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Microsoft vs Linux, la crisi aiuta il pinguino: attenti ai rimborsi!

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La crisi inizia a farsi sentire e tutti cercano di ridurre le spese dove possono, anche nei sistemi operativi dei computer. Una ricerca condotta dalla società di ricerca di mercato IDC e sponsorizzata da Novell (QUI) ha, infatti, evidenziato come la propensione di acquisto nei confronti di Linux sia aumentata notevolmente, sopratutto in ambito business.

Questa indagine ha coinvolto a livello globale oltre 300 dirigenti operanti nei più svariati settori;  in ogni ambito si sta diffondendo a macchia d’olio Linux oppure è in progetto di aggiornare i propri sistemi con software liberi.  I motivi sono vari, ma quello che in questo momento pesa di più è proprio la gratuità di Linux e la conseguente riduzione dei costi.

Se questo elemento è così preponderante nelle realtà aziendali, lo è ancor di più per i comuni cittadini che ormai a fatica riescono a raggiungere la fine del mese con i soldi guadagnati. A tal proposito, vorrei ricordare una cosa che spesso i consumatori ignorano: quando si compra un PC in cui è installato un sistema operativo Microsoft è possibile farsi rimborsare i soldi del sistema operativo se non si decide espressamente di comprarlo.

Si tratta di una procedura non comune tra gli aquirenti di un computer. Eppure c’è scritto nell’EULA (End User License Agreement – accordo di licenza con l’utente finale) che invita espressamente a rivolgersi al rivenditore per ottenere un rimborso (QUI l’EULA di Windows XP).

Per di più all’estero esistono sentenze giudiziarie che chiariscono l’assoluta liceità di questa pratica. Come sempre in Italia non avviene la stessa cosa e sulla vicenda non si fa la dovuta chiarezza. Così la maggior parte dei consumatori italiani è convinta che sia naturale e necessario acquistare un sistema operativo Windows  insieme al PC.

Sono stati tanti gli interventi contro la Microsoft proprio perché, abusando della sua posizione dominate sul mercato, ‘costringe’ praticamente gli utenti ad acquistare un proprio sistema operativo ad ogni acquisto di PC. Il principio, invece, è un altro: la separazione dell’acquisto di hardware e software.

Far valere questo principio è l’unico modo per porre fine al quasi-monopolio della Microsoft e per risparmiare qualcosa che – in tempo di crisi – non fa male. Spetta, quindi, all’utente decidere quali software installare; li può acquistare a parte (scegliendo liberamente a seconda delle proprie necessità e/o dei costi) o scaricare gratuitamente dalla Rete nei casi di software liberi come Linux.

Windows XP Professional OEM (QUI), ad esempio, costa circa di 100€ e Windows Vista OEM circa 150€ (ma pure di più). Risparmiare anche solo un centinaio di euro sull’acquisto di un PC installando, ad esempio, Linux Ubuntu non è male.

A questo indirizzo trovate, a titolo di esempio, la procedura prevista da Acer (una delle prime aziende che ha recepito il principio della separazione tra PC e sistema operativo). Per le altre aziende che non vengono in aiuto dei propri clienti a proposito del rimborso Windows, ci sono le associazioni dei consumatori come l’ADUC (QUI trovate tutte le informazioni) che da tempo ha intrapreso una guerra contro la software house fondata da Bill Gates .

Insomma, risparmiare è buona norma e la crisi spinge ancora di più al risparmio. Perchè non abbassare le spese e al tempo stesso aiutare l’antitrust a combattere un’azienda che spesso abusa della sua posizione dominate sul mercato dei software? ;-)

Pillola abortiva? ADUC vs Movimento per la Vita

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La “pillola del giorno dopo” è abortiva oppure no? A questa domanda ha cercato di rispondere il Movimento per la vita, ma anche l’ADUC. Ebbene: le due risposte sono diametralmente opposte. Chi fa informazione e chi disinformazione? Cerchiamo di scoprirlo…

Il 10 giugno, l’ADUC (Associazione per i diritti degli utenti e consumatori) pubblica sulle pagine del suo portale un comunicato dal titolo: “Pillola del giorno dopo non è un abortivo. Attenzione alla disinformazione del Movimento per la Vita

Il 18 giugno, il Movimento per la Vita risponde all’accusa confermandone la potenzialità abortive, citando  a sostegno della sua tesi l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), il foglietto illustrativo della pillola, una sentenza del Tar del Lazio del 2001 e le posizioni del Comitato bioetico nazionale.Tutte argomentazioni che, come si legge nella stessa nota del Movimento, difficilmente possono essere smentite.

Il 24 giugno, l’ADUC contrattacca smentendo punto per punto le affermazioni del Movimento per la Vita. Ecco un breve riassunto:

  1. Se la pillola del giorno dopo fosse un abortivo, non potrebbe essere venduta in farmacia, bensì dovrebbe essere somministrata solo in regime di ricovero in un ospedale pubblico (come prevede la legge 194 sull’interruzione di gravidanza);
  2. L’OMS ha sempre sostenuto il contrario di quello che il Movimento per la Vita dice. Sul suo sito si può leggere che il principio attivo della pillola del giorno dopo previene l’ovulazione e non ha alcun effetto riscontrabile sull’endometrio o i livelli di progesterone quando somministrato dopo l’ovulazione. La pillola del giorno, pertanto, non è efficace dopo l’avvio del processo di impianto, cioè non causa aborto;
  3. Per qanto riguarda il Comitato di bioetica e la sentenza del Tar del Lazio, citati dal movimeto per la Vita come parte della comunità scientifica internazionale, l’ADUC risponde che il parere dei filosofi e dei religiosi facenti parte del Comitato bioetico, per quanto autorevoli e seri nelle loro materie, non può essere paragonate a quelle di illustri medici e scienziati di tutto il Mondo che sostengono il contrario. Ancor più curiosa è l’inclusione nella comunità scientifica internazionale dei giudici amministrativi della Regione Lazio. La decisione del Tar, per di più, risale al 2001 e si basa su vecchi dati scientifici, tanto che, vista la sua inconisistenza,  non ha impedito che la pillola fosse prescritta e distribuita fuori dall’ambito ospedaliero.
  4. Resta aperta solo la questione del foglietto illustrativo. La citazione che il Movimento della Vita ne fa recita così: “La contraccezione di emergenza è un metodo di emergenza che ha lo scopo di prevenire la gravidanza, in caso di rapporto sessuale non protetto, bloccando l’ovulazione o impedendo l’impianto dell’ovulo eventualmente fecondato.” Peccato che si tratta di una citazione parziale estrapolata da un contesto più ampio. I foglietti illustrativi dei farmaci, inoltre, servono per dare solo delle indicazioni generali (e per tutelare legalmente la casa farmaceutica); non possono essere sostitutivi della corretta informazione che il medico da al paziente quando prescive un medicinale. Qualunque medico che facesse riferimento strettissimo a ciò che c’è scritto sul foglietto illustrativo senza considerare il caso specifico e gli ultimi risultati delle ricerche scientifiche sarebbe considerato un incompetente.

Allora, chi è che ha fatto controinformazione?  Con tutto il rispetto per i temi etici e morali che debbono essere trattati con la massima delicatezza, credo che qui si stia confondendo il piano medico-scientifico con il piano etico-religioso… ;-)

Canone RAI, forse verrà abolito (almeno ridotto)!!!

con 38 commenti

Un po’ di tempo fa su questo blog si è parlato di canone RAI. Il dibattito riguardava principalmente la sua abolizione. Vi sintetizzo il discorso: Perchè la TV pubblica, oltre a prendere i soldi del canone, contiene pubblicità (leggi problema dell’auditel e quindi della qualità dei programmi)?

Lo scopo delle reti pubbliche, infatti, non è quello di confrontarsi con le TV private perché, in quanto prive di pubblicità e pagate dai cittadini, le TV pubbliche devono fare quello che si chiama appunto “servizio pubblico”. Se una TV pubblica concorre con quella commerciale (come nel caso della RAI) non se ne vede la differenza. In entrambe ci sarà la corsa all’auditel, ci saranno programmi spazzatura attira auditel, ci sarà poco spazio per programmi di cultura e approfondimento, ecc…

Se la RAI concorre con Mediaset sul campo degli ascolti deve, ad esempio, rispondere a programmi quali il Grande Fratello con l’Isola dei Famosi, a Maria De Filippi con Alda Deusanio… dov’è il servizio pubblico in tutto ciò?

Alllora, o si toglie il canone e quindi si giustifica in pieno la vocazione commerciale della RAI, oppure “mamma RAI” diventa sul serio erogatrice di prodotti di “servizo pubblico”. In questo caso occorrerebbe eliminare del tutto la pubblicità e il palinsesto dovrebbe concentrarsi prevalentemente su programmi di qualità (culturali, di approfondimento, di intrattenimento, di utilità pubblica, ecc.). Questo perchè non sarebbe più necessario concentrarsi sulla quantità degli ascoltatori per via degli inserzionisti pubblicitari (ma solo sulla qualità dei programmi).

Per quale motivo vi ho raccontato tutta questa storia? Perché è notizia di questi giorni (QUI e QUI) che il PDL depositerà in Senato un disegno di legge per rivedere al ribasso la quota d’abbonamento e la Lega vorrebbe addirittura che si eliminasse del tutto. Insomma, tra chi voleva combattere gli evasori e mantenere solo il canone e facendo della RAI una sorta di BBC italiana (magari riducendo il numero di canali) e chi voleva aumentare il tetto pubblicitario eliminando il canone, forse hanno vinto questi ultimi.

E’ il senatore del PDL Alessio Butti il primo firmatario della proposta di riduzione del canone ed è Davide Caparini della Lega a proporre addiruttura l’abolizione: “Il canone di abbonamento della RAI è diventato una vera e propria tassa di possesso sulla televisione, un balzello antiquato ed iniquo che non ha motivo di esistere anche in virtù del maggiore pluralismo indotto dall’ingresso sul mercato di nuovi editori e dell’apporto delle nuove tecnologie“.

La battaglia anti-canone della Lega non è solitaria: suo alleato (involontario) è Beppe Grillo, che in più d’una circostanza ha sostenuto anch’egli la necessità di disfarsi dell’imposta per il servizio pubblico radiotelevisivo. E al fianco della Lega c’è pure l’Aduc, l’associazione per i diritti degli utenti e dei consumatori che ha raccolto al tal fine 200mila firme.

Alessio Butti, invece, è contrario alla totale abolizione: “Oggettivamente il canone è molto elevato. Ma è un’imposta e come tale va pagata. Piu’ che l’abolizione, quindi, è possibile immaginare una riduzione, prima per le fasce più deboli e poi, in un secondo momento, generalizzata“.

Su un fronte Caparini e Butti sono d’accordo: sulla enorme quantità di italiani che evadono il canone. Una evasione che in qualche modo viene compresa, se non giustificata, perché avviene a fronte di “un’imposta ingiusta“, territorialmente e socialmente, anche perché colpisce indiscriminatamente, indipendentemente dal reddito, dall’età e dall’utilizzo, e in particolar modo le fasce più deboli della popolazione.

A me piacerebbe di più avere una RAI come la BBC, con approfondimenti giornalistici e culturali, documentari, ecc…
Staremo a vedere… ;-)

Scritto da salpetti

12 giugno 2008 alle 02:29

In Cina i preservativi diventano elastici per capelli

con 16 commenti

Uno dei temi su cui si dibatte a livello internazionale è la cosiddetta “questione cinese“. I mercati di tutto il mondo devono fare i conti con i prodotti che arrivano dalla Cina.

Prodotti a basso costo che turbano l’economia di molti Paesi e che spesso risultano essere di scarsa qualità se non nocivi. Dopo i giocattoli per bambini che contenevano vernici potenzialmente tossiche per i piccoli acquirenti e i molti oggetti, spesso bizzarri e particolari che giungono dalle fabbriche cinesi, adesso potrebbero arrivate nei nostri mercati dei prodotti a dir poco “atipici”. Si tratta di elastici per capelli prodotti riutilizzando preservativi usati. E’ vero che quella del riciclo è una buona pratica, ma questa pare proprio un’esagerazione.

La notizia (QUI e QUI)arriva direttamente dal China Daily. Il giornale avrebbe le prove del fatto che nella provincia meridionale del Guangdong, nelle città Dongguan e Guangzhou, questi elastici per capelli realizzati con materiali “originali” avrebbero una grande diffusione per via del loro costo di gran lunga più basso rispetto agli elastici normali.

La notizia potrebbe suscitare ilarità se non fosse che i condom usati contengono numerosi virus e batteri e, anche se puliti e trasformati in elastici per capelli, rimangono comunque uno strumento pericoloso perché possono favorire il contagio e la diffusione di certe malattie.

Appresa la notizia, vista l’invasione di prodotti cinesi nel nostro Paese, alcune associazione di consumatori hanno lanciato l’allarme chiedendo ai ministri competenti se lo strano articolo è stato già importato in Italia. Il segretario dell’Aduc, Primo Mastrantoni, ha fatto sapere che ci sarà un’interrogazione parlamentare in tal senso.

Non si può escludere, dice l’Aduc, che l’uso di questo accessorio per capelli sia causa di trasmissione per le malattie genitali, compresa l’AIDS. Le donne, infatti, hanno l’abitudine di tenere in bocca l’elastico mentre si fanno la treccia o un nodo ai capelli.

Insomma, in Cina non si butta via niente e i cinesi commerciano di tutto. Gli economisti di tutto il mondo si stanno scervellando con scarso risultato per cercare di capire come arginare il fenomeno dell’invasione dei prodotti cinesi. Forse sarà proprio per questa loro fantasia che i cinesi mettono in crisi il sistema economico globale, anche se spesso le conseguenze sono devastanti.

Guangdong, la regione dove si producono questi elastici per capelli, negli ultimi decenni è stata protagonista (QUI), infatti, di una crescita economica senza regole, che ha portato inevitabili strascichi come carenze di energia, disoccupazione e corruzione, con conseguenti crisi di vertice nella classe dirigente locale.

“L’economia della provincia è prospera e la situazione stabile” – ha dichiarato recentemente Zhang Deijang, alto dirigente del partito comunista cinese ed economista. Poi lo stesso Zhang ha ammesso. Seppur eufemisticamente, che si sono verificati “incidenti di massa” legati al disagio sociale. Tali “incidenti” sarebbero però diminuiti di un quarto nel 2006 rispetto all’anno precedente, e continuerebbero a calare nell’anno in corso. “Abbiamo fatto tutto il possibile per risolvere i problemi sociali – ha concluso – e ci stiamo occupando con successo del rapporto tra sviluppo e stabilità”. L’attenzione degli attivisti per i diritti umani sul Guangdong è elevata da quando, nel 2005, la polizia sparò sui contadini che protestavano per la costruzione di una fabbrica sui loro terreni.

Forse la creatività e l’originalità con cui gli abitanti del Guangdong affrontano i problemi legati alla produzione economica, se da un lato li spingono a produrre prodotti a basso costo molto competivi, dall’altro non li aiutano a risolvere i problemi sociali che affliggono il loro territorio, anzi forse ne sono proprio la causa.

> AGGIORNAMENTO: In un commento al post si dice che questa notizia sarebbe un falso. Ne hanno parlato, comunque, un TG autorevole e molti altri blog. Inoltre, propio sul sito dell’Aduc si denuncia il fatto. Se si tratta davvero di una bufala, ci sarebbe cascato chiunque!
Metto il link al post in cui l’autore del commento spiega perchè si tratterebbe di una bufala. Decidete voi…

 

Scritto da salpetti

15 novembre 2007 alle 14:10

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