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In questo blog se ne parla spesso del potere che acquistano gli utenti della Rete in relazione all’informazione (già il nome del blog dice tutto! ;-) ). In questigiorni, navigando in Internet, mi sono imbattuto in una iniziativa di YouTube riguardante il giornalismo partecipativo che, quindi, non potevo non citare. Riporto un articolo di Webnews, uno dei migliori che ho trovato sull’argomento:

Il più grande portale per la condivisione di video online ha da poco avviato una nuova sezione, interamente dedicata al citizen journalism, l’attività informativa svolta in prima persona dai cittadini in tutte le parti del mondo. L’innovativo canale lanciato da YouTube mira ad aggregare e segnalare alle centinaia di migliaia di utenti del portale i migliori contenuti realizzati per raccontare le notizie spesso trascurate dai grandi mezzi di comunicazione.

Ogni giorno sono infatti migliaia i video caricati dagli utenti a puro sfondo informativo. Spesso meno conosciuti e sopraffatti dalla popolarità dei filmati creati per puro svago e divertimento, i piccoli reportage - confezionati direttamente da chi è coinvolto in prima persona nella notizia - raccontano realtà affascinanti e ignote dalle enormi distese africane alle grandi realtà metropolitane densamente abitate, passando per la miseria delle baraccopoli e delle loro genti dimenticate. Armati di strumenti spesso rudimentali, i fautori del giornalismo partecipativo vanno alla ricerca delle notizie sul posto, riportando in auge i reportage di inchiesta, ormai in via di totale estinzione e sostituiti dall’immobilismo del desk.

La nuova responsabile per le news assoldata da YouTube avrà dunque il compito di riportare in luce le storie raccontate sul portale con i meccanismi del citizen journalism. Un incarico non semplice, che potrà essere realizzato con sufficiente meticolosità solamente con l’aiuto delle centinaia di migliaia di utenti che ogni giorno frequentano YouTube.

Anche se, in una scala differente ed esclusivamente orientata ai nuovi media, è difficile non scovare una certa analogia tra l’iniziativa da poco lanciata da YouTube e l’esperienza di Current TV (ne parlavo QUI), il canale televisivo voluto dal premio Nobel Al Gore. Recentemente lanciata anche in Italia sulla piattaforma satellitare Sky, l’emittente televisiva basa i propri palinsesti sui contributi multimediali inviati dai suoi telespettatori che hanno anche modo di votare i filmati migliori sul sito Web di Current.

In misura più contenuta, ma con la forza di un bacino molto più ampio di utenti, anche YouTube sembra compiere i primi passi nel crescente, e sempre più fecondo, settore del giornalismo partecipativo. Avviata quasi in sordina, attraverso il passaparola della Rete, l’iniziativa del portale di video sharing potrebbe rivelarsi particolarmente efficace e, sicuramente, meno dispendiosa dell’ambizioso progetto portato avanti da Current TV.

Che dire? Dopo il blogging, le piattaforme di giornalismo partecipativo come FaiNotizia e altre, l’arrivo in Itali a di Current TV, adesso anche Youtube si apre all’informazine fatta dagli utenti. Forse finalmente qualcosa si sta muovendo in questa direzione e probabilmente presto si potrà sfuggire ai filtri editoriali, ai condizionamenti politici, economici e ideologici che condizionano l’informazione!
Sono troppo ottimista? ;-)

Il marketing, si sa, è il motore dell’economia. Pensate a come sarebbe la nostra vita quotidiana senza la pubblicità (molti diranno che sarebbe migliore! ;-) ). Per fortuna o per sfortuna, dipende dai punti di vista, ormai ci siamo più o meno abituati all’invadenza pubblicitaria nella nostra vita, così il marketing ha bisogno di nuove tecniche per sorprendere e attirare l’attenzione.

Una nuova frontiera per i pubblicitari è il marketing virale che in maniera non convenzionale sfrutta il passaparola per diffondere un idea o un concetto oppure per attirare l’attenzione o creare suspense su un evento, un prodotto, un servizio, ….

Il principio del viral marketing, come dice l’enciclopedia Wikipedia, si basa sull’originalità di un’idea: qualcosa che, a causa della sua natura o del suo contenuto, riesce a espandersi molto velocemente tra la gente. Come un virus, qualcosa che può rivelarsi interessante o curiosa per un utente, viene passata da questo ad altri contatti, da questi ad altri e così via. In questo modo si espande rapidamente, tramite il principio del “passaparola” (buzz factory) e coinvolge un numero sempre maggiori di persone.

Alla base, dunque sta la forza dell’idea, si deve creare qualcosa che funzioni da catalizzatore dell’attenzione e che per le sue caratteristiche si diffonda rapidamente. L’ultimo grande caso di Viral marketing uscito allo scoperto di recente è quello del fantasma nell’ascensore, “elevator gost” (nel video ad inizio post).

Le riprese di una telecamera di sicurezza di un hotel di Singapore, il Raffles Place, sarebbero la prova dell’esistenza di entità soprannaturali. Un video tra i più visti del mese su YouTube ha riacceso l’annosa discussione tra scettici e possibilisti. Il filmato, che dura poco meno di due minuti, verso la fine (nel riquadro in basso a destra), mostra accanto a due ignari impiegati quello che sembrerebbe il fantasma di un’anziana donna.

Subito si sono accese le discussioni in Rete. Sui forum e i blog di tutto il mondo si è parlato di questo strano fenomeno e più se ne parlava e più il video veniva visto. Due settimane fa, però, un altro video è stato caricato su YouTube e il mistero è stato svelato: il filmato originale sarebbe stato realizzato da un’agenzia giapponese di risorse umane, la Gmp Group. Ecco il nuovo slogan che mette sotto accusa il fenomeno della “dipendenza dal lavoro”: “I pericoli di dipendenza da lavoro sono molteplici. Stress, fatica e problemi di salute, sono solo un paio. Nessuno dovrebbe lavorare fino a tardi: se siete sfortunati potrebbe capitarvi anche di incontrare un fantasma. Affidatevi a noi, troveremo la carriera giusta per le vostre esigenze. Senza straordinari”.

Insomma, l’operazione è perfettamente riuscita. Complimenti ai pubblicitari della Gmp che sono riusciti impiegando poche risorse ad attirare l’attenzione di migliaia di persone (per sensibilizzare sul problema del workaholism e per farsi pubblicità).

E se invece fosse il secondo video un bufala e la Gmp avesse solo sfruttato il video esistente? ;-)

Ci aveva già provato la Regina Rania di Giornania per spiegare l’Islam agli occidentali (QUI), adesso anche il Premier britannico, Gordon Brown, cerca di parlare ai cittadini attraverso la Rete tramite Youtube. “I politici possono fare domande al primo ministro. Penso che sia arrivato il momento che anche i cittadini abbiano questa possibilità“, è con queste parle che si inaugura il primo “Question time” su Youtube.

Il nome scelto per l’iniziativa non è un caso: proprio come nel “question time” tradizionale il primo Ministro risponde alle domande dei politici, così Brown risponde alle domande degli internauti in Rete. Basta collegarsi alla pagina di Youtube dedicato all’iniziativa e caricare un breve video. Vista la mole di richieste, sono gli stessi utenti a votare le domande più interessanti da cui aspettarsi delle risposte da Brown (per il momento è stata fissata come data di scadenza 21 giugno).

Per la verità il procedimento non è ancora così immediato e intuitivo, ma l’esperimento è ancora all’inizio e quindi in fase di sperimentazione. Probabilmente si trasformerà in un appuntamento settimanale fisso e sarà pertanto migliorato.

I più maliziosi sostengono che questa iniziativa sia finalizzata soltanto a raccogliere consensi tra il pubblico giovane e a ridare luce all’immagine di Brown che non riesce a essere all’altezza del suo predecessore, Tony Blair. Per i sostenitori del Premier si tratta della prima vera forma di democrazia diretta.

In ogni caso, secondo me si tratta di un’iniziativa lodevole e molto interessante che potrebbe essere seguita in molti altri Paesi. L’Inghilterra, si sà, è all’avanguardia su certe cose e la regina Rania è una sovrana illuminata…

Chissà quando anche in Italia saremo all’avanguardia o avremo un Premier “illuminato” a tal punto da comprendere il potere e la forza della Web? ;-)

Sul blog ilcomunicatore (ciao Luca e ciao Simone) ho trovato due post molto interessanti che mi hanno dato lo spunto per scrivere questo mio post. Mettono a confronto la comunicazione del Partito Democratico (Veltroni) e del Popolo della Libertà (Berlusconi).

Facendo un confronto si vede subito come la comunicazione del Partito Democratico sia completamente diversa rispetto a quella precedente de L’Ulivo, dei Democratici di Sinistra e de La Margherita (formazioni politiche da cui il PD deriva). Sicuramente c’è stato un grande miglioramento rispetto al passato, ma si sa che Walter Veltroni è un buon comunicatore. Se una volta era Berlusconi ad avere la meglio per ciò che riguarda spot e campagne di propaganda politiche, adesso i due schieramenti stanno praticamente alla pari, almeno per ciò che concerne il mondo offline in cui pare che il PD stia copiando il modello comunicativo del PDL.

Ma è nel Web che il PD si dimostra più ricco nei contenuti e nelle iniziative del centrodestra, qui si può parlare addirittura di un sorpasso. E’ stato lo stesso Berlusconi, infatti, ad affermare che lui di Internet non capisce nulla!!! ;-)
Il sito web del PD è molto composito e al suo interno si possono trovare tutte le informazioni che si potrebbero cercare in un sito di un partito. La comunicazione Web del PD, quindi, sembra essere chiara e ben fatta, anche dal punto di vista del Web 2.0. Per quanto riguarda la partecipazione, infatti, un’ ottima iniziativa è sicuramente quella del social network, di Twitter e naturalmente del canale YouTube (bisogna dire che anche il PDL ha un suo canale YouTube).

Il sito VotaBerlusconi.it (punto di riferimento online della campagna elettorale del PDL), invece, non è altro che il sito di Forza Italia, modificato per le elezioni. Sulla destra dell’homepage è possibile partecipare via Web alla campagna elettorale del PDL, ma la partecipazione degli internauti è limitata alla possibilità di inserire un banner sul proprio blog! Più interessante è la funzione di aggregatore visibile in basso nell’homepage.
L’aspetto più partecipativo di questo sito è la possibilità si scegliere le priorità del programma, ma niente di significativo per quanto concerne le logiche di partecipazione del Web 2.0.

La comunicazione del PDL è, quindi, una comunicazione classica che si ripete rispetto alle precedenti esperienze della Casa delle Libertà. Quando Berlusconi approdò per la prima volta in politica(1994) ebbe il merito di aver introdotto in Italia un nuovo stile di comunicazione, preso in prestito dal contesto americano. Negli USA, però, rispetto a quel modello si sono fatti molti passi in avanti che la comunicazione del PDL sembra non aver seguito, sopratutto per la scarsa attenzione al mondo di Intenet.

Queste differenze si riscontrano, a parer mio, anche negli spot realizzati dai sostenitori dei due schieramenti: I’m PD (QUI) e Meno male che Silvio c’è (QUI). Il primo è una rivisitazione della popolarissima canzone YMCA dei Village People realizzato da un circolo milanese del Pd, mentre il secondo è un video che ha per base l’inno scritto da un giovane cantautore veronese in onore di Berlusconi. I due video, anche se perfettamente inseriti nel contesto amatoriale e spontaneo di Youtube, presentano delle differenze formali e sostanziali che secondo me rimarcano i differenti modelli di comunicazone dei due partiti (il primo mi è sembrato più “vero” e dinamico, mentre il secondo con i suoi protagonisti bellissimi e curatissimi, mi ha dato l’impressione di essere una fiction). Ovviamente questa è solo la mia sensazione a caldo appena finito di aver visto i due omaggi ai candidati leader dei due partiti più grandi…

Vi consiglio di vedere questi due video (se non l’avete già fatto), di fare un giro su Youtube e sulla Rete alla ricerca di esempi significativi di comunicazione politica dei due partiti più importanti. Poi potrete dirmi se avete riscontrato le stesse mie impressioni…
Allora, se come si dice, nelle lezioni moderne vince chi riesce a comunicare di più e meglio, che vinca il migliore (anzi, il meno peggiore!!!) ;-)

PS. Vi segnalo anche questa iniziativa di 8 giovani professionisti della comunicazione nata per supportare Veltroni. Riprende lo stile americano dei sostenitori di Obama (QUI su Youtube e QUI nel sito ufficiale).

Basta con i pregiudizi verso l’Islam!!! E’ questo ciò che avrà pensato la Regina di Giordania prima di registrare il video che sta avendo un sacco di contatti su Youtube e che la vede protagonista. La regina apre la conversazione, infatti, con la frase: “In un mondo in cui è così facile essere connessi l’uno all’altro, noi rimaniamo continuamente disconnessi“.

Con voce dolce e sguardo materno, la sovrana di origine palestinese,  tra l’altro una delle donne consederate tra le più belle al Mondo, si rivolge ai giovani occidentali nel loro linguaggio affinchè le scrivano i propri dubbi stereotipati sul mondo arabo. La regina ha infatti invitato i visitatori dello spazio di Youtube dove si trova il video a rispondere con opinioni sul Medio Oriente, cercando di individuare gli stereotipi su arabi e musulmani. “Il mio compito nei prossimi mesi - ha ribadito la sovrana - sarà quello di lavorare per abbattere preconcetti e luoghi comuni. Voglio che la gente conosca il vero mondo arabo, per vedere  e conoscere luoghi, facce e culture che riguardano quella parte di mondo che io chiamo casa”.

Rania Al Yasin, 37 anni, con una brillante laurea in business administration e la fulminea carriera nella Apple (dove non lavora più da quando è divenatata regina) è una veterana del web. Dal 2005 gestisce anche un sito internet attraverso il quale diffonde i temi a lei cari: la complicata questione femminile, le tematiche giovani, la sconosciuta società araba e la sfida conflittuale con la modernità. Un argomento, quest’ultimo, assai sensibile nel suo Paese. Profondamente tradizionale e al tempo stesso proiettato verso il futuro, la Giordania è infatti l’emblema della crisi che scuote l’identità tradizionale musulmana, lacerata tra valori medio-orientali e modelli occidentali.

Tra i commenti si leggono diversi luoghi comuni che arrivano da tutto il mondo, proprio a testimonianza del fatto che gli stereotipi non hanno nazionalità, ma anche domande e riflessioni che mostrano un universo di giovani navigatori interessati e pronti a uno scambio di idee tra le civilità. La regina cercherà di rispondere a tutti chiarendo alcuni degli aspetti più controversi.

Insomma, anche alla luce di questa iniziativa, forse sarebbe ora di iniziare a lasciar cadere i pregiuduizi sull’Islam che ci accompagnano da sempre e che si sono accentuati dopo l’11 settembre. Certo, non tutti i Paesi islamici sono come la “moderna” Giordania e non tutte le donne islamiche possono permettersi l’emencipazione di cui gode la regina Rania, ma sarebbe il caso di smettere di parlare di Islam e sarebbe ora di prendere in considerazione i singoli casi… ;-)

Qualcuno di voi se ne sarà accorto. Ieri per circa due ore Youtube è rimasto bloccato. Un black-out totale che non farebbe notizia (su Youtube a volte capita) se la causa non fosse riconducibile ad un attacco informatico ordinato da un governo.

Il governo del Pakistan, infatti, ha ritenuto di dover oscurare Youtube sul suo territorio. Così la Pakistan Telecommunication Authority (PTA) ha ordinato ai provider locali di servizi Internet di bloccare l’accesso al popolare sito. Il motivo? Youtube diffonderebbe video dal “contenuto blasfemo” che danneggiano l’immagine dell’Islam.

In particolare, a toccare la sensibilità del governo pakistano sarebbe stato il trailer dell’ultimo film di Geert Wilders; nelle brevi sequenze inserite su Youtube, infatti, l’Islam viene definita una religione violenta, soprattutto nei confronti delle donne e degli omosessuali. Ma a scatenare la furia censoria del governo pakistano pare siano stati anche alcuni video in cui appaiono le famigerate vignette su Maometto ripubblicate dai giornali danesi.

A causa di un errore, però, il blocco si è allargato a macchia d’olio di Paese in Paese spiazzando Google, propietario di Youtube, che adesso parla di sabotaggio. Ci sono volute due ore per scoprire l’artefice del black-out: il service provider pakistano PCCW, obbedendo alla direttiva della PTA, non permetteva ai suoi clienti di accedere al sito dirottando l’indirizzo IP di YouTube verso i suoi server bloccando così ogni tentativo di accesso al sito. Le informazioni però sono state mandate per errore a tutti gli altri provider nel mondo che inconsapevolmente hanno bloccato anch’essi l’accesso ad Youtube reindirizzando gli utenti nel buco nero creato da PCCW sui suoi server.

Il Pakistan non è l’unico Paese che cerca di censurare la Rete (tra i più noti c’è la Cina, ma anche l’Arabia Saudita, la Bielorussia, la Birmania, la Corea del Nord, Cuba, l’Iran, la Libia, il Sudan, la Siria, la Tunisia e molti altri). Sono molti gli Stati in cui per vari motivi si vuole porre un freno alla libera circolazione di idee e di informazioni permessa da Internet. I più maliziosi sostengono che anche il malriuscito tentativo pakistano di censura sia stato attuato più per motivi politici che religiosi.

E’ probabile, infatti, che l’ordine della PTA fosse in realtà destinato a colpire qualcosa di diverso dall’offesa all’Islam, nella fattispecie una serie di video ritraenti attivisti politici impegnati a compilare schede elettorali. La censura sarebbe, quindi, scattata per bloccare il tentativo di smascherare brogli elettorali in un Paese con una forte instabilità politica che sta attraversando una fase cruciale per la democrazia dopo l’uccisione della leader dell’opposizione Benazir Bhutto.

Di blocco totale di YouTube per “discutibili video non-islamiciparla anche Reporters Sans Frontières che condanna l’iniziativa e sottolinea come “una tale decisione dovrebbe essere presa dai tribunali, e non da una organizzazione sotto diretto controllo del governo“.

Che si tratti di motivi religiosi o politici, la censura è tuttavia da condannare. Questa vicenda, oltre a far correre ai ripari Youtube che si è scoperto vulnerabile, dimostra ancora una volta che la Rete è uno strumento libero e democratico di cui i grandi potentati (economici, politici, ideologici) hanno paura. Questa volta a causa di un grossolano errore il tentativo di censura è stato smascherato e denunciato, spero che in futuro la lotta alla censura non passi esclusivamente attraverso gli errori dei potenziali censori!!! ;-)

Come spesso accade è la Rete a far emergere delle notizie che restano sotto-silenzio perché non si vogliono far sapere o semplicemente perché non ci si fa caso. L’ultimo episodio di “riscoperta” riguarda un’affermazione di Benazir Bhutto alla TV Al Jazeera del 2 novembre 2007 (la Bhutto fu uccisa poco tempo dopo, il 27 dicembre).

Durante l’intervista, la leader dell’opposizione pachistana ha parlato anche di quelli che lei riteneva fossero suoi potenziali nemici per vari motivi. Tra questi c’era il terrorista Omar Sheikh Ahmad del quale dice: “quello che ha assassinato Osama bin Laden”. Stranamente il giornalista non fece una piega e passò alla domanda successiva.

L’affermazione della Bhutto apparve così assurda che la Bbc, nel riportare l’intervista tagliò la frase incriminata, ma fu poi costretta a ripubblicarla integralmente in seguito alle proteste di alcuni spettatori, di fronte ai quali la Bbc si è giustificata dicendo che non c’era nessuna intenzione di distorcere il senso dell’intervista, ma solo quella di eliminare un evidente lapsus che avrebbe solo confuso gli spettatori.

Di questa affermazione non se ne parlò più nei media tradizionali, ma il video dell’intervista finito su Youtube (l’ho messo ad inizio post) ha iniziato da subito a fare il giro dei blog e dei forum: in Rete se ne parla da tempo. Anche nella Rete italiana si parlava di questa intervista, ma adesso la notizia ha avuto maggiore risonanza grazie ad un articolo di Giulietto Chiesa apparso su laStampa.

Le interpretazioni sono diverse, le dietrologie non mancano e sono state fatte molte ipotesi di ogni tipo. Si va da chi sostiene che si tratti di un banale errore dovuto alla distrazione della Bhutto che sovrappensiero disse Osama bin Laden convinta di dire invece Daniel Pearl (un reporter americano per il cui assassinio è stato accusato Omar Sheikh Ahmad), a chi sostiene che l’assassinio della leader politica pakistana sia stato compiuto proprio da alQaeda perchè lei sapeva troppo

Purtroppo la Bhutto non può ne correggersi, nè fornire chiarimenti. Credo che sarà molto difficile capire quale sia il vero significato di quelle parole. Quel che è certo è che ancora una volta la Rete si presenta come un mezzo di informazione veramente libero… ;-)

BOLLETTINO DEL TRAFFICO INTERNET: Attenzione, code e rallentamenti sono previsti sull’intera rete a partire dal 2010.

Una notizia importante arriva dagli Stati Uniti dove è stato recentemente pubblicato uno studio che prevede la fine di Internet. Secondo il Nemertes Research Group, infatti, quello che ho pubblicato ad inizio post potrebbe essere benissimo il testo di un fantomatico bollettino del traffico Internet diramato tra qualche anno (QUI e QUI un’attenta analisi).

Secondo questo studio, Internet avrebbe davanti a sé ancora pochi anni di vita serena, dopodiché si troverebbe a dover trasportare più dati di quanti in realtà le infrastrutture non possano fare. I termini sono chiari: se non verranno investiti 137 miliardi di dollari in nuove linee di comunicazioni, nel 2010 i contenuti potrebbero superare la capacità delle reti. Significa che il Web potrebbe trasformarsi in una specie di tangenziale nell’ora di punta: tutti in coda! Sarebbe una caccia aperta al download, i video di YouTube andrebbero avanti molto lentamente e diverrebbero inutilizzabili, la navigazione tornerebbe veloce come ai tempi delle connessioni telefoniche analogiche.

Il problema è legato il larga misura al successo di alcuni servizi Web, in particolare i ricercatori hanno accusato quelli legati alla distribuzione di video (come YouTube) e al P2P (eMule o BitTorrent). Il boom di questi servizi è inarrestabile e a causa loro la quantità di dati che circolano in Rete cresce sempre più in maniera esponenziale. Si calcola poi che complessivamente in un anno in Rete si muovano circa 161 exabyte (cioè 161 miliardi di gigabyte!).

Già qualcuno solleva dubbi sull’obiettività di questa previsione. Techdirt sottolinea la ciclicità di simili dichiarazioni e l’allarme di un possibile collasso che periodicamente viene lanciato da diverse fonti. Non è la prima volta, quindi, che si pensa al futuro della Rete come una scommessa per le infrastrutture e per la gestione dell’enorme quantità di informazioni, ma questa volta la crisi potrtebbe essere inevitabile, secondo i ricercatori del Nemertes. 

Allarmare utenti e governi su una possibile fine di Internet è però un modo per richiamare nuovi investimenti e incentivi, alleggerendo i costi dei provider. E la ricerca condotta dal Nemertes, infatti, è stato svolto per conto della Internet Innovation Alliance, di cui fa parte anche il carrier At&t, una delle più grandi compagnia telefonica del Mondo, interessata all’aumento degli investimenti. Alcuni dubbi sulla bontà dello studio sorgono spontanei…

Internet ormai si è integrato perfettamente nella nostra esistenza, nella nostra quotidianità, diventando uno strumento prezioso per il lavoro, per lo studio, per l’informazione, per lo scambio e la circolazioe di idde, per il tempo libero. A prescindere dalla bontà e dall’obiettività di questo studio, pensare che un giorno la Rete possa sparire o non essere più così facilmente accessibile, è un’immagine apocalittica (almeno per me che sono quasi un Internet-dipendente). ;-)


Google, il regista Michael Moore, il sistema farmaceutico americano e le grandi aziende farmaceutiche sono al centro di un polverone mediatico che ruota intorno al nuovo film-documentario del regista statunitense. Google è prima di tutto un’azienda, è un concetto che dobbiamo ricordarci, ma siamo talmente abituati all’uso di questo motore di ricerca e di tutti i servizi che esso offre, che a volte c’è ne dimentichiamo. C’è addirittura chi identifica Google con Internet stesso. Nella realtà le cose sono ben diverse e l’episodio che stò per raccontarvi lo dimostra…

Tutto è iniziato con l’uscita dell’ultmo film-documentario del regista statunitense Michael Moore che come nel suo stile è molto satirico, ma anche molto feroce contro i poteri (famoso il suo documentario sull’11 settembre, Fahrenheit 9/11 in cui si accusa pesantemente Bush). Oggetto di questo suo utimo documentario che si intitola Sicko, è il sistema sanitario nazionale americano legato alle grandi case farmaceutiche, con le sue lacune, le sue mancanza e le sue contraddizioni. In particolare, la sanità statunitense viene dipinta come un sistema mosso semplicemente dal profitto e dal marketing che, incurante del benessere dei pazienti e della loro salute, è più orientato a battere cassa piuttosto che a far guarire le persone che assiste.

Sicko (per farvi un’idea vi consiglio di andare QUI, nello spazio ad esso dedicato sul sito del regista) ha ovviamente sollevato un vespaio di polemiche e subito in Rete si è aperto il dibattito che di certo non ha portato un buon ritorno in termini di immagine al sistema sanitario americano. Fin qui non ci sarebbe nulla di strano. Gli americani sono abituati ai documentari di Moore e alle reazioni che essi provocano all’opinione pubblica del loro Paese e non solo. Il film-documentario ha ricevuto un’accoglienza più che positiva da critici, blogger e giornalisti e il Web pullula di recensioni del film e articoli che prendendo spunto dalla pellicola mollano fendenti violentissimi contro il sistema sanitario e le grandi case farmaceutiche.

A complicare la vicenda è intervenuto però Google. Alcuni giorni fa, su uno dei blog del colosso americano è apparso un post in cui si critica il documentario di Moore e si invitano le aziende farmaceutiche a contrapporre alla pessima pubblicità apportata loro da “Sicko”, massicce campagne pubblicitarie di annunci Google (quelli per intenderci che appaiono sulla parte destra della pagina internet quando si effettua una ricerca sul motore di ricerca o nei blog che tentano di guadaagnare con la pubblicità di Google AdSense) legati alle parole-chiave “Michael Moore” e “Sicko”, in modo da bilanciare l’effetto negativo sull’opinione pubblica del documentario e in modo da garantirsi una grande visibilità visto che il dibattitto in Rete sul documentario è talmente acceso che quelli legati a Moore e al suo ultimo lavoro sono i termini tra i più ricercati dagli utenti del motore di ricerca.

Un articolo simile non poteva che sollevare ulteriori polemiche, questa volta rivolte a Google. A poco è servito un secondo articolo apparso nello stesso blog, nel quale l’autore ha dichiarato che le cose espresse nel precedente post erano solo opinioni personali e non il punto di vista della società. La blogosfera è insorta, e sono migliaia i commenti e i post critici (se non ingiuriosi) apparsi in poche ore sull’argomento. Google è stato accusato di aver venduto l’anima al diavolo, di pianificare campagne più propagandistiche che pubblicitarie, di considerare i navigatori internet solo polli da spennare nonostante i proclami politically correct, ecc, ecc.

Probabilmente è vero quello che dice l’autore del blog di Google e magari il noto motore di ricerca non ha previsto una politica di questo tipo a riguardo del documentario di Moore, ma ormai la frittata è fatta. Tutta questa vicenda deve però farci riflettere sulla natura commerciale di Google e sul fatto che, come ha scritto l’Inquirer, ci dobbiamo svegliare dal sonno e porre fine al sogno Google. Non è soltanto il miglior motore di ricerca al Mondo, ma una compagnia finalizzata al profitto che per di più usa vecchi trucchi pubblictari.

A questo punti mi sorge spontanea una domanda: visto che Google è il motore di ricerca più usato al Mondo, cosa succederebbe se esso decidesse di pilotare i risultati delle ricerche? La sua policy fin ora, per quanto se ne sa, è andata nella direzione opposta, ma potremmo svegliarci un giorno e capire che il sogno Google in realtà era un incubo!!! ;-)

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Per i pochi che ancora non conoscessero YouTube, dico che si tratta di un sito che consente agli utenti di caricarvi e/o vedere video in streaming, quindi si tratta di una piattaforma finalizzata alla condivisione di video. Non a caso il motto di YouTube è “Broadcast yourself”.

Dice l’enciclopedia Wikipedia che la grande popolarità di YouTube è dovuta tra le alte cose, al fatto che nononstante il regolamento lo vieti, normalmente è possibile fare anche l’upload di video protetti da diritto d’autore, come ad esempio show televisivi e video musicali. Ciò è possibile perchè al contrario di piattaforme simili, come ad esempio Google Video, il sito effettua un controllo solo ex-post su quanto immesso.

Il video sharing così come proposto da YouTube è nella logica del Web 2.0 perchè non consiste solo nel dare la possibilità di vedere video, ma è anche un mezzo che permette anche interazione tra gli utenti che possono condividere il video su un blog in pochi minuti e semplicemente, possono poi commentarlo e presentarlo in diversi modi. Possono addirittura votarlo sullo stesso YouTube che stila una classisica, c’è il rating, ci sono i tag, le statistiche, le categorie, la community. Insomma, YouTube è un’applcazione del Web 2.0 [per un aprofondimento sulle altre applicazioni del Web 2.0 e sui loro usi sociali potete leggere questo post sul blog Tecnoetica].

Fin qui dovremmo esserci tutti (spero ;-) ). Quello che spesso ignorano gli utenti di YouTube è che è possible scaricare sul proprio PC i video presenti su questa piattaforma senza dover essere collegati ad Internet per vederli . A tal proposito voglio dare qualche informazione in più.

Esistono diversi siti che offrono la possibilità di scaricare i video di Youtube, tra questi uno dei più noti è il giapponese Qooqle, che oltre a essere un motore di ricerca dedicato alla ricerca di video, fornisce l’opportunità di fare il download dei video inserendone l’URL nell’apposito spazio cliccando sulla voce YouTube Downloader. Vi è poi Keepvid che permette di saricare i video oltre che da YouTube anche da altre piattaforme simili; il suo funzionamento è semplice, anche in questo caso basta inserire l’URL del video e il gioco è fatto. Oppure ancora c’è dlThis che funziona sempre con il sistema dell’URL.

Esistona anche dei programmi finalizzati al download dei video di YouTube, ve ne sono diversi. Qui voglio segnalare YouTube Grabber, un programmino stand-alone (cioè che non necessita di installazione) molto semplice da usare, che funziona sempre con il sistema dell’URL dei video che si vuole scaricare. QUI trovate una recensione del prgramma e anche un link da cui scaricarlo.

Sia tramite i siti che ho segnalato e sia tramite YouTube Grabber, i video vengono scaricati in formato .Flv (Flash Video), quindi, per vederli si possono utilizzare appositi players, come VLC player (ma c’è ne sono molti altri), oppure si devono convertire in altri formati con appositi software reperibili facilmente in Rete (anche freeware).

Buona visione!!! ;-)

AGGIORNAMENTO (07/05/2007): Punto-Informatico di oggi (QUI l’articolo) segnala che YouTube inizia a pagare attraverso gli introiti pubblicitari gli uploaders più proliferi e creativi. Inoltre, pare che il premier britannico (Tony Blair) oltre a congratularsi col nuovo Presidente francese attraverso i canali istituzionali, abbia messo due video su YouTube (QUI l’articolo del blog di Panorama che riporta la notizia). I politici all’estero sono sempre più avanti! ;-)

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