentemente questo non piace ai nostri politici… ;-)

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