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E’ da tempo che se ne parla e non sono mancate le polemiche, ma l’Enel va avanti nel progetto di produrre energia nucleare in Slovacchia, a Mochovce, un minuscolo centro sede della centrale nucleare di proprietà della Slovenske Elektrarne, la società di cui l’ Enel ha aquisito il 66% delle azioni nel 2005 (QUI il profilo dell’Enel).
Forse non ci sarebbe nessun problema se non fosse che i reattori presenti a Mochovce e quelli che si stanno per costruire sono delle potenziali bombe atomiche, nel senso che hanno livelli di protezione bassi.
La centrale di Mochovce fu costruita dai russi quando l’allora Cecoslovacchia faceva parte dell’Unione Sovietica e allora (negli anni ‘80, con la guerra fredda e prima che entrassero in vigore le moderne norme sulla sicurezza e sull’impatto ambientale di certe costruzioni) ottenne i permessi. La sua acquisizione da parte dell’Enel fu accolta da polemiche e critiche perché gli ambientalisti protestarono facendo appello ai risultati del referendum del 1987 con il quale l’80% della popolazione italiana si era pronunciata contro l’uso dell’energia atomica.
Dopo vari ritardi e tanti fermi, adesso l’Enel (probasbilmente incoraggiata dal riaprirsi del dibattito sul nucleare in Italia) pare voglia procedere definitivamente alla costruzione di alcuni nuovi reattori in Slovacchia secondo i vecchi progetti. L’Enel si appella al fatto che il caro-petrolio costringe sempre più a ricorrere ad altre forme di energia e che a beneficiare deli vantaggi derivati dalla produzione di energia nucleare a Mochovce saranno in larga misura gli italiani.
Il problema è che i reattori di Mochovce sono una vecchia progettazione sovietica, quindi, usano vecchie tecnologie e per di più non hanno nessun guscio di contenimento che possa prevenire il rilascio di radioattività nell’ambiente nel caso di incidenti rilevanti.
Benché oggi i reattori nucleari di terza generazione debbano avere due gusci di contenimento, l’Enel vuole quindi continuare a costruire secondo i vecchi progetti senza predisporre alcun guscio protettivo. Pertanto, se sciaguratamente un aereo entrasse in collisione con la struttura (l’11 settembre insegna) si potrebbe innescare una catastrofe nucleare senza precedenti nel bel mezzo d’Europa (per intenderci, a 500 Km da Venezia).
Greenpeace critica da tempo il progetto (il video in alto è un suo spot contro la costruzione di questi reattori senza guscio), la posizione del governo Slovacco è ambigua e per questo è stato citato in giudizio dall’associazione ambientalista e anche i paesi vicini quali l’Austria non sono contenti di avere una potenziale bomba atomica a pochi kilometri di distanza.
Insomma, il problema energetico è sicuramente di enorme gravità e va affrontato, ma se qualche volta si pensasse davvero di più agli interessi collettivi (salute, ambiente, risparmio energeico, …) piuttosto che ai soli interessi economici forse il problema sarebbe di più facile soluzione…
Che ne pensate?
La questione delle balene assume toni un po’ grotteschi all’ultimo Meeting della Commissione baleniera internazionale (IWC) in corso a Santiago del Cile. Adesso sono i giganti del mare ad essere sotto accusa e non i loro cacciatori. Giappone, Norvegia e Islanda accusano i cetacei di essere una della cause della mancanza di cibo nei Paesi poveri (QUI).
Pare che Giappone, Norvegia e Islanda non potendo più negare di essere i Paesi dove ci sono i maggiori cacciatori dei cetacei e che quindi per causa loro adesso le balene rischiano quasi l’estinzione, vorrebbero convincere tutti di stare agendo per il bene comune.
WWF Italia, tramite Massimiliano Rocco, fa sapere che questa presa di posizione è assurda. Si tratta di una scusa usata per «giustificare la loro caccia alle balene e per sviare l’attenzione dal vero problema, quello della pesca che sta letteralmente ripulendo i mari, provocando un calo preoccupante di specie come tonni, merluzzi e salmoni».
Per smentire le accuse secondo le quali le balene sono responsabili del calo delle risorse ittiche nei mari sarà presentato dal WWF lo studio scientifico Who’s eating all the fish? (Chi sta mangiando tutto il pesce?) che dimostra - spiega ancora Massimiliano Rocco - “come oltre il 60% del pesce pescato nei paesi poveri non rimanga nei mercati locali ma finisca in quelli europei, giapponesi, nord-americani e cinesi». In sostanza, la vera causa della scarsità delle risorse ittiche è “l’overfishing, cioè l’eccessivo sfruttamento delle risorse attraverso la pesca“.
E’ semmai la pesca industriale a privare in maniera smisurata il mare di pesci. Non c’è quindi alcuna responsabilità da parte delle balene se i Paesi più poveri soffrono la fame, perché sono i Paesi più sviluppati a consumare i tre quarti del pescato mondiale.
A difesa delle balene sarà presentato anche uno studio australiano che dimostra come le balene valgano in termini economici più da vive che da morte. L’analisi calcola i benefici economici del turismo whale watching, cioè dell’osservazione delle balene da punti panoramici lungo la costa durante le migrazioni annuali. Si spera forse che i cacciatori di balene siano almeno sensibili all’odore dei soldi derivati dal turismo…
Nonostante quello che dicono le ricerche e gli studi (ma anche il buonsenso), Giappone, Norvegia e Islanda non demordono e continuano ad affermare di essere dei paladini della lotta contro la fame nei paesi poveri. Questa lotta passerebbe per l’uccisione delle balene.
Oltre alla battaglia che si combatte in mare tra le balene e le navi dei cacciatori, si sta quindi svolgendo anche una battaglia ideologica al Meeting IWC, con le balene che si alternano nel ruolo di vittime innocenti e di colpevoli carnefici.
Di certo, le motivazioni di chi uccide le balene sembra che non reggano più, i cacciatori non sanno più che inventarsi. Speriamo che l’IWC sia davvero un luogo dove si lavora sul serio per le balene e non per i balenieri!!!
Navigando qua e là per la Rete ho trovato questo vecchio articolo di RAI News del 2005 che parla di un fatto che io non conoscevo e che, da appassionato di argomenti relativi al Web, mi ha colpito particolarmente.
L’articolo parla di Aaron Weisburd (e della sua Internet-Haganah), un programmatore informatico dell’Illinois (USA), che dopo i tragici fatti dell’11 settembre 2001 ha deciso di intraprendere una personale guerra contro il terrorismo islamico attravrso la Rete.
Weisburd, con l’aiuto di pochi collaboratori, ha iniziato la sua attività navigando tutto il giorno su Internet alla ricerca di siti islamici jihadisti, quando li trovava li segnalava ai provider e, se questi non intervenivano ad oscurare il sito, ci pensava lui autonomamente: metteva in atto un attacco informatico ai danni dei server che ospitavano i siti da lui ritenuti pericolosi, mettendoli così offline.
L’atteggiamento delle forze dell’ordine verso questa attività è stato ambivalente. Da un lato si tratta un’attività illegale che può interferire in alcuni casi con le indagini della polizia, dall’altro però può essere un modo per rendere un servizio di utilità pubblica aiutando gli USA nella lotta al terrorismo.
Vista la grossa ferita che l’11 settembre ha aperto sul cuore degli Stati Uniti, si può comprendere lo stato d’animo degli americano dopo l’attentato alle Torri Gemelle e in un certo senso si può giustificare questo tipo di atteggiamento. Ma adesso, a 7 anni dall’attentato, ho cercato di capire com’è andata a finire: siamo nel 2008 e Aaron Weisburd è ancora lì.
Con il passare degli anni, infatti, l’attività di Weisburd non è terminata, ma è andata consolidandosi. Oggi Weisburd è a capo di un’organizzazione che, oltre a mantenere la struttura di base (attacchi contro i siti della jihad), è inoltre diventata una sorta di movimento che ha come scopo quello di sensibilizzare le imprese che operano in Rete a non fornire servizi basati sul web a gruppi islamici (QUI su Wikipedia e QUI il sito ufficiale).
Vorrei soffermarmi particolarmente su un aspetto: “la giustizia fai da te“. Haganah, il nome dell’organizzazione, è infatti una parola ebraica che significa difesa e l’intento dichiarato di Weisburd è proprio quello di difendere gli USA e Israele dagli estremisti islamici. Per quanto nobile possa sembrare questa iniziativa, secondo me è meglio usare sempre gli strumenti della legge.
Come reagiremmo se esistesse, ad esempio, un progetto simile con il fine di oscurare i siti abortisti o quelli che palano di procreazione assistita? A pensarci bene il principio è lo stesso, ma che fine farebbe la libertà di espressione?
Credo, quindi, che la polizia americana dovrebbe intervenire per porre fine all’attività dell’associazione Haganah, oppure (se la ritiene così utile) dovrebbe fare in modo che essa operi all’interno delle strutture e degli spazi previsti dalle leggi americane. Non si può limitare a collaborare con Weisburd solo in certe occasioni lasciandogli invece libertà di manovra per tutto il resto.
Allora, se è giusto mettere le proprie competenze al servizio della collettività, credo che sia anche giusto regolamentare in qualche modo queste attività. Nel film Il giustiziere della notte, un architetto a cui è stata distrutta la famiglia da dei criminali, scettico nelle capacità della legge di catturare i colpevoli, si procura una pistola e va in giro per New York a farsi giustizia con le proprie mani.
Se nella vita reale queste vicende di “giustizia fai da te” sono difficili da realizzare, pare che sul Web possano diventare facilmente realtà…
Il marketing, si sa, è il motore dell’economia. Pensate a come sarebbe la nostra vita quotidiana senza la pubblicità (molti diranno che sarebbe migliore!
). Per fortuna o per sfortuna, dipende dai punti di vista, ormai ci siamo più o meno abituati all’invadenza pubblicitaria nella nostra vita, così il marketing ha bisogno di nuove tecniche per sorprendere e attirare l’attenzione.
Una nuova frontiera per i pubblicitari è il marketing virale che in maniera non convenzionale sfrutta il passaparola per diffondere un idea o un concetto oppure per attirare l’attenzione o creare suspense su un evento, un prodotto, un servizio, ….
Il principio del viral marketing, come dice l’enciclopedia Wikipedia, si basa sull’originalità di un’idea: qualcosa che, a causa della sua natura o del suo contenuto, riesce a espandersi molto velocemente tra la gente. Come un virus, qualcosa che può rivelarsi interessante o curiosa per un utente, viene passata da questo ad altri contatti, da questi ad altri e così via. In questo modo si espande rapidamente, tramite il principio del “passaparola” (buzz factory) e coinvolge un numero sempre maggiori di persone.
Alla base, dunque sta la forza dell’idea, si deve creare qualcosa che funzioni da catalizzatore dell’attenzione e che per le sue caratteristiche si diffonda rapidamente. L’ultimo grande caso di Viral marketing uscito allo scoperto di recente è quello del fantasma nell’ascensore, “elevator gost” (nel video ad inizio post).
Le riprese di una telecamera di sicurezza di un hotel di Singapore, il Raffles Place, sarebbero la prova dell’esistenza di entità soprannaturali. Un video tra i più visti del mese su YouTube ha riacceso l’annosa discussione tra scettici e possibilisti. Il filmato, che dura poco meno di due minuti, verso la fine (nel riquadro in basso a destra), mostra accanto a due ignari impiegati quello che sembrerebbe il fantasma di un’anziana donna.
Subito si sono accese le discussioni in Rete. Sui forum e i blog di tutto il mondo si è parlato di questo strano fenomeno e più se ne parlava e più il video veniva visto. Due settimane fa, però, un altro video è stato caricato su YouTube e il mistero è stato svelato: il filmato originale sarebbe stato realizzato da un’agenzia giapponese di risorse umane, la Gmp Group. Ecco il nuovo slogan che mette sotto accusa il fenomeno della “dipendenza dal lavoro”: “I pericoli di dipendenza da lavoro sono molteplici. Stress, fatica e problemi di salute, sono solo un paio. Nessuno dovrebbe lavorare fino a tardi: se siete sfortunati potrebbe capitarvi anche di incontrare un fantasma. Affidatevi a noi, troveremo la carriera giusta per le vostre esigenze. Senza straordinari”.
Insomma, l’operazione è perfettamente riuscita. Complimenti ai pubblicitari della Gmp che sono riusciti impiegando poche risorse ad attirare l’attenzione di migliaia di persone (per sensibilizzare sul problema del workaholism e per farsi pubblicità).
E se invece fosse il secondo video un bufala e la Gmp avesse solo sfruttato il video esistente?
Ci aveva già provato la Regina Rania di Giornania per spiegare l’Islam agli occidentali (QUI), adesso anche il Premier britannico, Gordon Brown, cerca di parlare ai cittadini attraverso la Rete tramite Youtube. “I politici possono fare domande al primo ministro. Penso che sia arrivato il momento che anche i cittadini abbiano questa possibilità“, è con queste parle che si inaugura il primo “Question time” su Youtube.
Il nome scelto per l’iniziativa non è un caso: proprio come nel “question time” tradizionale il primo Ministro risponde alle domande dei politici, così Brown risponde alle domande degli internauti in Rete. Basta collegarsi alla pagina di Youtube dedicato all’iniziativa e caricare un breve video. Vista la mole di richieste, sono gli stessi utenti a votare le domande più interessanti da cui aspettarsi delle risposte da Brown (per il momento è stata fissata come data di scadenza 21 giugno).
Per la verità il procedimento non è ancora così immediato e intuitivo, ma l’esperimento è ancora all’inizio e quindi in fase di sperimentazione. Probabilmente si trasformerà in un appuntamento settimanale fisso e sarà pertanto migliorato.
I più maliziosi sostengono che questa iniziativa sia finalizzata soltanto a raccogliere consensi tra il pubblico giovane e a ridare luce all’immagine di Brown che non riesce a essere all’altezza del suo predecessore, Tony Blair. Per i sostenitori del Premier si tratta della prima vera forma di democrazia diretta.
In ogni caso, secondo me si tratta di un’iniziativa lodevole e molto interessante che potrebbe essere seguita in molti altri Paesi. L’Inghilterra, si sà, è all’avanguardia su certe cose e la regina Rania è una sovrana illuminata…
Chissà quando anche in Italia saremo all’avanguardia o avremo un Premier “illuminato” a tal punto da comprendere il potere e la forza della Web?
Molti politici (in egual misura a destra e a sinistra) hanno attaccano duramente Marco Travaglio per aver raccontato degli episodi rigurdanti la vita del neo presidente del Senato, il siciliano Renato Schifani, durante la trasmissione di Fabio Fazio “Che tempo che fa”. Lo stesso Fazio si è scusato in diretta per quanto accaduto.
La cosa che ha fatto scalpore facendo montare le polemiche è che le frasi di Travaglio si siano riferite proprio al Presidente del Senato, per di più in una trasmissione mandata in onda sulla televisione di servizio pubblico e per giunta senza contraddittorio. Nello specifico si contesta a Travaglio di aver parlato di presunte vicinanze con ambienti mafiosi di Schifani [Travaglio ha citato una pagina del libro "Se li conosci li eviti", in cui si riportano i " curricula" di tutti i politici].
Nel video ad inizio post trovate l’intervista, QUI la pagina del libro citata in TV da Travaglio. Credo, tuttavia, che in qualsiasi modo la si pensi su Schifani e su tutta la vicenda, sia necessario tener presente almeno tre cose fondamentali:
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L’articolo 21 della Costituzione recita: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure“. La RAI non fa eccezione!!!
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La seconda carica dello Stato è prima di tutto un cittadino e secondo l’articolo 3 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali“. Schifani compreso!!!
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Un giornalista che cita episodi specifici non ha bisogno di alcun contraddittorio. Si sta parlando di fatti, non di questioni opinabili o tali da poter essere messi in discussione. Come ha scritto nel suo blog Antonio Di Pietro (uno dei pochi politici a non essersi unito al coro delle polemiche nei confronti di Travaglio), seguendo questa logica si avrebbe che ogni qual volta un giornalista “riporti la cronaca di una rapina, si dovrebbe ascoltare anche la versione del rapinatore“.
Fondandomi su questi tre assunti vorrei “schierarmi” dalla parte di Travaglio, reo soltanto d’aver fatto il suo dovere di giornalista (nei confronto del Presidente del Senato, in RAI e senza l’irragionevole contraddittorio).
Sul blog ilcomunicatore (ciao Luca e ciao Simone) ho trovato due post molto interessanti che mi hanno dato lo spunto per scrivere questo mio post. Mettono a confronto la comunicazione del Partito Democratico (Veltroni) e del Popolo della Libertà (Berlusconi).
Facendo un confronto si vede subito come la comunicazione del Partito Democratico sia completamente diversa rispetto a quella precedente de L’Ulivo, dei Democratici di Sinistra e de La Margherita (formazioni politiche da cui il PD deriva). Sicuramente c’è stato un grande miglioramento rispetto al passato, ma si sa che Walter Veltroni è un buon comunicatore. Se una volta era Berlusconi ad avere la meglio per ciò che riguarda spot e campagne di propaganda politiche, adesso i due schieramenti stanno praticamente alla pari, almeno per ciò che concerne il mondo offline in cui pare che il PD stia copiando il modello comunicativo del PDL.
Ma è nel Web che il PD si dimostra più ricco nei contenuti e nelle iniziative del centrodestra, qui si può parlare addirittura di un sorpasso. E’ stato lo stesso Berlusconi, infatti, ad affermare che lui di Internet non capisce nulla!!! ![]()
Il sito web del PD è molto composito e al suo interno si possono trovare tutte le informazioni che si potrebbero cercare in un sito di un partito. La comunicazione Web del PD, quindi, sembra essere chiara e ben fatta, anche dal punto di vista del Web 2.0. Per quanto riguarda la partecipazione, infatti, un’ ottima iniziativa è sicuramente quella del social network, di Twitter e naturalmente del canale YouTube (bisogna dire che anche il PDL ha un suo canale YouTube).
Il sito VotaBerlusconi.it (punto di riferimento online della campagna elettorale del PDL), invece, non è altro che il sito di Forza Italia, modificato per le elezioni. Sulla destra dell’homepage è possibile partecipare via Web alla campagna elettorale del PDL, ma la partecipazione degli internauti è limitata alla possibilità di inserire un banner sul proprio blog! Più interessante è la funzione di aggregatore visibile in basso nell’homepage.
L’aspetto più partecipativo di questo sito è la possibilità si scegliere le priorità del programma, ma niente di significativo per quanto concerne le logiche di partecipazione del Web 2.0.
La comunicazione del PDL è, quindi, una comunicazione classica che si ripete rispetto alle precedenti esperienze della Casa delle Libertà. Quando Berlusconi approdò per la prima volta in politica(1994) ebbe il merito di aver introdotto in Italia un nuovo stile di comunicazione, preso in prestito dal contesto americano. Negli USA, però, rispetto a quel modello si sono fatti molti passi in avanti che la comunicazione del PDL sembra non aver seguito, sopratutto per la scarsa attenzione al mondo di Intenet.
Queste differenze si riscontrano, a parer mio, anche negli spot realizzati dai sostenitori dei due schieramenti: I’m PD (QUI) e Meno male che Silvio c’è (QUI). Il primo è una rivisitazione della popolarissima canzone YMCA dei Village People realizzato da un circolo milanese del Pd, mentre il secondo è un video che ha per base l’inno scritto da un giovane cantautore veronese in onore di Berlusconi. I due video, anche se perfettamente inseriti nel contesto amatoriale e spontaneo di Youtube, presentano delle differenze formali e sostanziali che secondo me rimarcano i differenti modelli di comunicazone dei due partiti (il primo mi è sembrato più “vero” e dinamico, mentre il secondo con i suoi protagonisti bellissimi e curatissimi, mi ha dato l’impressione di essere una fiction). Ovviamente questa è solo la mia sensazione a caldo appena finito di aver visto i due omaggi ai candidati leader dei due partiti più grandi…
Vi consiglio di vedere questi due video (se non l’avete già fatto), di fare un giro su Youtube e sulla Rete alla ricerca di esempi significativi di comunicazione politica dei due partiti più importanti. Poi potrete dirmi se avete riscontrato le stesse mie impressioni…
Allora, se come si dice, nelle lezioni moderne vince chi riesce a comunicare di più e meglio, che vinca il migliore (anzi, il meno peggiore!!!)
PS. Vi segnalo anche questa iniziativa di 8 giovani professionisti della comunicazione nata per supportare Veltroni. Riprende lo stile americano dei sostenitori di Obama (QUI su Youtube e QUI nel sito ufficiale).
Basta con i pregiudizi verso l’Islam!!! E’ questo ciò che avrà pensato la Regina di Giordania prima di registrare il video che sta avendo un sacco di contatti su Youtube e che la vede protagonista. La regina apre la conversazione, infatti, con la frase: “In un mondo in cui è così facile essere connessi l’uno all’altro, noi rimaniamo continuamente disconnessi“.
Con voce dolce e sguardo materno, la sovrana di origine palestinese, tra l’altro una delle donne consederate tra le più belle al Mondo, si rivolge ai giovani occidentali nel loro linguaggio affinchè le scrivano i propri dubbi stereotipati sul mondo arabo. La regina ha infatti invitato i visitatori dello spazio di Youtube dove si trova il video a rispondere con opinioni sul Medio Oriente, cercando di individuare gli stereotipi su arabi e musulmani. “Il mio compito nei prossimi mesi - ha ribadito la sovrana - sarà quello di lavorare per abbattere preconcetti e luoghi comuni. Voglio che la gente conosca il vero mondo arabo, per vedere e conoscere luoghi, facce e culture che riguardano quella parte di mondo che io chiamo casa”.
Rania Al Yasin, 37 anni, con una brillante laurea in business administration e la fulminea carriera nella Apple (dove non lavora più da quando è divenatata regina) è una veterana del web. Dal 2005 gestisce anche un sito internet attraverso il quale diffonde i temi a lei cari: la complicata questione femminile, le tematiche giovani, la sconosciuta società araba e la sfida conflittuale con la modernità. Un argomento, quest’ultimo, assai sensibile nel suo Paese. Profondamente tradizionale e al tempo stesso proiettato verso il futuro, la Giordania è infatti l’emblema della crisi che scuote l’identità tradizionale musulmana, lacerata tra valori medio-orientali e modelli occidentali.
Tra i commenti si leggono diversi luoghi comuni che arrivano da tutto il mondo, proprio a testimonianza del fatto che gli stereotipi non hanno nazionalità, ma anche domande e riflessioni che mostrano un universo di giovani navigatori interessati e pronti a uno scambio di idee tra le civilità. La regina cercherà di rispondere a tutti chiarendo alcuni degli aspetti più controversi.
Insomma, anche alla luce di questa iniziativa, forse sarebbe ora di iniziare a lasciar cadere i pregiuduizi sull’Islam che ci accompagnano da sempre e che si sono accentuati dopo l’11 settembre. Certo, non tutti i Paesi islamici sono come la “moderna” Giordania e non tutte le donne islamiche possono permettersi l’emencipazione di cui gode la regina Rania, ma sarebbe il caso di smettere di parlare di Islam e sarebbe ora di prendere in considerazione i singoli casi…
Come spesso accade è la Rete a far emergere delle notizie che restano sotto-silenzio perché non si vogliono far sapere o semplicemente perché non ci si fa caso. L’ultimo episodio di “riscoperta” riguarda un’affermazione di Benazir Bhutto alla TV Al Jazeera del 2 novembre 2007 (la Bhutto fu uccisa poco tempo dopo, il 27 dicembre).
Durante l’intervista, la leader dell’opposizione pachistana ha parlato anche di quelli che lei riteneva fossero suoi potenziali nemici per vari motivi. Tra questi c’era il terrorista Omar Sheikh Ahmad del quale dice: “quello che ha assassinato Osama bin Laden”. Stranamente il giornalista non fece una piega e passò alla domanda successiva.
L’affermazione della Bhutto apparve così assurda che la Bbc, nel riportare l’intervista tagliò la frase incriminata, ma fu poi costretta a ripubblicarla integralmente in seguito alle proteste di alcuni spettatori, di fronte ai quali la Bbc si è giustificata dicendo che non c’era nessuna intenzione di distorcere il senso dell’intervista, ma solo quella di eliminare un evidente lapsus che avrebbe solo confuso gli spettatori.
Di questa affermazione non se ne parlò più nei media tradizionali, ma il video dell’intervista finito su Youtube (l’ho messo ad inizio post) ha iniziato da subito a fare il giro dei blog e dei forum: in Rete se ne parla da tempo. Anche nella Rete italiana si parlava di questa intervista, ma adesso la notizia ha avuto maggiore risonanza grazie ad un articolo di Giulietto Chiesa apparso su laStampa.
Le interpretazioni sono diverse, le dietrologie non mancano e sono state fatte molte ipotesi di ogni tipo. Si va da chi sostiene che si tratti di un banale errore dovuto alla distrazione della Bhutto che sovrappensiero disse Osama bin Laden convinta di dire invece Daniel Pearl (un reporter americano per il cui assassinio è stato accusato Omar Sheikh Ahmad), a chi sostiene che l’assassinio della leader politica pakistana sia stato compiuto proprio da alQaeda perchè lei sapeva troppo…
Purtroppo la Bhutto non può ne correggersi, nè fornire chiarimenti. Credo che sarà molto difficile capire quale sia il vero significato di quelle parole. Quel che è certo è che ancora una volta la Rete si presenta come un mezzo di informazione veramente libero…
Dopo il fatto di censura, chiamiamola così, compiuto ad opera di Daniele Luttazzi su La7, vorrei parlarvi di un episodio meno grave, ma che la dice lunga su quale influenza abbia la Chiesa nel nostro Paese. Il Suo “potere” non agisce solo sulla politica, ma anche sull’economia, incidendo addiruttura sulla pubblicità di un prodotto di una multinazionale.
Molti di voi lo sapranno già perchè è accaduto qualche giorno fa: si tratta della pubblicità natalizia della Red Bull (lo spot è quello che ho inserito ad inizio post). Secondo me, lo spot è molto carino ed originale (come quasi tutti quelli della Red Bull), anche ironico e privo di malizia. Ve lo racconto, ma è meglio se lo vedete direttamente: alla grotta della natività giungono 4 (quattro) Re Magi anzichè tre. Il primo porta oro, il secondo incenso, il terzo mirra (come nella tradizione) e il quarto? L’ultimo Re Mago porta Red Bull. Quando Maria stupita chiede come mai ci fosse un quarto dono e perchè fosse una bevanda energetica, il Re Mago risponde che per far volare tutti gli angioletti ci vuole una bevanda che “Mette le ali!“
Mi sembra simpatico come spot, non trovate? Ma un prete si è imbufalito sostenendo che lo spot è blasfemo. I Magi non possono essere quattro e gli angeli per volare non hanno bisogno di bere drink energetici. Se non è bigottismo questo…
Insomma, il prete (Don Marco Damanti di Menfi, un paesino in provincia di Agrigento), ha inviato una e-mail di protesta alla società (multinazionale) che produce la Red Bull, la quale ha ritirato lo spot andato in onda solo la prima settimana di Dicembre. “L’immagine della sacra famiglia - dichiara Don Marco - è stata raffigurata in modo blasfemo. Malgrado gli intenti ironici della Red Bull e degli autori dello spot è stata intaccata la Natività, e con essa la sensibilità dei cristiani“.
Come può un piccolo prete di provincia fare pressioni su una azienda così grande e importante? Credo che la soluzione stia in quelle ultime paroline: “sensibilità dei cristiani“. Se la vicenda si fosse allargata, figuratevi quale sarebbe stata la caduta di immagine per il prodotto. I politici avrebbero subito strumentalizzato la vicenda, chi a favore dell’istituzione ecclesiastica, chi contro lo strapotere della Chiesa in uno Stato laico. Le associazioni dei consumatori sarebbero insorte, la gente avrebbe cominciato a parlarne schierandosi per questo o quella posizione (è abitudine italiana) e magari il Cardinal Bagnasco sarebbe nuovamente intervenuto per dire che i media denigrano volutamente l’immagine della Chiesa.
La Red Bull GmbH credo che abbia cercato di evitare tutto questo trambusto (cosa che avviene regolarmete in Italia quando c’è di mezzo la Chiesa) e ha prontamente ritirato lo spot dopo l’e-mail del povero prete. Credo che le cose siano andate così, non mi spiego altrimenti la repentina risposta di una grossa azienda di fronte alla richiesta di un parroco di provincia…
Voi che dite?
Scusate se ultimamente ho aggiornato poco il blog, ma sono stato molto impegnato, prometto che tornerò ad aggiornare “La forza del blogging” spesso. Detto questo, vorrei parlare di quanto è accaduto a Daniele Luttazzi che con la TV ha avuto da sempre un rapporto controverso.
Adesso era tornato in TV dopo il famigerato “Editto Bulgaro“. Mediaset ovviamente non lo avrebbe mai potuto averlo tra i suoi, la RAI iper-politicizzata e perbenista non lo avrebbe più riaccolto, l’unica rete che gli ha ridato uno spazio suo è stata La7. La rete dove Crozza, Boncompagni, Chiambretti hanno un loro programma, dove trasmettono gli spettacoli di Marco Paolini, dove va in onda Sex and the city e dove fanno molti altri programmi che lascebbero pensare che non sia proprio una rete bigotta.
Dopo alcune puntate, però, anche La7 ha chiuso Decameron, il programma di Luttazzi. La decisione è stata presa dal direttore di rete, Antonio Campo Dall’Orto in seguito a una battuta che aveva come protagonista Giuliano Ferrara, altro personaggio di spicco di La7. Eccola: “Voce fuori campo: Dopo 4 anni guerra in Iraq, 3.900 soldati americani morti, 85.000 civili iracheni ammazzati e tutti gli italiani morti sul campo anche per colpa di Berlusconi. Berlusconi ha avuto il coraggio di dire che lui in fondo era contrario alla guerra in Iraq. Come si fa a sopportare una cosa del genere? E Lutazzi risponde: Io ho un mio sistema, penso a Giuliano Ferrara immerso in una vasca da bagno con Berlusconi e Dell’Utri… (per il resto vedete il video che ho inserito nel post, troppe parolacce
)”.
In un’intervista a Il Manifesto (che trovate QUI), Luttazzi ha detto che il suo pezzo “si inserisce nella tradizione satirica italiana. Ti posso portare pagine e pagine di Ruzante ma anche di Dario Fo che utilizzano questo tipo di immaginario e non solo, anche Rabelais, lo stesso Lenny Bruce… sono un nano sulle spalle di giganti. Se avessi insultano Ferrara, dicendo Ferrara tu sei così o cossà, lo capirei”.
Pare che Giuliano Ferrara non si sia pronunciato sulla vicenda. La decisione è stata presa dalla direzione della rete che non può sorvolare sul fatto che un conduttore insulti un altro conduttore di La7. Subito si è parlato di censura, ma la rete ha tenuto a precisare che “ciò che è accaduto con Daniele Luttazzi riguarda l’uso inappropriato del mezzo televisivo, non la libertà di satira”. Così ha detto Campo Dall’Orto che poi ha continuato: “La7 vive infatti proprio dei capisaldi di libertà di espressione, di rispetto verso le persone che vi lavorano e verso il pubblico che la segue quotidianamente, come dimostrato ampiamente dagli ultimi anni di lavoro. Non vi è quindi nessuna limitazione della satira, ambito nella quale ritengo Luttazzi sia tra i più bravi se non addirittura il più bravo in Italia, e rispetto alla quale a La7 ha avuto libertà assoluta come le cinque puntate andate in onda stanno a dimostrare. Ritengo - conclude Campo Dall’Orto - in questo caso specifico si sia invece trattato di insulti rivolti ad una altra persona, tra l’altro parte della stessa rete. E per questo la nostra decisione vuole difendere il principio dell’uso responsabile di un bene prezioso come la libertà di espressione, vero punto al centro della nostre riflessioni e della nostra decisione di sospendere il programma“.
Che in Italia la satira non è ben vista dalle persone più in vista (Ferrara compreso) non è un mistero, ma anche sul buon gusto della battuta du Luttazzi c’è da discutere…
Forse La7 ha esagrato a chiudere il programma (pare anche in malo modo) e, se è vero che la satira grottesca e scurrile fa parte dell’antica cultura letteraria italiana, forse Lutazzi in TV ha esagerato a sua volta.
Credo che ci debba essere una misura in tutte le cose: Luttazzi avrebbe potuto ammorbidire i termini, mentre La7 avrebbe potuto cercare di trovare un punto di incontro con Luttazzi evitando di chiudere drasticamente lo show. Il rapporto tra satira, tv e personaggi importanti del nostro Paese è però difficile da delineare. Voi che ne pensate? Si tratta di censura, di insofferenza da parte di La7, di un’esagerazione di Luttazzi o cos’altro?
> AGGIORNAMENTO: Finalmente Giuliano Ferrara si è espresso sulla vicenda inviando una lettera a laRepubblica. Ha detto che secondo lui il pezzo di Luttazzi è satira e che per questo non si è indignato e non ha detto nulla quando Luttazzi lo ha fatto in teatro durante i suoi spettacoli. Il problema, dice Ferrara, è che in Tv ci sono certi limiti da rispettare: “C’è la libertà di guidare, anche a trecento all’ora in una pista riservata a un pubblico pagante, ma in autostrada esistono limiti. In una tv generalista, insomma, è diverso“. Poi il Giulianone nazionale ha invitato Luttazzi e Campo Dall’orto a parlare di questa vicenda e della satira in genere nel suo programma. Staremo a vedere se ci andranno. Comunque secondo me Ferrara ci sta marciando su: vuole fare la parte del liberale e vuole fare una puntata di “8 e mezzo” con un numero di ascoltatori mai avuto prima!!!
“L’uso che Biagi, Santoro, … come si chiama quell’altro … Luttazzi, hanno fatto della televisione pubblica, pagata con i soldi di tutti, è un uso criminoso. E io credo che sia un preciso dovere della nuova dirigenza di non permettere più che questo avvenga.” Vi dicono nulla queste parole? Furono pronunciate nel 2002 dall’allora presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, mentre si trovava in visita a Sofia (in Bulgaria).
Berlusconi auspicava che i giornalisti Enzo Biagi e Michele Santoro, insiema al comico Daniele Luttazzi, fossero allontanati dalla RAI (ovviamente non li avrebbe mai accolti a Mediaset). Quest’auspicio si avverò poco tempo dopo e i tre sparirono dalla scena per anni. Quelle parole passarono alla storia come “Editto Bulgaro o Editto Sofia oppure ancora come Diktat bulgaro“. L’episodio fu molto discusso perché Biagi, Santoro e Luttazzi avevano più volte espresso posizioni critiche nei confronti del governo Berlusconi, ma allo stesso tempo erano personaggi che godevano di una notevole popolarità e garantivano anche buoni risultati di ascolti alla televisione nazionale (soprattuto in un momento in cui i dirigenti delle TV parlano di qualità televisiva, ma si guarda solo alla qantità degli ascolti). Le dichiarazioni di Berlusconi furono quindi lette come un attacco alla libertà di stampa.
Oggi è morto Enzo Biagi, decano dei giornalisti italiani, e il mondo giornalistico (e non solo) lo piange. Era rientrato nell’editto di Sofia a causa di una puntata de “Il Fatto“, la sua trasmissione, andata in onda in piena campagna elettorale, dove era ospite Roberto Benigni. Il comico non aveva risparmiato battute all’allora leader dell’opposizione.
Sono passati quasi 6 anni dall’editto bulgaro, ma quell’episodio continua a suscitare plemiche. A riaprire la ferita è stato il premier Romano Prodi: “Non ci siamo visti, ma ci siamo sentiti al telefono - ha detto Prodi ricordando i momenti che seguirono l’allontanamento di Biagi dalla RAI - in lui dominava lo sdegno, l’arrabbiatura forte. E anche il senso che era venuta meno una delle libertà fondamentali del Paese. Mi disse esplicitamente: attenzione, che questo è un attentato alla libertà, dopo un cronista quante altre voci saranno eliminate?“.
A Prodi ha risposto seccato il coordinatore di Forza Italia Sandro Bondi, che avrebbe preferito che si parlasse solo del cordoglio per la perdita di un grande giornalista e che non si tirasse fuori questo argomento disdicevole: “Mai avrei pensato - ha commentato Bondi - che il presidente del Consiglio potesse suscitare una polemica artefatta e immotivata il giorno stesso della morte di Enzo Biagi“.
Lo stesso Berlusconi, quando Biagi era tornato di recente in Tv, si disse soddisfatto. Biagi ebbe da Berlusconi anche una sorta di marcia indietro, seppur parziale: “Ho assistito alla prima delle due puntate - disse il Cavaliere quando pochi mesi fa Biagi torno finalmente in RAI - e l’ho trovata veramente avvincente, quindi, complimenti al dottor Biagi per questa nuova trasmissione“. Berlusconi, però, negò di aver chiesto l’espulsione di Biagi (e di Santoro e Luttazzi) dalla TV, ma per la prima volta ammise un errore: “Forse ho calcato la mano quando dissi che Biagi e gli altri facevano un uso criminoso della tv pubblica“.
Oggi che Biagi non c’è più, tutti lo piangono e lo rimpiangono, dai colleghi giornalisti alla gente comune, dai politici agli uomini di Chiesa. Anche le dichiarazioni di Berlusconi sono molto diverse da quelle del 2002 (”Al di là delle vicende che ci hanno qualche volta diviso - ha detto - rendo omaggio ad uno dei protagonisti del giornalismo italiano cui sono stato per lungo tempo legato da un rapporto di cordialità che nasceva dalla stima“), ma l’eco di quelle parole pronunciate a Sofia rimbomba ancora fragoroso nelle orecchie di chi crede nella democrazia e nella libertà.
Il video che vedete qui sopra è un momento di alta televisione di quelli che il Presidente della Regione Sicilia ama regalare ai suoi conterranei e a tutta l’Italia. Dopo l’ormai celebre attacco a Falcone, Totò Cuffaro in questo video registrato per una rete locale dell’agrigentino, ironicamente (ma non troppo) ha polemicizzato contro il governo perchè non gli farebbe realizzare il ponte sullo stretto e gli imporrebbe una serie d vincoli e restrizioni che gli impedirebbero di esercitare al meglio le sue funzioni. La soluzione è semplice: la Sicilia deve fare guerra all’America! Perdendo la guerra, la Sicilia diverrebbe colonia americana e, quindi, il ponte si farebbe (come quello di Brooklyn!) e tutti i problemi finirebbero. Ovviamente si tratta di uno sketch per pubblicizzare un programma al quale avrebbe preso parte come ospite lo stesso Cuffaro, ma l’ironia del Presidente siciliano è un pò maliziosa, anche perchè indossava la coppola facendo riferimento alle polemiche suscitate tempo prima per una sua apparizione in una puntata di AnnoZero (16 novembre 2006) in cui si parlava di Mafia e dove lui ad un certo punto si è messo una coppola ridacchiando e sminuendo il problema, per di più dopo che su di lui erano e sono ancora in corso alcune indagini proprio perchè ritenuto vicino ad ambienti mafiosi, se non colluso (QUI Travaglio che parla di Mafia facendo riferimento agli episodi che rigurdano Cuffaro mentre lui è presente - QUI l’intera puntata di AnnoZero con Cuffaro tra gli ospiti).
Scherzi a parte, oggi è giunto alle ultime battute uno dei processo in cui è convolto Totò Cuffaro. Il Procuratore aggiunto di Palermo ha chiesto la condanna a 8 anni di carcere per il Governatore siciliano imputato di favoreggiamento a “Cosa Nostra” e rivelazione di notizie riservate. Il processo, infatti, è iniziato in seguito all’indagine sulle cosiddette talpe della Dda (Direzione distrettuale antimafia). Tra le altre cose, il processo si riferisce a un episodio accaduto nel 2001: tra febbraio e giugno del 2001, i Carabinieri ascoltavano colloqui tra due boss, Filippo Guttadauro e Salvatore Aragona, perchè erano riusciti a mettere delle cimici nello studio di Guttadauro. Il 15 giugno del 2001, i due smettono di parlare perchè dicono che Totò (Cuffaro?) gli ha fatto sapere che i dialoghi venivano registrati…
“…Mai, come in questo processo - ha affermato il procuratore di Palermo, Giuseppe Pignatone - è stato ricostruito in un’aula giudiziaria il fenomeno delle fughe di notizie, rivelando un panorama desolante di sistematico tradimento anche da parte di esponenti degli apparati investigativi“. Pignatone ha poi sottolineato “la gravità della condotta di Cuffaro, che in quei giorni veniva eletto presidente della Regione siciliana“.
Nel pomeriggio, al governatore siciliano dell’UDC, che ha detto di essere innocente, sono arrivati i comunicati di solidarietà di amici e colleghi: Pierferdinando Casini, Lorenzo Cesa, Silvio Berlusconi. Il leader di Forza Italia ha anche fornito un suo parere sull’operato del presidente della Regione: “La stima che nutro nella sua intelligenza mi fa escludere in maniera assoluta che egli possa essere coinvolto in quelle vicende in cui si pretende di coinvolgerlo“. Intanto i legali di Cuffaro hanno fatto sapere che 8 anni sono eccessivi aggiungendo poi che per Cuffaro “anche la richiesta di un solo giorno di carcere, sarebbe stata ritenuta eccessiva“.
La presunzione di innocenza non si deve negare a nessuno (anche se in certi casi il dubbio potrebbe starci
), quindi aspetteremo la sentenza definitiva per fare commenti sulla vicenda. Vedremo come andrà a finire… Quel che è certo è che la Mafia ha cambiato aspetto, non è più quella di campagna e dei “pizzini” di Provenzano, adesso è quella dei colletti bianchi nei palazzi…
Montaggio realizzato da un utente di Youtube
Da quasi 15 anni, la politica italiana ha al suo interno un personaggio ambiguo che, nato come “portatore di antipolitica” (ante Grillo!), è poi diventato uno dei più fini ed astuti uomini politici. Si tratta di Umberto Bossi che, forte delle tutele che il nostro Paese riconosce alla libertà di opinione e di espressione dei parlamentari, spara a zero contro la Costituzione, la Patria, la storia. Ecco l’ultima sua dichiarazione che ha fatto scalpore: “La nostra libertà [quella dei padani] forse non la si puó piú raggiungere attraverso la democrazia - ha detto Bossi al fantomatico Parlamento del Nord - forse sarà necessario un attacco del Nord: io so di poter portare dieci milioni di padani e altrettanti veneti in piazza, disposti al sacrificio, a morire, per una battaglia di libertà“.
Queste affermazioni hanno scioccato non solo gli avversari della Lega, ma anche molti dei suoi alleati. Solo Silvio Berlusconi ha avuto il coraggio e la sfacciataggine di difenderle: “Bossi usa sempre un linguaggio colorito ma poi, nella pratica, ha sempre dimostrato un grande senso di responsabilità“. Per il leader di Forza Italia, le parole di Bossi rappresentano solo il modo colorito con il quale il padre della Lega ama esprimersi, ma niente di grave. Per questa affermazione, il Senatur ha ringraziato Berlusconi e ha annunciato che la Lega lo considererà sempre il leader del centrodestra e il candidato alla presidenza del Consiglio in caso di vittoria elettorale della Casa delle Libertá alle prossime elezioni.
Ma è possibile che Bossi può sparare le sue invettive contro la Costituzione e la storia patria, i suoi proclami irredentisti e le sue incitazioni violente, senza che nessuno mai gliene chieda conto a nessun livello? E’ sempre il suo modo colorito di dire e fare le cose, non è mai un reato, un fatto anti-costituzionale da costringerlo a dimettersi da parlamentare. A tal proposito è intervenuto il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, che ha dichiarato: “Capisco che siamo in un periodo in cui chi la spara più grossa ha i titoli sui giornali, ma io non sono per accettare come innocenti quelli che la sparano più grossa, perché certe affermazioni possono contribuire in modo drammatico a generare odi in una società già lacerata“.
Bossi è quello che urlò a una signora che esponeva la bandiera italiana dal balcone durante una manifestazione della Lega:”…la bandiera italiana la metta al cesso!“. E questa è solo una delle tante “sparate grosse” del Senatur (per questa alla fine si è beccato una semplice multa). Io non sono un “patriottico”, un nazionalista, uno che è particolarmente attaccato ai riti e ai simboli della Patria e sono per la totale libertà di espressione, ma non credo sia possibile tenere in un parlamento qualcuno che detesta palesemente la storia e le istituzioni proprio Paese e che vuole la secessione della Padania (un’entità astratta non ben definita). Parla di una liberazione, ma liberazione da cosa? A sentire lui i lombardi e i veneti sembrerebbero oppressi da una tirannia che non riesco a capire dov’è, anzi cos’è…
Per Walter Veltroni, sindaco di Roma e molto probabilmente futuro leader del Partito Democratico, Bossi “non è un giocherellone” e le sue parole “non sono uno scherzo“. Per Veltroni, il centro-destra deve dire se intende governare con chi rifiuta la bandiera, l’inno e che parla di portare decine di milioni di persone al sacrificio in una guerra contro le istituzioni. Secondo me il problema non riguarda solo il centro-destra, ma tutto il Parlamento. Non è possibile che persone come Bossi stiano in parlamento a prendere decisioni che ricadono sulle spalle degli italiani, quando dicono e fanno cose che vanno palesemente contro la Costituzione e contro l’interesse nazionale.
Che ne dite? Sono stato troppo duro?

I politici le studiano tutte per farsi publicità. Ma a volte la loro ricerca affannata di poplarità e visibilità è utile per inserire nell’agenda dei media certi episodi ce altrimenti rimarrebbero oscuri. E’ questo il caso di Francesco Storace, ex ministro della Salute e fondatore del nuovo partito “La Destra“, che si è recato a Piacenza per denunciare quello che possiamo chiamare “un caso Welby” al contrario.
Si tratta della vicenda di Gian Piero Steccato, un ex impiegato delle Ferrovie di 58 anni con moglie e due figli, colpito nel 1999 da “locked-in syndrome” (sindrome del chiavistello), un forma rarissima di ictus che immobilizza totalmente il corpo (respira addirittura solo grazie alla tracheotomia, viene spesso broncoaspirato e non ha nemmeno deglutizione, viene alimentato artificialmente). Il signor Steccato è costretto a vivere nella sua abitazione comunicando solamente con il polpastrello dell’indice sinistro, l’unica parte del corpo rimasta sensibile. A provvedere all’assistenza ci pensa quasi in tutto la famiglia che spende ogni mese migliaia di euro per i macchinari, i medicinali e l’asssitenza, ricevendo solo un contributo regionale di 23 euro giornalieri (quello standard per i malati gravi), il semplice assegno d’accompagnamento di 600 euro mensili e solo tre ore al giorno di assistenza da parte di un’operatore tecnico assistenziale. “E’ vergognoso - ha affemato Storace - che non ci sia un’assistenza degna di questo nome”.
Sembra che Gian Piero Steccato - nonostante la malattia - abbia lanciato un appello: “Aiutatemi a vivere!”. Ha ancora tanta voglia di vivere, ma continuare in queste condizionidiventa troppo oneroso per la famiglia e diveta difficoltoso anche per lui. Se Welby voleva morire perchè in condizioni simili, Steccato vuole vivere, ma vorrebbe delle condizioni asssitenziali migliori. La questione è molto delicata e credo che richieda una particolare attenzione da parte delle istiuzioni e degli organi competenti.
Starace, ha avuto un buon ritorno in termini di immagine; sono contento se il “caso Steccato” trova la stessa risonanza del “caso Welby” e si possa trovare una soluzione, ma questa strumentalizzaione politica della malattia mi sembra fuori luogo, soprattutto ad opera di un ex ministro della salute. Non credete che Strace se ne sia accorto troppo tardi? Non poteva farci qualcosa quando poteva in veste di Ministo e non adesso in veste di esponente dell’opposizione? Quali importanti provvedimenti ha preso durante il suo ministero a favore dell’assistenza ai malati cronici?
Non è un mistero che i politici usino strategie di marketing per trovare consensi, ma sfruttare queste situazioni limite, mi sembra di pessimo gusto. Spero solo che il signor steccato tragga vantaggio dalla visita di Storace, ma vedere il corpo immobile e inerme di Gin Piero Steccato attaccato ai macchnari e circondato di medicine affianco a Storace che parla davanti alla telecamere facendo politica, mi è sembrato disgustoso, per Storace ovvimente…
In un blog che si chiama “La forza del blogging” non si poteva trascurare il V-day (Vaffa-day) oraganizzato da Beppe Grillo. Un’iniziativa che ha avuto origine esculsivamente in Rete tramite un blog, sfruttando al capacità di mettere in relazione le persone del Web. Non ho parlato dell’evento prima e adesso non voglio entrare nel merito delle polemiche. Sul V-day, infatti, è stato detto tutto e il contrario di tutto, ma da osservatore dei fenomeni sociali (ho studiato sociologia e mi sono laureato con una tesi sui blog), voglio riprendere un bel post del blog Tecnoetica di Davide Bennato in cui si analizza il Vaffa-day da un punto di vista sociologico…
Davide Bennato sintetizza questa sua riflessione in 4 punti:
- Il V-day ha mostrato la nascita un nuovo spazio politico basato sulla conversazione su Internet (i commenti al blog)
- Ha mostrato la necessità di un nuovo linguaggio per la politica che deve essere chiaro (più chiaro del nome della manifestazione!
- Ha mostrato la forza dell’auto-organizzazione permessa da Internet prescindendo dagli altri media
- Ha mostrato l’incapacità della cultura circolante (politici, giornalisti, “esperti”, …) di capire il mondo sociale che li circonda
Date queste premesse, forse ha ragione Grillo quando dice che la politica e il modo di condurre il dibattito pubblico hanno bisogno di rinnovarsi, sono vecchi. Con il Web e il blog tutto potrebbe cambiare. Nelle città-Stato della Grecia classica, tutti i cittadini (eccetto donne e schiavi) contribuivano all’amministrazione della collettività senza rappresentanti. E’ utopico pensare che con il Web e i blog oggi si possa ripresentare la stessa situazione, ma credo che la politica dovrebbe imparare da questa manifestazione e cercare di tenere più in considerazione le potenzialità democratiche della Rete. In quel “gioco dei poteri” di cui parlo spesso in questo blog, potrebbe entrare a breve a pieno titolo il potere del blogging, ovvero la possibilità di ciascun individuo di poter partecipare direttamente al dibattito publico, di auto-organizzarsi, di bypassare le forme tradizionali di mediazione (politici, giornalisti, ecc.), …
Credo che il V-day ha ha dato davvero origine a un “nuovo Rinascimento“, come ha detto Grillo, perchè ha messo in evidenza i punti critici dell’attuale sistema e ha evidenziato le potenzialità dello strumento dei blog. Spero di non essere troppo ottimista…

Eccoci ancora qui. Dopo un mese di riposo, sono di nuovo pronto a scrivere sul blog. Le vacanze sono finite e il rientro come sempre è duro. Quest’anno sembra che sia ancora più duro perchè pare che ci siano rincari e aumenti di prezzo su tutto, anche sul pane. Gli italiani che riprendono la loro normale attività dopo le vacanze hanno trovato questa amara sorpresa. Anche il Ministro dell’Economia ha avuto un brusco rientro, si è accorto (forse troppo tardi) che lo Stato sperpera i soldi. Finalmente ha avuto un’illuminazione e ha visto una cosa che stà da sempre sotto gli occhi di tutti e che tutti sanno: i soldi statali, che poi sono quelli di noi cittadini, molto spesso si perdono e si sprecano tra i vari enti, le varie istituzioni, i vari disservizi, …
Se Padoa-Schioppa riuscisse davvero a tagliare la spesa pubblica e a migliorarla, entrerebbe a pieno titolo nei libri di storia e si dovrebbe sollevare un movimento popolare per fare pressioni alla Santa Sede affinchè il Ministro diventi “Santo subito!”
, ma credo proprio che come tutti gli italiani pur con rabbia e amarezza devono imparare a convivere con il caro-prezzi autunnale, così il povero Ministro dovrà rassegnarsi a consegnare al prossimo governo una pubblica amministrazione che fa acqua da tutte le parti che si è ormai trasformata una macchinetta mangia-soldi.
Sono servite oltre 150 pagine al Ministro per descrivere le spese spesso eccessive e cervellotiche delle amministrazioni pubbliche, ma se la diagnosi è buona, la terapia appare ancora lontana. Tuttavia, è positivo che il ministro almeno ne parli e provi a trovare una soluzione. “Einaudi diceva: Conoscere per deliberare. Qui siamo ancora al conoscere, non al deliberare - ha sintetizzato Padoa-Schioppa in conferenza stampa al Ministero. Il «Libro verde sulla spesa pubblica», preparato dalla Commissione tecnica per la finanza pubblica, è quindi una disamina di ciò che non funziona, capito il problema le soluzioni forse arriveranno.
A non funzionare è praticamente quasi tutto ciò che riguarda le pubbliche amministrazioni. Ad esempio, il costo medio giornaliero di una degenza negli ospedali italiani è di 670 euro, il costo di una camera matrimoniale in un albergo a 5 stelle; negli altri Paesi europei si offre spesso un servizio sanitario più afficiente a costi molto più bassi per lo Stato. Per fare un altro esempio potremmo parlare del numero dei dipendenti pubblici e del loro stipendio. Dal 2001 al 2006, le retribuzioni nella pubblica amministrazione sono cresciute di circa il 30%, il 10% in più di quelle dell’industria e il doppio rispetto all’inflazione. Che dire poi dell’elevata spesa delle giustizia che però non riesce a snellire i tempi dei processi? E dei professori universitari di gran lunga in numero superiore ai ricercatori con retribzioni da capogiro? E dei corsi di laurea che non sono giustificati dalle esigenze del mercato, ma che servono solo a impiegare docenti? Mi fermo qui, ma potrei continuare un bel pò descrivendo tutte le spese che lo Stato affronta ogni giorno e che si potrebbero ridurre o addirittura evitare…
Nel mio piccolo vorrei aiutare il Ministro suggerendo un piccolo ma efficace aiuto nella riduzione della spesa pubblica: l’introduzione di software liberi o open-source (gratuiti) nella pubblica amministrazione. Ovviamente non si risolve il problema delle spese eccessive, ma un piccolo aiuto arriverebbe. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di andare lontano per vedere cosa si dovrebbe fare, baserebbe guardare cosa accade nella provincia di Bolzano dove, come ha sottolineato in una puntata di Report, risparmiano un bel pò di soldi con il sistema operativo Linux, con il pacchetto per ufficio OpenOffice e altri software simili. Si tratta di più di un milioni di euro, non di poco!
Quasi tutti i dipendenti pubblici per fare il loro lavoro usano il pc. I programmi che servono per utilizzarli coincidono quasi sempre con quelli della Microsoft, hanno quindi un costo. Bisogna poi aggiornarli periodicamente e ci sono altri costi. Il software libero, invece, si può scaricare direttamente da Internet gratuitamente, si scaricano anche gratis gli aggiornamenti e tutto ciò che serve, compresi i manuali di istruzione.
Se a Bolzano ha funzionato, perchè non estendere a tutta la pubblica amministrazione l’uso dei software liberi? Secondo me potrebbe essere un primo passo verso il risparmio. Questa piccola soluzione digitale sarebbe quasi indolore e farebbe risparmiare da subito allo Stato qualche milione di euro, senza aspettare l’utopico licenziamento di impiegati, la riduzione degli stipendi, l’abbassamento dei costi per le prestazioni sanitarie, la riduzione del tempo di durata dei processi, ecc, ecc, …
Che ne dite? Il Ministro potrebbe iniziare da qui la sua battaglia contro l’eccessiva spesa pubblica?

Ultimamente mi sono ritrovato spesso in questo blog a “parlar male” dei vertici ecclesiastici (es. QUI e

