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Sul blog ilcomunicatore (ciao Luca e ciao Simone) ho trovato due post molto interessanti che mi hanno dato lo spunto per scrivere questo mio post. Mettono a confronto la comunicazione del Partito Democratico (Veltroni) e del Popolo della Libertà (Berlusconi).

Facendo un confronto si vede subito come la comunicazione del Partito Democratico sia completamente diversa rispetto a quella precedente de L’Ulivo, dei Democratici di Sinistra e de La Margherita (formazioni politiche da cui il PD deriva). Sicuramente c’è stato un grande miglioramento rispetto al passato, ma si sa che Walter Veltroni è un buon comunicatore. Se una volta era Berlusconi ad avere la meglio per ciò che riguarda spot e campagne di propaganda politiche, adesso i due schieramenti stanno praticamente alla pari, almeno per ciò che concerne il mondo offline in cui pare che il PD stia copiando il modello comunicativo del PDL.

Ma è nel Web che il PD si dimostra più ricco nei contenuti e nelle iniziative del centrodestra, qui si può parlare addirittura di un sorpasso. E’ stato lo stesso Berlusconi, infatti, ad affermare che lui di Internet non capisce nulla!!! ;-)
Il sito web del PD è molto composito e al suo interno si possono trovare tutte le informazioni che si potrebbero cercare in un sito di un partito. La comunicazione Web del PD, quindi, sembra essere chiara e ben fatta, anche dal punto di vista del Web 2.0. Per quanto riguarda la partecipazione, infatti, un’ ottima iniziativa è sicuramente quella del social network, di Twitter e naturalmente del canale YouTube (bisogna dire che anche il PDL ha un suo canale YouTube).

Il sito VotaBerlusconi.it (punto di riferimento online della campagna elettorale del PDL), invece, non è altro che il sito di Forza Italia, modificato per le elezioni. Sulla destra dell’homepage è possibile partecipare via Web alla campagna elettorale del PDL, ma la partecipazione degli internauti è limitata alla possibilità di inserire un banner sul proprio blog! Più interessante è la funzione di aggregatore visibile in basso nell’homepage.
L’aspetto più partecipativo di questo sito è la possibilità si scegliere le priorità del programma, ma niente di significativo per quanto concerne le logiche di partecipazione del Web 2.0.

La comunicazione del PDL è, quindi, una comunicazione classica che si ripete rispetto alle precedenti esperienze della Casa delle Libertà. Quando Berlusconi approdò per la prima volta in politica(1994) ebbe il merito di aver introdotto in Italia un nuovo stile di comunicazione, preso in prestito dal contesto americano. Negli USA, però, rispetto a quel modello si sono fatti molti passi in avanti che la comunicazione del PDL sembra non aver seguito, sopratutto per la scarsa attenzione al mondo di Intenet.

Queste differenze si riscontrano, a parer mio, anche negli spot realizzati dai sostenitori dei due schieramenti: I’m PD (QUI) e Meno male che Silvio c’è (QUI). Il primo è una rivisitazione della popolarissima canzone YMCA dei Village People realizzato da un circolo milanese del Pd, mentre il secondo è un video che ha per base l’inno scritto da un giovane cantautore veronese in onore di Berlusconi. I due video, anche se perfettamente inseriti nel contesto amatoriale e spontaneo di Youtube, presentano delle differenze formali e sostanziali che secondo me rimarcano i differenti modelli di comunicazone dei due partiti (il primo mi è sembrato più “vero” e dinamico, mentre il secondo con i suoi protagonisti bellissimi e curatissimi, mi ha dato l’impressione di essere una fiction). Ovviamente questa è solo la mia sensazione a caldo appena finito di aver visto i due omaggi ai candidati leader dei due partiti più grandi…

Vi consiglio di vedere questi due video (se non l’avete già fatto), di fare un giro su Youtube e sulla Rete alla ricerca di esempi significativi di comunicazione politica dei due partiti più importanti. Poi potrete dirmi se avete riscontrato le stesse mie impressioni…
Allora, se come si dice, nelle lezioni moderne vince chi riesce a comunicare di più e meglio, che vinca il migliore (anzi, il meno peggiore!!!) ;-)

PS. Vi segnalo anche questa iniziativa di 8 giovani professionisti della comunicazione nata per supportare Veltroni. Riprende lo stile americano dei sostenitori di Obama (QUI su Youtube e QUI nel sito ufficiale).

Navigando sul Web ho scoperto molti siti e molti servizi interessanti. Vi riporto alcune “scoperte” che ho fatto nel mondo del Web 2.0, ovvero in quella parte di Internet dove le parole d’ordine sono condivisione e partecipazione. Spero che possano essere utili anche a voi (anche se sono certo che molti già li conoscerete di sicuro). Il post è un po’ lungo, speriamo che abbiate la pazienza di arrivare fino in fondo… ;-)

Il Web assume, infatti, sempre più una dimensione “sociale“. Sulla base dello spirito collaborativo e di condivisione nascono, quindi, servizi quali il social bookmarking che permettono di segnalare ad altri navigatori siti ritenuti interessanti, inoltre si sviluppa sempre più la possibilità di condivisione (sharing), si avranno quindi sistemi di image sharing, video sharing, data sharing, file sharing, …. La cooperazione interviene anche nella stesura di testi (strumenti di collaborative authoring, come la celebre enciclopedia Wikipedia o di collaborative writing & word Processing, come ad esempio Google Docs). Nel Web 2.0, ovviamente, si moltiplicano anche le possibilità di mettere in contatto tra loro gli utenti (social network, blogging, communication tools di vario tipo, …).

Il social bookmarking è un servizio dove vengono resi disponibili elenchi di segnalibri (bookmark) creati dagli utenti. Questi elenchi sono liberamente consultabili e condivisibili con gli altri utenti appartenenti alla stessa comunità virtuale. La sua utilità non è tanto quella di organizzare i propri bookmark (per quello, volendo, bastano i Preferiti di Internet Explorer o i Segnalibri di Firefox), il punto è condividere la conoscenza: segnalare ad altri navigatori un sito considerato interessante, sia per motivi professionali che per motivi prettamente ludici. Le tendenze del momento, i siti più interessanti, quelli più originali, ma anche quelli più utili per una professione o per svolgere qualche attività, vengono raccolti, segnalati e condivisi.
Oltre al più noto del.icio.us, abbiamo StumbleUpon. Il servizio combina la condivisione umana delle opinioni e l’apprendimento automatico delle preferenze. Il nome StumbleUpon (”Inciampare in”) ed è dovuto al carattere parzialmente casuale della ricerca delle informazioni. Mentre un utente sta navigando normalmente può esprimere un giudizio positivo o negativo del sito che sta navigando. Automaticamente l’indirizzo del sito viene salvato nel profilo dell’utente. Se il sito non èstato segnalato da nessun altro utente, si può comporre una breve recensione del sito e segnalare l’argomento e la lingua. Il servizio fornisce quindi la possibilità di formare comunità virtuali di persone che condividono gli stessi interessi ed ogni utente è membro sia attivo che passivo della comunità.

Tutto si può condividere, anche il proprio calendario personale. Strumenti quali Google Calendar, Yahoo! Agenda, iCal, permettono di condividere la propria agenda giornaliera con altri utenti. Un calendario può essere condiviso per intero, operazione che può risultare utile quando fai parte di un gruppo con eventi condivisi, ma che può essere utile anche per segnalare eventi o attività cui si prende parte.

Nella cultura della condivisione, ovviamente non si possono non condividere le foto e i video, cioè la condivisione delle nostre esperienze. Tra le applicazioni più utilizzate di image sharing c’è sicuramente Flirk che offre un’ampia scelta di servizi. Uno degli usi più socilai, se così si può dire, l’iscrizione a qualche gruppo tematico. Nei gruppi si discute, si guardano le foto degli altri utenti e le si commenta, eventualmente si può segnare una foto nei propri preferiti, si scambiano opinioni e riflessioni. Al pari di Flirk c’è Zoto, con la sua interfaccia facile da usare e il suo funzionamento user friendly.
Il video sharing è di certo uno delgi utilizzi del Web tra i più utilizzati. Il successo di servizi quali Youtube e simili ne è la dimostrazione. Esistono anche altre applicazioni Web in grado di trasformare il Pc in un piccolo studio di regia televisiva, un live broadcasting fai da te. Uno di questi è Ustream. Il presupposto su cui si fonda è che chiunque abbia un Pc, un microfono e una webcam può creare il suo programma. Il motto di Youtube è “Broadcast Yourself“, ma esso trova piena realizzazione con Ustream e applicazioni simili (es. Mogulus che permette di creare una vera e propria emittente televisiva da condividere nel Web. Oltre alla diretta, si possono mandare in onda video presenti sul proprio pc e video di Youtube). Insomma, adesso si possono condividere anche le TV (fatte in casa in modo del tutto amatoriale) ed è veramente semplice incorporare i clip video nelle pagine Web o nei blog.

La conoscenza nel senso tradizionale del termine passa invece attraverso il collaborative authoring, il collaborative writing & word Processing e il data sharing. Testi scritti grazie alla collaborazione di più persone che vengono condivisi. Wikipedia è un esempio su tutti. Se Wikipedia ha totalmente cambiato il modo in cui veniamo a conoscenza delle cose e collaboriamo per approfondirle, PBwiki ha però fatto un passo più: da la possibilità a chiunque di creare gratuitamente un propio wiki e di condividerlo con chi si vuole, una sorta di Wikipedia personale, una per ciascun utente. Oltre a creare un wiki, si può partecipare a quelli creati dagli altri o amministrare pagine in collaborazione con altri utenti, anche se queste non sono state create da noi.

Chiunque abbia un personal computer ha usato almeno una volta un word processor. Il Web offre la possibilità di lavorare in collaborazione sugli stessi documenti. E’ questo ciò che si propone Google Docs. I documenti sono condivisibili in tempo reale tra diversi utenti, che possono perciò aprire i file, modificarli e salvarli in contemporanea. Si possono produrre documenti direttamente all’interno di Google Docs, importarli da una mail o da un preesistente file: il sistema supporta tutti i formati più diffusi di office automation e può anche salvare in diversi formati (per intenderci, file di Word, file di Excel, .pdf, ecc). Con applicazioni quali Slide share, poi, si possono condividere anche presentazioni (es. quelle create con Powerpoint).

Anche i dati possono essere condivisi e scambiati. Swivel, ad esempio, definito dai suoi fondatori come il “YouTube dei dati“, permette di inserire dati (es. formato Excel o tab), visualizzare i dati inseriti, usare i dati inseriti da altri utenti, cambiarne le modalità di visualizzazione, comparare dataset diversi alla ricerca di covariazioni. Grafici, tabelle, database, elaborazioni statistiche, non sono più solo dati su cui lavorarci da soli, ma possono diventare pubblici e condivisi.

E addirittura anche la propria libreria personale si può condividere grazie a piattaforme come aNobii finalizzata alla condivisione di pareri e idee sui libri letti o che si vorrebbe leggere. I suoi utenti catalogano, votano, raccomandano, recensiscono libri, con la possibilità di scambiare, prestare o vendere i volumi. Ci si registra carica la propria libreria con i libri letti e le relative informazioni. Navigare tra gli scaffali di libri degli altri utenti leggendo recensioni e commenti, potrebbe essere l’occasione per conoscere nuovi titoli di cui altrimenti non si sarebbe mai sentito parlare o per saperne di più su libri che si vorrebbe leggere.

Vi è poi il famigerato file sharing che ai più è noto per il peer to peer (P2P) e il download “illegale”, come ad esempio per la musica quando si viola in diritto d’autore. Ma non è solo questo: vi sono strumenti quali Last.fm che ad esempio uniscono un potente sistema di ascolto di canzoni in streaming con la condivisione di gusti su vasta scala. Il suo funzionamento si basa su un filtraggio collaborativo dei brani musicali ascoltati su Web radio. Si possono segnalare con un clic se la canzone in onda fosse gradita o meno, in modo da adattare lo stream sempre di più alle preferenze dell’ascoltatore. Last.fm è il servizio di musica online più usato. L’utilità di Last.fm è proprio la condivisione delle proprie passioni musicali con gli altri utenti che contribuiscono con i loro ascolti alla generazione di classifiche e di “consigli per l’ascolto”.

Il web offre ovviamente la possibilità di comunicare agevolmente da una parte all’altra del Globo aumentando i flussi di comunicazione (si pensi ad esempio, a Skype, a strumeti di mssaggistica immediata come Messenger, alle chat, ecc.) e non possiamo dimenticare il fenomeno sempre più rilevante dei blog di cui ho parlato spesso. Ma è nei social network che trova adesso incarnazione la cultura del web. Tra i più diffusi c’è di certo MySpace e tra quelli i più in voga del momento c’è Facebox (da poco rinominato Netlog) da non confondere con l’altrettanto popolare Facebook (che ha funzioni simili). I membri di Netlog possono creare una loro pagina web, estendere la propria rete sociale, pubblicare playlist musicali, condividere video, postare blog e unirsi a gruppi chiamati “clan”. Netlog è una summa personale della propria identità, delle proprie competenze, dei propri interessi e della propria voglia di partecipare, anche giocando. Ogni utente ha un proprio spazio dove condivide con gli altri interessi personali, musicali, fotografici, bibliografici, ecc. Tra gli altri social network più usati c’è anche il celebre Twitter, un sisterma di micro-blogging.
Ma vi sono social network finalizzati anche alla ricerca del lavoro, come LinkedIn o Neurona che permettono di rendere disponibili i propri curricula e di mettere in contatto persone che lavorano in posti diversi con vari ruoli.

Nell’era del Web 2.0, le possibilità che hanno gli utenti di produrre e scambiare contenuti, nonché di collaborare sono moltissime. Addirittura esiste anche il cosiddetto social lending (tra i siti più importanti c’è Zopa), ovvero la possibilità di scambiare denaro in prestito direttamente tra persone, senza banche e finanziarie di mezzo. Chi possiede qualcosa la presta direttamente a chi ne ha bisogno e la community regola tutti i passaggi…

Questa è solo una piccola passeggiata all’interno dello sconfinato mondo del Web 2.0. L’immagine che ne viene fuori è ovviamente parziale e incompleta. Aspetto altri suggerimenti e segnalazioni…
Insomma, le risorse sono tante, spetta a noi internauti andarle a scoprire e usarle al meglio… ;-)

Grillo a Bologna per il V-day

In un blog che si chiama “La forza del blogging” non si poteva trascurare il V-day (Vaffa-day) oraganizzato da Beppe Grillo. Un’iniziativa che ha avuto origine esculsivamente in Rete tramite un blog, sfruttando al capacità di mettere in relazione le persone del Web. Non ho parlato dell’evento prima e adesso non voglio entrare nel merito delle polemiche. Sul V-day, infatti, è stato detto tutto e il contrario di tutto, ma da osservatore dei fenomeni sociali (ho studiato sociologia e mi sono laureato con una tesi sui blog), voglio riprendere un bel post del blog Tecnoetica di Davide Bennato in cui si analizza il Vaffa-day da un punto di vista sociologico

Davide Bennato sintetizza questa sua riflessione in 4 punti:

  • Il V-day ha mostrato la nascita un nuovo spazio politico basato sulla conversazione su Internet (i commenti al blog)
  • Ha mostrato la necessità di un nuovo linguaggio per la politica che deve essere chiaro (più chiaro del nome della manifestazione!
  • Ha mostrato la forza dell’auto-organizzazione permessa da Internet prescindendo dagli altri media
  • Ha mostrato l’incapacità della cultura circolante (politici, giornalisti, “esperti”, …) di capire il mondo sociale che li circonda

Date queste premesse, forse ha ragione Grillo quando dice che la politica e il modo di condurre il dibattito pubblico hanno bisogno di rinnovarsi, sono vecchi. Con il Web e il blog tutto potrebbe cambiare. Nelle città-Stato della Grecia classica, tutti i cittadini (eccetto donne e schiavi) contribuivano all’amministrazione della collettività senza rappresentanti. E’ utopico pensare che con il Web e i blog oggi si possa ripresentare la stessa situazione, ma credo che la politica dovrebbe imparare da questa manifestazione e cercare di tenere più in considerazione le potenzialità democratiche della Rete. In quel “gioco dei poteri” di cui parlo spesso in questo blog, potrebbe entrare a breve a pieno titolo il potere del blogging, ovvero la possibilità di ciascun individuo di poter partecipare direttamente al dibattito publico, di auto-organizzarsi, di bypassare le forme tradizionali di mediazione (politici, giornalisti, ecc.), …

Credo che il V-day ha ha dato davvero origine a un “nuovo Rinascimento“, come ha detto Grillo, perchè ha messo in evidenza i punti critici dell’attuale sistema e ha evidenziato le potenzialità dello strumento dei blog. Spero di non essere troppo ottimista… ;-)

Eccoci ancora qui. Dopo un mese di riposo, sono di nuovo pronto a scrivere sul blog. Le vacanze sono finite e il rientro come sempre è duro. Quest’anno sembra che sia ancora più duro perchè pare che ci siano rincari e aumenti di prezzo su tutto, anche sul pane. Gli italiani che riprendono la loro normale attività dopo le vacanze hanno trovato questa amara sorpresa. Anche il Ministro dell’Economia ha avuto un brusco rientro, si è accorto (forse troppo tardi) che lo Stato sperpera i soldi. Finalmente ha avuto un’illuminazione e ha visto una cosa che stà da sempre sotto gli occhi di tutti e che tutti sanno: i soldi statali, che poi sono quelli di noi cittadini, molto spesso si perdono e si sprecano tra i vari enti, le varie istituzioni, i vari disservizi, …

Se Padoa-Schioppa riuscisse davvero a tagliare la spesa pubblica e a migliorarla, entrerebbe a pieno titolo nei libri di storia e si dovrebbe sollevare un movimento popolare per fare pressioni alla Santa Sede affinchè il Ministro diventi “Santo subito!” ;-) , ma credo proprio che come tutti gli italiani pur con rabbia e amarezza devono imparare a convivere con il caro-prezzi autunnale, così il povero Ministro dovrà rassegnarsi a consegnare al prossimo governo una pubblica amministrazione che fa acqua da tutte le parti che si è ormai trasformata una macchinetta mangia-soldi.

Sono servite oltre 150 pagine al Ministro per descrivere le spese spesso eccessive e cervellotiche delle amministrazioni pubbliche, ma se la diagnosi è buona, la terapia appare ancora lontana. Tuttavia, è positivo che il ministro almeno ne parli e provi a trovare una soluzione. “Einaudi diceva: Conoscere per deliberare. Qui siamo ancora al conoscere, non al deliberare - ha sintetizzato Padoa-Schioppa in conferenza stampa al Ministero. Il «Libro verde sulla spesa pubblica», preparato dalla Commissione tecnica per la finanza pubblica, è quindi una disamina di ciò che non funziona, capito il problema le soluzioni forse arriveranno.

A non funzionare è praticamente quasi tutto ciò che riguarda le pubbliche amministrazioni. Ad esempio, il costo medio giornaliero di una degenza negli ospedali italiani è di 670 euro, il costo di una camera matrimoniale in un albergo a 5 stelle; negli altri Paesi europei si offre spesso un servizio sanitario più afficiente a costi molto più bassi per lo Stato. Per fare un altro esempio potremmo parlare del numero dei dipendenti pubblici e del loro stipendio. Dal 2001 al 2006, le retribuzioni nella pubblica amministrazione sono cresciute di circa il 30%, il 10% in più di quelle dell’industria e il doppio rispetto all’inflazione. Che dire poi dell’elevata spesa delle giustizia che però non riesce a snellire i tempi dei processi? E dei professori universitari di gran lunga in numero superiore ai ricercatori con retribzioni da capogiro? E dei corsi di laurea che non sono giustificati dalle esigenze del mercato, ma che servono solo a impiegare docenti? Mi fermo qui, ma potrei continuare un bel pò descrivendo tutte le spese che lo Stato affronta ogni giorno e che si potrebbero ridurre o addirittura evitare…

Nel mio piccolo vorrei aiutare il Ministro suggerendo un piccolo ma efficace aiuto nella riduzione della spesa pubblica: l’introduzione di software liberi o open-source (gratuiti) nella pubblica amministrazione. Ovviamente non si risolve il problema delle spese eccessive, ma un piccolo aiuto arriverebbe. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di andare lontano per vedere cosa si dovrebbe fare, baserebbe guardare cosa accade nella provincia di Bolzano dove, come ha sottolineato in una puntata di Report, risparmiano un bel pò di soldi con il sistema operativo Linux, con il pacchetto per ufficio OpenOffice e altri software simili. Si tratta di più di un milioni di euro, non di poco!

Quasi tutti i dipendenti pubblici per fare il loro lavoro usano il pc. I programmi che servono per utilizzarli  coincidono quasi sempre con quelli della Microsoft, hanno quindi un costo. Bisogna poi aggiornarli periodicamente e ci sono altri costi. Il software libero, invece, si può scaricare direttamente da Internet gratuitamente, si scaricano anche gratis gli aggiornamenti e tutto ciò che serve, compresi i manuali di istruzione.

Se a Bolzano ha funzionato, perchè non estendere a tutta la pubblica amministrazione l’uso dei software liberi? Secondo me potrebbe essere un primo passo verso il risparmio. Questa piccola soluzione digitale sarebbe quasi indolore e farebbe risparmiare da subito allo Stato qualche milione di euro, senza aspettare l’utopico licenziamento di impiegati, la riduzione degli stipendi, l’abbassamento dei costi per le prestazioni sanitarie, la riduzione del tempo di durata dei processi, ecc, ecc, …

Che ne dite? Il Ministro potrebbe iniziare da qui la sua battaglia contro l’eccessiva spesa pubblica? ;-)

Ultimamente mi sono ritrovato spesso in questo blog a “parlar male” dei vertici ecclesiastici (es. QUI e QUI). Non che io c’è l’abbia particolarmente con la Chiesa, ma ultimamente mi sembra che Benedetto XVI ne stia combinando un pò troppe. L’ultima in ordine di tempo si riferisce al documento della Congregazione per la dottrina della fede intitolato “Risposte a quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina sulla Chiesa” i cui contenuti sono stati approvati ufficialmente dal Papa che è stato per anni presidente di quest’organo (la versione riveduta e corretta del Sant’Uffizio) e che dovrebbe far chiarezza su alcuni punti della dottrina della Chiesa su cui si discuta sin dal Concilio Vaticano II.

Sembra che Benedetto XVI sia ossessionato per la verità e per la certezza. Su questo non ci sarebbe niente di male, d’altra parte è il Capo di una Chiesa e non potrebbe essere vago sui principi e sui precetti che la guidano. Il problema è che questa sua verità e queste sue certezze vuole imporle a tutti. Il documento in questione, infatti, tra le altre cose, dice che l’unica Chiesa di Cristo, “comunità visibile e spirituale” continua e permane nella Chiesa cattolica. Le altre Chiese e comunità ecclesiali non cattoliche hanno in sé elementi “di santificazione e di verità”, ma anche delle “carenze”.

Insomma, la Chiesa cattolica è quella perfetta, quella che detiene la Verità, tutte le altre potrebbero contenere frammenti di questa verità, ma non possono essere mai perfette come la Chiesa cattolica. Ovviamente tutte le altre Chiese sono state contente di questa affermazione e hanno detto che sicuramente questa affermazione è un passo avanti verso la riconciliazione!!! ;-)

Ironia a parte, come può un Papa che si dice pronto ad aprire un dialogo con tutte le altre Chiese per la riconcilizione e per l’unità, far uscire un documento simile? Secondo me si sta ritornando indietro. Benedetto XVI nella sua ossessiva ricerca della Verità (con la V maiuscola) ha allontanato ulteriormente le altre confessioni. Le reazoni, infatti, sono state molto dure. Ve ne propongo alcune…

Un teologo della Chiesa valdese, Paolo Ricca, ha detto in proposito: “Questa idea monopolistica del cristianesimo disturba ed è difficile da digerire. E’ un duro attacco all’identità altrui, anzi una vera e propria negazione [...] La mia reazione è piuttosto negativa perché il documento, affermando che la chiesa di Cristo esiste esclusivamente nella chiesa cattolica, chiude definitivamente quelle porte che il Concilio Vaticano II sembrava aver aperto [...] Ora, con questo documento, si azzerano anni di storia ecumenica e si torna alla situazione pre-conciliare [...] Ancora una volta il Vaticano ci tratta come credenti di serie C, dopo gli ortodossi di serie B“.

La Chiesa avventista in risposta al documento ha detto: “Questi documenti rassicurano le frange più conservatrici della Chiesa cattolica e mortificano coloro che hanno riposto molte speranze nel Concilio Vaticano II, creando contemporaneamente diversi altri problemi. Non giova a nessuno sentirsi superiori agli altri, nemmeno agli stessi cattolici, alcuni dei quali in questi giorni ci hanno manifestato la loro solidarietà, sentendosi offesi loro per noi”.

Le reazioni dure e polemiche giungono da ogni parte. La Chiesa Battista indignata dice: “Nessuna comunità o gruppo di credenti, piccolo o grande, può pretendere di avere l’esclusiva per il corretto uso del termine “Chiesa”. Allo stesso modo, nessuna comunità o gruppo di credenti, e nessun ministro di tale gruppo, piccolo o grande, può pretendere che la propria dottrina sia universalmente considerata infallibile solo per il fatto che la proclama tale“.

Il documento manda segnali sbagliati - ha commentato un pastore protestante - le vedute dottrinali sono molto importanti, ma non devono spaccare la Chiesa“. Secondo il presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, il documento è “un vistoso passo indietro nei rapporti tra la Chiesa cattolica romana e le altre comunità cristiane“.

I Copti, addirittura si sono sentiti offesi dal documento. Il vescovo copto Abdel Massih Bassit ha detto: “Il Vaticano offende regolarmente milioni di persone nel mondo. Invito Papa Benedetto XVI a svegliarsi dal coma [...] Non contento di avere offeso milioni di musulmani in tutto il mondo, il Vaticano colpisce ora anche la sensibilità dei seguaci delle Chiese ortodosse e protestanti”.

Il Metropolita ortodosso Kirill, ha detto che Il principio dell’unicità rivendicato dalla Chiesa cattolica vale a pieno diritto anche per la Chiesa ortodossa, in quanto erede di diritto e per successione apostolica dell’antica Chiesa unita. Per avere un dialogo onesto e fondato sulla Parola di Dio bisogna avere una chiara visione sulla posizione dell’altra parte“.

Mi fermo qui per non annoiarvi (forse l’ho già fatto ;-) ), ma questa carrellata di reazioni serve per far capire quanto polemiche e critiche nei confronti di Benedetto XVI e di questo documento sono le risposte da parte delle altre Chiese (ne ho citate solo alcune). Le reazioni sono state talmente accese che il Card. Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani (che secondo me dopo qusto documento non ha senso di esistere) è intervenuto gettando acqua sul fuoco. Il Cardinale ha invitato a rileggere con calma il testo per capirlo bene insistendo sul fatto che si tratta di “reazioni a caldo” quelle che manifestano irritazione tra i cristiani non cattolici ed ha invitato ad “una seconda lettura più serena” perchè alla base del dialogo “non vi è ciò che ci divide, ma ciò che ci unisce che è più grande di ciò che ci divide“. Insomma, il Cardinal Kasper sta cercando di attutire il rumore che si è scatenato in seguto alla pubblicazione di questo documento.

Secondo me, alla base di ogni convivenza serena c’è il dialogo. E’ impensabile cercare di raggiungere l’unità, o almeno la pacifica coesistenza imponendo il proprio punto di vista. Chiunque si attribuisce il diritto di possedere la Verità non potrà mai dialogare con chi non la pensa allo stesso modo. Questi atteggiamenti allontanano e dividono piuttosto che unire e pacificare. Benedeto XVI, secondo me, sbaglia a porsi in questo modo nei confronti delle altre Chiese. Si è introdotta la messa in latino (insultando pure il popolo ebraico per via di una vecchia preghiera che loda Dio perchè mostra pietà “perfino per gli ebrei“) per riconciliarsi con i più conservatori e poi si introducono certe imposizioni che allontanano le altre Chiese? A me tutto questo sembra assurdo, non so a voi… ;-)

Chi si ricorda l’episodio in cui un ragazzo gridò a Berlusconi: “Buffone, fatti processare!” venendo querelato dall’allora presidente del consiglio? Era il 5 maggio 2003 e i fatti si sono fuori dall’aula del processo Sme al palazzo di giustizia di Milano. Berlusconi denunciò il ragazzo, ma poi fu assolto dall’accusa di ingiurie. Quel ragazzo si chiama Piero Ricca e non si è limitato a colpire Berlusconi, ma anche altri illustri personaggi. Uno in particolare si è talmente infuriato che ha fatto in modo che il blog di Ricca fosse bloccato.

La vicenda si riferisce ad un episodio legato ad Emilio Fede e il sequestro preventivo che si è applicato è stao fatto in modo tale che nessuno potesse accorgersene: alcuni agenti della Finanza di Roma si sono presentati a casa di Ricca per notificare l’atto che segue una querela per diffamazione presentata da Emilio Fede. Il direttore del Tg4 era stato contestato da Ricca al circolo della stampa di Milano (QUI il video). Come ricorda Punto-Informatico, nei casi di denunce per diffamazione, di solito il sito o le pagine denunciate vengono poste sotto-sequestro e rimpiazzate con un avviso. In questa occasione, invece, i finanzieri si sono fatti dare la password, hanno cancellato le pagine in questione e poi hanno cambiato la password impedendo al gestore del blog di postare. Chi arriva sul blog può anche non accorgersi di nulla se non legge i commenti che si stanno scrivendo nell’ultimo post.

Piero Ricca ha inviato a molti siti un suo comunicato dove spiega quello che è successo e inneggia alla libertà di espressione. Io ho visto il video e credo che Ricca sia stato molto duro con Fede (anche se probabilmente si meriterebbe questo e anche di più). Chiunque al posto di Fede lo avrebbe querelato. Non intendo difendere nessuno (nè Fede, nè Ricca), vorrei soffermarmi però su questo tipo di censura preventiva che ci avvicina sempre più alla Cina, come dicevo nel mio precedente post. E’ il modo subdolo con cui hanno applicato le leggi che mi ha colpito in questa vicenda. Il blog è stato sequestrato per decisione del pubblico ministero, senza necessità di un’ordinanza del Tribunale così come previsto dalla legislazione sulla stampa. Non è stato oscurato e non è stato posto nessun avviso, si è solo cambiata la password.

I finanzieri che hanno eseguito l’ordinanza hanno avuto paura di una possibile reazione di tutti i lettori del blog? Hanno agito così subdolamente per non fare scalpore? I finanzieri volevano giocare a fare i bloggers? Si vogliono intimorire e terrorizzare i bloggers? E’ un modo per censurare facendo finta che è tutto a posto? Non lo so…

Sulla vicenda si pronunceranno i giudici e molto probabilmente anche questa volta Ricca sarà assolto, ma credo che questo episodio possa rappresentare un pericoloso precedente per tutti coloro che hanno un blog e che sono per la totale liberà di espressione! Applicare forme di censura così subdole, non mi sembra tanto democratico…

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Il terrorismo internazionale è purtroppo un problema che ci riguarda tutti. Gli sventati attentati a Londra di pochi giorni fa ne sono l’ultimo esempio. A tal proposito, il commissario europeo con delega per la Giustizia, Franco Frattini, ha detto che “I terroristi continueranno sempre a provarci, sta a noi arrivare prima“, pertanto l’Unione Europea sta preparando un nuovo pacchetto anti-terrorismo che presenterà nei prossimi mesi.

Fin qui non ci sarebbe niente da ridire se non fosse che le nuove norme in materia di antiterrorismo riguardano anche Internet e, in nome della sicurezza, si vuole proporre in Europa un meccanismo simile a quello adoperato in Cina per praticare la censura sul Web. Il fine giustifica i mezzi o si sta rischiando di rovinare la natura democratica di Internet?

Per oscurare le pagine ospitate su server europei bastano le leggi degli stati membri (il sito dell’orgoglio pedofilo ne è un esempio), il problema rimane per tutte le pagine che risiedono in altri Paesi, per le quali sarebbe necessario un intervento dei provider, ovvero di quelle compagnie che ci permettono di accedere a Internet. Se chi ci permette di andare in Rete intervenisse impedendo sistematicamente di raggiungere certi indirizzi IP, allora l’accesso a certi siti indicati dai governi sarebbe praticamente impossibile. Ma se in Cina fanno ciò per praticare la censura (QUI si spiega come avviene la censura cinese online, detta “Grande muraglia digitale”), da noi ciò si farebbe per prevenire il terrorismo. A questo punto sorgono però dei dubbi…

I primi ad avere qualcosa da ridire sulla leicità di queso provvedimento sono stati gli inglesi sostenendo che ciò va contro la natura di Internet perchè questo va contro la libertà di espressione e che non è compito dei provider monitorare il traffico in Rete. ISPA, l’associazione dei provider britannici, si è detta pronta ad opporsi a qualsiasi tentativo di rendere responsabili gli ISP del contenuto criminale disponibile in Rete. Secondo un portavoce dell’organizzazione, i provider “non sono editori, non hanno alcun controllo sul materiale posto sui loro server da terzi“.

Ma poi, chi decide quali siti censurare e quali no? Secondo quali criteri? E se un giorno si adoperasse questo sistema per praticare forme di censura come quelle cinesi? E con la privacy, come la mettiamo? Frattini ha risposto indirettamente a tutte queste domande in una intervista, riportando l’esempio dei siti che insegnano a produrre bombe in modo artigianale. “Semplicemente non dovrebbe essere possibile permettere alle persone di insegnare in rete come costruire una bomba. [...] Tutto questo non ha niente a che vedere con la libertà di espressione. [...] Troppo spesso scopriamo siti che contengono tutte le istruzioni per la creazione di una bomba“.

In effetti, non è dificile imbattersi in un sito che spiega come costruire ordigni (questo è uno dei tanti, ma cercando su un motore di ricerca se ne trovano centinaia), ma ciò non giustifica il fatto che l’Europa debba operare come fa il governo illiberale della Cina. Il rischio è, secondo me, che in nome dell’antiterrosrismo si introducano nella gestione dei siti Web dei meccanismi che potrebbero condizionare il principio democratico che sottostà alla Rete, limitando la libertà di espressione che è propio un punto di forza di Internet.

Ovviamente il problema del terrorismo è serio e richiede un intervento. Il pericolo che il Web possa diventare un mezzo utilizzato dai terroristi per scambiarsi messaggi e informazioni che potrebbero minare la sicurezza internazionale è concreto. Ma questo è un rischio insito nel fatto che Internet è un medium del tutto libero. Non bisogna, quindi, secondo me, predisporre meccanismi censori o di selezione, ma vigilare il più possibile affinchè certi comportamenti pericolosi vengano arginati in qualche modo.

Mi rendo conto che il problema è molto complesso e di non facile risoluzione, ma operare meccanismo censori simili a quelli adoperati per mettere a tacere i dissidenti e imporre una visione distorta della realtà utilizzati dalla Cina, mi sembra troppo richioso per la libertà di espressione. Faccio un esempio per far capire da dover nascono le mie preoccupazioni: questi meccanismi di prevenzione al terrorismo ovviamente non riguardano la televisione perchè lì c’è un controllo ex-ante. Non tutti possono avere accesso all TV, ci sono dei meccanismi di selezione. In Rete, invece, chiunque può avere un proprio punto di presenza (i blog ne sono un esempio e non a caso sono tra le pagine Web più censurate in Cina - QUI una rassegna sulla censura online in Cina). Tramite il Web chiunque può partecipare al dibattito pubblico e ciò comporta un aumento della libertà di espressione. Introdurre dei meccanismi di controllo ex-ante anche in Internet (sebbene per un fine nobile), andrebbe in ogni caso contro la sua natura democratica… Io la penso così, voi che ne pensate? ;-)


Google, il regista Michael Moore, il sistema farmaceutico americano e le grandi aziende farmaceutiche sono al centro di un polverone mediatico che ruota intorno al nuovo film-documentario del regista statunitense. Google è prima di tutto un’azienda, è un concetto che dobbiamo ricordarci, ma siamo talmente abituati all’uso di questo motore di ricerca e di tutti i servizi che esso offre, che a volte c’è ne dimentichiamo. C’è addirittura chi identifica Google con Internet stesso. Nella realtà le cose sono ben diverse e l’episodio che stò per raccontarvi lo dimostra…

Tutto è iniziato con l’uscita dell’ultmo film-documentario del regista statunitense Michael Moore che come nel suo stile è molto satirico, ma anche molto feroce contro i poteri (famoso il suo documentario sull’11 settembre, Fahrenheit 9/11 in cui si accusa pesantemente Bush). Oggetto di questo suo utimo documentario che si intitola Sicko, è il sistema sanitario nazionale americano legato alle grandi case farmaceutiche, con le sue lacune, le sue mancanza e le sue contraddizioni. In particolare, la sanità statunitense viene dipinta come un sistema mosso semplicemente dal profitto e dal marketing che, incurante del benessere dei pazienti e della loro salute, è più orientato a battere cassa piuttosto che a far guarire le persone che assiste.

Sicko (per farvi un’idea vi consiglio di andare QUI, nello spazio ad esso dedicato sul sito del regista) ha ovviamente sollevato un vespaio di polemiche e subito in Rete si è aperto il dibattito che di certo non ha portato un buon ritorno in termini di immagine al sistema sanitario americano. Fin qui non ci sarebbe nulla di strano. Gli americani sono abituati ai documentari di Moore e alle reazioni che essi provocano all’opinione pubblica del loro Paese e non solo. Il film-documentario ha ricevuto un’accoglienza più che positiva da critici, blogger e giornalisti e il Web pullula di recensioni del film e articoli che prendendo spunto dalla pellicola mollano fendenti violentissimi contro il sistema sanitario e le grandi case farmaceutiche.

A complicare la vicenda è intervenuto però Google. Alcuni giorni fa, su uno dei blog del colosso americano è apparso un post in cui si critica il documentario di Moore e si invitano le aziende farmaceutiche a contrapporre alla pessima pubblicità apportata loro da “Sicko”, massicce campagne pubblicitarie di annunci Google (quelli per intenderci che appaiono sulla parte destra della pagina internet quando si effettua una ricerca sul motore di ricerca o nei blog che tentano di guadaagnare con la pubblicità di Google AdSense) legati alle parole-chiave “Michael Moore” e “Sicko”, in modo da bilanciare l’effetto negativo sull’opinione pubblica del documentario e in modo da garantirsi una grande visibilità visto che il dibattitto in Rete sul documentario è talmente acceso che quelli legati a Moore e al suo ultimo lavoro sono i termini tra i più ricercati dagli utenti del motore di ricerca.

Un articolo simile non poteva che sollevare ulteriori polemiche, questa volta rivolte a Google. A poco è servito un secondo articolo apparso nello stesso blog, nel quale l’autore ha dichiarato che le cose espresse nel precedente post erano solo opinioni personali e non il punto di vista della società. La blogosfera è insorta, e sono migliaia i commenti e i post critici (se non ingiuriosi) apparsi in poche ore sull’argomento. Google è stato accusato di aver venduto l’anima al diavolo, di pianificare campagne più propagandistiche che pubblicitarie, di considerare i navigatori internet solo polli da spennare nonostante i proclami politically correct, ecc, ecc.

Probabilmente è vero quello che dice l’autore del blog di Google e magari il noto motore di ricerca non ha previsto una politica di questo tipo a riguardo del documentario di Moore, ma ormai la frittata è fatta. Tutta questa vicenda deve però farci riflettere sulla natura commerciale di Google e sul fatto che, come ha scritto l’Inquirer, ci dobbiamo svegliare dal sonno e porre fine al sogno Google. Non è soltanto il miglior motore di ricerca al Mondo, ma una compagnia finalizzata al profitto che per di più usa vecchi trucchi pubblictari.

A questo punti mi sorge spontanea una domanda: visto che Google è il motore di ricerca più usato al Mondo, cosa succederebbe se esso decidesse di pilotare i risultati delle ricerche? La sua policy fin ora, per quanto se ne sa, è andata nella direzione opposta, ma potremmo svegliarci un giorno e capire che il sogno Google in realtà era un incubo!!! ;-)

Un fotogramma dello spot

Il cinema europeo è eccitante o eccitato? Questa è la domanda che si pongono le persone vedendo uno degli spot che sono stati realizzati dall’Unione Europea per promuovere il cinema del Vecchio Continente. Sono tre gli spot della UE per il Cinema: uno centrato sul romanticismo, uno su solitudine e rapporti umani e il terzo sulla passione.

Proprio quest’ultimo ha fatto discutere molto ed è stato diffuso tra le polemiche. Io non ci vedo niete di male, ma evidentemente da alcune organizzazioni ci si aspettano comportamenti e modi di comunicare più “istituzionali”. Ma veniamo ai fatti…

Lo spot delle polemiche dura solo 44 secondi, ma racchiude 18 spezzoni di scene di amplessi tratti da altrettanti film d’autore europei. Per fare solo alcuni nomi, c’è “Il favoloso mondo di Amelie” del francese Jean-Pierre Jeunet, “La mala educacion” dello spagnolo Pedro Almodovar, “Le onde del destino” del regista danese Lars von Trier e per l’Italia “La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana e “The Dreamers” di Bernardo Bertolucci.

Lo spot è approdato su YouTube entrando in poco tempo nella classifica dei video più visti. Il titolo dello spot è allusivo “Film lovers will love this” (Gli amanti dei film lo ameranno) e il video si conclude in un modo ancoa più allusivo invitando ad andare al Cinema con la scritta “Let’s come together” (Veniamo insieme!).

Lo spot, come dicevo, ha fatto molto discutere, in particolare un parlamentare europeo ha criticato l’operazione, mentre la Commissione europea la difende a spada tratta. Riporto da TGCOM, una parte della querelle: Il deputato polacco Maciej Giertych, esponente della “Lega delle famiglie polacche“, già famoso per la diffusione di un opuscolo antisemita e per la crociata per l’abolizione dell’omosessualità ha dichiarato: “L’Unione europea usa metodi immorali per promuovere le proprie attività”. La Commissione europea ha replicato tono su tono. “Il vero scandalo è che si sia creata polemica su questo video, che oltretutto, al momento della presentazione al Film Festival di Berlino, lo scorso febbraio, ha avuto un’ottima accoglienza”, ha ribattuto la commissaria all’informazione, Viviane Reding, tramite il suo portavoce Martin Selmayr. “Quegli spezzoni, tratti da film di grandi registi europei rispecchiano i valori su cui si costruisce l’Europa multiculturale. La gioia, la tristezza, l’amore e la diversità sono i sentimenti che esprimono l’identità più forte ed apprezzata del nostro cinema, ed è assurdo che tutto questo venga messo in discussione”, ha concluso Selmayr.

Insomma, per farla breve e per non annoiarvi, io non penso che questo post possa turbare gli animi di nessuno o possa essere immorale. Le famiglie che stanno tanto a cuore a Maciej Giertych, famoso per essere contro gli omosessuali, non hanno niente di cui temere. Tra l’altro facendo zapping in Tv si possono vedere scene molto peggiori e poi… si tratta pur sempre di cinema d’autore, non credo si possa parlarte di spot pornografico (come ha detto qualcuno). Inoltre, lo spot fa parte di una trilogia che cerca di cogliere tutti gli aspetti dei sentimenti umani rappresentati tradizionalmente dal Cinema, perchè dimenticare gli aspetti passionali?

Chi ha mosso queste accuse contro il video credo che voglia solo strumentalizzare la vicenda per farsi pubblicità e per perorare la propria causa omofoba (QUI un articolo che sintetizza la posizione di sul mondo omosessuale di Giertych e della destra polacca). Un pò quello che avviene in Italia quando c’è di mezzo il Family Day o il Gay Pride: ogni occasione è buona per fare polemiche e per accusare gli altri.

Ma Maciej Giertych non poteva trovare uno spazio migliore o un’occasione più importante per mettere in scena certe polemiche? Il cinema è arte e lo spot della UE, secondo me, non è nè osceno, nè di pessimo gusto. A me è piaciuto anche per l’ironia delle frasi e degli slogan che lo accompagnano. Si accusano sempre le istituzioni di essere noiose quando comunicano, finalmente abbiamo una comunicazione istituzionale giovane e ci lamentiamo pure!? ;-)

Non metto il video dello spot nel blog per non “scandalizzare” o offendere nessuno, ma chi vuole può visionarlo QUI. Aspetto un vostro parere su tutta la vicenda…

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Sono terreni di gioco delicatissimi quelli della libertà di espressione e della tutela dei minori. Al loro interno occorre muoversi con molta delicatezza sebbene qualsiasi movimento risulti goffo come quello di un elefante dentro un negozio di cristalli. Le questioni che riguardano i due temi messi insieme sono molto complesse e particolarmente delicate. In nome della libertà di espressione, ad esempio, si è celebrato in Rete la giornata dell’orgoglio pedofilo e in nome della tutela dei minori spesso si censurano siti innoqui. Se in questo già difficile sistema si inseridce anche la Chiesa la situazione diventa molto complicata.

Ho fatto questa premessa perchè non è facile parlare di certi temi ed è ancora più difficile riuscire a prendere uan decisione netta. L’ultimo caso che riguarda i temi di libertà di espressione, pedofilia e Chiesa è relativo ad un giochino in flash della celeberrima factory Molleindustria.

Il gioco si chiama provocatoriamente Operazione: Pretofilia ed è stato sviluppato dopo la trasmissione del video Sex crimes and Vatican nella trasmissione televisiva di Santoro che aveva rischiato al censura. Secondo la Molleindustria, ci sarebbe un torbido intreccio tra tra Chiesa, silenzi e pedofilia. L’attenzione mediatica, però, può far sì che molte cose cambino.

Lo scopo del gioco è distogliere l’attenzione mediatica dagli abusi sessuali in seno alla Chiesa e far perpetuare il silenzio. Degli “agenti silenziatori” pagati dal Vaticano sono capaci di intimidire testimoni e sottrarre alle forze dell’ordine turpi membri del clero. Occorre far sì che nessun prete colpevole venga arrestato, quindi bisogna fare in modo che i parenti delle vittime non denuncino i fatti e bisogna fare in modo di veicolare l’attenzione mediatica altrove. Vince chi riesce a far arrestare meno preti e a mantenere l’attenzione mediatica bassa.

L’intento è nobile. Far sì che si parli della vicenda il più possibile in modo che i cittadini siano informati su ciò che avviene in certi casi all’interno della Chiesa. La provocazione è voluta. In nome della libertà di espressione si cerca di richiamare l’attenzione dei media e dei cittadini su una questione spinosa.

Ma questa intenzione nobile forse non è stata ben colta da alcuni parlamentari che quando c’è di mezzo la Chiesa sono sempre pronti ad intervenire per riscuotere consensi. Questa volta è toccato a Luca Volontè che ha definito il gioco “provocatorio e offensivo“, tanto da far intervenire il Governo a provvedere “con urgenza a oscurare il sito“.

La solita censura? Ha ragione Volonte? E’ difficile dirlo proprio perchè in ballo ci sono temi molto delicati. “Nessuno - avverte il deputato dell’UDC - cerchi alibi con la scusa della libertà di espressione di sedicenti artisti offendendo così la sensibilità umana e religiosa. È necessario che il Governo adotti provvedimenti tali da evitare che anche in futuro possano verificarsi casi analoghi di offese al sentimento religioso e alle confessioni religiose in generale e a quella cattolica in particolare“.

Dal canto loro, quelli di Molleindustria si difendono sostenedo che il loro scopo era quello di sensibilizzare l’opinione pubblica a riapire un dibattito interessente avviatosi con la trasmissione di Sex Crimes and Vatican e finito in quello stesso momento. Le notizie scomode, per quanto dolorose da divulgare, debbono lo stesso raggiungere i citttadini. “Chiaramente la libertà di espressione in Italia non può essere garantita a chi non è supportato da una potente istituzione [...] Siamo convinti che perseguire un videogioco satirico con l’accusa di pedopornografia sia, oltre che un attacco alla libertà di espressione, anche un danno alla sacrosanta lotta agli abusi sui minori“. Intanto, Molleindustria prima di venir censurata dalla Polizia Postale si è auto-censurata togliendo il giochino dal suo sito (Volontè voleva censurare tutto il sito!)

Per chi volesse farsi un’idea del gioco e capire se realmente può offendere qualcuno e se sia stato giusto chiedere la censura, il giochino è disponobili in lingua inglese (su server non italiani) in molti altri siti, tra cui QUESTO e in italiano QUI. Uno dei punti di forza della Rete è, infatti, che non si può facilmente censurare. Se si chiude da una parte, le cose rispuntano da un’altra parte. Se ciò è un bene per la libertà di informazione, a volte può essere nocivo. Come nel caso del sito dell’Orgoglio pedofilo, oscurato in Italia, ma raggiungibile con un apposito link inserito in alcuni siti pedofili. Ovviamente vale la pena correre il rischio affinchè ci sia piena libertà di informazione, ma in questo caso è difficile pronunciarsi perchè in ballo c’è la questione spinosa della pedofilia e nel caso del giochino degli abusi contro i minori all’interno della Chiesa.

Io sarei più propenso a lasciare in circolazione il gioco e a non praticare nessuna forma di censura, ma quando ci si trova di fronte a certi temi diventa dfficile scegliere… Voi che ne pensate?

Questo sarà un post breve, lascerò che sia il video a parlare. Nasce dopo aver appreso dal blog di Beppe Grillo una notizia apparentemente banale: qualche giorno fà, una giornalista americana di origine polacca, Mika Brzezinskisi, si è rifiutata in diretta di dare come notizia di apertura la scarcerazione di Paris Hilton (come previsto dalla scaletta preparata dalla redazione), ritenendo più opportuno parlare di un fatto relativo alla guerra in Iraq. La giornalista ha prima tentato di bruciare il foglio e poi ha infilato le notizie nel trita-documenti.

Il fatto è banale, ma dimostra come alcune “notizie soft” spesso trovino molto più risalto del dovuto; a volte, come dice Marco Travaglio, per coprire fatti più importanti che si vuol tacere o nascondere ai più. Per fortuna che c’è la Rete dove certe notizie trovano lo spazio dovuto.

Visto che il messaggio lanciato dalla Brzezinskisi è fin troppo chiaro, non aggiungo nessun altro commento. Mi limito solo a postre il video sperando che questo filmato diventi l’emblema del giornalismo in Italia, Paese che secondo la classifica di Freedom House sulla libertà di informazione, stà al 79esimo posto (a parimerito con la Repubblica del Botswana) ed è indicata come partly free!!! ;-)

Oggi voglio raccontarvi una storiella che, però, non ha il lieto fine: “C’era una volta in un posto in Africa una tranquilla popolazione che purtroppo fu insidiata da una brutta malattia che colpiva i bambini. Gli stregoni pensarono che si trattasse di una punizione divina, ma gli scienziati di tutto il Mondo si misero a ridere e lanciarono un appello a tutti i grandi farmacisti volenterosi che avessero avuto voglia di aiutare questa buona popolazione. Rispose all’appello una grande casa farmaceutica che disse: “C’è l’abbiamo noi la medicina. E’ un nuovo prodotto che funzionerà di sicuro”. Tutti furono contenti, sia la popolazione africana che gli scienziati mondiali. Iniziata la somministrazione del farmaco, però, i bambini non solo non guarivano, ma addirittura si ammalavano ancora di più. Gli scienziati capirono che qualcosa non aveva funzionato e gli stregoni si convinsero ulteriormente che si trattava di una punizione divina“.

Questa non è solo una storia, ma è un fatto realmente accaduto. La popolazione africana è quella nigeriana, la brutta malattia è la meningite che colpisce i bambini. Gli scienziati sono quelli dell’OMS e la casa farmaceutica è la Pfizer, oggi nota soprattutto perché produce il Viagra.

I fatti risalgono al 1996, quando si diffuse in Nigeria una grossa epidemia di meningite. L’OMS chiese aiuto alle industrie farmaceutiche internazionali e all’appello rispose subito la Pfizer, la quale dichiarò di aver appena messo a punto un farmaco nuovo, il Trovan, che di sicuro sarebbe stato di grande aiuto per sconfiggere l’epidemia di meningite. Il farmaco fu somministrato a 200 bambini che inconsapevolmente hanno svolto la funzione di vere e proprie cavie umane. La medicina, infatti, non era stata testata, lo si stava facendo in quel momento. Duecento bambini, quindi, usati come oggetti per poi scoprire che la medicina non funziona e, soprattutto, che ha effetti collaterali micidiali. Dei 200 piccoli malati, infatti, 11 sono morti poco dopo, molti sono rimasti paralizzati, molti altri hanno perso la vista, altri ancora l’udito.

Adesso il governo nigeriano, dopo aver per anni esitato di fronte alle richieste disperate dei genitori delle piccole vittime, si è deciso a chiedere alla Pfizer un risarcimento di 7 miliardi di dollari. L’accusa del governo nigeriano è chiara: “La Pfizer non ha mai detto di voler sperimentare un farmaco o di voler eseguire dei test clinici sulla popolazione, ma ha sempre sostenuto di voler portare aiuto umanitario“.

Il colosso farmaceutico ha ovviamente respinto tutte le accuse, sostenendo che il medicinale “ha salvato molte vite” e di aver agito esclusivamente nell’interesse dei bambini. Inoltre, la Pfizer si difende sostenendo che non si può affermare con certezza che la trovafexocina, il principio attivo del Trovan, sia stato l’effettiva causa delle morti e delle gravissime menomazioni. Ma a smentirli c’è un preciso documento della Food and drug administration del 1999, secondo cui l’uso del Trovan non è mai stato approvato per il trattamento della meningite in quanto “legato a tossicità epatica e mortalità“. L’elenco delle controindicazioni è tale che appare evidente perchè quel farmaco non sarebbe mai dovuto essere somministrata a 200 poveri innocenti.

Io ovviamente tifo per il governo nigeriano. Non credo nella buona fede della Pfizer che oggi è diventata plurimilionaria grazie al Viagra. Per denaro si fa di tutto e con la scusa degli aiuti umanitari la casa farmaceutica ha risparmiato tutti i soldi della sperimentazione medica. Ma come si possono fare certe cose in modo così cinico, per lo più approfittando della scusa degli aiuti umanitari e sui bambini!? Io non riesco a capirlo!!!

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Molte volte mi sono trovato in questo blog a dover avere una posizione critica nei confronti della Chiesa (es. QUI e QUI). Questa volta, però, devo parlare di un fatto che seppur indirettamente difende le posizioni della Chiesa. Bisogna essere obiettivi, no!? ;-)

L’episodio riguarda la molto tollerante e multi-culturale Inghilterra dove nelle scuole è permesso qualsiasi tipo di elemento distintivo di una cultura o di una religione (ad esempio, sono permessi il velo islamico o i braccialetti sikh), ma una cosa proprio non va giù agli inglesi: il fatto che una ragazza possa dire di voler arrivare al matrimonio senza aver fatto sesso, ovvero vergine!!!

Mi spiego meglio: in un liceo vicino Londra è stato impedito ad una ragazza di 16 anni di indossare l’anello di castità. Non si tratta della cintura di castità indossata dalle donne nel Medioevo quando i mariti stavano lontano casa, ma di un sottile anello di argento su cui sono incisi i versi del Nuovo Testamento che esortano i cristiani a evitare la dissolutezza, cioè quelli secondo i quali si dovrebbe arrivare illibati al matrimonio. Lo scopo, ovviamente, è quello di rendere noto a tutti questa scelta, sopratutto ai ragazzi che vorrebbero in qualche modo avvicinarsi… ;-)

Pare che indossare oggetti del genere sia contrario al regolamento scolastico. Lo stesso regolamento, tra l’altro, ammette qualsiasi altro simbolo religioso o culturale, ma non prevede l’anello in argento della castità. Questa forma simbolica di “cintura della castità” è al centro di un programma denominato Silver Ring Thing, nato negli Stati Uniti a metà anni ‘90 ad opera di alcune associazioni cristiane per contrastare l’elevato numero di gravidanze tra le adolescenti. Il programma è arrivato negli ultimi anni anche nel Regno Unito e i genitori della ragazza fanno parte del gruppo di volontari che si occupa del progetto Silver Ring nel Regno Unito.

La famiglia della ragazza ha fatto ricorso presso l’Alta corte britannica perchè ritiene che questa sia una discriminazione. In una cultura sempre più aperta e multietnica che accoglie tutto e tutti, è assurdo che una ragazza non possa manifestare apertamente una propria scelta (condivisibile o meno).

A perte il fatto che, secondo me, questa cosa viola la libertà di espressione, ritengo che si debba in ogni caso rispettare la scelta di questa ragazza che per motivi religiosi ha deciso di non avere rapporti sessuali prima del matrimonio. Molti si metteranno a ridere al pensiero che ai giorni nostri ci sia gente che ancora pensa queste cose, altri saranno compiaciuti nel sapere che le “brave ragazze” illibate di una volta esistono ancora, comunque la si pensi bisogna rispettare la volontà di questa giovane donna e bisogna difendere la libertà di esprimere questa sua scelta nel modo che ritiene più opportuno (ovvimante non distrurbando o offendendo nessuno).

L’anello della verginità non credo possa arrecare danno a nessuno e non credo che sia una cosa così disdicevole da non poter essere indossato a scuola, soprattutto in un contesto dove è ammesso e tollerato qualsiasi simbolo religioso o culturale. Non voglio dire, come fanno genitori della ragazza, che aprirsi a nuove culture ha comportato la messa in secondo piano delle posizioni dei cristiani e dei valori tradizionali, ma credo che al pari di tutti gli altri simboli, il “silver ring” debba essere tollerato, qualsiasi posizione si abbia in merito all’argomento. Che ne dite? ;-)

Come tutti i fenomeni editoriali, più si alza la suspence è più saranno le copie vendute, soprattuto se si tratta di una saga e si è giunti finalmente, dopo sette libri, all’ultimo episodio. Mi riferisco ovviamente alla saga di Harry Potter. La scrittrice, J. K. Rowling, ha fatto di tutto per tenere nascosto al pubblico cosa c’è in serbo per i suoi lettori nell’ultimo capitolo delle vicende del giovane apprendista mago, ma ad un mese dall’uscita del libro in Inghilterra, in Rete cominciano a girare alcune voci che potrebbero rovinare la sorpresa ai fans del maghetto e potrebbero non far dormire sonni tranquilli all’autrice a all’editore.

Pare che un hacker britannico che si firma Gabriel (come l’angelo Gabriele, quello dell’Annunciazione), sia riuscito ad entrare in uno dei computer della casa editrice e sia riuscito a leggere il plot del libro “Harry Potter and the Deathly Hallows”. Evidentemente i bit sono poco sensibili agli incantesimi e nessuna magia è riuscita a fermare l’hacker (credo che sia questa la pagina dove si è diffusa la notizia).

Gabriel ha spifferato tutti i dettagli della storia del maghetto, ma ovviamente, da buon hacker, il pirata informatico dal nome angelico, si è pure vantato di come sia riuscito a portare a termine la sua missione. Ha spiegato che si sarebbe limitato a mandare una mail infetta a uno che lavora nella casa editrice: “E’ stata una delle più semplici strategie d’attacco ed è davvero incredibile il numero delle persone all’interno di Bloomsbury che sono in possesso del libro e delle bozze“.

La notizia è già curiosa di per sè, ma a renderla ancora più “suggestiva” sono le motivazione che il pirata informatico ha portato. Pare che sia stato il Cardinal Ratzinger ad ispirarlo in questo suo gesto. Qulache tempo fa, infatti, quello che oggi è Papa Benedetto XVI era stato duro nei confronti della saga di Harry Potter sostenendo che questa storia corromperebbe i giovani e fomenterebbe al neopaganesimo. La punizione ideale per tutto ciò, secondo Gabriel, sarebbe quella di rovinare l’uscita dell’ultimo episodio attraverso una serie di anticipazioni. Queste le parole del Papa che avrebbero suscitato nell’hacker il sentimento di vendetta.

Tutta questa storia potrebbe essere una semplice trovata pubblicitaria per il grande evento della presentazione del libro il 21 luglio. Visto il grande successo riscosso dal Codice da Vinci dopo che la Chiesa si era espressa contro la sua pubblicazione facendogli pubblicità indiretta, magari la Rowling vuole fare il colpaccio, tuttavia Harry Potter gode già di una tale popolarità che, secondo me, non ha bisogno di questi mezzucci. Potrebbe essere davvero il frutto della bravura di un un hacker che ha dato una motivazione fantasiosa o che fanaticamente ha davvero agito per punire gli istigatori al neopaganesimo, ma potrebbe essere anche una bufala di quelle che circolano in Rete. La casa editrice intanto tace e nell’attesa di sapere quale sarà l’esito di questa vicenda, vi riporto le notizie principali diffuse dall’hacker Gabriel, non si sa mai…

Tranquilli, non voglio rovinare al sorpresa a nessuno, non lo scrivo nel post, chi vuole può leggerle QUI.   ;-)

> AGGIORNAMENTO: Se volete sapere come è andata a finire, QUI trovate tutto.

Oggi su tutti i giornali e nei TG, una delle notizie più importanti è che finalmente la disoccupazione è diminuita, addirittura sarebbe ai minimi storici. E’ stato pubblicato dall’Istat, infatti, il dato relativo all’occupazione nel primo trimestre 2007. Secondo l’Istituto Nazionale di Statistica, il tasso di disoccupazione, sceso al 6.2 %, miglior risultato dal 1992.

Questa notizia dovrebbe rallegrare tutti, basta leggere gli articoli de laRepubblica oppure, ancor meglio, de l’Unità, per capire di fronte a quale prodigioso evento ci troviamo. Ma qualcuno sa come si calcola il tasso i disoccupazione? La formula sta ad inizio post: si divide il numero delle “persone in cerca di lavoro” per la “forza lavoro”, cioè la somma delle “persone in cerca di lavoro” e gli “occupati” e si moltlipica per 100. Detto questo (è più facile a farlo che a dirlo, mi perdonino gli economisti), a me è venuto il dubbio che i giornali abbiano un pò “parafrasato” il dato Istat. Il dato, infatti, potrebbe essere un pò falsato dal fatto che molta