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Apprendo dal blog di Tommi una notizia molto interessante per ciò che riguarda il sistema dell’informazione in Italia. La riporto qui:

A partire dall’8 maggio, sul canale 130 di SKY debutterà current_, la TV democratica concepita da Al Gore. Forte dei successi ottenuti negli Stati Uniti, in Gran Bretagna ed in Irlanda, adesso questo nuovo modo di fare Tv approda anche in Paesi di lingua non aglofona: l’Italia è il primo di questi.
Questa TV è concepita per dare la possibilità al pubblico di creare e controllare (mediante votazioni democratiche sul sito) i programmi mandati in onda in televisione. L’dea alla base del progetto, come dice Tommaso Tessarolo, Director of Programming and Online in Italia, è voler effettivamente cambiare l’insopportabile e malsano stato dell’informazione mainstream (in Italia più che mai).

Più del 30% della programmazione di current_ è creata dalla comunità di video maker indipendenti. Tutto il materiale è tratto dalla vita reale e copre praticamente tutti i temi: dalle ultime tendenze in fatto di moda, tecnologia e musica alle problematiche mondiali più serie. In questo modo 4 milioni e mezzo di famiglie in Italia (e più di 50 milioni di spettatori nel mondo) potranno essere allo stesso tempo protagonisti ed artefici di ciò che viene trasmesso: una tv “fai da te” in pieno stile 2.0!

Per lanciare il progetto, Al Gore in persona incontrerà la comunità di blogger ed internauti italiana. L’evento si svolgerà giovedì 8 maggio a Roma presso il Teatro Ambra Jovinelli. Per coloro che non sono della zona è stata concepita una diretta sul canale Skytg24 e per chi non ha l’abbonamento a SKY, l’evento viene trasmesso in diretta sul web a questo indirizzo.

Non solo: attraverso tutte le indicazioni pubblicate sul blog di Marco Montemagno (SkyTG24) sarà possibile anche inviare domande da fare durante la presentazione a Roma; tramite votazione ne verranno scelte 15, le altre consegnate direttamente nelle mani di Al Gore.

Se non è democrazia questa!? ;-)

Grillo a Bologna per il V-day

In un blog che si chiama “La forza del blogging” non si poteva trascurare il V-day (Vaffa-day) oraganizzato da Beppe Grillo. Un’iniziativa che ha avuto origine esculsivamente in Rete tramite un blog, sfruttando al capacità di mettere in relazione le persone del Web. Non ho parlato dell’evento prima e adesso non voglio entrare nel merito delle polemiche. Sul V-day, infatti, è stato detto tutto e il contrario di tutto, ma da osservatore dei fenomeni sociali (ho studiato sociologia e mi sono laureato con una tesi sui blog), voglio riprendere un bel post del blog Tecnoetica di Davide Bennato in cui si analizza il Vaffa-day da un punto di vista sociologico

Davide Bennato sintetizza questa sua riflessione in 4 punti:

  • Il V-day ha mostrato la nascita un nuovo spazio politico basato sulla conversazione su Internet (i commenti al blog)
  • Ha mostrato la necessità di un nuovo linguaggio per la politica che deve essere chiaro (più chiaro del nome della manifestazione!
  • Ha mostrato la forza dell’auto-organizzazione permessa da Internet prescindendo dagli altri media
  • Ha mostrato l’incapacità della cultura circolante (politici, giornalisti, “esperti”, …) di capire il mondo sociale che li circonda

Date queste premesse, forse ha ragione Grillo quando dice che la politica e il modo di condurre il dibattito pubblico hanno bisogno di rinnovarsi, sono vecchi. Con il Web e il blog tutto potrebbe cambiare. Nelle città-Stato della Grecia classica, tutti i cittadini (eccetto donne e schiavi) contribuivano all’amministrazione della collettività senza rappresentanti. E’ utopico pensare che con il Web e i blog oggi si possa ripresentare la stessa situazione, ma credo che la politica dovrebbe imparare da questa manifestazione e cercare di tenere più in considerazione le potenzialità democratiche della Rete. In quel “gioco dei poteri” di cui parlo spesso in questo blog, potrebbe entrare a breve a pieno titolo il potere del blogging, ovvero la possibilità di ciascun individuo di poter partecipare direttamente al dibattito publico, di auto-organizzarsi, di bypassare le forme tradizionali di mediazione (politici, giornalisti, ecc.), …

Credo che il V-day ha ha dato davvero origine a un “nuovo Rinascimento“, come ha detto Grillo, perchè ha messo in evidenza i punti critici dell’attuale sistema e ha evidenziato le potenzialità dello strumento dei blog. Spero di non essere troppo ottimista… ;-)

Chi si ricorda l’episodio in cui un ragazzo gridò a Berlusconi: “Buffone, fatti processare!” venendo querelato dall’allora presidente del consiglio? Era il 5 maggio 2003 e i fatti si sono fuori dall’aula del processo Sme al palazzo di giustizia di Milano. Berlusconi denunciò il ragazzo, ma poi fu assolto dall’accusa di ingiurie. Quel ragazzo si chiama Piero Ricca e non si è limitato a colpire Berlusconi, ma anche altri illustri personaggi. Uno in particolare si è talmente infuriato che ha fatto in modo che il blog di Ricca fosse bloccato.

La vicenda si riferisce ad un episodio legato ad Emilio Fede e il sequestro preventivo che si è applicato è stao fatto in modo tale che nessuno potesse accorgersene: alcuni agenti della Finanza di Roma si sono presentati a casa di Ricca per notificare l’atto che segue una querela per diffamazione presentata da Emilio Fede. Il direttore del Tg4 era stato contestato da Ricca al circolo della stampa di Milano (QUI il video). Come ricorda Punto-Informatico, nei casi di denunce per diffamazione, di solito il sito o le pagine denunciate vengono poste sotto-sequestro e rimpiazzate con un avviso. In questa occasione, invece, i finanzieri si sono fatti dare la password, hanno cancellato le pagine in questione e poi hanno cambiato la password impedendo al gestore del blog di postare. Chi arriva sul blog può anche non accorgersi di nulla se non legge i commenti che si stanno scrivendo nell’ultimo post.

Piero Ricca ha inviato a molti siti un suo comunicato dove spiega quello che è successo e inneggia alla libertà di espressione. Io ho visto il video e credo che Ricca sia stato molto duro con Fede (anche se probabilmente si meriterebbe questo e anche di più). Chiunque al posto di Fede lo avrebbe querelato. Non intendo difendere nessuno (nè Fede, nè Ricca), vorrei soffermarmi però su questo tipo di censura preventiva che ci avvicina sempre più alla Cina, come dicevo nel mio precedente post. E’ il modo subdolo con cui hanno applicato le leggi che mi ha colpito in questa vicenda. Il blog è stato sequestrato per decisione del pubblico ministero, senza necessità di un’ordinanza del Tribunale così come previsto dalla legislazione sulla stampa. Non è stato oscurato e non è stato posto nessun avviso, si è solo cambiata la password.

I finanzieri che hanno eseguito l’ordinanza hanno avuto paura di una possibile reazione di tutti i lettori del blog? Hanno agito così subdolamente per non fare scalpore? I finanzieri volevano giocare a fare i bloggers? Si vogliono intimorire e terrorizzare i bloggers? E’ un modo per censurare facendo finta che è tutto a posto? Non lo so…

Sulla vicenda si pronunceranno i giudici e molto probabilmente anche questa volta Ricca sarà assolto, ma credo che questo episodio possa rappresentare un pericoloso precedente per tutti coloro che hanno un blog e che sono per la totale liberà di espressione! Applicare forme di censura così subdole, non mi sembra tanto democratico…

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Il terrorismo internazionale è purtroppo un problema che ci riguarda tutti. Gli sventati attentati a Londra di pochi giorni fa ne sono l’ultimo esempio. A tal proposito, il commissario europeo con delega per la Giustizia, Franco Frattini, ha detto che “I terroristi continueranno sempre a provarci, sta a noi arrivare prima“, pertanto l’Unione Europea sta preparando un nuovo pacchetto anti-terrorismo che presenterà nei prossimi mesi.

Fin qui non ci sarebbe niente da ridire se non fosse che le nuove norme in materia di antiterrorismo riguardano anche Internet e, in nome della sicurezza, si vuole proporre in Europa un meccanismo simile a quello adoperato in Cina per praticare la censura sul Web. Il fine giustifica i mezzi o si sta rischiando di rovinare la natura democratica di Internet?

Per oscurare le pagine ospitate su server europei bastano le leggi degli stati membri (il sito dell’orgoglio pedofilo ne è un esempio), il problema rimane per tutte le pagine che risiedono in altri Paesi, per le quali sarebbe necessario un intervento dei provider, ovvero di quelle compagnie che ci permettono di accedere a Internet. Se chi ci permette di andare in Rete intervenisse impedendo sistematicamente di raggiungere certi indirizzi IP, allora l’accesso a certi siti indicati dai governi sarebbe praticamente impossibile. Ma se in Cina fanno ciò per praticare la censura (QUI si spiega come avviene la censura cinese online, detta “Grande muraglia digitale”), da noi ciò si farebbe per prevenire il terrorismo. A questo punto sorgono però dei dubbi…

I primi ad avere qualcosa da ridire sulla leicità di queso provvedimento sono stati gli inglesi sostenendo che ciò va contro la natura di Internet perchè questo va contro la libertà di espressione e che non è compito dei provider monitorare il traffico in Rete. ISPA, l’associazione dei provider britannici, si è detta pronta ad opporsi a qualsiasi tentativo di rendere responsabili gli ISP del contenuto criminale disponibile in Rete. Secondo un portavoce dell’organizzazione, i provider “non sono editori, non hanno alcun controllo sul materiale posto sui loro server da terzi“.

Ma poi, chi decide quali siti censurare e quali no? Secondo quali criteri? E se un giorno si adoperasse questo sistema per praticare forme di censura come quelle cinesi? E con la privacy, come la mettiamo? Frattini ha risposto indirettamente a tutte queste domande in una intervista, riportando l’esempio dei siti che insegnano a produrre bombe in modo artigianale. “Semplicemente non dovrebbe essere possibile permettere alle persone di insegnare in rete come costruire una bomba. [...] Tutto questo non ha niente a che vedere con la libertà di espressione. [...] Troppo spesso scopriamo siti che contengono tutte le istruzioni per la creazione di una bomba“.

In effetti, non è dificile imbattersi in un sito che spiega come costruire ordigni (questo è uno dei tanti, ma cercando su un motore di ricerca se ne trovano centinaia), ma ciò non giustifica il fatto che l’Europa debba operare come fa il governo illiberale della Cina. Il rischio è, secondo me, che in nome dell’antiterrosrismo si introducano nella gestione dei siti Web dei meccanismi che potrebbero condizionare il principio democratico che sottostà alla Rete, limitando la libertà di espressione che è propio un punto di forza di Internet.

Ovviamente il problema del terrorismo è serio e richiede un intervento. Il pericolo che il Web possa diventare un mezzo utilizzato dai terroristi per scambiarsi messaggi e informazioni che potrebbero minare la sicurezza internazionale è concreto. Ma questo è un rischio insito nel fatto che Internet è un medium del tutto libero. Non bisogna, quindi, secondo me, predisporre meccanismi censori o di selezione, ma vigilare il più possibile affinchè certi comportamenti pericolosi vengano arginati in qualche modo.

Mi rendo conto che il problema è molto complesso e di non facile risoluzione, ma operare meccanismo censori simili a quelli adoperati per mettere a tacere i dissidenti e imporre una visione distorta della realtà utilizzati dalla Cina, mi sembra troppo richioso per la libertà di espressione. Faccio un esempio per far capire da dover nascono le mie preoccupazioni: questi meccanismi di prevenzione al terrorismo ovviamente non riguardano la televisione perchè lì c’è un controllo ex-ante. Non tutti possono avere accesso all TV, ci sono dei meccanismi di selezione. In Rete, invece, chiunque può avere un proprio punto di presenza (i blog ne sono un esempio e non a caso sono tra le pagine Web più censurate in Cina - QUI una rassegna sulla censura online in Cina). Tramite il Web chiunque può partecipare al dibattito pubblico e ciò comporta un aumento della libertà di espressione. Introdurre dei meccanismi di controllo ex-ante anche in Internet (sebbene per un fine nobile), andrebbe in ogni caso contro la sua natura democratica… Io la penso così, voi che ne pensate? ;-)


Google, il regista Michael Moore, il sistema farmaceutico americano e le grandi aziende farmaceutiche sono al centro di un polverone mediatico che ruota intorno al nuovo film-documentario del regista statunitense. Google è prima di tutto un’azienda, è un concetto che dobbiamo ricordarci, ma siamo talmente abituati all’uso di questo motore di ricerca e di tutti i servizi che esso offre, che a volte c’è ne dimentichiamo. C’è addirittura chi identifica Google con Internet stesso. Nella realtà le cose sono ben diverse e l’episodio che stò per raccontarvi lo dimostra…

Tutto è iniziato con l’uscita dell’ultmo film-documentario del regista statunitense Michael Moore che come nel suo stile è molto satirico, ma anche molto feroce contro i poteri (famoso il suo documentario sull’11 settembre, Fahrenheit 9/11 in cui si accusa pesantemente Bush). Oggetto di questo suo utimo documentario che si intitola Sicko, è il sistema sanitario nazionale americano legato alle grandi case farmaceutiche, con le sue lacune, le sue mancanza e le sue contraddizioni. In particolare, la sanità statunitense viene dipinta come un sistema mosso semplicemente dal profitto e dal marketing che, incurante del benessere dei pazienti e della loro salute, è più orientato a battere cassa piuttosto che a far guarire le persone che assiste.

Sicko (per farvi un’idea vi consiglio di andare QUI, nello spazio ad esso dedicato sul sito del regista) ha ovviamente sollevato un vespaio di polemiche e subito in Rete si è aperto il dibattito che di certo non ha portato un buon ritorno in termini di immagine al sistema sanitario americano. Fin qui non ci sarebbe nulla di strano. Gli americani sono abituati ai documentari di Moore e alle reazioni che essi provocano all’opinione pubblica del loro Paese e non solo. Il film-documentario ha ricevuto un’accoglienza più che positiva da critici, blogger e giornalisti e il Web pullula di recensioni del film e articoli che prendendo spunto dalla pellicola mollano fendenti violentissimi contro il sistema sanitario e le grandi case farmaceutiche.

A complicare la vicenda è intervenuto però Google. Alcuni giorni fa, su uno dei blog del colosso americano è apparso un post in cui si critica il documentario di Moore e si invitano le aziende farmaceutiche a contrapporre alla pessima pubblicità apportata loro da “Sicko”, massicce campagne pubblicitarie di annunci Google (quelli per intenderci che appaiono sulla parte destra della pagina internet quando si effettua una ricerca sul motore di ricerca o nei blog che tentano di guadaagnare con la pubblicità di Google AdSense) legati alle parole-chiave “Michael Moore” e “Sicko”, in modo da bilanciare l’effetto negativo sull’opinione pubblica del documentario e in modo da garantirsi una grande visibilità visto che il dibattitto in Rete sul documentario è talmente acceso che quelli legati a Moore e al suo ultimo lavoro sono i termini tra i più ricercati dagli utenti del motore di ricerca.

Un articolo simile non poteva che sollevare ulteriori polemiche, questa volta rivolte a Google. A poco è servito un secondo articolo apparso nello stesso blog, nel quale l’autore ha dichiarato che le cose espresse nel precedente post erano solo opinioni personali e non il punto di vista della società. La blogosfera è insorta, e sono migliaia i commenti e i post critici (se non ingiuriosi) apparsi in poche ore sull’argomento. Google è stato accusato di aver venduto l’anima al diavolo, di pianificare campagne più propagandistiche che pubblicitarie, di considerare i navigatori internet solo polli da spennare nonostante i proclami politically correct, ecc, ecc.

Probabilmente è vero quello che dice l’autore del blog di Google e magari il noto motore di ricerca non ha previsto una politica di questo tipo a riguardo del documentario di Moore, ma ormai la frittata è fatta. Tutta questa vicenda deve però farci riflettere sulla natura commerciale di Google e sul fatto che, come ha scritto l’Inquirer, ci dobbiamo svegliare dal sonno e porre fine al sogno Google. Non è soltanto il miglior motore di ricerca al Mondo, ma una compagnia finalizzata al profitto che per di più usa vecchi trucchi pubblictari.

A questo punti mi sorge spontanea una domanda: visto che Google è il motore di ricerca più usato al Mondo, cosa succederebbe se esso decidesse di pilotare i risultati delle ricerche? La sua policy fin ora, per quanto se ne sa, è andata nella direzione opposta, ma potremmo svegliarci un giorno e capire che il sogno Google in realtà era un incubo!!! ;-)

Un fotogramma dello spot

Il cinema europeo è eccitante o eccitato? Questa è la domanda che si pongono le persone vedendo uno degli spot che sono stati realizzati dall’Unione Europea per promuovere il cinema del Vecchio Continente. Sono tre gli spot della UE per il Cinema: uno centrato sul romanticismo, uno su solitudine e rapporti umani e il terzo sulla passione.

Proprio quest’ultimo ha fatto discutere molto ed è stato diffuso tra le polemiche. Io non ci vedo niete di male, ma evidentemente da alcune organizzazioni ci si aspettano comportamenti e modi di comunicare più “istituzionali”. Ma veniamo ai fatti…

Lo spot delle polemiche dura solo 44 secondi, ma racchiude 18 spezzoni di scene di amplessi tratti da altrettanti film d’autore europei. Per fare solo alcuni nomi, c’è “Il favoloso mondo di Amelie” del francese Jean-Pierre Jeunet, “La mala educacion” dello spagnolo Pedro Almodovar, “Le onde del destino” del regista danese Lars von Trier e per l’Italia “La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana e “The Dreamers” di Bernardo Bertolucci.

Lo spot è approdato su YouTube entrando in poco tempo nella classifica dei video più visti. Il titolo dello spot è allusivo “Film lovers will love this” (Gli amanti dei film lo ameranno) e il video si conclude in un modo ancoa più allusivo invitando ad andare al Cinema con la scritta “Let’s come together” (Veniamo insieme!).

Lo spot, come dicevo, ha fatto molto discutere, in particolare un parlamentare europeo ha criticato l’operazione, mentre la Commissione europea la difende a spada tratta. Riporto da TGCOM, una parte della querelle: Il deputato polacco Maciej Giertych, esponente della “Lega delle famiglie polacche“, già famoso per la diffusione di un opuscolo antisemita e per la crociata per l’abolizione dell’omosessualità ha dichiarato: “L’Unione europea usa metodi immorali per promuovere le proprie attività”. La Commissione europea ha replicato tono su tono. “Il vero scandalo è che si sia creata polemica su questo video, che oltretutto, al momento della presentazione al Film Festival di Berlino, lo scorso febbraio, ha avuto un’ottima accoglienza”, ha ribattuto la commissaria all’informazione, Viviane Reding, tramite il suo portavoce Martin Selmayr. “Quegli spezzoni, tratti da film di grandi registi europei rispecchiano i valori su cui si costruisce l’Europa multiculturale. La gioia, la tristezza, l’amore e la diversità sono i sentimenti che esprimono l’identità più forte ed apprezzata del nostro cinema, ed è assurdo che tutto questo venga messo in discussione”, ha concluso Selmayr.

Insomma, per farla breve e per non annoiarvi, io non penso che questo post possa turbare gli animi di nessuno o possa essere immorale. Le famiglie che stanno tanto a cuore a Maciej Giertych, famoso per essere contro gli omosessuali, non hanno niente di cui temere. Tra l’altro facendo zapping in Tv si possono vedere scene molto peggiori e poi… si tratta pur sempre di cinema d’autore, non credo si possa parlarte di spot pornografico (come ha detto qualcuno). Inoltre, lo spot fa parte di una trilogia che cerca di cogliere tutti gli aspetti dei sentimenti umani rappresentati tradizionalmente dal Cinema, perchè dimenticare gli aspetti passionali?

Chi ha mosso queste accuse contro il video credo che voglia solo strumentalizzare la vicenda per farsi pubblicità e per perorare la propria causa omofoba (QUI un articolo che sintetizza la posizione di sul mondo omosessuale di Giertych e della destra polacca). Un pò quello che avviene in Italia quando c’è di mezzo il Family Day o il Gay Pride: ogni occasione è buona per fare polemiche e per accusare gli altri.

Ma Maciej Giertych non poteva trovare uno spazio migliore o un’occasione più importante per mettere in scena certe polemiche? Il cinema è arte e lo spot della UE, secondo me, non è nè osceno, nè di pessimo gusto. A me è piaciuto anche per l’ironia delle frasi e degli slogan che lo accompagnano. Si accusano sempre le istituzioni di essere noiose quando comunicano, finalmente abbiamo una comunicazione istituzionale giovane e ci lamentiamo pure!? ;-)

Non metto il video dello spot nel blog per non “scandalizzare” o offendere nessuno, ma chi vuole può visionarlo QUI. Aspetto un vostro parere su tutta la vicenda…

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Sono terreni di gioco delicatissimi quelli della libertà di espressione e della tutela dei minori. Al loro interno occorre muoversi con molta delicatezza sebbene qualsiasi movimento risulti goffo come quello di un elefante dentro un negozio di cristalli. Le questioni che riguardano i due temi messi insieme sono molto complesse e particolarmente delicate. In nome della libertà di espressione, ad esempio, si è celebrato in Rete la giornata dell’orgoglio pedofilo e in nome della tutela dei minori spesso si censurano siti innoqui. Se in questo già difficile sistema si inseridce anche la Chiesa la situazione diventa molto complicata.

Ho fatto questa premessa perchè non è facile parlare di certi temi ed è ancora più difficile riuscire a prendere uan decisione netta. L’ultimo caso che riguarda i temi di libertà di espressione, pedofilia e Chiesa è relativo ad un giochino in flash della celeberrima factory Molleindustria.

Il gioco si chiama provocatoriamente Operazione: Pretofilia ed è stato sviluppato dopo la trasmissione del video Sex crimes and Vatican nella trasmissione televisiva di Santoro che aveva rischiato al censura. Secondo la Molleindustria, ci sarebbe un torbido intreccio tra tra Chiesa, silenzi e pedofilia. L’attenzione mediatica, però, può far sì che molte cose cambino.

Lo scopo del gioco è distogliere l’attenzione mediatica dagli abusi sessuali in seno alla Chiesa e far perpetuare il silenzio. Degli “agenti silenziatori” pagati dal Vaticano sono capaci di intimidire testimoni e sottrarre alle forze dell’ordine turpi membri del clero. Occorre far sì che nessun prete colpevole venga arrestato, quindi bisogna fare in modo che i parenti delle vittime non denuncino i fatti e bisogna fare in modo di veicolare l’attenzione mediatica altrove. Vince chi riesce a far arrestare meno preti e a mantenere l’attenzione mediatica bassa.

L’intento è nobile. Far sì che si parli della vicenda il più possibile in modo che i cittadini siano informati su ciò che avviene in certi casi all’interno della Chiesa. La provocazione è voluta. In nome della libertà di espressione si cerca di richiamare l’attenzione dei media e dei cittadini su una questione spinosa.

Ma questa intenzione nobile forse non è stata ben colta da alcuni parlamentari che quando c’è di mezzo la Chiesa sono sempre pronti ad intervenire per riscuotere consensi. Questa volta è toccato a Luca Volontè che ha definito il gioco “provocatorio e offensivo“, tanto da far intervenire il Governo a provvedere “con urgenza a oscurare il sito“.

La solita censura? Ha ragione Volonte? E’ difficile dirlo proprio perchè in ballo ci sono temi molto delicati. “Nessuno - avverte il deputato dell’UDC - cerchi alibi con la scusa della libertà di espressione di sedicenti artisti offendendo così la sensibilità umana e religiosa. È necessario che il Governo adotti provvedimenti tali da evitare che anche in futuro possano verificarsi casi analoghi di offese al sentimento religioso e alle confessioni religiose in generale e a quella cattolica in particolare“.

Dal canto loro, quelli di Molleindustria si difendono sostenedo che il loro scopo era quello di sensibilizzare l’opinione pubblica a riapire un dibattito interessente avviatosi con la trasmissione di Sex Crimes and Vatican e finito in quello stesso momento. Le notizie scomode, per quanto dolorose da divulgare, debbono lo stesso raggiungere i citttadini. “Chiaramente la libertà di espressione in Italia non può essere garantita a chi non è supportato da una potente istituzione [...] Siamo convinti che perseguire un videogioco satirico con l’accusa di pedopornografia sia, oltre che un attacco alla libertà di espressione, anche un danno alla sacrosanta lotta agli abusi sui minori“. Intanto, Molleindustria prima di venir censurata dalla Polizia Postale si è auto-censurata togliendo il giochino dal suo sito (Volontè voleva censurare tutto il sito!)

Per chi volesse farsi un’idea del gioco e capire se realmente può offendere qualcuno e se sia stato giusto chiedere la censura, il giochino è disponobili in lingua inglese (su server non italiani) in molti altri siti, tra cui QUESTO e in italiano QUI. Uno dei punti di forza della Rete è, infatti, che non si può facilmente censurare. Se si chiude da una parte, le cose rispuntano da un’altra parte. Se ciò è un bene per la libertà di informazione, a volte può essere nocivo. Come nel caso del sito dell’Orgoglio pedofilo, oscurato in Italia, ma raggiungibile con un apposito link inserito in alcuni siti pedofili. Ovviamente vale la pena correre il rischio affinchè ci sia piena libertà di informazione, ma in questo caso è difficile pronunciarsi perchè in ballo c’è la questione spinosa della pedofilia e nel caso del giochino degli abusi contro i minori all’interno della Chiesa.

Io sarei più propenso a lasciare in circolazione il gioco e a non praticare nessuna forma di censura, ma quando ci si trova di fronte a certi temi diventa dfficile scegliere… Voi che ne pensate?

Come tutti i fenomeni editoriali, più si alza la suspence è più saranno le copie vendute, soprattuto se si tratta di una saga e si è giunti finalmente, dopo sette libri, all’ultimo episodio. Mi riferisco ovviamente alla saga di Harry Potter. La scrittrice, J. K. Rowling, ha fatto di tutto per tenere nascosto al pubblico cosa c’è in serbo per i suoi lettori nell’ultimo capitolo delle vicende del giovane apprendista mago, ma ad un mese dall’uscita del libro in Inghilterra, in Rete cominciano a girare alcune voci che potrebbero rovinare la sorpresa ai fans del maghetto e potrebbero non far dormire sonni tranquilli all’autrice a all’editore.

Pare che un hacker britannico che si firma Gabriel (come l’angelo Gabriele, quello dell’Annunciazione), sia riuscito ad entrare in uno dei computer della casa editrice e sia riuscito a leggere il plot del libro “Harry Potter and the Deathly Hallows”. Evidentemente i bit sono poco sensibili agli incantesimi e nessuna magia è riuscita a fermare l’hacker (credo che sia questa la pagina dove si è diffusa la notizia).

Gabriel ha spifferato tutti i dettagli della storia del maghetto, ma ovviamente, da buon hacker, il pirata informatico dal nome angelico, si è pure vantato di come sia riuscito a portare a termine la sua missione. Ha spiegato che si sarebbe limitato a mandare una mail infetta a uno che lavora nella casa editrice: “E’ stata una delle più semplici strategie d’attacco ed è davvero incredibile il numero delle persone all’interno di Bloomsbury che sono in possesso del libro e delle bozze“.

La notizia è già curiosa di per sè, ma a renderla ancora più “suggestiva” sono le motivazione che il pirata informatico ha portato. Pare che sia stato il Cardinal Ratzinger ad ispirarlo in questo suo gesto. Qulache tempo fa, infatti, quello che oggi è Papa Benedetto XVI era stato duro nei confronti della saga di Harry Potter sostenendo che questa storia corromperebbe i giovani e fomenterebbe al neopaganesimo. La punizione ideale per tutto ciò, secondo Gabriel, sarebbe quella di rovinare l’uscita dell’ultimo episodio attraverso una serie di anticipazioni. Queste le parole del Papa che avrebbero suscitato nell’hacker il sentimento di vendetta.

Tutta questa storia potrebbe essere una semplice trovata pubblicitaria per il grande evento della presentazione del libro il 21 luglio. Visto il grande successo riscosso dal Codice da Vinci dopo che la Chiesa si era espressa contro la sua pubblicazione facendogli pubblicità indiretta, magari la Rowling vuole fare il colpaccio, tuttavia Harry Potter gode già di una tale popolarità che, secondo me, non ha bisogno di questi mezzucci. Potrebbe essere davvero il frutto della bravura di un un hacker che ha dato una motivazione fantasiosa o che fanaticamente ha davvero agito per punire gli istigatori al neopaganesimo, ma potrebbe essere anche una bufala di quelle che circolano in Rete. La casa editrice intanto tace e nell’attesa di sapere quale sarà l’esito di questa vicenda, vi riporto le notizie principali diffuse dall’hacker Gabriel, non si sa mai…

Tranquilli, non voglio rovinare al sorpresa a nessuno, non lo scrivo nel post, chi vuole può leggerle QUI.   ;-)

> AGGIORNAMENTO: Se volete sapere come è andata a finire, QUI trovate tutto.

I due amiconi...

Si è appena consumato l’ultimo grande evento in ordine di tempo che ha messo a soqquadro la città di Roma. La visita del Presidente americano, George W. Bush. Il presidente degli Stati Uniti si è detto felice di essere stato in Italia, terra che ama e che da sempre è amica dell’America e ha detto pure di avere grandi amici in Italia, primo fra tutti Silvio Berlusconi con il quale si sono incontrati per un caffè nella residenza dell’ambasciatore americano in Italia.

Ma questo viaggio è servito a Bush anche per incontrare il Papa con il quale ancora non si erano visti (l’ultima volta di Bush a Roma era stata per il funerale di Giovanni Paolo II) e soprattutto per ritrovare un amico che credeva perduto: Romano Prodi.

Prima di partire per il suo viaggio in Europa, infatti, Bush in un incontro con alcuni giornalisti europei aveva detto a proposito del nostro presidente del consiglio: “…E poi il primo ministro Romano Prodi, con cui ho un lungo rapporto. L’ho conosciuto quando era a capo dell’Ue. Mi ricordo, mi ricordo con affetto che andavo sulla mountain bike a tutta birra mentre lui faceva jogging sulle spiagge della Georgia, incitandolo…”.

Sembrano i ricordi nostalgici nei confronti di un vecchio amico quasi perduto. Ma a questa lontananza tra George e Romano si è conclusa ieri a Palazzo Chigi dove finalmente i due cari amici si sono ritrovati. “Il nostro è stato un colloquio molto interessante e amichevole“, ha detto infatti Prodi nella conferenza stampa congiunta con il presidente americano. I due leader si erano salutati sorridenti con un abbraccio davanti al picchetto d’onore sulla soglia di Palazzo Chigi, e poi si sono presentati con un sorriso smagliante sulle labra davanti ai giornalisti. Insomma, i due amici di sempre si sono ritrovati e non hanno avuto niente da discutere sul quale non fossero d’accordo (Berlusconi di sicuro ci è rimasto male!!! ;-) )

Per un attimo sono riusciti ad imbambolare tutta l’Italia. Bush e Prodi sorridenti e festosi che rispodono anche con qualche battutina ironica alle domande dei giornalisti. Ma subito a qualcuno è venuto un dubbio: non è che l’entusiasmo per questa amicizia ritrovata ha fatto dimenticare ai due amiconi che su molte questioni c’ è un totale disacordo se non un vero e proprio scontro? ;-)

Il risultato prevalente dell’incontro, infatti, si può sintetizare, con l’aver trovato un’agenda comue tra l’italia e gli USA su  clima, interdipendenza globale, Kosovo e Libano con l’avvio  di un nuovo inizio nei rapporti con il governo italiano di centrosinistra. Ma i dissensi su Afghanistan, sull’Iraq, sul caso Abu Omar, sulla morte di Calipari, che fine hanno fatto? 

Come afferma Maurizio Molinari su LaStampa.it, la Casa Bianca  in collaborazione con lo staff di Prodi, ha preparato l’agenda del colloquio di Palazzo Chigi al fine di dare risalto alle possibilità di una pragmatica collaborazione nell’immediato futuro tra i due governi, lasciando sullo sfondo i dissensi e i punti di scontro. A prevalere sono stati, dunque, i dossier che consentono ai due leader di operare in sintonia e in tempi stretti.

Sorrisi, pacche sulle spalle, convergenze politiche e silenzi sui permanenti disaccordi, hanno trasformato il colloquio di Palazzo Chigi in un nuovo inizio brillante per le relazioni fra i governi di Bush e di Prodi. Ma se nell’immediato ciò sembra un successo per l’amico Romano che, al contrario di quanto afferma l’opposizione non è per niente in difficoltà per ciò che riguarda al politica estera, in realtà a uscirne vincitore è stato, secondo me, Bush.
Il leader statunitense, infatti, ha fatto una comparsata in Italia ed è già riparito. Per lui è più facile fingere, chi lo rivede più? E chi si informerà se effetivamente le sue promesse saranno mantenute? ;-)
Ma Prodi è rimasto qui da noi (alcuni dicono purtroppo, altri per fortuna!) e per lui non sarà molto facile fingere ancora quando dovrà affrontare sul serio le questioni spinose dei rapporti tra l’Italia e gli USA. Sono convinto che i sorrisi e le pacche sulla spalla si trasformeranno presto in disaccordi e scontri…

Se nell’immediato l’incontro tra i due leader è stato un successo, credo che in futuro questo sarà un boomerang che si rivolterà contro il nostro premier. E se in questo momento i rapporti tra Italia e Usa sembravano simmetrici, a vedere i due leader amici sorridersi a vicenda, tutti noi sappiamo come funzionano realmente le cose nei giochi di potere della politica internazionale…

L’Italia è ancora un popolo di Santi, Poeti e Navigatori? Leggendo i dati emersi dalla ricerca Liquidi e mutanti. Industrie dei contenuti & consumatori digitali, commissionata dall’Osservatorio permanente dei contenuti digitali ad ACNielsen e presentata oggi a Roma (in alto le slides della presentazione - QUI il report della ricerca), pare proprio di no.
Saremo rimasti Santi e Poeti, ma non siamo più un popolo di Navigatori, almeno per ciò che riguarda il Web. Pare, infatti, che ancora il 52% degli italiani non usi Internet, ovvero ben 27 milioni di persone!!!

Ma non è solo questo. Abbiamo già parlato del digital divide italiano, ma adesso sembra che si stia andando oltre perchè questa indagine ha evidenziato in modo chiaro che l’utilizzo consapevole ed evoluto delle tecnologie dipende in gran parte dagli strumenti culturali di cui gli utilizzatori sono dotati. Tra quelli che usano Internet, infatti, si assiste ad una ulteriore suddivisione tra chi ne fa un uso consapevole, interattivo ed evoluto sfruttando anche le potenzialità del Web 2.0 (sono quelli con un’elevata propensione al consumo di contenuti culturali) e chi  utilizza le tecnologie digitali per lo più in modo passivo, come svago o per comunicare.
Non ci sarebbe bisogno di dirlo, ma dai dati emersi sembra che i migliori utilizzatori della Rete sono coloro che leggono, che comprano CD e DVD, che vanno al cinema, ecc. Al contrario, i forti fruitori di programmi TV tendono ad un consumo tecnologico limitato (e poi dicono che la TV non fa male!!! ;-) ).

La tecnologia di per sè, potremmo dire, è uno strumento neutro,  quello che fa la differenza è l’abitudine alla fruizione di consumi culturali (spesso collegata al reddito). Maggiore è il consumo di cultura e maggiore è la propensione all’uso di tecnologie innovative. A questo punto non c’è solo il digital divide, ma anche un vero e proprio cultural divide!!!

Anche nella democratica Rete dove vigono le regole della parità di opportunità per tutti, si riprodurrebbero dunque certe diseguaglianze tipiche della società off-line? Io rimango ottimista, ma questi dati dovrebbero farci riflettere…

Non c’è dubbio che la Rete sia uno strumento democratico e libero. Secondo alcuni anche troppo, soprattutto per quelli che pensano di poter salvaguardare ancora oggi il diritto d’autore e la propietà intellettuale così come è stata fino ad oggi, non tenendo conto delle tecnologie digitali.

Il riferimento è agli autori di contenuti artistici che nascondendosi dietro al copyright pretendono di mantenere immutato il mercato delle opere “intellettuali” anche in un contesto dove tutto ciò che vi gira attorno, dalla produzione alla distribuzione, è cambiato. Non tutti sanno, infatti, che il 30 e il 31 maggio si è tenuto a Bruxelles un vertice organizzato dalle associazioni degli autori di tutto il Mondo, il Copyright Summit, al quale ha partecipato anche la nostra SIAE.

Al summit si è discusso di molte cose e si sono prese molte decisioni, ma un in particolare a mio avviso sarà quella che farà parlare di più di sè e che alzerà un polverone di polemiche: la SIAE ha indetto uno sciopero di una settimana che molto probabilmente avrà luogo tra fine giugno e inizio luglio. Avete capito bene: la SIAE sospenderà per una settimana ogni permesso di utilizzazione delle opere protette da copyright bloccando di fatto ogni spettacolo (film, teatro, musica, ecc.).

Ad onor del vero, lo stesso presidente della SIAE non è tanto d’accordo con questo sciopero perchè ritiene che possa essere nocivo e che possa arrecare notevoli danni collaterali, ma la delegazione dei rappresentanti degli autori italiani sta facendo delle presioni tali che lo sciopero sembra ineviabile. In una nota della SIAE si possono leggere le dichiarazioni preoccupate di alcuni dei promotori dello sciopero. Nicola Piovani, ad esempio, ha detto: “Mi preoccupa che passi il concetto che chi ruba l’opera di un autore, il prodotto del suo ingegno, in realtà non ha rubato nulla“.

Ma quando si fa uno sciopero si hanno delle rivendicazioni nei confronti di qualcuno. Questo sciopero degli autori contro chi potrebbe essere? Credo contro i loro clienti che anzichè andare a comprare prodotti originali, preferiscono scaricarli online gratuitamente tramite il file sharing o preferiscono acqistare a prezzi molto bassi dalle bancarelle per strada CD e DVD pirata, oppure ancora preferiscono riprodurre a casa loro podotti originali magari facendoseli prestare da amici e conoscenti. Secondo me, questo che è il nocciolo del problema, rappresenta però al tempo stesso la soluzione di esso.

Quello che sto cercando di dire è che gli autori dovrebbero, a mio avviso, tenere conto delle tecnologie digitali e del fatto che i prodotti digitali sono riproducibili facilmente infinite volte e non continuar ad arroccarsi nella loro pretesa di continuare a mantenere certi costi e certi metodi di distribuzione in un contesto, quello del digitale e di Internet, in cui le cose funzionano in modo del tutto diverso.

Ecco perchè sostengo che la Rete, uno dei principali “nemici” degli autori, rappresenti in realtà la soluzione del problema. Il nocciolo della questione stà, quindi, a mi avviso, nella distribuzione. Non si può pretendere che gli utenti vadano, ad esempio, a comprare un CD musicale ai prezzi attuali, quando possono trovarlo gratuitamente sui programmi di file sharing. Nell’era digitale, si può fare anche a meno del supporto fisico del CD, occorre abbassare i prezzi e distribuire esclusivamente tramite Internet (il successo degli iPod dovrebbe dire qualsosa, no?).
Mi spiego meglio: invece di vendere il supporto fisico del CD in cui sono registrati i brani, le case discografiche potrebbero distribuitre i loro prodotti solo tramite il Web con il download legale gratuito a prezzi bassisimi. Vendere ogni brano a 0,10 € (ma anche molto meno, già i prezzi di iTunes, secondo me, sono alti e poi i brani scaricati hanno dei limiti nella loro copia e diffusone!), credo che significherebbe aumentare moltissimo la fetta dei potenziali clienti. E non è la stessa cosa per una casa discografica vendere online tramite il download 10.000 pezzi a 10 centesimi di euro o vendere 100 CD a 10 €!? ;-)

Non se la possono prendere con gli utenti che scaricano musica attaverso il file sharing, come è accaduto di recente, perchè sarebbe come condannare qualcuno che trova dei soldi per strada, stanno lì a terra e si possono prenere facilmente e senza sforzi. Ovviamente, al contraio di ciò che accade per i soldi trovati, il problema della violazione del diritto di autore resta. Il presidente della SIAE ha detto a proposto: “…è il caso, per esempio, delle tecnologie digitali, rispetto alle quali si ritiene che ogni utilizzo di contenuti artistici (musiche, film, immagini ecc.) debba essere gratuito, senza alcuna remunerazione per autori, editori o produttori, mentre l’industria tecnologica ricava enormi profitti proprio dalla diffusione dei contenuti culturali e artistici. Considerare il diritto d’autore uno strumento superato, incitare al downloading “selvaggio”, equivale a espropriare di fatto gli autori del loro lavoro e a deprimere tutta l’industria dei contenuti. In una parola, significa minare seriamente la cultura e la creatività. Per questa ragione gli autori italiani propongono di impedire l’utilizzo delle loro opere”.

Allora occorre trovare nuove vie che integrino il download gratuito (che ormai è una realtà forse ineliminabile) con la questione della proprietà intellettuale. Peter Gabriel sta lanciando un nuovo sistema di distribuzione della musica gratuito che, a mio parere, è rivoluzionario. Nel mese di luglio partirà questo nuovo progetto in base al quale gli utenti potranno scaricare musica e video gratuitamente ed in modo legale, a pagarne i costi sarà la pubblicità. Come vediamo la tv generalista o ascoltiamo le radio senza pagare, perchè in cambio vediamo e ascoltiamo la pubblicità, così sarà possibile sul nuovo sito di questo progetto scaricare le canzoni preferite gratuitamente perchè contengono 10 secondi di pubblicità all’inizio di ogni brano. I messaggi pubblicitari saranno orientati, cercando di offrire prodotti che abbiano un senso a seconda dell’età e dei gusti degli utenti, e sopratutto non interferiranno con l’ascolto del brano.

Questa iniziativa di Peter Gabriel secondo me è sensazionale e potrebbe risolvere la questione del copyright per la quale ci sarà questo sciopero a fine mese. Ma indovinate come hanno risposto le case discografiche? Sono molto critiche nei confronto del progetto e nessuna grande etichetta ha aderito al progetto. Probabilmente il sito sarà lanciato con un catalogo molto ridotto, di poche migliaia di canzoni.

Allora, per concludere, credo che per risolvere il problema del copyright, non bisogna necessariamente ripensare al diritto d’autore, come sostengono, ad esempio, i fautori del copyleft (anche Michelagelo si è fatto pagare per la Cappella Sistina ed era geloso dei propri lavori, no!? ;-) ), ma bisogna ripensare ai canali di distribuzione tenedno conto della Rete e delle tecnologie digitali. Scioperare contro i propri clienti per sensibilzare i governi ad asprire le pene nei confronti della “pirateria” e del download free, credo che non risolva affatto il problema, anzi aumenta gli screzi tra gli autori e i potenziali aquirenti delle loro opere che già si lamentanoi per i prezzi e per le modalità di fruizione.

Come ripeto spesso nei miei post, anche perchè è la filosofia che sottostà a questo blog, la Rete è uno strumento che contiene in sè un potenziale democratico inestimabile e gli esempi del video della BBC che trasmetterà Santoro Giovedì prossimo o la notizia che Marcello Dell’Utri è stato condannato in secondo grado a 2 anni di reclusione e ciò, eccetto poche eccezioni, non è stato detto nè in TV, nè nei giornali, sono rappresentativi di questo fenomeno.

In una democrazia liberale, i cittadini dovrebbero essere il più informati possibile per poter decidere consapevolmente. In Italia sappiamo che ciò spesso non avviene perchè i media sono in qualche modo condizionati dai poteri  (economici: es. editori - politici: es. pressioni politiche - ideologici: es. Vaticano). Ai cittadini, allora, non resta atro che riversare il proprio bisogno di informazione online, ma a questo punto tra i vari problemi che si presentano c’è quello del digital divide.

Con il termine digital divide si fa riferimento al divario informativo fra chi ha accesso al computer e a Internet e chi non ce l’ha, e in generale, fra chi ha accesso alle nuove tecnologie e chi non ne ha la possibilità per vari motivi .
“Divario digitale” è un termine che racchiude in sè molte differenze: il divario fra chi possiede computer recenti e veloci e chi utilizza computer obsoleti; fra chi ha conoscenze informatiche e chi non ne ha; fra chi può sfruttare connessioni veloci e chi non può farlo; fra chi paga molto per connettersi e chi paga poco, ecc, ecc. 
Per non parlare poi del divario digitale globale, inteso come divario fra il livello di informazione disponibile ai cittadini del Nord del mondo rispetto a quelli del Sud attraverso l’accesso alle moderne tecnologie. Questa situazione è molto rischiosa perchè potrebbe portare ad un ulteriore incremento del divario economico fra le due aree del globo.

Premesso tutto ciò, veniamo alla notizia del giorno correlata al digital divide: l’ADSL italiana è la più costosa d’Europa!!!

Un’inchiesta di Altroconsumo ha rilevato come in Italia, rispetto a Belgio, Francia, Germania, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito e Spagna, i contratti di connettività siano più costosi (QUI il grafico di confroto tra i prezzi italiani e quelli degli altri paesi). Una delle cause più rilevanti di questo fenomeno è  il fatto che nel nostro Paese la concorrenza continua a essere praticamente assente e Telecom Italia continua a farla da padrone.

Leggendo questa notizia non ho potuto fare a meno di fare un’amara considerazione: in Italia non solo abbiamo i media mainstream che non forniscono un’informazine del tutto completa (secondo la classifica di Freedom House sulla libertà di informazione, l’Italia stà al 79esimo posto - a parimerito con la Repubblica del Botswana! - ed è indicata come partly free), ma i cittadini vengono discriminati anche per ciò che concerne l’accesso alla Rete dove l’informazione potrebbe essere in un certo senso più libera.

Ma forse qualcosa sta cambiando, non che stia aumentando la libertà di informazione, ma è probabile che si abbassino i prezzi dell’ADSL e forse finalmente, fatto salvo il problema dell’alfabetizzazione informatica e i costi dei PC, i cittadini italiani potranno accedere a quelle informazioni di cui vengono privati da TV e giornali, o potranno approfondire fatti che vengono esposti solo parzialmente. L’Agcom, infatti, questo mercoledì ha approvato  una delibera che secondo Altroconsumo (che ha presentato i risultati della comparazione tra le tariffe europee) potrebbe apportare benefici significativi sul mercato italiano. La delibera dell’Agcom permetterà - almeno sulla carta - di cambiare radicalmente il panorama dell’ADSL in Italia. D’ora in avanti gli ISP (Internet Service Provider) alternativi a Telecom potranno offrire una banda più ampia rispetto al passato e accedere alla Rete a costi più bassi di quelli vigenti. Questo provvidemento dovrebbe innanzitutto portare maggiore concorrenza e, si pensa, costi più bassi per gli utenti finali [QUI maggiori dettagli].
Staremo a vedere…

Nell’attesa di sapere se la direttiva Bitstream (così si chiama la direttiva varata dall’Agcom) darà i frutti sperati, mi è venuto in mente un vecchio proverbio che dice: CORNUTI E MAZZIATI!!! ;-)

In attesa di sapere come andrà a finire quello che ormai possiamo chimare il caso “Santoro contro il Vaticano“, che era oggetto del mio precedente post (la RAI ha aquistato i diritti per il video della BBC, ma pare che il video non sarà trasmesso domani sera, ma il prossimo giovedì, staremo a vedere…), oggi vorrei soffermarmi su un importante anniversario: la strage di Capaci (vicino Palermo) in cui con una carica di 500 chili di tritolo furono uccisi il giudice Giovanni Falcone, sua moglie, Francesca Morvillo, e gli agenti della scorta Rocco Di Cillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro.

Nella giorata di oggi sono state dette molte parole da parte dei politici per commemorare questo eroe dell’anti-mafia (QUI una rassegna stampa sull’argomento), tuttavia credo che il miglior modo per commemorare Falcone e tutte le vittime della mafia [QUI il calendario realizzato dallo staff del blog di Beppe Grillo che giorno per giorno riporta le vittime delle mafie] sia quello di ricordare ai politici che anzichè riempirsi al bocca con tanti buoni propositi e con frasi ricche di retorica, è bene che si muovano concretamente nella lotta anti-mafia. Per questo motivo voglio qui riportare le parole dello stesso giudice Falcone:

Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.

Questa frase tratta dal libro intervista Cose di Cosa Nostra che consiglio di leggere, è rappresentativa di quello che successe al giudice Falcone e al suo staff. Oggi Falcone, insieme a Paolo Borsellino, viene ricordato come emblema dell’anti-mafia, ma allora il loro lavoro fu in un certo senso osteggiato. Credo che ricordare questi aspetti meno noti della vicenda di Falcone sia il miglior modo per ricordarlo.

Un esempio del fatto che pima della mafia era lo Stato a voler mettere fuori gioco Falcone potrebbe ssere rappresentato dal mal riuscito attentato dell’Addaura del 1989. L’Addaura è il tratto di costa che collega Palermo con la contrada balneare di Mondello. Falcone si trovava lì un giorno d’estate del 1989, in una villa in Riva al mare insieme ad altri giudici. Qualcuno piazzò in quella villa ben 58 chilogrammi di tritolo che per fortuna non esplosero. Su quell’attentato ne sono state dette e scritte di tutti i colori, anche che Falcone si era preparato l’attentato a solo allo scopo di farsi pubblicità. Questo è un chiaro tentativo di denigrare lo “scomodo” lavoro del giudice anti-mafia. Solo nel 2004 la Cassazione parlò di ”infame linciaggio” ai danni di Falcone (QUI un articolo che approfondice l’argomento).

Un altro esempio: nel 1987, il pool antimafia di cui faceva parte Falcone riuscì ad organizzare il primo maxi-processo affondando un primo colpo alla mafia, così quando si trattò di scegliere il nuovo consigliere istruttore di Palermo che sarebbe dovuto succedere a Caponnetto (che andava in pensione), tutti si aspettavano che la nomina riguardasse Falcone, ma il CSM, scelse Antonino Meli semplicemente seguendo il criterio di azianità che poi si sarebbe scontrato duramente con Falcone e con il pool anti-mafia (che poi fu sciolto da Meli). Tutto ciò perchè i successi di Falcone cominciavano ad essere scomodi.

Falcone fu poi chiamato, nel 1988, a dirigere la sezione Affari Penali del Ministero di Grazia e Giustizia, fu così allontanato da Palermo, dalle indagini antimafia e dal suo ruolo di magistrato che egli svolgeva mirabilmente. Manterrà questo incarico fino al giorno dell’attentato. Paolo Borsellino, in un discorso pronunciato a Palermo il 25 giugno 1992, dirà che “Giovanni Falcone in questa sua brevissima esperienza ministeriale lavorò soprattutto per potere al più presto tornare a fare il magistrato. Ed è questo che gli è stato impedito, perché è questo che faceva paura”.  

Ma anche dopo la strage le cose non sono cambiate. Rosaria Schifani ha detto in un’intervista pubblicata sul Corriere della Sera: “Sciolsero il Gruppo Stragi quando ancora stavano lavorando sui mandanti occulti di Capaci e via D’Amelio. E’ come se lo Stato avesse voluto interrompere quel lavoro. Quanti libri sono usciti su quelle ed altre inchieste. I magistrati diventano scrittori. Ma non ci dicono fino in fondo in quali misteri si sono impantanati. A cominciare dalla cassaforte vuota di Riina, dal databank di Falcone con la memoria cancellata, dalla borsa fatta sparire dalla macchina di Borsellino con l’agenda dentro“.

Insomma, Falcone è stato lasciato solo (questi sono solo alcuni esempi) e quando si è soli si muore!!! Probabilmente la mafia nell’uccidere Falcone aveva dei complici più o meno consapevoli…  

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Lo so che ne hanno parlato in molti e di certo dopo il mio post c’è ne saranno molti altri sull’argomento, ma come ha scritto Hugh Hewitt

…quando molti blog scelgono un tema o iniziano ad inseguire una notizia si forma un blog swarm [...], un massiccio movimento di opinione pubblica che, quando esplode, è in grado di alterare profondamente la percezione collettiva di una persona, di un prodotto, di un fenomeno.

Allora, anche io non posso non parlare del doppio evento che ci sarà domani: la manifestazione e la contro-manifestazione per la famiglia. D’altronde in un blog che si chiama “La forza del blogging” dove regna sovrana la convinzione che il blogging è strettamente connesso con i processi di formazione dell’opinione pubblica, non potrebbe essere altrimenti. ;-)

Passando per Piazza San Giovanni a Roma, già da qualche giorno si può vedere pronto un mega-palco . I più distratti avranno pensato che si tratta di quello del concerto del Primo maggio, ma in realtà appena è stato smontato quello ne è stato costruito subito un altro sul quale campeggia la scritta Family Day, seguita dallo slogan della manifestazone: “Ciò che è bene per la famiglia è bene per il Paese”.

Il fatto strano è che anche a Piazza Navona sono iniziati da qualche giorno i preparativi per un’altra manifestazione che al grido di “Coraggio laico” si propone obiettivi opposti a quelli del Family Day (questa manifestazione è promossa da Rosa nel Pugno, Sdi e Partito Radicale) e, tra le altre cose, ricorderà l’anniversario del referendum sul divorzio.

Il nocciolo della questione è rappresentato dai DICO (DIritti e doveri delle persone stabilmente COnviventi).  C’è chi dice che essi minerebbero l’istituto della famiglia e chi dice che, al contrario, sono necessari nella società italiana attuale (in cui c’è un forte bisogno di laicità).

Al di là delle polemiche [QUI, QUI e QUI potete torvare una raccolta di notizie sull'evento], credo che tutta la vicenda si fondi su un equivoco di fondo. Equivoco che è stato ben sintetizzato dalle parole del presidente del Senato, il quale ha detto che il ddl sui DICO non mette in discussione la visione della famiglia così come è prevista dalla Costituzione (Fonte: adnkronos).

I DICO, secondo il mio modesto parere, non sono nè contro la famiglia, nè a favore. Essi sempliemente allargano il riconoscimento di alcuni diritti fondamentali  a chi non li ha (non mi riferisco solo alle coppie omosessuali). Senza esasperare questo tema, come fanno quelli del Coraggio laico, e senza demonizzare le coppie di fatto, come fanno quelli del Family Day, credo che i DICO interferiscano poco con l’istitto della famiglia. Anche con i DICO ci si continuerà a sposare e non credo che con i DICO tutti ci ritroveremo ”uniti” con persone del nostro stesso sesso.

Il problema, a mio avviso, è sempre il solito. In Italia ci si diverte a farsi la guerra. Quello a cui assisteremo domani a Roma non sarà altro che la riproposizione in chiave moderna delle “amichevoli” diatribe tra Don Camillo e Peppone! ;-)

Avremo così i preti, ad esempio, che distribuendo volantini nelle parrocchie sottolineranno il valore della famiglia [Ma loro perchè non si sposano!? ;-) ] e i “mangia-preti” che ricordando l’aborto, il divorzio e le altre battaglie laiche vinte, invitano al laicismo. Così, domani, al centro dell’attenzione non ci sarà la famiglia (in qualunque modo vogliate intenderla), bensì  l’atavico scontro italico tra due posizioni opposte apparentemente inconciliabili.

Come nei romanzi di Guareschi, tra i parrocchiani di Don Camillo e i compagni di Partito di Peppone, alla fine non vincerà nessuno perchè in fondo sono tutti amici!!!! L’importante è farsi la guerra!!! ;-)

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Per chi come me passa molte ore della sua giornata davanti ad un PC connesso ad Internet, il File sharing non è una novità. I sociologi, tuttavia, si interrogano su ogni cosa riguardi più di una persona, così il file sharing (come anche il blogging) diventa un fenomeni sociale da studiare. Io che non sono un sociologo, ma che per la mia formazione mi sento molto vicino agli scienziati del sociale e che, soprattutto, sono un grande fan-atico della Rete, mi interesso molto di queste cose anche dal punto di vista degli aspetti sociali.

A tal proposito, venerdì 4 maggio saranno presentati a Roma i risultati della prima ricerca italiana che ha affrontato sistematicamente il tema del fenomeno [sociale] del file sharing.

Il convegno che appunto si intitola: “I comportamenti di consumo di contenuti digitali in Italia. Il caso del file sharing”, si svolgerà nella Sala Capitolare della Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini” a Piazza della Minerva, 38 a partire dalle 9:30 del mattino (QUI trovate il programma).

Il posto non è proprio tra i più “moderni e tecnologici”, ma credo che valga la pena farci un salto. Per partecipare al convegno (io ci vado) bisogna registrarsi in questa pagina del sito dell’Osservatorio su Libertà e Comunicazione della Fondazione Einaudi di Roma che ha organizzato il convegno.

La ricerca è stata diretta dal Dott. Davide Bennato che è anche un blogger. Nel suo blog scrive: “Lo scopo del convegno è duplice: da una parte illustrare i risultati della ricerca, dall’altra ascoltare le riflessioni che ne scaturiranno nelle parole dei partner che hanno partecipato al progetto“.

Per saperne di più potete leggere l’articolo di Punto-Informatico sul convego, il blog di Bennato (Tecnoetica) o Libercom, il sito dell’Osservatorio su Libertà e Comunicazione della Fondazione Luigi Einaudi di Roma.

Al prossimo post!!! ;-)