LA FORZA DEL BLOGGING

La Rete produce un'opinione pubblica più autonoma e libera!!!

Archivio per la categoria ‘Giustizia

Condannati in Italia dirigenti Google, il mondo protesta!

con 2 commenti

In questo post parleremo di un argomento che in questo periodo è molto dibattuto: la libertà di espressione e la censura. Argomento molto complesso che diventa ancora più articolato quando ci si riferisce alla Rete. Internet, infatti, per la sua architettura si basa sulla libertà d’espressione. Chiunque può con semplicità immettere online qualsiasi tipo di contenuto (lo sto facendo anch’io scrivendo questo post!).

Le principali aziende operanti in Internet, come ad esempio Google, fino ad oggi hanno agito come dei semplici contenitori dove inserire i materiali prodotti dagli utenti. Ma quando questi contenuti violano la legge, a chi è riconducibile la responsabilità dell’infrazione?

I nodi sono venuti al pettine di recente, quando il tribunale di Milano ha condannato, lo scorso 24 febbraio, tre dirigenti di Google per aver permesso la pubblicazione di un video che ritraeva atti di bullismo nei confronti di un ragazzo disabile. “Il diritto di impresa – dicono i giudici – non può prevalere sulla privacy e sulla tutela dei diritti della persona“.

Di questa sentenza, la prima di questo tipo, si sta discutendo il tutto il mondo (QUI), tanto che i giudici che l’hanno emessa si sono sentiti in dovere di fare alcune precisazioni. Se la sentenza venisse confermata nei successivi gradi di giuziozio, infatti, il volto di Internet potrebbe esssere ridisegnato. Da più parti si teme che in futuro le aziende operanti sul Web possano introdurre una sorta di censura preventiva per paura di ricevere delle querele a causa del comportamento scorretto di qualche utente. I fruitori della Rete verrebbero così limitati nella libertà di commentare un articolo in un blog, di pubblicare un video, di scrivere una frase su Twitter e così via.

Per molti, dunque, questa sentenza è pericolosa, nonché ridicola: “È come se venisse perseguito il responsabile delle Poste perché qualcuno spedisce una cartolina con offese ingiuriose“, così ha commentato la sentenza l’ex commissario per l’Informazione della Gran Bretagna, Richard Thomas.

Beppe Grillo, con la sua solita ironia graffiante, si è espresso in questi termini: “I dirigenti di Google dovrebbero ricevere una medaglia. La sentenza è un monito: i disabili nelle scuole italiane si possono pestare, ma in incognito“. Il riferimento naturalmente è alla grande capacità della Rete di configurarsi spesso come un organo di denuncia e d’informazione più efficace dei media tradizionali.

Ironia e freddure a parte, la sentenza potrebbe far sì che in futuro Google e le altre società operanti in Rete come Facebook, si trasformassero in società editoriali simili a giornali e televisioni. Questo significa che sarebbero costretti a fornire contenuti di cui sono del tutto responsabili; verrebbero così introdotti anche online dei meccanismi che potrebbero essere limitanti della completa libertà di espressione di cui oggi è portatore il mondo di Internet.

In realtà Google parrebbe non avere responsabilità in questa vicenda perché non ha preso parte in alcun modo al processo di creazione e selezione dei contenuti incriminati di cui, per di più, non era a conoscenza sino a quando non è iniziata l’azione della magistratura. È, infatti, impensabile che dei dipendenti di Google possano visionare prima della pubblicazione tutti i video immessi su Youtube, leggere tutti i post dei blog dei suoi utenti, osservare ogni immagine pubblicata e così via.

Il principio di responsabilità, quindi, non può essere declinato a seconda del mezzo di trasmissione su cui viaggia un reato. Sono, dunque, i ragazzi che hanno effettuato violenza sul disabile che poi hanno messo il video su Youtube gli unici responsabili dell’accaduto, sono loro che hanno leso “i diritti della persona“. Allora, il pronunciamento del Tribunale di Milano deve farci riflettere sul confine tra libertà di espressione in Rete e meccanismi di tutela dei diritti dei singoli. Come si chiede Guido Scorza, Presidente dell’Istituto per le politiche dell’innovazione, “sino a che punto è preferibile rischiare di limitare la prima a fronte del riconoscimento di più efficaci meccanismi repressivi e sanzionatori a tutela dei secondi?“.

Che ne pensate? ;-)

Eluana: si stacca la spina e i politici fanno solo polemiche inutili…

con 16 commenti

piuma

E’ iniziato l’ultimo viaggio di Eluana Englaro, quello che la condurrà a esaudire il desiderio della sua famiglia di vedere la figlia libera da ogni strumentazione che ne prolunghi l’agonia (QUI). In una clinica di Udine, gradualmente le verranno sospese alimentazione e idratazione.

La storia di Eluana è molto complessa e – sebbene certe vicende meriterebbero rispetto e si sarebbe meglio evitare che i riflettori si accendessero sulla sofferenza e sullo sconforto – adesso non si può tacere perché  il percorso umano, sanitario e giudiziario di questa ragazza introduce, per la prima volta in Italia, una sorta di “diritto alla morte“.

Eluana Englaro era una giovane di soli 20 anni quando, nel 1992, a causa di un incidente stradale, è entrata in stato di coma vegetativo permanente. Da allora i genitori si sono battuti in tribunale affinché venisse interrotta l’alimentazione artificiale alla figlia fino al sopraggiungere della morte.

I giudici avevano sempre respinto le richieste della famiglia, fino a quando – nell’ottobre del 2007 -  la Corte di Cassazione si è pronunciata in merito alla vicenda sconfessando i pareri dei giudici cui precedentemente era stato sottoposto il caso. La Corte Suprema ha affermato che “si può staccare la spina” se si verificano due condizioni, una di carattere tecnico e una di carattere umano:

  1. lo stato vegetativo deve essere irreversibile senza alcuna possibilità di recupero della coscienza e delle capacità di percezione;

  2. deve essere accertato, sulla base di elementi tratti dal vissuto del paziente, dalla sua personalità e dai suoi convincimenti etici, religiosi, culturali e filosofici che il soggetto, se avesse potuto pronunciarsi avrebbe voluto che il trattamento medico fosse interrotto.

Nel caso di Eluana queste due condizioni pare che si siano verificate e, dunque, come estrema ratio, la famiglia di Eluana ha iniziato a intensificare gli sforzi al fine di mettere in atto quello che aveva chiesto la figlia molti anni prima. Pare infatti, che più volte Eluana avesse espresso il desiderio di porre fine a una vita che non poteva essere vissuta in pieno.

Una volta, ad esempio, Eluana fece visita a un amico motociclista che aveva avuto un pesante incidente; questo ragazzo era in condizioni molto gravi e riusciva soltanto a battere le ciglia. Eluana, come ha più volte raccontato il padre, tornando dall’Ospedale accese  un cero affinché la morte ponesse fine a quella vita distrutta.  Eluana, conclude il padre, non ha nemmeno quel potere sul battito di ciglia, figuratevi se adesso non volesse morire anche lei come auspicava per quel ragazzo.

Inutile raccontare tutto il putiferio che questa sentenza (e tutta la vicenda in generale) ha suscitato: le reazioni del mondo cattolico, i medici obiettori, i ricorsi in Tribunale, il Ministro Sacconi,  le proteste e le manifestazioni pro o contro, le sterili polemiche politiche e tutto il resto, …

Quello che credo sia importante sottolineare adesso è che tutto ciò è anche figlio di un vuoto normativo e legislativo. La vicenda relative a Eluana Englaro, infatti, si muove su un terreno molto delicato che tocca le sfere dell’etica e della morale. Ci sarà chi vede nella vita vegetativa del coma il compimento di un disegno divino al quale non ci si può sottrarre artificialmente continuando in ogni modo a restare attaccati al “valore della vita“, ma ci sarà anche chi preferisce far valere il “diritto alla morte“  pur di non restare immobile e incosciente per decenni su di un letto.

Mi rendo conto che è molto difficile legiferare su questi aspetti della vita umana, ma credo che i nostri politici dovrebbero tener conto di entrambe le posizioni e cercare di colmare – dopo un’attenta e ponderata riflessione che coinvolga il maggior numero possibile di soggetti, sia laici e sia religiosi – l’assenza di regole relative a questo delicato argomento. Che poi si tratti di testamento biologico o di qualcos’altro si vedrà…

In tutta onestà, io non saprei come mi sarei comportato se fossi stato il padre di Eluana. Nè tanto meno ad oggi ho pensato (come la maggioranza di noi) a come dover concludere la mia vita in caso di un incidente così grave. Ritengo, tuttavia, che chi voglia debba avere il diritto di esprimersi in merito.

AGGIORNAMENTO (07/02/2008): Non aggiornerò questo post con tutti gli sviluppi del caso perché la vicenda è molto delicata e se ne è già parlato più del dovuto. In qualsiasi modo la si pensi sul caso Eluana e sul principio generale che lo riguarda – visto il terreno delicato su cui poggia la faccenda – di sicuro si sbaglia (in qualsiasi modo la si pensi). Per di più le polemiche politiche degli ultmi giorni e la vicenda dello strappo istituzionale tra Napolitano e Berlusconi hanno  ancora di più contribuito a rendere scadente il dibattito sul testamento biologico e sulla fine della vita. Il rischio è di  banalizzare tematiche importanti e alte quali il dolore, la vita e la morte.
In questo blog, dunque, proprio per il rispetto che meritano certi argomenti e certe vicende, non si parlerà più del caso Eluana.

L’eredità di Haider fa arrabbiare gli ebrei italiani!!!

con 15 commenti

Joerg Haider

Joerg Haider

Sabato scorso è morto in un incidente stradale (forse perché guidava ubriaco a ben 142 Km/H) il leader del partito di estrema destra austriaco BZÖ (Alleanza per il futuro dell’Austria), Joerg Haider.

Adesso si cerca l’erede politico di questo controverso leader (che probabilmente sarà il suo braccio desto, Stefan Petzner) e anche gli eredi dei beni materiali (che saranno la moglie e le due figlie).

Proprio in relazione a questa seconda eredità ci sono dei dettagli che fanno discutere. Il patrimonio ammonta a più di 15 milioni di euro.
Questa somma non deriva dallo stipendio da governatore della Carinzia (per quanto alto) e nemmeno dalle proprietà immobiliari (la famiglia viveva in una modesta villa a Vienna), bensì dal possesso di una intera vallata sulle Alpi (QUI): la “Valle degli orsi” (Bärental), al confine della Slovenia (anche se Haider  in tutta la sua proprietà terriere ha fatto togliere tutte le insegne in sloveno perché, da buon nazionalista, gli davano fastidio).

Si tratta di 1.600 ettari di proprietà che si allungano per 7 Kilometri: prati, boschi, pascoli, una parte della catena montuosa delle Caravanche (Karawanken), una casa forestale e pure la cappella di San Michele. L’invidiabile possedimento gli era stato donato da uno zio, Wilhelm Webhofer, che a sua volta l’aveva ereditato dal padre.

È qui che la storia si fa drammatica: il pro-zio aveva comprato tutto questo territorio per un prezzo irrisorio nel 1939 approfittando delle leggi razziali. Quel possedimento, infatti, apparteneva a una famiglia di ebrei che, proprio a causa delle leggi promulgate dal fascismo contro i non ariani, fu costretta a svendere. La famiglia finì poi in un campo di concentramento, ma alcuni membri riuscirono a tornare a casa dopo la guerra.

Nel 2000, l’erede legittima di questa immensa vallata, Noemi Merhav, aveva citato a giudizio Haider: reclamava la sua proprietà sostenendo che il suo pro-zio l’aveva acquisita in maniera quasi fraudolenta. Allora Haider vinse la causa perché, almeno dal punto di vista formale, il contratto di vendita era regolare nonostante il prezzo pagato fosse davvero bassissimo. Dal canto suo, Haider ha sempre difeso la sua mega-proprietà in diverse circostanze.

Insomma, la comunità ebraica italiana si sente nuovamente ferita e defraudata dopo che la morte del leader austriaco ha riportato in auge questa storia. Probabilmente sarà un’altra macchia nella memoria di un politico molto controverso.

Che ne dite? ;-)

Transparency International: in corruzione l’Italia sta peggiorando!

con 21 commenti

Non tutti sanno che annualmente l’organizzazione Transparency International pubblica un rapporto sulla percezione della corruzione da parte della popolazione nei confronti della pubblica amministrazione del proprio Stato.

Nella classifica di quest’anno i Paesi più virtuosi (a pari merito) sono Danimarca, Finlandia e Nuova Zelanda, seguiti da Singapore; mentre Iraq, Myanmar (ex Birmania) e Somalia sono agli ultimi posti. Per corruzione si intende “l’abuso di pubblici uffici per il guadagno privato“.

Fin qui niente di strano, sono risultati che in un certo senso ci si potrebbe aspettare. Quello che non ci aspetta è, invece, che un Paese come l’Italia si trova soltanto al 55esimo posto. Prima di noi ci stanno pure, oltre a quasi tutti i paesi industrializzati, il Botswana, la Repubblica Ceca e il Sud Africa (solo per fare qualche nome); ci precede anche Israele dove da poco si è dimesso il primo ministro perché coinvolto in un’inchiesta giudiziaria su presunte tangenti (la stessa cosa che avviene qui da noi! ;-) ).

L’Italia, per di più, è scesa vertiginosamente in classifica rispetto all’anno scorso. ll punteggio di quest’anno è di 4,8 su un massimo di 10, mentre nel precedente rapporto aveva un punteggio di 5,2: ben 14 posti più in basso!!!

Huguette Labelle, direttore dell’ong Transparency International, ha sottolineato come “arginare la corruzione necessita di una stretta sorveglianza dei parlamentari, dell’applicazione della legge, di media indipendenti e di una società civile viva. Quando queste istituzioni sono deboli, la spirale della corruzione esce fuori controllo con conseguenze terribili per la gente comune, per la giustizia e per l’uguaglianza della società“.

La presidente di Trasparency Italia, Maria Teresa Brassiolo, ha chiesto al Ministro Brunetta di nominare con la massima urgenza un nuovo sottosegretario con la funzione di “Alto commissario alla lotta alla corruzione“, una sorta di autorità super partes in grado di proseguire il monitoraggio iniziato dalla ONG e di indagare caso per caso al fine di debellare questa piaga. Vedremo se Brunetta accoglierà la proposta…

L’Italia ha registrato casi acuti di corruzione e frode nel sistema sanitario nazionale che si sono tradotti nell’arresto di politici di primo piano e funzionari pubblici in Abruzzo“, si può leggere nella parte del rapporto di Transparency International che riguarda l’Italia”. Ma non è solo la sanità…

A me questa notizia sembra molto grave, nonostante ciò i media non le hanno dato il risalto che merita (anzi, spesso hanno propio taciuto). Per fortuna che c’è la rete…

O forse non dicono nulla perché si prospetta una nuova mani-pulite!? ;-)

Caso Eluana: i giudici autorizzano a “staccare la spina”

con 8 commenti

Eluana Englaro

Foto di Eluana

Io sono del parere che certe storie meritano rispetto e che, quindi, sarebbe meglio fare in modo che i riflettori non restassero puntati su determinate situazioni, tuttavia per quanto riguarda il caso di Eluana Englaro non si può tacere perchè la storia umana, sanitaria e giudiziaria di questa ragazza introduce, per la prima volta in Italia, una sorta di “diritto alla morte“ (ne avevamo già parlato nel blog).

Eluana Englaro era una giovane di soli 20 anni quando, nel 1992, a causa di un incidente stradale, è entrata in stato di coma vegetativo permanente. Da allora i genitori si sono battuti in tribunale affinché venisse interrotta l’alimentazione artificiale alla figlia fino al sopraggiungere della morte. I giudici hanno sempre respinto le richieste della famiglia, ma oggi la Corte d’appello civile di Milano ha autorizzato il padre, in qualità di tutore, a interrompere il trattamento di idratazione e alimentazione forzato che tiene in vita la figlia. In altri termini,  i giudici hanno autorizzato il padre a lascir morire la figlia.

Già l’anno scorso, la Corte di Cassazione si era pronunciata in merito alla vicenda sconfessando le precedenze sentenze dei giudici cui era stato sottoposto il caso. Per la prima volta si affermava che “si può staccare la spina” nei casi in cui dovessero verificarsi due condizioni, una di carattere tecnico e una di carattere umano:

  1. lo stato vegetativo deve essere irreversibile senza alcuna possibilitá di recupero della coscienza e delle capacitá di percezione;

  2. deve essere accertato, sulla base di elementi tratti dal vissuto del paziente, dalla sua personalità e dai suoi convincimenti etici, religiosi, culturali e filosofici che il soggetto, se avesse potuto pronunciarsi avrebbe voluto che il trattamento medico fosse interrotto.

Nel caso di Eluana queste due condizoni si sone verificate e il Tribunale di Milano, recependo le indicazione della Cassazione,  ha dato l’OK affinchè chi di dovere “staccasse la spina”. Da oggi stesso il provvedimento del Tribunale di Milano è applicabile, ma probabilmente il signor Englaro aspetterà 60 giorni,  il termine di legge per l’eventuale impugnazione della sentenza.

Questa sentenza, tuttavia, pone fine ad anni di battaglie condotte dalla famiglia di Eluana. Ora Giuseppe Englaro finalmente può dire: “Ha vinto lo stato di diritto!“. La battaglia della famiglia Englaro è destinata ad entrare nella storia della giurisprudenza italiana, un po’ come il caso di Terry Schiavo negli Stati Uniti. Riporta in auge anche un’altra drammatica vicenda, quella di Piergiorgio Welby.

Sul caso Welby la Chiesa cattolica ha tenuto una posizione critica e si è rifiutata di celebrare i funerali religiosi che erano stati richiesti dal malato, dicendo che Welby chiaramente voleva morire e tutto ciò in contrasto con la dottrina cattolica. C’è da aspettasi che anche in questo caso le posizioni della Chiesa saranno molto critiche.

Le vicende relative a Eluana Englaro, al caso Welby o a Terry Schiavo, si muovono su un terreno molto delicato che tocca l’etica e la morale. Ci sarà chi vede nella vita vegetativa del coma il compimento di un disegno divino al quale non ci si può sottrarre artificialmente continuando in ogni modo a restare attaccati al “valore della vita“, ma ci sarà anche chi preferisce far valere il “diritto alla morte“  pur di non restare immobile e incosciente per decenni su di un letto.

Credo che i nostri poltici dovrebbe tener conto di entrambe le posizioni senza temere di esser accussata di diffondere “relativiso etico” o di offendere qual si voglia condotta morale. Penso che sia doveroso cercare di colmare quel vuoto legislativo sul testamento biologico a cui solo in parte ha messo fine la sentenza di oggi…

> AGGIORNAMETO (13/11/2008 ): La Cassazione ha respinto il ricorso che la procura di Milano aveva presenato dopo la sentenza che permetteva di “staccare la spina” ad Eluana (QUI). L’alimentazione e l’idratazione, quindi, possono essere legalmente sospese. Probabilmente tra pochi giorni avverrà quello che il signor Englaro chiede da tempo per la figlia.

Giustizia fai da te? Sul Web si può…

con 13 commenti

Navigando qua e là per la Rete ho trovato questo vecchio articolo di RAI News del 2005 che parla di un fatto che io non conoscevo e che, da appassionato di argomenti relativi al Web, mi ha colpito particolarmente.

L’articolo parla di Aaron Weisburd (e della sua Internet-Haganah), un programmatore informatico dell’Illinois (USA), che dopo i tragici fatti dell’11 settembre 2001 ha deciso di intraprendere una personale guerra contro il terrorismo islamico attravrso la Rete.

Weisburd, con l’aiuto di pochi collaboratori, ha iniziato la sua attività navigando tutto il giorno su Internet alla ricerca di siti islamici jihadisti, quando li trovava li segnalava ai provider e, se questi non intervenivano ad oscurare il sito, ci pensava lui autonomamente: metteva in atto un attacco informatico ai danni dei server che ospitavano i siti da lui ritenuti pericolosi, mettendoli così offline.

L’atteggiamento delle forze dell’ordine verso questa attività è stato ambivalente. Da un lato si tratta un’attività illegale che può interferire in alcuni casi con le indagini della polizia, dall’altro però può essere un modo per rendere un servizio di utilità pubblica aiutando gli USA nella lotta al terrorismo.

Vista la grossa ferita che l’11 settembre ha aperto sul cuore degli Stati Uniti, si può comprendere lo stato d’animo degli americano dopo l’attentato alle Torri Gemelle e in un certo senso si può giustificare questo tipo di atteggiamento. Ma adesso, a 7 anni dall’attentato, ho cercato di capire com’è andata a finire: siamo nel 2008 e Aaron Weisburd è ancora lì.

Con il passare degli anni, infatti, l’attività di Weisburd non è terminata, ma è andata consolidandosi. Oggi Weisburd è a capo di un’organizzazione che, oltre a mantenere la struttura di base (attacchi contro i siti della jihad), è inoltre diventata una sorta di movimento che ha come scopo quello di sensibilizzare le imprese che operano in Rete a non fornire servizi basati sul web a gruppi islamici (QUI su Wikipedia e QUI il sito ufficiale).

Vorrei soffermarmi particolarmente su un aspetto: “la giustizia fai da te“. Haganah, il nome dell’organizzazione, è infatti una parola ebraica che significa difesa e l’intento dichiarato di Weisburd è proprio quello di difendere gli USA e Israele dagli estremisti islamici. Per quanto nobile possa sembrare questa iniziativa, secondo me è meglio usare sempre gli strumenti della legge.

Come reagiremmo se esistesse, ad esempio, un progetto simile con il fine di oscurare i siti abortisti o quelli che palano di procreazione assistita? A pensarci bene il principio è lo stesso, ma che fine farebbe la libertà di espressione? ;-)

Credo, quindi, che la polizia americana dovrebbe intervenire per porre fine all’attività dell’associazione Haganah, oppure (se la ritiene così utile) dovrebbe fare in modo che essa operi all’interno delle strutture e degli spazi previsti dalle leggi americane. Non si può limitare a collaborare con Weisburd solo in certe occasioni lasciandogli invece libertà di manovra per tutto il resto.

Allora, se è giusto mettere le proprie competenze al servizio della collettività, credo che sia anche giusto regolamentare in qualche modo queste attività. Nel film Il giustiziere della notte, un architetto a cui è stata distrutta la famiglia da dei criminali, scettico nelle capacità della legge di catturare i colpevoli, si procura una pistola e va in giro per New York a farsi giustizia con le proprie mani.

Se nella vita reale queste vicende di “giustizia fai da te” sono difficili da realizzare, pare che sul Web possano diventare facilmente realtà… ;-)

Giustizia: ora ci si mette anche Walter!!! ;-)

con 7 commenti

     Giustizia precaria

La questione della giustizia in Italia è molto controversa: processi interminabili, colpevoli in libertà, innocenti costretti a subire anni di procedimenti giudiziari prima di poterlo dimostrare, carceri sovraffollate, indulti periodici, certezza della pena quasi inesistente, ecc, ecc, …

In campagna elettorale, quindi, non si può non toccare questo tema, innanzitutto perché il problema della giustizia è un tema prioritario e poi perché parlarne attira in un modo o nell’altro voti. Sia Veltroni che Berlusconi, pertanto, hanno cercato di affrontare la questione delle procedure penali. Mentre la posizione del Silvio nazionale è ormai chiara a tutti perché è da anni che lancia invettive contro i giudici e magistrati cercando di farla franca in ogni modo nei processi che vedono coinvolto lui o qualche suo stretto collaboratore (es. Dell’Utri o Previti), al contrario la posizione del Walter non è ancora ben delineata.

Il 19 marzo sul giornale ilRiformista è apparso, infatti, un articolo di Veltroni che ha lasciato perplessi molti, non solo tra i suoi sostenitori. Dopo aver fatto un’attenta disamina sui problemi del sistema giudiziario italiano, infatti, Walter ha scritto: “l’obbligatorietà dell’azione penale” va attenuata con “criteri di priorità” fissati da “Parlamento, Csm e Procuratori della Repubblica”.

E’ vero che i reati sono troppi e che si è già costretti a scegliere per far funzionare meglio la macchina della giustizia (i criteri di priorità di Veltroni), ma mettere in mano al Parlamento la facoltà di dire quale reato punire subito perché più grave e quale lasciare indietro o addirittura ritenere non punibile, mina l’indipendenza della magistratura e può avere conseguenze devastanti. Se davvero fosse il parlamento a scegliere quali reati ritenere gravi e quali no, infatti, i risultati sarebbero facilmente prevedibili pensando alla situazione del nostro parlamento pieno di gente con le “Mani sporche“!!! ;-)

Il giornalista Marco Travaglio nel suo blog, ci ricorda brevemente quel è stato l’atteggiamento del parlamento italiano negli ultimi anni nei confronti della giustizia: “Nel 1997 destra e sinistra depenalizzarono l’abuso d’ufficio non patrimoniale, legalizzando lottizzazioni, favoritismi, concorsi truccati. Nel ‘99 destra e sinistra tentarono di depenalizzare il finanziamento illecito dei partiti, e dovettero rinunciare solo grazie al no di Di Pietro e di alcuni grandi giornali. Nel 2000 destra e sinistra depenalizzarono l’uso di fatture false con relative frodi fiscali. Nel 2002 Berlusconi cancellò di fatto il falso in bilancio e dimezzò la prescrizione per i reati di Tangentopoli (due controriforme che, nonostante le promesse, l’Unione non cancellò). La Lega bloccò il reato di tortura (e Uòlter, che ora chiede “piena luce” su Bolzaneto, dovrebbe ricordarlo). Dal 2006 il governo Prodi boicotta il processo sul sequestro di Abu Omar. E da anni destra e sinistra tentano di dimezzare le pene per la bancarotta“.

Se fosse davvero il Parlamento a decidere quali sono i “criteri di priorità” che i giudici dovrebbero seguire, è facile immaginare come andrebbe a finire: i reati meno gravi e quelli non perseguibili sarebbero quasi certamente quelli delle classi dirigenti!!! Chissà che gli è passato in testa a Walter… non bastava Berlusconi!? ;-)

Apre a Palermo un supermecato “Pizzo-free”

con 13 commenti

Ogni tanto anche dal sud arriva qualche bella notizia. L’ultima arriva da Palermo dove è nato nel cuore della città un supermercato anti-racket: “Punto pizzo-free“. Nel negozio si vendono solo prodotti di commercianti che hanno deciso di ribellarsi pubblicamente alle estorsioni aderendo al comitato “Addio pizzo“.

Dentro Addio pizzo è stata realizzata, infatti, la “lista di consumo critico“, un elenco pubblico che riporta i 240 nomi di imprenditori e commercianti che si sono opposti al racket delle estorsioni. Il fine è quello di fare in modo che i cittadini sappiano da chi comprare senza rischiare di alimentare indirettamente le risorse economiche della mafia (l’elenco lo trovare QUI).

Decine di questi imprenditori e commercianti hanno deciso, quindi, di far confluire i loro prodotti in questo “supermercato della legalità”. L’inaugurazione sarà sabato prossimo (8 marzo).

Forte dell’ondata di successi raccolti nei suoi quattro anni di attività, gli imprenditori antimafia di Addio pizzo vogliono lanciare ora una sfida: combattere la criminalità dal basso a partire dagli atteggiamenti quotidiani, per arrivare a sconfiggere un sistema radicato. Comprare solo in alcuni negozi (quelli di chi si ribella al sistema mafioso) è proprio uno di questi atteggiamenti.

Tutto è cominciato quattro anni fa con una valanga di adesivi listati a lutto comparsi a sorpresa sui muri della città di Palermo. Sugli adesivi c’era scritto: “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità“. Da allora Addio pizzo è divenuto sempre più grande e più forte.

Il suo progetto è ambizioso, ma l’apertura di un supermercato nel pieno centro di Palermo in cui vendere solo prodotti dai quali la mafia non guadagnerà nulla potrebbe essere un vero grande inizio. Di certo è un segnale forte nella direzione del cambiamento.

Nel negozio Pizzo-free si possono trovare anche oggetti in legno e ceramica creati da giovani artisti siciliani, le coppole della tradizione rivisitate con tessuti e colori nuovi, opere di artigianato e i prodotti biologici delle cooperative che gestiscono i terreni confiscati alla mafia. Insomma, un grande emporio aperto a tutti eccetto che alle organizzazioni criminali.

Che dire!? Forse laggiù qualcosa si muove… ;-)

Scritto da salpetti

5 marzo 2008 alle 19:07

RAI e Mediaset: tutti contro Di Pietro. Perchè?

con 28 commenti

La campagna elettorale è alle prime battute e ancora si stanno definendo le alleanze, ma il clima pacato e disteso che Berlusconi e Veltroni hanno promesso ha rischiato per un attimo di cedere il passo alle solite accuse e alle solite polemiche. A dar fuoco alla miccia è stato Antonio Di Pietro che nel suo blog commentando le frasi di Berlusconi su Enzo Biagi e l’editto bulgaro pronunciate davanti al direttore del TG1 Gianni Riotta che non ha fatto una piega e non ha replicato (QUI), ha lanciato una proposta che io ritengo di buon senso, ma che su tutti i TG è passata come il peggiore dei mali.

Sulla proposta hanno avuto la parola politici, opinionisti, direttori di TG e quant’altri… tutti si sono sentiti in dovere di dire qualcosa. Nel marasma generale, però, si è persa di vista quello che è l’oggetto del contendere, la proposta di Di Pietro che quasi nessuno ha chiarito e spiegato agli spettatori. Cerchiamo di fare chiarezza:

  1. una sola televisione pubblica senza pubblicità, pagata solo dal canone e sottratta all’influenza dei partiti;
  2. esecuzione sentenza europea su Europa 7 e spostamento di Rete4 sul satellite;
  3. limite di una sola rete televisiva per i concessionari privati (anche per Mediaset).

Andiamo per ordine:

1) Quante volte si è parlato di lottizzazione e di RAI politicizzata? Quante volte ci si è lamentati di programmi scadenti o non riconducibili al servizio pubblico pagato dal canone? Quante volte ci si lamenta della pubblicità all’interno di canali di servizio pubblico? Quante volte si è parlato della continuo rincorrersi di RAI e Mediaset in funzione degli ascolti a discapito della qualità dei programmi?
Tutto questo potrebbe risolversi semplicemente riducendo la RAI ad una sola rete finanziata solo dal canone e per questo priva di pubblicità (il canone per mantenere 3 reti sarebbe troppo alto). I contenuti sarebbero solo di servizio pubblico (documentari, informazione, approfondimento politico, ecc…), una sorta di BBC italiana.

2) Sul caso Europa7 c’è poco da discutere. Ecco i fatti in sintesi:

  • Dal 1994 la Corte costituzionale (sentenza n. 420/94) intima a Fininvest di cedere una rete o di spedirla su satellite. Berlusconi perde tempo e tergiversa finché la legge Maccanico (n. 249 del 31 luglio 1997) concede a Rete4 una proroga pressoché illimitata. Nel 1999, Europa7 vince la concessione delle frequenze su cui trasmette abusivamente Rete4 che tuttavia continua a occupare le frequenze come se nulla fosse.
  • Nel 2002, la Corte costituzionale con la sentenza 466/02, ribadisce quanto affermato nel 1994, cioè che nessun privato può possedere più di 2 frequenze televisive (fissa così il tetto massimo di due reti per Fininvest diventata Mediaset e le dà tempo fino al 31 dicembre 2003 per mandare Rete4 sul satellite). Berlusconi con il decreto legge “Salva Rete4” (del 23 dicembre 2003) e la legge Gasparri del 2004 chiudono la partita sostenendo che quando arriverà il digitale terrestre (previsto nel 2006) sbocceranno talmente tanti canali da rendere inutili le sentenze della Corte costituzionale sul pluralismo. La successiva legge Gentiloni non cambia nulla in proposito e si limita a spostare il digitale terrestre al 2012 rinviando a tale data la questione di Europa7 che già dal 1999 avrebbe dovuto trasmettere al posto di Rete4.
  • Intanto, il 19 giugno 2007, il commissario europeo per la Concorrenza mette in mora il governo italiano perché modifichi subito la Gasparri (che consente l’accesso al digitale solo a Rai e Mediaset) e annuncia la procedura d’infrazione contro l’Italia. Investito da Europa7, il Consiglio di Stato chiede alla Corte di Lussemburgo se le regole italiane siano legittime. La Corte, il 31 gennaio 2008, risponde che sono illegittime (la Maccanico, la Gasparri e implicitamente anche la Gentiloni) proprio perché consentono a Rete4 di trasmettere a discapito di Europa7, pertanto il Consiglio di Stato dovrà risarcire Europa7 per i mancati introiti e per le frequenze negate.
  • Il Commissario per la Concorrenza ha annunciato recentemente che questa è anche la posizione UE: se nel 2009 l’Italia non cambierà sistema, si beccherà una multa di 350-400 mila euro al giorno, con effetto retroattivo dal 2006. Cioè, gli italiani pagheranno alla UE e a Europa7 cifre da capogiro perché tutti i governi, dal 1994 a oggi, hanno favorito Berlusconi. A questo punto, attendere il Consiglio di Stato (che dovrà applicare la sentenza di Lussemburgo) o appellarsi all’ormai inutile legge Gentiloni (superata dalla sentenza di Lussemburgo) non sarebbe una genialata. Eseguire le sentenze della Consulta e della Corte europea non è fare un favore a Di Pietro o un dispetto a Berlusconi, ma è un dovere!!!

3) Visto che siamo in una condizione di oligopolio (se non di duopolio), togliere due reti alla RAI e lasciarne 2 a Berlusconi (sempre che Rete 4 vada sul satellite) o a qualsiasi altro imprenditore sarebbe un vero e propio regalo che avrebbe ripercussioni anche sulla libertà di informazione (che passa attraverso il pluralismo). Finchè la maggior parte della gente continuerà a fruire della TV attraverso l’etere, quindi, è necessario fare in modo che le frequenze (che per altro sono in numero limitato) siano assegnate al maggior numero possibile di soggetti. E’ in quest’ottica che si collocaca la terza proposta di Di Pietro. Le frequenze, infatti, sono dello Stato (non di Berlusconi) che le assegna in concessione a chi ritiene più opportuno e con le modalità che preferisce. Beppe Grillo, ad esempio, ha fatto sapere che se la proposta di Di Pietro va in porto, vorrebbe comprare RAI3 attraverso una raccolti fondi tramite il suo blog. Al contrario di quanto si è detto, nessun lavoratore di RAI e Mediaset perderebbe il posto di lavoro perché le reti andrebbero sul satellite e quindi chi ci lavora continuerebbe a lavorarci, oppure sarebbero vendute ad altri imprenditori che continuerebbero a fare TV.

Che ad accusare Di Pietro e a sollevare polemiche siano Berlusconi e i suoi, non stupisce (d’altra parte è il loro mestiere), a me ha colpito particolarmente l’atteggiamento dei 3 direttori dei TG della Mediaset che si sono coalizzai nell’attaccare Di Pietro e per gettare benzina sul fuoco contribuendo a confondere le idee ai loro ascoltatori e infischiandosene della deontologia professionale e dell’obiettività dell’informazione. Così i tre direttori sono apparsi in video (cronologicamente: Giorgio Mulé, direttore di Studio aperto alle 18.30; Emilio Fede, Tg4, alle 19; Clemente J. Mimun, TG5, alle 20) con tre editoriali. Ognuno con il suo stile: tagliente Mulè, irridente Fede, pragmatico Mimun. Tutti e tre d’accordo (si erano telefonati): Veltroni deve essere chiaro e prendere le distanze da Di Pietro. E poi dicono che grazie a questi 3 TG contrapposti a quelli della RAI (politicizzati) in Italia c’è maggiore pluralismo nell’informazione… ;-)

Inoltre, mi ha colpito l’atteggiamento dei politici del Partito Democratico o comunque avversari a Berlusconi. La Sinistra Arcobaleno, ad esempio, ha preso le distanze dal programma dell’Italia dei Valori sull’informazione. Sergio Bellucci (Rifondazione comunista) ha detto: “Lo spazio pubblico delle comunicazioni è un bene comune che appartiene a tutti i cittadini. Per questo deve essere difeso e valorizzato contro ogni tentativo di ridimensionamento o depotenziamento. Le proposte di Di Pietro in materia di comunicazione sembrano al momento troppo vaghe per prestarsi a una vera discussione. Aspettiamo di conoscere il programma del Pd per confrontarci su proposte concrete“.

Marco Follini, responsabile delle politiche dell’informazione del PD ha così risposto: “La posizione del Pd in materia di informazione è contenuta nei due disegni di legge che giacciono in Parlamento. Il nostro obiettivo è portarli a buon fine. Punto. È ovvio che tutti coloro che saranno candidati sottoscriveranno il programma della coalizione“.

Lo stesso Veltroni ha precisato: “Il programma del PD sarà realizzato e sottoscritto anche da Di Pietro. Le cose che si dicono lì, sono quelle che valgono. Nessuno si alzerà per dire no”. Lascia così poco spazio a equivoci l’ex sindaco di Roma che frena la proposta del leader dell’Idv (sul programa del PD, infatti, non c’è traccia di nessuno dei 3 punti proposti da Di Pietro).

Pare, allora, che da destra e da sinistra si voglia difendere il Cavaliere (i fatti di Europa7 lo dimostrano e non si spiegherebbe altrimenti il motivo per cui non è stata fatta una legge sul conflitto di interessi che per altro se passasse la proposta di Di Pietro svanirebbe da solo).
Che abbia ragione Grillo quando dice che Veltroni e Berlusconi sono fratelli gemelli, chierichetti che servono la stessa messa!!! ;-)

Berlusconi assolto grazie ad una sua legge (ad personam)

con 9 commenti

Oggi Silvio Berlusconi è stato assolto nel processo stralcio per la vicenda Sme. Sull’accaduto si potrebbero dire moltissime cose (che sicuramente usciranno fuori nei commeti ;-) ), per il momento voglio restare il più neutro possibile e per questo motivo citerò solo fonti giornalistiche.

Dice l’agenzia di stampa AGI: “Silvio Berlusconi è stato prosciolto dai giudici della prima sezione penale perchè «il fatto non è più previsto come reato» dopo la modifica di legge sul falso in bilancio [legge modificata dal Governo presieduuto dallo stesso Berlusconi]. I fatti contestati all’ex premier risalivano al periodo che va dal 1986 al 1989, e quindi sarebbero comunque stati coperti dalla prescrizione. I giudici hanno, però, deciso di prosciogliere Berlusconi perchè il fatto non è più previsto come reato, invece che dichiarare la prescrizione, come richiesto dal pm Ilda Boccassini. Il procedimento in cui Berlusconi era imputato di falso in bilancio era stato stralciato dal troncone principale del processo Sme, in quanto i giudici avevano investito la Corte europea affinchè valutasse la congruità della normativa italiana sul falso in bilancio con le direttive comunitarie. La Corte europea aveva deciso di non entrare nel merito delle leggi in vigore nei singoli Paesi“.

Uno dei commenti più significativi della vicenda è quello di Angelo Bonelli, capogruppo dei Verdi alla Camera che ha detto: “L’assoluzione nel caso Sme perchè il falso in bilancio non è più reato è la conferma che Berlusconi ha governato per tutelare i suoi interessi personali e non quelli di tutti gli italiani. Il falso in bilancio è un reato punito severamente negli altri Paesi, dove ci sono state condanne molto dure per chi ha gettato sul lastrico migliaia di risparmiatori. Siamo di fronte ad un caso di applicazione di una vergognosa legge ad personam, esemplificativo di cosa potrebbe tornare a verificarsi con un eventuale governo di centrodestra”.

A voi i commenti… ;-)

Scritto da salpetti

30 gennaio 2008 alle 22:36

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.