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Navigando qua e là per la Rete ho trovato questo vecchio articolo di RAI News del 2005 che parla di un fatto che io non conoscevo e che, da appassionato di argomenti relativi al Web, mi ha colpito particolarmente.

L’articolo parla di Aaron Weisburd (e della sua Internet-Haganah), un programmatore informatico dell’Illinois (USA), che dopo i tragici fatti dell’11 settembre 2001 ha deciso di intraprendere una personale guerra contro il terrorismo islamico attravrso la Rete.

Weisburd, con l’aiuto di pochi collaboratori, ha iniziato la sua attività navigando tutto il giorno su Internet alla ricerca di siti islamici jihadisti, quando li trovava li segnalava ai provider e, se questi non intervenivano ad oscurare il sito, ci pensava lui autonomamente: metteva in atto un attacco informatico ai danni dei server che ospitavano i siti da lui ritenuti pericolosi, mettendoli così offline.

L’atteggiamento delle forze dell’ordine verso questa attività è stato ambivalente. Da un lato si tratta un’attività illegale che può interferire in alcuni casi con le indagini della polizia, dall’altro però può essere un modo per rendere un servizio di utilità pubblica aiutando gli USA nella lotta al terrorismo.

Vista la grossa ferita che l’11 settembre ha aperto sul cuore degli Stati Uniti, si può comprendere lo stato d’animo degli americano dopo l’attentato alle Torri Gemelle e in un certo senso si può giustificare questo tipo di atteggiamento. Ma adesso, a 7 anni dall’attentato, ho cercato di capire com’è andata a finire: siamo nel 2008 e Aaron Weisburd è ancora lì.

Con il passare degli anni, infatti, l’attività di Weisburd non è terminata, ma è andata consolidandosi. Oggi Weisburd è a capo di un’organizzazione che, oltre a mantenere la struttura di base (attacchi contro i siti della jihad), è inoltre diventata una sorta di movimento che ha come scopo quello di sensibilizzare le imprese che operano in Rete a non fornire servizi basati sul web a gruppi islamici (QUI su Wikipedia e QUI il sito ufficiale).

Vorrei soffermarmi particolarmente su un aspetto: “la giustizia fai da te“. Haganah, il nome dell’organizzazione, è infatti una parola ebraica che significa difesa e l’intento dichiarato di Weisburd è proprio quello di difendere gli USA e Israele dagli estremisti islamici. Per quanto nobile possa sembrare questa iniziativa, secondo me è meglio usare sempre gli strumenti della legge.

Come reagiremmo se esistesse, ad esempio, un progetto simile con il fine di oscurare i siti abortisti o quelli che palano di procreazione assistita? A pensarci bene il principio è lo stesso, ma che fine farebbe la libertà di espressione? ;-)

Credo, quindi, che la polizia americana dovrebbe intervenire per porre fine all’attività dell’associazione Haganah, oppure (se la ritiene così utile) dovrebbe fare in modo che essa operi all’interno delle strutture e degli spazi previsti dalle leggi americane. Non si può limitare a collaborare con Weisburd solo in certe occasioni lasciandogli invece libertà di manovra per tutto il resto.

Allora, se è giusto mettere le proprie competenze al servizio della collettività, credo che sia anche giusto regolamentare in qualche modo queste attività. Nel film Il giustiziere della notte, un architetto a cui è stata distrutta la famiglia da dei criminali, scettico nelle capacità della legge di catturare i colpevoli, si procura una pistola e va in giro per New York a farsi giustizia con le proprie mani.

Se nella vita reale queste vicende di “giustizia fai da te” sono difficili da realizzare, pare che sul Web possano diventare facilmente realtà… ;-)

In questo blog se ne parla spesso del potere che acquistano gli utenti della Rete in relazione all’informazione (già il nome del blog dice tutto! ;-) ). In questigiorni, navigando in Internet, mi sono imbattuto in una iniziativa di YouTube riguardante il giornalismo partecipativo che, quindi, non potevo non citare. Riporto un articolo di Webnews, uno dei migliori che ho trovato sull’argomento:

Il più grande portale per la condivisione di video online ha da poco avviato una nuova sezione, interamente dedicata al citizen journalism, l’attività informativa svolta in prima persona dai cittadini in tutte le parti del mondo. L’innovativo canale lanciato da YouTube mira ad aggregare e segnalare alle centinaia di migliaia di utenti del portale i migliori contenuti realizzati per raccontare le notizie spesso trascurate dai grandi mezzi di comunicazione.

Ogni giorno sono infatti migliaia i video caricati dagli utenti a puro sfondo informativo. Spesso meno conosciuti e sopraffatti dalla popolarità dei filmati creati per puro svago e divertimento, i piccoli reportage - confezionati direttamente da chi è coinvolto in prima persona nella notizia - raccontano realtà affascinanti e ignote dalle enormi distese africane alle grandi realtà metropolitane densamente abitate, passando per la miseria delle baraccopoli e delle loro genti dimenticate. Armati di strumenti spesso rudimentali, i fautori del giornalismo partecipativo vanno alla ricerca delle notizie sul posto, riportando in auge i reportage di inchiesta, ormai in via di totale estinzione e sostituiti dall’immobilismo del desk.

La nuova responsabile per le news assoldata da YouTube avrà dunque il compito di riportare in luce le storie raccontate sul portale con i meccanismi del citizen journalism. Un incarico non semplice, che potrà essere realizzato con sufficiente meticolosità solamente con l’aiuto delle centinaia di migliaia di utenti che ogni giorno frequentano YouTube.

Anche se, in una scala differente ed esclusivamente orientata ai nuovi media, è difficile non scovare una certa analogia tra l’iniziativa da poco lanciata da YouTube e l’esperienza di Current TV (ne parlavo QUI), il canale televisivo voluto dal premio Nobel Al Gore. Recentemente lanciata anche in Italia sulla piattaforma satellitare Sky, l’emittente televisiva basa i propri palinsesti sui contributi multimediali inviati dai suoi telespettatori che hanno anche modo di votare i filmati migliori sul sito Web di Current.

In misura più contenuta, ma con la forza di un bacino molto più ampio di utenti, anche YouTube sembra compiere i primi passi nel crescente, e sempre più fecondo, settore del giornalismo partecipativo. Avviata quasi in sordina, attraverso il passaparola della Rete, l’iniziativa del portale di video sharing potrebbe rivelarsi particolarmente efficace e, sicuramente, meno dispendiosa dell’ambizioso progetto portato avanti da Current TV.

Che dire? Dopo il blogging, le piattaforme di giornalismo partecipativo come FaiNotizia e altre, l’arrivo in Itali a di Current TV, adesso anche Youtube si apre all’informazine fatta dagli utenti. Forse finalmente qualcosa si sta muovendo in questa direzione e probabilmente presto si potrà sfuggire ai filtri editoriali, ai condizionamenti politici, economici e ideologici che condizionano l’informazione!
Sono troppo ottimista? ;-)

Ci aveva già provato la Regina Rania di Giornania per spiegare l’Islam agli occidentali (QUI), adesso anche il Premier britannico, Gordon Brown, cerca di parlare ai cittadini attraverso la Rete tramite Youtube. “I politici possono fare domande al primo ministro. Penso che sia arrivato il momento che anche i cittadini abbiano questa possibilità“, è con queste parle che si inaugura il primo “Question time” su Youtube.

Il nome scelto per l’iniziativa non è un caso: proprio come nel “question time” tradizionale il primo Ministro risponde alle domande dei politici, così Brown risponde alle domande degli internauti in Rete. Basta collegarsi alla pagina di Youtube dedicato all’iniziativa e caricare un breve video. Vista la mole di richieste, sono gli stessi utenti a votare le domande più interessanti da cui aspettarsi delle risposte da Brown (per il momento è stata fissata come data di scadenza 21 giugno).

Per la verità il procedimento non è ancora così immediato e intuitivo, ma l’esperimento è ancora all’inizio e quindi in fase di sperimentazione. Probabilmente si trasformerà in un appuntamento settimanale fisso e sarà pertanto migliorato.

I più maliziosi sostengono che questa iniziativa sia finalizzata soltanto a raccogliere consensi tra il pubblico giovane e a ridare luce all’immagine di Brown che non riesce a essere all’altezza del suo predecessore, Tony Blair. Per i sostenitori del Premier si tratta della prima vera forma di democrazia diretta.

In ogni caso, secondo me si tratta di un’iniziativa lodevole e molto interessante che potrebbe essere seguita in molti altri Paesi. L’Inghilterra, si sà, è all’avanguardia su certe cose e la regina Rania è una sovrana illuminata…

Chissà quando anche in Italia saremo all’avanguardia o avremo un Premier “illuminato” a tal punto da comprendere il potere e la forza della Web? ;-)

E’ stato accusato di essere la causa dell’apocalisse che tra qualche anno si abbatterà sulla terra, ma è grazie ad esso che forse avremo un nuovo sistema di trasmissione dei dati talmente veloce che Internet sarà 10.000 volte più veloce delle attuali ADSL. Di cosa si tratta? E’ il Large Hadron Collider (Lhc), il più grande acceleratore di particelle al mondo che sta per essere completato al CERN di Ginevra (QUI la notizia).

Per archiviare i dati prodotti dall’Lhc, pari a quelli smaltiti dall’intera rete europea di telecomunicazioni, sarebbe stato infatti necessario un computer di dimensioni enormi. I ricercatori che hanno sviluppato questo acceleratore di particelle si sono quindi posti il problema di creare un nuovo sistema molto più veloce di trasmissione dati basato sulle fibre ottiche. Ecco che è nato Grid, capace di inviare un’enorme quantità di dati da una parte all’altra del mondo in pochi secondi.

Grid, nato per fini scientifici, potrebbe sostituire le attuali connessioni ad Internet rendendolo migliaia di volte più veloce e ponendo rimedi ai problemi che la Rete si troverà a dover affrontare di qui a poco (ne avevamo parlato QUI). Presto, quindi, potremo scaricare un film intero o tutta la discografia del nostro cantante preferito in un istante, oppure scaricare immagini molto elaborate, giocare in rete con centinaia di migliaia di navigatori, ecc, ecc…

I primi a poter beneficiare di questa connessione iper-veloce saranno i ricercatori universitari. Entro l’autunno, infatti, molte grandi università avranno già a disposizione Grid. La nuova tecnologia non avrà però larga diffusione prima di due anni. Ad oggi, infatti, dispone già di 50.000 server che verranno portati progressivamente a 200.000 nel 2010.

Insomma, forse in futuro tutto il mondo sarà veramente connesso, ma credo che il problema sia sempre lo stesso: i costi e le infrastrutture. Se da un lato questa nuova tecnologia accelererà notevolmente lo sviluppo dei Paesi più ricchi (a meno che non sia causa dell’apocalisse ;-) ), dall’altro probabilmente contribuirà ancora di più ad accentuare il digital divide tra il sud e in nord del Mondo.

David Britton, uno dei fisici che ha partecipato al progetto ha affermato al che “con questo tipo di potenza informatica le generazioni future avranno la capacità di collaborare e comunicare in modi che oggi non possiamo nemmeno immaginare“. Spero che questo serva a tutti indistintamente… ;-)

Sul blog ilcomunicatore (ciao Luca e ciao Simone) ho trovato due post molto interessanti che mi hanno dato lo spunto per scrivere questo mio post. Mettono a confronto la comunicazione del Partito Democratico (Veltroni) e del Popolo della Libertà (Berlusconi).

Facendo un confronto si vede subito come la comunicazione del Partito Democratico sia completamente diversa rispetto a quella precedente de L’Ulivo, dei Democratici di Sinistra e de La Margherita (formazioni politiche da cui il PD deriva). Sicuramente c’è stato un grande miglioramento rispetto al passato, ma si sa che Walter Veltroni è un buon comunicatore. Se una volta era Berlusconi ad avere la meglio per ciò che riguarda spot e campagne di propaganda politiche, adesso i due schieramenti stanno praticamente alla pari, almeno per ciò che concerne il mondo offline in cui pare che il PD stia copiando il modello comunicativo del PDL.

Ma è nel Web che il PD si dimostra più ricco nei contenuti e nelle iniziative del centrodestra, qui si può parlare addirittura di un sorpasso. E’ stato lo stesso Berlusconi, infatti, ad affermare che lui di Internet non capisce nulla!!! ;-)
Il sito web del PD è molto composito e al suo interno si possono trovare tutte le informazioni che si potrebbero cercare in un sito di un partito. La comunicazione Web del PD, quindi, sembra essere chiara e ben fatta, anche dal punto di vista del Web 2.0. Per quanto riguarda la partecipazione, infatti, un’ ottima iniziativa è sicuramente quella del social network, di Twitter e naturalmente del canale YouTube (bisogna dire che anche il PDL ha un suo canale YouTube).

Il sito VotaBerlusconi.it (punto di riferimento online della campagna elettorale del PDL), invece, non è altro che il sito di Forza Italia, modificato per le elezioni. Sulla destra dell’homepage è possibile partecipare via Web alla campagna elettorale del PDL, ma la partecipazione degli internauti è limitata alla possibilità di inserire un banner sul proprio blog! Più interessante è la funzione di aggregatore visibile in basso nell’homepage.
L’aspetto più partecipativo di questo sito è la possibilità si scegliere le priorità del programma, ma niente di significativo per quanto concerne le logiche di partecipazione del Web 2.0.

La comunicazione del PDL è, quindi, una comunicazione classica che si ripete rispetto alle precedenti esperienze della Casa delle Libertà. Quando Berlusconi approdò per la prima volta in politica(1994) ebbe il merito di aver introdotto in Italia un nuovo stile di comunicazione, preso in prestito dal contesto americano. Negli USA, però, rispetto a quel modello si sono fatti molti passi in avanti che la comunicazione del PDL sembra non aver seguito, sopratutto per la scarsa attenzione al mondo di Intenet.

Queste differenze si riscontrano, a parer mio, anche negli spot realizzati dai sostenitori dei due schieramenti: I’m PD (QUI) e Meno male che Silvio c’è (QUI). Il primo è una rivisitazione della popolarissima canzone YMCA dei Village People realizzato da un circolo milanese del Pd, mentre il secondo è un video che ha per base l’inno scritto da un giovane cantautore veronese in onore di Berlusconi. I due video, anche se perfettamente inseriti nel contesto amatoriale e spontaneo di Youtube, presentano delle differenze formali e sostanziali che secondo me rimarcano i differenti modelli di comunicazone dei due partiti (il primo mi è sembrato più “vero” e dinamico, mentre il secondo con i suoi protagonisti bellissimi e curatissimi, mi ha dato l’impressione di essere una fiction). Ovviamente questa è solo la mia sensazione a caldo appena finito di aver visto i due omaggi ai candidati leader dei due partiti più grandi…

Vi consiglio di vedere questi due video (se non l’avete già fatto), di fare un giro su Youtube e sulla Rete alla ricerca di esempi significativi di comunicazione politica dei due partiti più importanti. Poi potrete dirmi se avete riscontrato le stesse mie impressioni…
Allora, se come si dice, nelle lezioni moderne vince chi riesce a comunicare di più e meglio, che vinca il migliore (anzi, il meno peggiore!!!) ;-)

PS. Vi segnalo anche questa iniziativa di 8 giovani professionisti della comunicazione nata per supportare Veltroni. Riprende lo stile americano dei sostenitori di Obama (QUI su Youtube e QUI nel sito ufficiale).

Basta con i pregiudizi verso l’Islam!!! E’ questo ciò che avrà pensato la Regina di Giordania prima di registrare il video che sta avendo un sacco di contatti su Youtube e che la vede protagonista. La regina apre la conversazione, infatti, con la frase: “In un mondo in cui è così facile essere connessi l’uno all’altro, noi rimaniamo continuamente disconnessi“.

Con voce dolce e sguardo materno, la sovrana di origine palestinese,  tra l’altro una delle donne consederate tra le più belle al Mondo, si rivolge ai giovani occidentali nel loro linguaggio affinchè le scrivano i propri dubbi stereotipati sul mondo arabo. La regina ha infatti invitato i visitatori dello spazio di Youtube dove si trova il video a rispondere con opinioni sul Medio Oriente, cercando di individuare gli stereotipi su arabi e musulmani. “Il mio compito nei prossimi mesi - ha ribadito la sovrana - sarà quello di lavorare per abbattere preconcetti e luoghi comuni. Voglio che la gente conosca il vero mondo arabo, per vedere  e conoscere luoghi, facce e culture che riguardano quella parte di mondo che io chiamo casa”.

Rania Al Yasin, 37 anni, con una brillante laurea in business administration e la fulminea carriera nella Apple (dove non lavora più da quando è divenatata regina) è una veterana del web. Dal 2005 gestisce anche un sito internet attraverso il quale diffonde i temi a lei cari: la complicata questione femminile, le tematiche giovani, la sconosciuta società araba e la sfida conflittuale con la modernità. Un argomento, quest’ultimo, assai sensibile nel suo Paese. Profondamente tradizionale e al tempo stesso proiettato verso il futuro, la Giordania è infatti l’emblema della crisi che scuote l’identità tradizionale musulmana, lacerata tra valori medio-orientali e modelli occidentali.

Tra i commenti si leggono diversi luoghi comuni che arrivano da tutto il mondo, proprio a testimonianza del fatto che gli stereotipi non hanno nazionalità, ma anche domande e riflessioni che mostrano un universo di giovani navigatori interessati e pronti a uno scambio di idee tra le civilità. La regina cercherà di rispondere a tutti chiarendo alcuni degli aspetti più controversi.

Insomma, anche alla luce di questa iniziativa, forse sarebbe ora di iniziare a lasciar cadere i pregiuduizi sull’Islam che ci accompagnano da sempre e che si sono accentuati dopo l’11 settembre. Certo, non tutti i Paesi islamici sono come la “moderna” Giordania e non tutte le donne islamiche possono permettersi l’emencipazione di cui gode la regina Rania, ma sarebbe il caso di smettere di parlare di Islam e sarebbe ora di prendere in considerazione i singoli casi… ;-)

Eccomi qua di ritorno dalle brevi vacanze. Forse perchè durante le feste siamo tutti più buoni, oggi mi ha colpito in particolar modo una notizia. Si tratta di un gioco online, Miss Bimbo, che sta spopolando in men che non si dica in tutta Europa.

Il target cui si riferisce il sito del gioco è un pubblico femminile tra i 9 e 16 anni. Le bambine possono realizzare un proprio alterego virtule che ha un’unica missione: essere bella, attraente e alla moda, possibilmente ricca. Ecco che, quindi, pillole dimagranti, chirurgia plastica, abiti succinti, biancheria intima supersexy e atteggiamenti da lolita la fanno da padrone.

Quando nasce nel suo sito (QUI), la bambola virtuale ha l’aspetto di una ragazza alta, con i capelli castani raccolti in una coda morbida, vestita soltanto d un completo di biancheria intima bianco. Ma alla fine del gioco questa ingenua ragazzina dovrà essere ben diversa, una lolita supersexy e modaiola capace di attirare a sè un fidanzato ricco.

Dovrà avere i capelli biondo platino e una forma fisica perfetta. Deve, quindi, dimagrire di almeno un paio di chili e acquistare una taglia di reggiseno in più, come si premura di specificare fin da subito la pagina riassuntiva degli obiettivi da raggiungere: il tutto per diventare “la bambola più bella, modaiola e famosa del mondo”. Le bambine che entrano nel sito sono incoraggiate a competere senza esclusione di colpi!!!

Da sempre le bimbe si divertono ad agghindare bamboline con nuovi vestitini o con nuovi “tagli di capelli”, ma Miss Bimbo è completamente differente: le gote rosate della bamboline da vestire sono nascoste sotto cipria e ceroni, il corpo goffo da ricoprire di vestiti infiocchettati è un fisico longilineo da aggiustare con ritocchini chirurgici, gli accessori con cui vestire il proprio modello sono decisamente troppo provocanti, il modello di femminilità che propone il gioco è pericoloso per le ragazzine.

Miss Bimbo corrompe le giovani, lamentano i genitori, mina i valori che le famiglie hanno trasmesso loro: “Sarebbe diverso se il ragazzino cogliesse la stupidità del gioco - ha spiegato il rappresentante di un’associazione di genitori - ma il pericolo è che una ragazzina di nove anni non riconosca l’ironia e prenda il gioco come una regola di vita: in questo modo il gioco rappresenta un rischio e una minaccia“. Le regole di Miss Bimbo, inoltre, potrebbero innescare dinamiche di immedesimazione che potrebbero tradursi in disordini alimentari: alle partecipanti è raccomandato infatti il ferreo controllo del girovita.

A parere del suo creatore, il gioco avrebbe invece dei risvolti educativi, aiuterebbe i giovani gamer a districarsi fra i problemi della quotidianità degli adolescenti nel mondo di oggi. Ovviamente i genitori dissentono denunciando la pericolosità del modello comportamentale e di vita proposto dal gioco.

Ma il sito nasconde anche un’altra insidia: l’iscrizione è gratuita, ma per comperare abiti, cure di bellezza, servizi e quant’altro serve a rendere la propria eroina bella e popolare servono i bimbo dollar e, quando il gruzzolo iniziale di 1000 unità è terminato, è possibile acquistare nuovo credito. Un papà inglese ha fatto causa al sito dopo aver ricevuto una bolletta telefonica di oltre 200 dollari a causa delle “bimboricariche”.

Gli ideatori del gioco si difendono da tutte le accuse dicendo che si tratta solamente di un gioco, ma se è vero che giocando si impara… ;-)

Blu ray e pornografia

E’ di questi giorni la notizia secondo cui il formato di disco ottico Blu-Ray della Sony si sarebbe assicurato la vittoria finale nella guerra contro il suo diretto concorrente, Hd-Dvd di Toshiba. Trovo interessante l’accostamento (inpensabile!) tra questo successo e il mercato della pornografia (QUI nella discussione sulla pornografia di ROTOCALCO e QUI sul blog Tecnoetica).

Mi spiego meglio…
L’industria del porno si fonda ovviamente sulla capacità di diffusione delle immagini. Per questo motivo il settore della pornografia è stato da sempre molto attento all’evoluzione dei sistemi di comunicazione. Addirittura io parlerei di un rapporto stretto tra evoluzione dell’industria del porno ed evoluzione dei mass-media.

Credo che la pornografia, infatti, sia nata da subito, da quando l’uomo ha cominciato a lasciare tracce di sé nel mondo. Certe pitture rupestri, alcuni affreschi e mosaici antichi ne sono un esempio. Seguendo l’evoluzione dei media, si è sposata poi sulla carta. Io direi che già alcuni racconti medioevali potrebbero essere tacciati di “pornografia” (ovviamente sempre in relazione al contesto socio-culturale del tempo), ha continuato con i disegni e i fumetti e si è affermata raggiungendo il grande pubblico grazie all’invenzione delle macchine fotografiche. Si è poi espansa con il cinema e poi via via con tutti gli altri media assumendo forme sempre più consone ai nuovi media.

Leggenda vuole addirittura che nella lotta tra la Sony betamax e il VHS di JVC ebbe la meglio il VHS proprio perché JVC diffuse per prima contenuti porno nel suo standard video. E’ certo, invece, che il successo del sistema telematico francese Minitel finì quando si impedì di utilizzare questo strumento (nato per la consultazione di elenchi telefonici) come un apparecchio di “messaggistica rosa” attraverso una sorta di BBS.

Adesso è inutile dire che ci sono grandi rapporti tra Internet e l’industria del porno. Media digitali e porno probabilmente sono più legati di quanto si pensi e, se il loro legame è davvero così stretto, non possiamo escludere che oggi l’industria del porno influenzi lo sviluppo dei media (non soltanto il contrario).

Per tornare alla disputa tra due standard digitali HD DVD di Toshiba e Blu Ray di Sony, infatti, pare proprio che il mondo del porno si è avvicinato allo standard video della Sony che, avendo imparando la lezione derivatagli dalla sconfitta del Betamax, ha fatto in modo di giocarsi anche l’arma del porno

Come per la vicenda Betamax/VHS, quindi, pare che alla fine abbia avuto la meglio il Blu Ray (in quel caso si tratta forse di una leggenda, ma adesso possiamo verificare). I motivi di questo successo ovviamente sono diversi, ma credo che anche l’industria del porno, prescindendo dalle questioni morali ed etiche, abbia potuto rivestire un ruolo importante.

Pornografia ed evoluzione dei media sono correlate? Probabilmente gli studiosi di comunicazione dovrebbe osservare più attentamente questo fenomeno cui non si presta (giustamente) molta attenzione. Magari si scoprirebbero cose interessanti e forse alcuni ricercatori si divertirebbero pure di più!!! ;-)

La Comunità ebraica di Roma ha denunciato un blog antisemita e di estrema destra che aveva pubblicato un “lista nera” di docenti universitari colpevoli (secondo l’autore del blog) di fare lobby all’interno dell’università e di sostenere pubblicamente e politicamente Israele (QUI la notizia).

Adesso il blog è stato chiuso e sono in corso le indagini della Polizia postale per cercare di risalire all’autore (il blog era scritto in forma anonima), tuttavia grazie alla cache di Google è possibile rintracciare il post incriminato [fino a questa mattina (10/02/200 8) l'indirizzo della cache di Google era presente all'interno di questo post, ma ho ricevuto molte segnalazioni che mi hanno convinto a toglierlo. Probabilmente nel tentativo di rendere l'informazione di questo blog più completa e motivato da buoni intenti ho commesso una leggerezza, me ne scuso!].

La comunità ebraica romana, oltre a denunciare l’accaduto alla Polizia, ha lanciato un appello alle istituzioni per costituirsi parte civile al fine di “bloccare un cancro che può espandersi e colpire chiunque“. All’appello hanno risposto in già in tanti tra cui il Rettore dell’Università dell’Università La Sapienza di Roma (alla quale appartiene il maggior numero di professori), i Ministri delle Comunicazioni e dell’Istruzione, il leader del PD e Sindaco di Roma Walter Veltroni, …

La lista nera era stata estrapolata, come ha spiegato lo stesso anonimo autore del blog, dalla “elencazione dei nomi presenti nella petizione pubblica proposta dalla comunità ebraica di Roma nelle università italiane contro il boicottaggio culturale e civile attuato dalle università inglesi nei confronti di Israele e dei docenti ebrei/israeliani… iscritto al ruolo nelle università inglesi ed espulsi per svolgere attività politica in favore dello Stato di Israele“.

La circostanza a cui sembra riferirsi il blogger antisemita risale al maggio 2006, quando l’assemblea del maggiore sindacato britannico dei docenti universitari (UCU) approvò (con una maggioranza risicata) una mozione che esortava al boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane che non avevano dichiarato apertamente di opporsi alla politica di Israele nei confronti dei palestinesi (QUI). In Italia, molti docenti firmarono una petizione contro questa decisione. Secondo quanto scritto nel blog, quindi, l’università italiana sarebbe stata “strumentalizzata da un minoranza etnica ideologizzata culturalmente e politicamente solidale ad una entità politica extranazionale“, il riferimento è a Israele.

Siamo in presenza di un evento inquietante“, ha affermato la docente di Storia moderna Anna Foa, presente nella lista di 162 professori. “Chi si è reso autore di questa iniziativa delirante - ha detto la professoressa - ha commesso un reato e va punito. Siamo - ha aggiunto - al limite della follia, una lista di nomi, slogan antisemiti: si tratta di un salto di qualità che sinceramente spaventa. Su internet - ha proseguito Anna Foa - se ne trovano a decine di siti del genere però non si era mai arrivati a vere e proprie liste“.

Insomma, la vicenda è un pò complicata. Una cosa è la libertà di espressione (che trova spesso massima realizzazione in Rete con i blog) e un’altra cosa è la diffamazione e la pubblica accusa (in questo caso probabilmente del tutto infondata). Il tutto diventa più inquientante se si pensa che in questo caso siamo quasi in presenza di liste di proscrizione antisemite che possono ricodare quanto è avvenuo in un passato nemmeno molto lontano…

AGGIORNAMENTO (12/02/2008): Ieri la Polizia postale aveva individuato l’autore della lista che oggi è stato ufficialmente iscritto nel registro degli indagati (QUI e QUI) per i reati di violazione della privacy, diffamazione e discriminazione di razza. Si tratta di un 40enne di Rieti (figlio dell’ex sindaco della cittadina di Forano). Il provider su cui si trovava il blog ha annunciato che si costituirà parte civile nel processo.

Fa riflettere la decisione coraggiosa di un’insegnante di Teorie dei Media dell’Università di Brighton in Inghilterra di vietare ai propri studenti l’uso di Internet (Google, Wikipedia, ecc.) per le proprie ricerche e l’attività didattica (QUI e QUI la notizia).

La docente, Tara Brabazon, ha spiegato che gli strumenti messi a disposizione ai ragazzi dalla Rete “rappresentano l’opzione più facile quando si chiede ai ragazzi di effettuare una ricerca”. L’opzione più facile ma non quella che consente di ottenere i migliori risultati, dice la professoressa. I ragazzi non meditano abbastanza su quello che trovano online, “non usano abbastanza il cervello“, approfittano degli strumenti della Rete per “ottenere risposte semplificate a domande complesse“.

Internet, accusa la Brabazon, attribuisce lo stesso valore ad ogni contenuto sia che tratti di un autorevole trattato accademico o di un saggio semiserio. I motori di ricerca quali Google, infatti, ad oggi non sono in grado di classificare il tipo di informazione a cui offrono l’accesso, fanno semplicemente una classifica e non una classificazione per tipo di contenuto. Il risultato è, secondo la docente, che “non possiamo più dare per scontato che gli studenti arrivino all’università capaci di selezionare ciò che dovrebbero leggere: non conoscono gli standard a cui devono rispondere i materiali che consultano“.

Una scelta (QUI la pagina in cui la professoressa ne parla) che fa sicuramente discutere. Dal punto di vista del ragionamento proposto non si può dire nulla: è pura verità. Chi di noi non si è avvalso di Internet per trovare informazioni che avremmo avuto solo con un minimo di ragionamento e/o di riflessione? E quanti libri e enciclopedie restano ad impolverarsi sui scaffali perché ai noiosi trattai si preferisce leggere il più agevole e più semplice Web? Quanti di noi selezionano tra le migliaia di pagine di Google con molto senso critico quelle ritenute più appropriate alla ricerca senza fermarsi ai primi 10 link proposti? ;-)

E’ anche vero, però, che attraverso Internet si possono ottenere milioni di dati a cui altrimenti non si avrebbe accesso e che il Web favorisce la libera circolazione di informazioni e idee. La professoressa, tuttavia, non è aprioristicamente contro gli strumenti del Web, vorrebbe che gli studenti imparassero ad usarli con criterio e con molto senso critico, recuperando il valore della ricerca e dell’analisi in modo tale che ciascuno studente si re-impadronisca in pieno dell’uso del suo cervello.

La docente vuole che i suoi studenti usino il Web, ma impone a tutti i suoi alunni di utilizzare un’ampia bibliografia da lei proposta e fornisce agli studenti del materiale didattico sottoposto al “peer review”, per trasmettere ai discenti il valore di un approccio collaborativo al sapere. Ha infatti precisato: “Voglio che saggino l’esperienza delle pagine stampate e voglio che sappiano muoversi nell’ambito del digitale. Questi strumenti hanno entrambi valore e voglio che i ragazzi sappiano trarre il meglio da entrambi“. In sostanza la professoressa anti-Web sostiene che imparando a ragionare sui contenuti, i ragazzi potranno partecipare in maniera più consapevole al processo di selezione, di affinamento e di condivisione della conoscenza, sia sui libri che in Rete.

Insomma, il rapporto tra Rete e conoscenza è ambivalente. Internet rappresenta una grande risorsa che, però, come dice la docente inglese, si deve sapere usare…
Voi che ne pensate? ;-)

Navigando sul Web ho scoperto molti siti e molti servizi interessanti. Vi riporto alcune “scoperte” che ho fatto nel mondo del Web 2.0, ovvero in quella parte di Internet dove le parole d’ordine sono condivisione e partecipazione. Spero che possano essere utili anche a voi (anche se sono certo che molti già li conoscerete di sicuro). Il post è un po’ lungo, speriamo che abbiate la pazienza di arrivare fino in fondo… ;-)

Il Web assume, infatti, sempre più una dimensione “sociale“. Sulla base dello spirito collaborativo e di condivisione nascono, quindi, servizi quali il social bookmarking che permettono di segnalare ad altri navigatori siti ritenuti interessanti, inoltre si sviluppa sempre più la possibilità di condivisione (sharing), si avranno quindi sistemi di image sharing, video sharing, data sharing, file sharing, …. La cooperazione interviene anche nella stesura di testi (strumenti di collaborative authoring, come la celebre enciclopedia Wikipedia o di collaborative writing & word Processing, come ad esempio Google Docs). Nel Web 2.0, ovviamente, si moltiplicano anche le possibilità di mettere in contatto tra loro gli utenti (social network, blogging, communication tools di vario tipo, …).

Il social bookmarking è un servizio dove vengono resi disponibili elenchi di segnalibri (bookmark) creati dagli utenti. Questi elenchi sono liberamente consultabili e condivisibili con gli altri utenti appartenenti alla stessa comunità virtuale. La sua utilità non è tanto quella di organizzare i propri bookmark (per quello, volendo, bastano i Preferiti di Internet Explorer o i Segnalibri di Firefox), il punto è condividere la conoscenza: segnalare ad altri navigatori un sito considerato interessante, sia per motivi professionali che per motivi prettamente ludici. Le tendenze del momento, i siti più interessanti, quelli più originali, ma anche quelli più utili per una professione o per svolgere qualche attività, vengono raccolti, segnalati e condivisi.
Oltre al più noto del.icio.us, abbiamo StumbleUpon. Il servizio combina la condivisione umana delle opinioni e l’apprendimento automatico delle preferenze. Il nome StumbleUpon (”Inciampare in”) ed è dovuto al carattere parzialmente casuale della ricerca delle informazioni. Mentre un utente sta navigando normalmente può esprimere un giudizio positivo o negativo del sito che sta navigando. Automaticamente l’indirizzo del sito viene salvato nel profilo dell’utente. Se il sito non èstato segnalato da nessun altro utente, si può comporre una breve recensione del sito e segnalare l’argomento e la lingua. Il servizio fornisce quindi la possibilità di formare comunità virtuali di persone che condividono gli stessi interessi ed ogni utente è membro sia attivo che passivo della comunità.

Tutto si può condividere, anche il proprio calendario personale. Strumenti quali Google Calendar, Yahoo! Agenda, iCal, permettono di condividere la propria agenda giornaliera con altri utenti. Un calendario può essere condiviso per intero, operazione che può risultare utile quando fai parte di un gruppo con eventi condivisi, ma che può essere utile anche per segnalare eventi o attività cui si prende parte.

Nella cultura della condivisione, ovviamente non si possono non condividere le foto e i video, cioè la condivisione delle nostre esperienze. Tra le applicazioni più utilizzate di image sharing c’è sicuramente Flirk che offre un’ampia scelta di servizi. Uno degli usi più socilai, se così si può dire, l’iscrizione a qualche gruppo tematico. Nei gruppi si discute, si guardano le foto degli altri utenti e le si commenta, eventualmente si può segnare una foto nei propri preferiti, si scambiano opinioni e riflessioni. Al pari di Flirk c’è Zoto, con la sua interfaccia facile da usare e il suo funzionamento user friendly.
Il video sharing è di certo uno delgi utilizzi del Web tra i più utilizzati. Il successo di servizi quali Youtube e simili ne è la dimostrazione. Esistono anche altre applicazioni Web in grado di trasformare il Pc in un piccolo studio di regia televisiva, un live broadcasting fai da te. Uno di questi è Ustream. Il presupposto su cui si fonda è che chiunque abbia un Pc, un microfono e una webcam può creare il suo programma. Il motto di Youtube è “Broadcast Yourself“, ma esso trova piena realizzazione con Ustream e applicazioni simili (es. Mogulus che permette di creare una vera e propria emittente televisiva da condividere nel Web. Oltre alla diretta, si possono mandare in onda video presenti sul proprio pc e video di Youtube). Insomma, adesso si possono condividere anche le TV (fatte in casa in modo del tutto amatoriale) ed è veramente semplice incorporare i clip video nelle pagine Web o nei blog.

La conoscenza nel senso tradizionale del termine passa invece attraverso il collaborative authoring, il collaborative writing & word Processing e il data sharing. Testi scritti grazie alla collaborazione di più persone che vengono condivisi. Wikipedia è un esempio su tutti. Se Wikipedia ha totalmente cambiato il modo in cui veniamo a conoscenza delle cose e collaboriamo per approfondirle, PBwiki ha però fatto un passo più: da la possibilità a chiunque di creare gratuitamente un propio wiki e di condividerlo con chi si vuole, una sorta di Wikipedia personale, una per ciascun utente. Oltre a creare un wiki, si può partecipare a quelli creati dagli altri o amministrare pagine in collaborazione con altri utenti, anche se queste non sono state create da noi.

Chiunque abbia un personal computer ha usato almeno una volta un word processor. Il Web offre la possibilità di lavorare in collaborazione sugli stessi documenti. E’ questo ciò che si propone Google Docs. I documenti sono condivisibili in tempo reale tra diversi utenti, che possono perciò aprire i file, modificarli e salvarli in contemporanea. Si possono produrre documenti direttamente all’interno di Google Docs, importarli da una mail o da un preesistente file: il sistema supporta tutti i formati più diffusi di office automation e può anche salvare in diversi formati (per intenderci, file di Word, file di Excel, .pdf, ecc). Con applicazioni quali Slide share, poi, si possono condividere anche presentazioni (es. quelle create con Powerpoint).

Anche i dati possono essere condivisi e scambiati. Swivel, ad esempio, definito dai suoi fondatori come il “YouTube dei dati“, permette di inserire dati (es. formato Excel o tab), visualizzare i dati inseriti, usare i dati inseriti da altri utenti, cambiarne le modalità di visualizzazione, comparare dataset diversi alla ricerca di covariazioni. Grafici, tabelle, database, elaborazioni statistiche, non sono più solo dati su cui lavorarci da soli, ma possono diventare pubblici e condivisi.

E addirittura anche la propria libreria personale si può condividere grazie a piattaforme come aNobii finalizzata alla condivisione di pareri e idee sui libri letti o che si vorrebbe leggere. I suoi utenti catalogano, votano, raccomandano, recensiscono libri, con la possibilità di scambiare, prestare o vendere i volumi. Ci si registra carica la propria libreria con i libri letti e le relative informazioni. Navigare tra gli scaffali di libri degli altri utenti leggendo recensioni e commenti, potrebbe essere l’occasione per conoscere nuovi titoli di cui altrimenti non si sarebbe mai sentito parlare o per saperne di più su libri che si vorrebbe leggere.

Vi è poi il famigerato file sharing che ai più è noto per il peer to peer (P2P) e il download “illegale”, come ad esempio per la musica quando si viola in diritto d’autore. Ma non è solo questo: vi sono strumenti quali Last.fm che ad esempio uniscono un potente sistema di ascolto di canzoni in streaming con la condivisione di gusti su vasta scala. Il suo funzionamento si basa su un filtraggio collaborativo dei brani musicali ascoltati su Web radio. Si possono segnalare con un clic se la canzone in onda fosse gradita o meno, in modo da adattare lo stream sempre di più alle preferenze dell’ascoltatore. Last.fm è il servizio di musica online più usato. L’utilità di Last.fm è proprio la condivisione delle proprie passioni musicali con gli altri utenti che contribuiscono con i loro ascolti alla generazione di classifiche e di “consigli per l’ascolto”.

Il web offre ovviamente la possibilità di comunicare agevolmente da una parte all’altra del Globo aumentando i flussi di comunicazione (si pensi ad esempio, a Skype, a strumeti di mssaggistica immediata come Messenger, alle chat, ecc.) e non possiamo dimenticare il fenomeno sempre più rilevante dei blog di cui ho parlato spesso. Ma è nei social network che trova adesso incarnazione la cultura del web. Tra i più diffusi c’è di certo MySpace e tra quelli i più in voga del momento c’è Facebox (da poco rinominato Netlog) da non confondere con l’altrettanto popolare Facebook (che ha funzioni simili). I membri di Netlog possono creare una loro pagina web, estendere la propria rete sociale, pubblicare playlist musicali, condividere video, postare blog e unirsi a gruppi chiamati “clan”. Netlog è una summa personale della propria identità, delle proprie competenze, dei propri interessi e della propria voglia di partecipare, anche giocando. Ogni utente ha un proprio spazio dove condivide con gli altri interessi personali, musicali, fotografici, bibliografici, ecc. Tra gli altri social network più usati c’è anche il celebre Twitter, un sisterma di micro-blogging.
Ma vi sono social network finalizzati anche alla ricerca del lavoro, come LinkedIn o Neurona che permettono di rendere disponibili i propri curricula e di mettere in contatto persone che lavorano in posti diversi con vari ruoli.

Nell’era del Web 2.0, le possibilità che hanno gli utenti di produrre e scambiare contenuti, nonché di collaborare sono moltissime. Addirittura esiste anche il cosiddetto social lending (tra i siti più importanti c’è Zopa), ovvero la possibilità di scambiare denaro in prestito direttamente tra persone, senza banche e finanziarie di mezzo. Chi possiede qualcosa la presta direttamente a chi ne ha bisogno e la community regola tutti i passaggi…

Questa è solo una piccola passeggiata all’interno dello sconfinato mondo del Web 2.0. L’immagine che ne viene fuori è ovviamente parziale e incompleta. Aspetto altri suggerimenti e segnalazioni…
Insomma, le risorse sono tante, spetta a noi internauti andarle a scoprire e usarle al meglio… ;-)

BOLLETTINO DEL TRAFFICO INTERNET: Attenzione, code e rallentamenti sono previsti sull’intera rete a partire dal 2010.

Una notizia importante arriva dagli Stati Uniti dove è stato recentemente pubblicato uno studio che prevede la fine di Internet. Secondo il Nemertes Research Group, infatti, quello che ho pubblicato ad inizio post potrebbe essere benissimo il testo di un fantomatico bollettino del traffico Internet diramato tra qualche anno (QUI e QUI un’attenta analisi).

Secondo questo studio, Internet avrebbe davanti a sé ancora pochi anni di vita serena, dopodiché si troverebbe a dover trasportare più dati di quanti in realtà le infrastrutture non possano fare. I termini sono chiari: se non verranno investiti 137 miliardi di dollari in nuove linee di comunicazioni, nel 2010 i contenuti potrebbero superare la capacità delle reti. Significa che il Web potrebbe trasformarsi in una specie di tangenziale nell’ora di punta: tutti in coda! Sarebbe una caccia aperta al download, i video di YouTube andrebbero avanti molto lentamente e diverrebbero inutilizzabili, la navigazione tornerebbe veloce come ai tempi delle connessioni telefoniche analogiche.

Il problema è legato il larga misura al successo di alcuni servizi Web, in particolare i ricercatori hanno accusato quelli legati alla distribuzione di video (come YouTube) e al P2P (eMule o BitTorrent). Il boom di questi servizi è inarrestabile e a causa loro la quantità di dati che circolano in Rete cresce sempre più in maniera esponenziale. Si calcola poi che complessivamente in un anno in Rete si muovano circa 161 exabyte (cioè 161 miliardi di gigabyte!).

Già qualcuno solleva dubbi sull’obiettività di questa previsione. Techdirt sottolinea la ciclicità di simili dichiarazioni e l’allarme di un possibile collasso che periodicamente viene lanciato da diverse fonti. Non è la prima volta, quindi, che si pensa al futuro della Rete come una scommessa per le infrastrutture e per la gestione dell’enorme quantità di informazioni, ma questa volta la crisi potrtebbe essere inevitabile, secondo i ricercatori del Nemertes. 

Allarmare utenti e governi su una possibile fine di Internet è però un modo per richiamare nuovi investimenti e incentivi, alleggerendo i costi dei provider. E la ricerca condotta dal Nemertes, infatti, è stato svolto per conto della Internet Innovation Alliance, di cui fa parte anche il carrier At&t, una delle più grandi compagnia telefonica del Mondo, interessata all’aumento degli investimenti. Alcuni dubbi sulla bontà dello studio sorgono spontanei…

Internet ormai si è integrato perfettamente nella nostra esistenza, nella nostra quotidianità, diventando uno strumento prezioso per il lavoro, per lo studio, per l’informazione, per lo scambio e la circolazioe di idde, per il tempo libero. A prescindere dalla bontà e dall’obiettività di questo studio, pensare che un giorno la Rete possa sparire o non essere più così facilmente accessibile, è un’immagine apocalittica (almeno per me che sono quasi un Internet-dipendente). ;-)

Ne abbiamo parlato più volte in questo blog (tra cui QUI e QUI), adesso ne dobbiamo riparlare: si tratta del controverso rapporto tra preti e pedofilia. Un sacerdote è stato condannato dal tribunale di Siracusa ad un anno e mezzo di reclusione e al risarcimento di 2000 euro da versare a Telefono Arcobaleno, l’associazione che si occupa della tutela dell’infanzia

Il sacerdote era anche un docente universitario e l’indagine su du lui è scaturita da una serie di dettagliate denunce presentate dall’Associazione Telefono Arcobaleno. Le denunce riguardano una fitta rete internazionale dedita alla condivisione di materiale pedopornografico. La condivisione avveniva attraverso un sito in cui era possibile accedere soltanto da parte degli utenti in possesso di una password che si acquisiva pagando.

A dare notizia della sentenza è stato proprio Telefono Arcobaleno. Le indagini erano partite nel 2005: l’operazione video privé, condotta dal Nucleo Investigativo Telematico, aveva coinvolto 186 persone in tutta Italia. Tra i soggetti indagati c’erano tre sacerdoti, uno è quello condannato.

La sentenza presenta delle novità. Oltre al risarcimento e al carcere, il Tribunale ha anche disposto la vendita del computer sequestrato al prelato dopo aver distrutto tutte le immagini pedo-pornografiche rinvenute presso l’abitazione del sacerdote.

Giovanni Arena, presidente di Telefono Arcobaleno, non ha risparmiato parole dure nei confronti del condannato e delle istituzioni in seno alle quali potrebbe continuare ad operare se la Chiesa non interviene direttamente: “Non è sufficiente che la Chiesa risarcisca materialmente il danno delle vittime, come è successo e succede, se colui che ha commesso quello che è un crimine contro l’umanità, continua a praticare il proprio ufficio sacerdotale tra la gente. In Italia sono diversi i casi di sacerdoti condannati o in attesa di giudizio, da undici anni lottiamo per far emergere i casi di abuso sull’infanzia, ci confrontiamo quotidianamente con il sommerso e con la diffidenza delle vittime o di coloro che vorrebbero ma non denunciano“.

Insomma, a leggere questa notizia pare proprio che il lupo perda il pelo ma non il vizio. Ovviamente non si può e non si deve generalizzare, ma un altro prete pedofilo è stato smascherato. Staremo a vedere quale sarà la reazione della Chiesa: farà finta di niente e insabbierà tutto come al solito limitandosi a difendere la sua posizione a spada tratta in ogni caso, oppure deciderà finalmente di intervenire?
Io una risposta me la sono già data… ;-)

Questo sarà un post breve ad integrazione del mio precedente post in cui mi dicevo abbastaza preoccupato per le nuove norme contenute nel Ddl sull’editoria che se fosse tramutato in legge avrebbe ripercussioni pesanti sul mondo dei blog. Forse adesso è il caso di essere un pò più ottimisti. Pare, infatti, che alcuni Ministri e lo stesso autore della legge si siano accorti del tragico errore. Il Ministro delle Comunicazioni, ad esempio, ha reso noto nel suo blog che il Ddl sull’editoria deve essere corretto. “Va bene applicare anche ai giornali on line le norme in vigore per i giornali - ha scritto Gentiloni - ma sarebbe un grave errore estenderle a siti e blog“. 

Anche il Ministro Di Pietro nel suo blog si è scagliato contro questa legge definendola “liberticida”. Ha pure affermato che per quanto è in suo potere “questa legge non passerà mai, anche a costo di mettere in discussione l’appoggio dell’Italia dei Valori al Governo“.  Evidentemente Riccardo Franco Levi quando ha realizzato questo disegno di legge non aveva la minima idea di cosa fosse un blog, adesso si sarà informato. Dal sito della Presidenza del Consiglio, infatti, ha risposto a tutte le accuse con una lettera aperta a Beppe Grillo. Nelle prime righe della lettera si legge: “Con il provvedimento che tra pochi giorni inizierà il suo cammino in Parlamento non intendiamo in alcun modo né “tappare la bocca a Internet” né provocare “la fine della Rete”. Non ne abbiamo il potere e, soprattutto, non ne abbiamo l’intenzione”. Una bella rassicurazione…

Staremo a vedere cosa succederà. Non bisogna, però, abbassare la guardia. E’ vero che se due Ministri si sono sentiti in dovere di rispondere direttamente ai blogger italiani e se chi ha materialmete scritto il Ddl ha pubblicato sulle autorevoli pagine del sito della presidenza del Consiglio una lettera aperta in risposta ad un post di Beppe Grillo, allora il fermento che si è creato nella blogosfera italiana è stato ascoltato e ha dato i suoi frutti, ma è sempre meglio continuare a far sentire la nostra voce… ;-)

Quante volte si è ripetuto in questo blog che il Web è libero (si sono segnalati dei tentativi di limitare in qualche modo questa libertà). I politici e i poteri non finiscono mai di provare a porre limiti a questo strumento di democrazia, da qualsiasi orientamento politico provengano. Anche il governo in carica ci stà provando in modo scandaloso. La nuova disciplina dell’editoria, infatti, prevede che qualsiasi attività Web dovrà registrarsi al ROC (Registro degli operatori di Comunicazione). Questo significa che anche chi vuole gestire un blog dovrà produrre dei certificati, pagare un bollo (e forse delle tasse), seguire un iter burocratico ed essere perseguibile secondo il codice penale per i reati di diffamazione come per un giornale, anche per i commenti agli articoli.

Scenderemo adesso nei dettagli, ma è evidente come questa legge, se fosse approvata definitivamente, sarebbe una condanna a morte per i blog italiani. I blog, infatti, nascono spontaneamente e liberamente, chiunque può aprirne uno senza problemi e scrivere i suoi pensieri, pubblicare foto, video e poter partecipare direttamente al dibattito pubblico. Se passerà questa legge, tutti i blog dovranno trasformarsi in testate giornalistiche perdendo la spontaneità e la libertà che li contraddistingue, perdendo al caratteristica di essere uno strumento aperto a tutti, quindi davvero pluralista (QUI e QUI trovate degli interesanti approfondimenti).

Trattandosi di una legge che regolamenta il settore dell’editoria (QUI il testo completo), non dovrebbe riguardare i blog. Il punto focale è, infatti, la definizione di prodotto editoriale che viene data: “Per prodotto editoriale si intende qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione, di intrattenimento, che sia destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso. [...] Non costituiscono prodotti editoriali quelli destinati alla sola informazione aziendale, sia ad uso interno sia presso il pubblico“.

Più avanti poi arriva un ulteriore chiara conferma che il riferimento è anche ai blog personali che vengono gestiti in modo amatoriale senza scopo di lucro: “Per attività editoriale si intende ogni attività diretta alla realizzazione e distribuzione di prodotti editoriali, nonché alla relativa raccolta pubblicitaria. L’esercizio dell’attività editoriale può essere svolto anche in forma non imprenditoriale per finalità non lucrative“.

Insomma, i blog non hanno scampo!!! Su Civile.it è spiegato come funziona il sistema adesso e come funzionerà nel caso passasse questa legge: oggi è prodotto editoriale quello realizzato da una casa editrice. Chi ha un prodotto editoriale (anche un sito) può registrarlo al ROC. La registrazione non è obbligatoria se non si è editori, ma è necessaria se si vogliono richiedere contributi pubblici. La nozione di prodotto editoriale è adesso vincolata al lucro, l’iscrizione al ROC impegna in una dichiarazione annuale su come e quanto si guadagna e al pagamento di diritti annuali in rapporto agli stessi.

Se il testo della nuova legge sull’Editoria, scritto da Ricardo Franco Levi, braccio destro di Romano Prodi, fosse tramutato in legge, le cose cambieranno: diventerà prodotto editoriale pure un blog o un sito che non si prefigge di guadagnare, anche se gestito da un privato e non da na azienda. Ogni blog personale diventerà, quindi, prodotto editoriale, soggetto alla normativa sulla stampa con ma responsabilità penali aggravate in caso di denuncia penale. In sostanza diventerà attività editorile qualsiasi cosa scritta su Internet e ogni blogger sarà ritenuto responsabile per i commenti lasciati dai lettori.

Già Beppe Grillo ha fatto sapere che nel caso in cui la legge Levi-Prodi fosse approvata, lui trasferirebbe il blog su un server straniero. Credo che questa sia l’unica soluzione per tutti i blogger che vogliono continuare ad avere un proprio spazio in cui scrivere liberamente i propri pensieri e in cui pubblicare liberamente foto e video. Il disegno di legge è stato approvato in Consiglio dei ministri il 12 ottobre, spero vivamente che non venga convertito in legge o che almeno venga modificato. La Rete è uno srumento libero e democratico, evidentemente questo non piace ai nostri politici… ;-)

Finalmente anche in Italia arriva il WiMax, una tecnologia che consente l’accesso a Internet in banda larga grazie alle frequenze radio, in grado di garantire una connessione veloce pressochè a tutti. Finalmente il Ministero delle Comunicazioni ha presentato il bando di gara per l’assegnazione dei diritti d’uso delle frequenze (QUI la pagina dedicata sul sito del Ministero e QUI un interessante articolo di Punto-Informatico).

Il WiMax permette trasmissioni di dati ad alta velocità a basso costo e non necessita di supporti fisici quali cavi. Ciò permette di poterne usufruire ovunque con il semplice ausilio di un’antennina. Per capirci meglio, è come avere una connessione Internet che ha una copertura simile a quella che oggi serve per parlare col telefonino. Il bando del Ministero è necessario perchè WiMax opera su bande di frequenza sottoposte a licenza (cioè porzioni dello spettro frequenziale assegnate in uso esclusivo dalle istituzioni governative. In Italia fin’ora solo per scopi militari), ma in teoria potrebbe funzionare anche su bande “non licenziate” e quindi Internet sarebbe gratis per tutti ovunque, ma questa è un’altra storia… ;-)

Sarà, quindi, più facile e più economico accedere ad Internet. Sembrerebbe che finalmente si ha una buona notizia per i consumatori e una cattiva notizia per gli operatori fissi, in primo luogo Telecom che praticamete detiene il monopolio dell’ultimo miglio condizionando direttamente o indirettamente i prezzi delle connessioni.

L’introduzione del WiMax in Italia (quasi gli ultimi in Europa!) è un evento rivoluzionario, “un passo in direzione della democrazia digitale”, come si legge in una nota di Palazzo Chigi. Ci si dovrebbe, quindi, solo rallegrare di tutto ciò, ma siccome siamo in Italia sorgono dei dubbi…
Quello che segue adesso forse può sembrare un pò tecnico, ma è importante per capire se davvero nel futuro degli italiani ci sarà l’accesso per tutti alla Rete in banda larga a basso costo, oppure se tutto resterà così com’è.

Dicevo che il WiMax opera su frequenze radio sottoposte a licenze. Il bando del Ministero prevede che vengano concesse 35 licenze. Per 14 di queste potranno concorrere tutti, purchè non siano già in possesso di licenze UMTS (quindi non i gestori telefonici già presenti), mentre per le restanti 21 (aggiudicate su base regionale) potranno concorrere solo società con “autorizzazioni generali per le reti e i servizi di comunicazione elettronica a uso pubblico” o almeno che possono “dimostrare la propria idoneità tecnica e commerciale nel settore“, in pratica gli operatori telefonici già esistenti. Le lincenze hanno durata di 15 anni (che per quanto riguarda la tecnologia è uno spazio di tempo infinito!) e la base d’asta è di 45 milioni di euro.

Adesso arriva la parte scottante della vicenda: nel bando mancano indicazioni sulla gestione della rete che si verrà a creare. Chi deciderà, quindi, a chi sarà permesso di accedere al Wimax e a chi no? Chi stablirà i prezzi?
Visti gli alti costi previsti e i requisiti che si richiedono per prendere parte all’assegnazione delle frequenze (”criteri di idoneità tecnica e commerciale“), è molto probabile che i maggiori investimenti che si potranno dedicare al WiMax saranno operabili da quelle società che già oggi offrono tecnologie di connessione a Internet. Il rischio è, quindi, che i prezzi restino uguali se non più alti o che la possibilità di utilizzare il WiMax sia ristretta solo a pochi, come ad esempio, alle aziende e non ai singoli. Come fa notare l’Adiconsum, gli operatori che già posseggono altre tecnologie per la banda larga (soprattutto se anch’esse senza fili come l’UMTS) non hanno alcun interesse a spingere sul WiMax perchè hanno investito molte risorse sulle tecnlogie esistenti, pertanto saranno poco propensi ad incentivarne l’uso.
Inoltre, nel bando si legge che è necessario “un particolare impegno nelle aree a digital divide” e sono previste delle condizioni particolari, ma per chi sbaglia oppure non utilizzasse la licenza acquisita non è prevista nessuna penale, solo l’obbligo di rivenderla.

Il WiMax è, secondo me, la chiave per un accesso globale e aperto a Internet, ovvero un importante strumento a servizio della democraza. L’Italia è già arrivata tardi, ora rischia di trasformare questa occasione nel solito “affare all’italiana” in cui a spartirsi i benefici sono in pochi a discapito dei citttadini. Mi auguro che tutto vada per il verso giusto… ;-)

> AGGIORNAMENTO (17/10/2007): Pare che i timori erano fondati. Leggete QUI gli ultimi sviluppi della vicenda WiMax all’italiana.