You are currently browsing the category archive for the 'Sanità' category.
E’ da tempo che se ne parla e non sono mancate le polemiche, ma l’Enel va avanti nel progetto di produrre energia nucleare in Slovacchia, a Mochovce, un minuscolo centro sede della centrale nucleare di proprietà della Slovenske Elektrarne, la società di cui l’ Enel ha aquisito il 66% delle azioni nel 2005 (QUI il profilo dell’Enel).
Forse non ci sarebbe nessun problema se non fosse che i reattori presenti a Mochovce e quelli che si stanno per costruire sono delle potenziali bombe atomiche, nel senso che hanno livelli di protezione bassi.
La centrale di Mochovce fu costruita dai russi quando l’allora Cecoslovacchia faceva parte dell’Unione Sovietica e allora (negli anni ‘80, con la guerra fredda e prima che entrassero in vigore le moderne norme sulla sicurezza e sull’impatto ambientale di certe costruzioni) ottenne i permessi. La sua acquisizione da parte dell’Enel fu accolta da polemiche e critiche perché gli ambientalisti protestarono facendo appello ai risultati del referendum del 1987 con il quale l’80% della popolazione italiana si era pronunciata contro l’uso dell’energia atomica.
Dopo vari ritardi e tanti fermi, adesso l’Enel (probasbilmente incoraggiata dal riaprirsi del dibattito sul nucleare in Italia) pare voglia procedere definitivamente alla costruzione di alcuni nuovi reattori in Slovacchia secondo i vecchi progetti. L’Enel si appella al fatto che il caro-petrolio costringe sempre più a ricorrere ad altre forme di energia e che a beneficiare deli vantaggi derivati dalla produzione di energia nucleare a Mochovce saranno in larga misura gli italiani.
Il problema è che i reattori di Mochovce sono una vecchia progettazione sovietica, quindi, usano vecchie tecnologie e per di più non hanno nessun guscio di contenimento che possa prevenire il rilascio di radioattività nell’ambiente nel caso di incidenti rilevanti.
Benché oggi i reattori nucleari di terza generazione debbano avere due gusci di contenimento, l’Enel vuole quindi continuare a costruire secondo i vecchi progetti senza predisporre alcun guscio protettivo. Pertanto, se sciaguratamente un aereo entrasse in collisione con la struttura (l’11 settembre insegna) si potrebbe innescare una catastrofe nucleare senza precedenti nel bel mezzo d’Europa (per intenderci, a 500 Km da Venezia).
Greenpeace critica da tempo il progetto (il video in alto è un suo spot contro la costruzione di questi reattori senza guscio), la posizione del governo Slovacco è ambigua e per questo è stato citato in giudizio dall’associazione ambientalista e anche i paesi vicini quali l’Austria non sono contenti di avere una potenziale bomba atomica a pochi kilometri di distanza.
Insomma, il problema energetico è sicuramente di enorme gravità e va affrontato, ma se qualche volta si pensasse davvero di più agli interessi collettivi (salute, ambiente, risparmio energeico, …) piuttosto che ai soli interessi economici forse il problema sarebbe di più facile soluzione…
Che ne pensate?

La “pillola del giorno dopo” è abortiva oppure no? A questa domanda ha cercato di rispondere il Movimento per la vita, ma anche l’ADUC. Ebbene: le due risposte sono diametralmente opposte. Chi fa informazione e chi disinformazione? Cerchiamo di scoprirlo…
Il 10 giugno, l’ADUC (Associazione per i diritti degli utenti e consumatori) pubblica sulle pagine del suo portale un comunicato dal titolo: “Pillola del giorno dopo non è un abortivo. Attenzione alla disinformazione del Movimento per la Vita”
Il 18 giugno, il Movimento per la Vita risponde all’accusa confermandone la potenzialità abortive, citando a sostegno della sua tesi l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), il foglietto illustrativo della pillola, una sentenza del Tar del Lazio del 2001 e le posizioni del Comitato bioetico nazionale.Tutte argomentazioni che, come si legge nella stessa nota del Movimento, difficilmente possono essere smentite.
Il 24 giugno, l’ADUC contrattacca smentendo punto per punto le affermazioni del Movimento per la Vita. Ecco un breve riassunto:
- Se la pillola del giorno dopo fosse un abortivo, non potrebbe essere venduta in farmacia, bensì dovrebbe essere somministrata solo in regime di ricovero in un ospedale pubblico (come prevede la legge 194 sull’interruzione di gravidanza);
- L’OMS ha sempre sostenuto il contrario di quello che il Movimento per la Vita dice. Sul suo sito si può leggere che il principio attivo della pillola del giorno dopo previene l’ovulazione e non ha alcun effetto riscontrabile sull’endometrio o i livelli di progesterone quando somministrato dopo l’ovulazione. La pillola del giorno, pertanto, non è efficace dopo l’avvio del processo di impianto, cioè non causa aborto;
- Per qanto riguarda il Comitato di bioetica e la sentenza del Tar del Lazio, citati dal movimeto per la Vita come parte della comunità scientifica internazionale, l’ADUC risponde che il parere dei filosofi e dei religiosi facenti parte del Comitato bioetico, per quanto autorevoli e seri nelle loro materie, non può essere paragonate a quelle di illustri medici e scienziati di tutto il Mondo che sostengono il contrario. Ancor più curiosa è l’inclusione nella comunità scientifica internazionale dei giudici amministrativi della Regione Lazio. La decisione del Tar, per di più, risale al 2001 e si basa su vecchi dati scientifici, tanto che, vista la sua inconisistenza, non ha impedito che la pillola fosse prescritta e distribuita fuori dall’ambito ospedaliero.
- Resta aperta solo la questione del foglietto illustrativo. La citazione che il Movimento della Vita ne fa recita così: “La contraccezione di emergenza è un metodo di emergenza che ha lo scopo di prevenire la gravidanza, in caso di rapporto sessuale non protetto, bloccando l’ovulazione o impedendo l’impianto dell’ovulo eventualmente fecondato.” Peccato che si tratta di una citazione parziale estrapolata da un contesto più ampio. I foglietti illustrativi dei farmaci, inoltre, servono per dare solo delle indicazioni generali (e per tutelare legalmente la casa farmaceutica); non possono essere sostitutivi della corretta informazione che il medico da al paziente quando prescive un medicinale. Qualunque medico che facesse riferimento strettissimo a ciò che c’è scritto sul foglietto illustrativo senza considerare il caso specifico e gli ultimi risultati delle ricerche scientifiche sarebbe considerato un incompetente.
Allora, chi è che ha fatto controinformazione? Con tutto il rispetto per i temi etici e morali che debbono essere trattati con la massima delicatezza, credo che qui si stia confondendo il piano medico-scientifico con il piano etico-religioso…

Mentre nascono liste elettorali contro l’aborto, mentre si acuisce la posizione della Chiesa in merito all’interruzione di gravidanza, dopo che la Polizia ha fatto irruzione in un ospedale accusando ingiustamente di omicidio una donna che aveva da poco abortito, ecco cosa può succedere ad un medico che lavora in un ospedale di matrice cattolica.
Ecco cosa è successo: Non ha retto a quell’accusa infamante, di avere praticato l’aborto clandestino nei suoi studi privati di Genova e di Rapallo. Lui, medico al Gaslini, stimato ginecologo nell’ospedale guidato dal Cardinale Angelo Bagnasco, in cui si può fare solo l’interruzione terapeutica della gravidanza e non quella volontaria. Ermanno Rossi, di 54 anni, si è gettato dalla finestra del suo ambulatorio.
Tutto sarebbe iniziato da un aborto che Rossi avrebbe praticato nel suo studio privato. Una giovane donna gli avrebbe chiesto l’interruzione volontaria della gravidanza, poi avrebbe raccontato tutto ad una amica: un’attivista del Movimento per la Vita. Da questa sarebbe partita la segnalazione anonima e quindi l’apertura dell’inchiesta.
Il suicidio è arrivato dopo una giornata di perquisizioni da parte dei Carabinieri. Un giorno di pressione psicologica per il ginecologo. I militari hanno suonato alla porta di casa sua alle 6.30. Ha aperto la moglie. Il medico non c’era, smontava dal turno di notte e i Carabinieri sono andati a prenderlo fino all’ospedale, come se fosse un pericoloso criminale. Gli hanno notificato un avviso di garanzia e poi sono passati alle perquisizioni, contemporaneamente nell’ambulatorio ospedaliero e nei due studi privati.
Il ginecologo, poi, dopo aver cenato con la famiglia, era molto scosso, ma è voluto uscire. Ha detto che sarebbe andato a mettere ordine nell’ambulatorio che i Carabinieri avevano messo a soqquadro. Poi la tragedia: ha aperto la vetrata e si è lasciato cadere dall’undicesimo piano del palazzo dove era situato il suo ambulatorio.
Rossi era indagato in riferimento all’articolo 19 della legge 194 riguardante l’interruzione volontaria di gravidanza al di fuori delle procedure e delle strutture previste dalla legge stessa. Questo articolo stabilisce in quali strutture può essere praticata l’interruzione volontaria di gravidanza e fissa dei termini di tempo: una scadenza di 90 giorni dal concepimento per effettuare l’intervento volontario e quello di 24 settimane perl’intervento terapeutico. Si stava cercando di capire (con metodi bruschi) se il medico avesse realizzato un’interruzione di gravidanza in luoghi e con tempistiche non previsti dalla legge (rischiava da 1 a 4 anni di reclusione).
L’aborto è un dramma per chi lo subisce (le donne), per chi lo pratica (i medici) e per la società. Banalizzare il problema sarebbe sbagliato. Ma trattare un medico come il peggiore dei criminali e sottoporlo a forti pressioni psicologiche (ancora solo in fase di accertamento delle accuse) probabilmente solo perché lavora in una struttura legata in un certo senso alla Chiesa, è però ingiusto.
L’accanimento contro questo ginecologo (non è da escludere che fosse realmente colpevole di aver violato la legge) mi sembra simile all’atteggiamento che i poliziotti hanno avuto nei confronti di quella donna che al Policlinico di Napoli era stata accusata di omicidio quando in realtà aveva solo dovuto praticare un aborto terapeutico.
Che dire… il problema dell’aborto è molto serio, ma non bisogna essere in nessun caso bigotti e ottusi e agire basandosi su pregiudizi in un clima di caccia alle streghe!!!

Uno dei temi su cui si dibatte a livello internazionale è la cosiddetta “questione cinese“. I mercati di tutto il mondo devono fare i conti con i prodotti che arrivano dalla Cina.
Prodotti a basso costo che turbano l’economia di molti Paesi e che spesso risultano essere di scarsa qualità se non nocivi. Dopo i giocattoli per bambini che contenevano vernici potenzialmente tossiche per i piccoli acquirenti e i molti oggetti, spesso bizzarri e particolari che giungono dalle fabbriche cinesi, adesso potrebbero arrivate nei nostri mercati dei prodotti a dir poco “atipici”. Si tratta di elastici per capelli prodotti riutilizzando preservativi usati. E’ vero che quella del riciclo è una buona pratica, ma questa pare proprio un’esagerazione.
La notizia (QUI e QUI)arriva direttamente dal China Daily. Il giornale avrebbe le prove del fatto che nella provincia meridionale del Guangdong, nelle città Dongguan e Guangzhou, questi elastici per capelli realizzati con materiali “originali” avrebbero una grande diffusione per via del loro costo di gran lunga più basso rispetto agli elastici normali.
La notizia potrebbe suscitare ilarità se non fosse che i condom usati contengono numerosi virus e batteri e, anche se puliti e trasformati in elastici per capelli, rimangono comunque uno strumento pericoloso perché possono favorire il contagio e la diffusione di certe malattie.
Appresa la notizia, vista l’invasione di prodotti cinesi nel nostro Paese, alcune associazione di consumatori hanno lanciato l’allarme chiedendo ai ministri competenti se lo strano articolo è stato già importato in Italia. Il segretario dell’Aduc, Primo Mastrantoni, ha fatto sapere che ci sarà un’interrogazione parlamentare in tal senso.
Non si può escludere, dice l’Aduc, che l’uso di questo accessorio per capelli sia causa di trasmissione per le malattie genitali, compresa l’AIDS. Le donne, infatti, hanno l’abitudine di tenere in bocca l’elastico mentre si fanno la treccia o un nodo ai capelli.
Insomma, in Cina non si butta via niente e i cinesi commerciano di tutto. Gli economisti di tutto il mondo si stanno scervellando con scarso risultato per cercare di capire come arginare il fenomeno dell’invasione dei prodotti cinesi. Forse sarà proprio per questa loro fantasia che i cinesi mettono in crisi il sistema economico globale, anche se spesso le conseguenze sono devastanti.
Guangdong, la regione dove si producono questi elastici per capelli, negli ultimi decenni è stata protagonista (QUI), infatti, di una crescita economica senza regole, che ha portato inevitabili strascichi come carenze di energia, disoccupazione e corruzione, con conseguenti crisi di vertice nella classe dirigente locale.
“L’economia della provincia è prospera e la situazione stabile” - ha dichiarato recentemente Zhang Deijang, alto dirigente del partito comunista cinese ed economista. Poi lo stesso Zhang ha ammesso. Seppur eufemisticamente, che si sono verificati “incidenti di massa” legati al disagio sociale. Tali “incidenti” sarebbero però diminuiti di un quarto nel 2006 rispetto all’anno precedente, e continuerebbero a calare nell’anno in corso. “Abbiamo fatto tutto il possibile per risolvere i problemi sociali - ha concluso - e ci stiamo occupando con successo del rapporto tra sviluppo e stabilità”. L’attenzione degli attivisti per i diritti umani sul Guangdong è elevata da quando, nel 2005, la polizia sparò sui contadini che protestavano per la costruzione di una fabbrica sui loro terreni.
Forse la creatività e l’originalità con cui gli abitanti del Guangdong affrontano i problemi legati alla produzione economica, se da un lato li spingono a produrre prodotti a basso costo molto competivi, dall’altro non li aiutano a risolvere i problemi sociali che affliggono il loro territorio, anzi forse ne sono proprio la causa.
> AGGIORNAMENTO: In un commento al post si dice che questa notizia sarebbe un falso. Ne hanno parlato, comunque, un TG autorevole e molti altri blog. Inoltre, propio sul sito dell’Aduc si denuncia il fatto. Se si tratta davvero di una bufala, ci sarebbe cascato chiunque!
Metto il link al post in cui l’autore del commento spiega perchè si tratterebbe di una bufala. Decidete voi…

Sebbene certe storie meriterebbero rispetto e sarebbe meglio fare in modo che i riflettori non restassero puntati su determinate situazioni, per quanto riguarda il caso di Eluana Englaro non si può tacere perchè la storia umana, sanitaria e giudiziaria di questa ragazza introduce, per la prima volta in Italia, una sorta di “diritto alla morte“. Ma veniamo ai fatti…
Eluana Englaro era una giovane di soli 20 anni quando, nel 1992, a causa di un incidente stradale, è entrata in stato di coma vegetativo permanente. Da allora i genitori si sono battuti in tribunale affinchè venisse interrotta l’alimentazione artificiale alla figlia fino al sopraggiungere della morte. I giudici hanno sempre respinto le richieste della famigia, ma l’altro ieri la Corte di Cassazione si è pronunciata in merito alla vicenda sconfessando le precedenze sentenze dei giudici cui era stato sottoposto il caso. La Corte Suprema ha affermato che “si può staccare la spina” se si verificano due condizioni, una di carattere tecnico e una di carattere umano:
-
lo stato vegetativo deve essere irreversibile senza alcuna possibilitá di recupero della coscienza e delle capacitá di percezione;
-
deve essere accertato, sulla base di elementi tratti dal vissuto del paziente, dalla sua personalità e dai suoi convincimenti etici, religiosi, culturali e filosofici che il soggetto, se avesse potuto pronunciarsi avrebbe voluto che il trattamento medico fosse interrotto.
Nelle motivazioni della sentenza si legge che c’è una “attuale carenza di una specifica disciplina legislativa” che fornisca indicazioni da seguire nel caso di richiesta di sospensione di cure e trattamenti sanitari di un malato in coma e senza speranza di miglioramenti. Anche in tale situazione di vuoto normativo, si è reso necessario - dicono i giudici della Cassazione - dare una “immediata tutela al valore primario ed assoluto dei diritti coinvolti“. Ecco perchè la Suprema Corte ha deciso di spingersi a dare indicazioni concrete per risolvere i casi dei pazienti in coma irreversibile colmando l’assenza di una normativa in tal senso.
Alla luce di questa sentenza, ci sarà un nuovo processo che potrebbe dar ragione al padre della ragazza ponendo fine alla vita (seppur vegetativa) della figlia. Che lo stato vegetativo di Eluana sia irreversibile, lo stabiliranno i medici, resta da dimostrare la volontà della ragazza. Già da anni, i genitori di Eluana raccontano episodi della vita della figlia e parlano del suo modo di concepire la vita da cui si capirebbe chiaramente il pensiero della giovane in merito all’eutanasia. Pare, ad esempio, che una volta Eluana avesse fatto visita a un amico motociclista, gravissimo che comunicava soltanto con il battito delle ciglia e che lei avesse acceso una candela perché morisse, a tal punto era rimasta colpita da quella scena. Lei, dice il padre, non ha nemmeno il potere sul battito di ciglia, figuratevi se adesso non volesse morire anche lei come auspicava per quel suo amico.
Al di là del caso specifico di Eluana, in questa situazione di vuoto normativo, la sentenza della Cassazione fissa i criteri perchè anche in Italia venga introdotta la “dolce morte“. Ovviamente, subito è arrivata la reazione della Chiesa che dalle colonne dell’Osservatore Romano, il giornale della CEI, ha avuto toni duri contro la sentenza definendola inaccettabile. “Nel caso specifico della sentenza della Cassazione - si legge sull’Osservatore Romano - è inaccettabile il relativismo dei valori, soprattutto se riguarda la conservazione o meno della vita. [...] Accettare pure nel vuoto legislativo una tale posizione significa orientare fatalmente il legislatore verso l’eutanasia. Di più: introdurre il concetto di pluralismo dei valori significherebbe attribuire a ciascuno una potestà indeterminata sulla propria esistenza. [...] Sulla vita stessa, e sulla sua interruzione, nessun uomo ha alcuna signoria“.
Se era scontato l’attacco frontale dell’Osservatore Romano contro la sentenza della Cassazione, non era altrettanto scontato il silenzio e l’imbarazzo dei politici italiani di fronte all’attacco del Vaticano contro la magistratura, accusata di “orientare il legislatore verso l’eutanasia” e di promuovere “il relativismo dei valori“. In realtà, la gerarchia cattolica quando si tratta di valori si scaglia contro tutti quelli che non hanno lo stesso suo pensiero perché ritiene di avere il monopolio dell’etica. Chi non la pensa come al Chiesa è OUT, chi dice le stesse cose che dice la Chiesa è IN. Anche la magistratura, se cerca di colmare un vuoto normativo che in certi casi diventa pesante (si pensi al caso Welby), viene tacciata di essere fautrice del relativismo dei valori, il male del secolo.
Nessun politico ha avuto il coraggio di sottolineare la sentenza o di dire qualcosa in difesa della magistratura perchè in Italia è difficile mettersi contro al Chiesa. Si stà ripetendo anche questa volta la farsa andata in scena per ciò che riguarda i DICO (qualcuno ne ha più sentito parlare?) oppure sul testamento biologico (il documento che contiene le disposizioni di una persona sulle cure mediche da affrontare verso il termine della vita, come la rinuncia all’accanimento terapeutico ) per il quale sono stati depositati in parlamento, fin dalla scorsa legislatura, diversi disegni di legge senza che l’argomento sia mai entrato nell’ordine del giorno.
Allora, al di là del caso specifico, credo che sia giusto che la Chiesa faccia sentire la propria voce e che renda nota la sua posizione, non è altretanto giusto però che Essa si attribuisca il monopolio dell’etica precludendo apriori qualsiasi altra possibilità. Anche la magisratura, a quanto pare, deve necessarimante adeguarsi ai suoi principi se no viene tacciata di essere causa di relativismo valoriale.
Ci sarà chi vede nella vita vegetativa del coma il compimento di un disegno divino al quale non ci si può sottrarre artificialmente continuando in ogni modo a restare attaccati al “valore della vita“, ma ci sarà anche chi preferisce far valere il “diritto alla morte“ pur di non restare immobile e incosciente per decenni su di un letto. Credo che la politica, quella laica sul serio, dovrebbe tener conto di entrambe le posizioni senza temere di esser accussata di diffondere “relativiso etico” e che in questo caso dovrebbe spendere qualche parola in difesa della magistratura. Almeno dovrebbe cercare di colmare quel vuoto legislativo cui solo in parte ha messo fine la Cassazione…
L’argomento è delicato, voi che ne pensate? ![]()

Quante volte sentiamo notizie che si riferiscono alla “malasanità“, quante volte i cittadini si sono lamentati di un dissevizio del sistema sanitario, dei tempi di attesa troppo lunghi, ecc, ecc…
Qunte volte, al contrario, si sono sentiti Ministri e politici affermare che la Sanità italiana è tra le migliori. Ma allora la nostra sanità, sta bene o sta male?
Secondo l’Euro Health Consumer Index 2007 - una classifica redatta da Health Consumer Powerhouse, che analizza la sanità in 29 Paesi europei - la sanità italiana non solo sarebbe mediocre, ma anzichè migliorare peggiorerebbe costantemente, tanto che è scivolata dall’undicesimo al diciottesimo posto in un anno. Addiritura, dice il rapporto Euro Health Consumer, in cinque delle categorie che si riferiscono alle prestazioni sanitarie, l’Italia ha ottenuto 80 punti su un potenziale teorico di 1.000! Le interminabili liste d’attesa, i pochi diritti del malato e la scarsa protezione assicurativa in caso di errori medici, sono i punti deboli del sistema sanitario italiano. “Ai dottori italiani piace sentirsi Dio, cosa che non crea affatto le premesse per un rapporto proficuo con i pazienti - sintetizza il Sole24Ore leggendo il rapporto - e gli ospedali italiani sarebbero un settore dominato da baroni in camice bianco che mandano i pazienti dagli specialisti amici senza offrire tutte le possibili alternative di cura e terapia”.
Mentre usciva questo rapporto (di cui se ne è parlato poco o nulla), è parita la campagna del Ministero della Salute “Pane, Amore e Sanità“, realizzata dal fotografo Oliviero Toscani, costata complessivamente 1,5 milioni di euro. L’occasione è stato il trentesimo anniversario del Servizio sanitario nazionale, un’auto-celebrazione che forse serve per camuffare qualcos’altro…
Il premier, Romano Prodi, ha detto che con un’aspettativa di vita media di 80 anni e una mortalità infantile minima, l’Italia si trova ad avere un sistema sanitario di tutto rispetto nel quadro europeo, pertanto sarebbe ingiusto parlare di malasanità. Gli fa eco il ministro della Salute, Livia Turco, che ha ricordato come, secondo l’OMS, l’Italia abbia ha il secondo migliore sistema sanitario al Mondo!
Peccato che i dati cui fa riferimento il Ministero della Salute (quelli dell’Oms) siano vecchi di 7 anni (sono del 2000) e che quindi sono ormai “scaduti”. Tra l’Oms e il Ministero della Turco, infatti, si è stipulata adesso una nuova convenzione per aggiornare quei dati, individuare le aree di maggiore debolezza del sistema sanitario italiano e raccogliere - rendendole di uso comune - esperienze di buona sanità attraverso le segnalazioni di cittadini e operatori (”Buone pratiche“).
Allora, il sistema saniario italiano è uno dei migliori al Mondo o uno dei peggiori in Europa? La verità, come spesso accade, stà in mezzo. Secondo me, infatti, bisogna ben guardarsi dalla retorica della politica, ma anche dalle ricerche come quella dell’Health Consumer Powerhouse (per altro tenuta ben nascosta) che usa come punto vista quello dei consumatori analizzando fattori quali l’informazione dei pazienti, i tempi di attesa per trattamenti comuni, l’accesso ai farmaci, ecc. I pazienti, si sà, spesso sono troppo duri, soprattutto se intervistati all’interno di un’ospedale mentre aspettano una visita
, ma ovviamente il nostro non è nemmeno uno dei migliori sistemi sanitari del Mondo, come dicono i nostri politici!!!
Credo che in linea di massima la sanità italiana vada bene, ma che possa andare meglio, che tocchi punte di eccellenza, ma che presenti anche zone d’ombra, che abbia delle caratteristiche che lo rendono unico (es. l’Italia è il primo Paese europeo a fornire gratuitamente il vaccino contro il cancro dell’utero a tutte le bambine di 12 anni), ma che prsenti delle disfunzioni che bloccano le buone pratiche di cui parla la Turco, ecc. ecc.
Come per la maggior parte delle informazioni circolanti in Italia, quindi, anche per i dati inerenti al sistema sanitario bisogna stare molto attenti, verificare le fonti, cercare autonomamente informazioni e non fidarsi dei media. Internet in tutto questo ci può dare una mano…
Buona salute a tutti!!!

I politici le studiano tutte per farsi publicità. Ma a volte la loro ricerca affannata di poplarità e visibilità è utile per inserire nell’agenda dei media certi episodi ce altrimenti rimarrebbero oscuri. E’ questo il caso di Francesco Storace, ex ministro della Salute e fondatore del nuovo partito “La Destra“, che si è recato a Piacenza per denunciare quello che possiamo chiamare “un caso Welby” al contrario.
Si tratta della vicenda di Gian Piero Steccato, un ex impiegato delle Ferrovie di 58 anni con moglie e due figli, colpito nel 1999 da “locked-in syndrome” (sindrome del chiavistello), un forma rarissima di ictus che immobilizza totalmente il corpo (respira addirittura solo grazie alla tracheotomia, viene spesso broncoaspirato e non ha nemmeno deglutizione, viene alimentato artificialmente). Il signor Steccato è costretto a vivere nella sua abitazione comunicando solamente con il polpastrello dell’indice sinistro, l’unica parte del corpo rimasta sensibile. A provvedere all’assistenza ci pensa quasi in tutto la famiglia che spende ogni mese migliaia di euro per i macchinari, i medicinali e l’asssitenza, ricevendo solo un contributo regionale di 23 euro giornalieri (quello standard per i malati gravi), il semplice assegno d’accompagnamento di 600 euro mensili e solo tre ore al giorno di assistenza da parte di un’operatore tecnico assistenziale. “E’ vergognoso - ha affemato Storace - che non ci sia un’assistenza degna di questo nome”.
Sembra che Gian Piero Steccato - nonostante la malattia - abbia lanciato un appello: “Aiutatemi a vivere!”. Ha ancora tanta voglia di vivere, ma continuare in queste condizionidiventa troppo oneroso per la famiglia e diveta difficoltoso anche per lui. Se Welby voleva morire perchè in condizioni simili, Steccato vuole vivere, ma vorrebbe delle condizioni asssitenziali migliori. La questione è molto delicata e credo che richieda una particolare attenzione da parte delle istiuzioni e degli organi competenti.
Starace, ha avuto un buon ritorno in termini di immagine; sono contento se il “caso Steccato” trova la stessa risonanza del “caso Welby” e si possa trovare una soluzione, ma questa strumentalizzaione politica della malattia mi sembra fuori luogo, soprattutto ad opera di un ex ministro della salute. Non credete che Strace se ne sia accorto troppo tardi? Non poteva farci qualcosa quando poteva in veste di Ministo e non adesso in veste di esponente dell’opposizione? Quali importanti provvedimenti ha preso durante il suo ministero a favore dell’assistenza ai malati cronici?
Non è un mistero che i politici usino strategie di marketing per trovare consensi, ma sfruttare queste situazioni limite, mi sembra di pessimo gusto. Spero solo che il signor steccato tragga vantaggio dalla visita di Storace, ma vedere il corpo immobile e inerme di Gin Piero Steccato attaccato ai macchnari e circondato di medicine affianco a Storace che parla davanti alla telecamere facendo politica, mi è sembrato disgustoso, per Storace ovvimente…

Commenti Recenti