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La campagna elettorale è alle prime battute e ancora si stanno definendo le alleanze, ma il clima pacato e disteso che Berlusconi e Veltroni hanno promesso ha rischiato per un attimo di cedere il passo alle solite accuse e alle solite polemiche. A dar fuoco alla miccia è stato Antonio Di Pietro che nel suo blog commentando le frasi di Berlusconi su Enzo Biagi e l’editto bulgaro pronunciate davanti al direttore del TG1 Gianni Riotta che non ha fatto una piega e non ha replicato (QUI), ha lanciato una proposta che io ritengo di buon senso, ma che su tutti i TG è passata come il peggiore dei mali.
Sulla proposta hanno avuto la parola politici, opinionisti, direttori di TG e quant’altri… tutti si sono sentiti in dovere di dire qualcosa. Nel marasma generale, però, si è persa di vista quello che è l’oggetto del contendere, la proposta di Di Pietro che quasi nessuno ha chiarito e spiegato agli spettatori. Cerchiamo di fare chiarezza:
- una sola televisione pubblica senza pubblicità, pagata solo dal canone e sottratta all’influenza dei partiti;
- esecuzione sentenza europea su Europa 7 e spostamento di Rete4 sul satellite;
- limite di una sola rete televisiva per i concessionari privati (anche per Mediaset).
Andiamo per ordine:
1) Quante volte si è parlato di lottizzazione e di RAI politicizzata? Quante volte ci si è lamentati di programmi scadenti o non riconducibili al servizio pubblico pagato dal canone? Quante volte ci si lamenta della pubblicità all’interno di canali di servizio pubblico? Quante volte si è parlato della continuo rincorrersi di RAI e Mediaset in funzione degli ascolti a discapito della qualità dei programmi?
Tutto questo potrebbe risolversi semplicemente riducendo la RAI ad una sola rete finanziata solo dal canone e per questo priva di pubblicità (il canone per mantenere 3 reti sarebbe troppo alto). I contenuti sarebbero solo di servizio pubblico (documentari, informazione, approfondimento politico, ecc…), una sorta di BBC italiana.
2) Sul caso Europa7 c’è poco da discutere. Ecco i fatti in sintesi:
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Dal 1994 la Corte costituzionale (sentenza n. 420/94) intima a Fininvest di cedere una rete o di spedirla su satellite. Berlusconi perde tempo e tergiversa finché la legge Maccanico (n. 249 del 31 luglio 1997) concede a Rete4 una proroga pressoché illimitata. Nel 1999, Europa7 vince la concessione delle frequenze su cui trasmette abusivamente Rete4 che tuttavia continua a occupare le frequenze come se nulla fosse.
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Nel 2002, la Corte costituzionale con la sentenza 466/02, ribadisce quanto affermato nel 1994, cioè che nessun privato può possedere più di 2 frequenze televisive (fissa così il tetto massimo di due reti per Fininvest diventata Mediaset e le dà tempo fino al 31 dicembre 2003 per mandare Rete4 sul satellite). Berlusconi con il decreto legge “Salva Rete4” (del 23 dicembre 2003) e la legge Gasparri del 2004 chiudono la partita sostenendo che quando arriverà il digitale terrestre (previsto nel 2006) sbocceranno talmente tanti canali da rendere inutili le sentenze della Corte costituzionale sul pluralismo. La successiva legge Gentiloni non cambia nulla in proposito e si limita a spostare il digitale terrestre al 2012 rinviando a tale data la questione di Europa7 che già dal 1999 avrebbe dovuto trasmettere al posto di Rete4.
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Intanto, il 19 giugno 2007, il commissario europeo per la Concorrenza mette in mora il governo italiano perché modifichi subito la Gasparri (che consente l’accesso al digitale solo a Rai e Mediaset) e annuncia la procedura d’infrazione contro l’Italia. Investito da Europa7, il Consiglio di Stato chiede alla Corte di Lussemburgo se le regole italiane siano legittime. La Corte, il 31 gennaio 2008, risponde che sono illegittime (la Maccanico, la Gasparri e implicitamente anche la Gentiloni) proprio perché consentono a Rete4 di trasmettere a discapito di Europa7, pertanto il Consiglio di Stato dovrà risarcire Europa7 per i mancati introiti e per le frequenze negate.
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Il Commissario per la Concorrenza ha annunciato recentemente che questa è anche la posizione UE: se nel 2009 l’Italia non cambierà sistema, si beccherà una multa di 350-400 mila euro al giorno, con effetto retroattivo dal 2006. Cioè, gli italiani pagheranno alla UE e a Europa7 cifre da capogiro perché tutti i governi, dal 1994 a oggi, hanno favorito Berlusconi. A questo punto, attendere il Consiglio di Stato (che dovrà applicare la sentenza di Lussemburgo) o appellarsi all’ormai inutile legge Gentiloni (superata dalla sentenza di Lussemburgo) non sarebbe una genialata. Eseguire le sentenze della Consulta e della Corte europea non è fare un favore a Di Pietro o un dispetto a Berlusconi, ma è un dovere!!!
3) Visto che siamo in una condizione di oligopolio (se non di duopolio), togliere due reti alla RAI e lasciarne 2 a Berlusconi (sempre che Rete 4 vada sul satellite) o a qualsiasi altro imprenditore sarebbe un vero e propio regalo che avrebbe ripercussioni anche sulla libertà di informazione (che passa attraverso il pluralismo). Finchè la maggior parte della gente continuerà a fruire della TV attraverso l’etere, quindi, è necessario fare in modo che le frequenze (che per altro sono in numero limitato) siano assegnate al maggior numero possibile di soggetti. E’ in quest’ottica che si collocaca la terza proposta di Di Pietro. Le frequenze, infatti, sono dello Stato (non di Berlusconi) che le assegna in concessione a chi ritiene più opportuno e con le modalità che preferisce. Beppe Grillo, ad esempio, ha fatto sapere che se la proposta di Di Pietro va in porto, vorrebbe comprare RAI3 attraverso una raccolti fondi tramite il suo blog. Al contrario di quanto si è detto, nessun lavoratore di RAI e Mediaset perderebbe il posto di lavoro perché le reti andrebbero sul satellite e quindi chi ci lavora continuerebbe a lavorarci, oppure sarebbero vendute ad altri imprenditori che continuerebbero a fare TV.
Che ad accusare Di Pietro e a sollevare polemiche siano Berlusconi e i suoi, non stupisce (d’altra parte è il loro mestiere), a me ha colpito particolarmente l’atteggiamento dei 3 direttori dei TG della Mediaset che si sono coalizzai nell’attaccare Di Pietro e per gettare benzina sul fuoco contribuendo a confondere le idee ai loro ascoltatori e infischiandosene della deontologia professionale e dell’obiettività dell’informazione. Così i tre direttori sono apparsi in video (cronologicamente: Giorgio Mulé, direttore di Studio aperto alle 18.30; Emilio Fede, Tg4, alle 19; Clemente J. Mimun, TG5, alle 20) con tre editoriali. Ognuno con il suo stile: tagliente Mulè, irridente Fede, pragmatico Mimun. Tutti e tre d’accordo (si erano telefonati): Veltroni deve essere chiaro e prendere le distanze da Di Pietro. E poi dicono che grazie a questi 3 TG contrapposti a quelli della RAI (politicizzati) in Italia c’è maggiore pluralismo nell’informazione…
Inoltre, mi ha colpito l’atteggiamento dei politici del Partito Democratico o comunque avversari a Berlusconi. La Sinistra Arcobaleno, ad esempio, ha preso le distanze dal programma dell’Italia dei Valori sull’informazione. Sergio Bellucci (Rifondazione comunista) ha detto: “Lo spazio pubblico delle comunicazioni è un bene comune che appartiene a tutti i cittadini. Per questo deve essere difeso e valorizzato contro ogni tentativo di ridimensionamento o depotenziamento. Le proposte di Di Pietro in materia di comunicazione sembrano al momento troppo vaghe per prestarsi a una vera discussione. Aspettiamo di conoscere il programma del Pd per confrontarci su proposte concrete“.
Marco Follini, responsabile delle politiche dell’informazione del PD ha così risposto: “La posizione del Pd in materia di informazione è contenuta nei due disegni di legge che giacciono in Parlamento. Il nostro obiettivo è portarli a buon fine. Punto. È ovvio che tutti coloro che saranno candidati sottoscriveranno il programma della coalizione“.
Lo stesso Veltroni ha precisato: “Il programma del PD sarà realizzato e sottoscritto anche da Di Pietro. Le cose che si dicono lì, sono quelle che valgono. Nessuno si alzerà per dire no”. Lascia così poco spazio a equivoci l’ex sindaco di Roma che frena la proposta del leader dell’Idv (sul programa del PD, infatti, non c’è traccia di nessuno dei 3 punti proposti da Di Pietro).
Che abbia ragione Grillo quando dice che Veltroni e Berlusconi sono fratelli gemelli, chierichetti che servono la stessa messa!!!

Più guardo al sistema editorile italiano e meno ci capisco… L’unica cosa certa è che a guadagnarci non è mai la libertà di informazione.
Vi spiego da dove deriva la mia perplessità: la Tosinvest, il gruppo economico della famiglia Angelucci che opera nell’ambito sanitario, sta per aquistare l’Unità (l’ex giornale del Partito Comunista Italiano, fondato da Antonio Gramsci). Fin qui non ci sarebbe niente di male, se non fosse che gli Angelucci sono editori anche di Libero (giornale filo-berlusconiano) e de ilRiformista (giornale d’opinione che guarda alla sinistra moderata, diciamo centro-centro-sinistra).
Non basta: la raccolta pubblicitaria dei giornali controllati dagli Angelucci è gestita da una società che appartiene al 50% a Daniela Santanchè, ex esponente di An e oggi portavoce de La Destra di Storace, alleata di Berlusconi nel nuovo partito. E c’è dell’altro: Vittorio Feltri, direttore di Libero, è anche consigliere di amministrazione della Tosinvest.
A parte che io non riesco a capire come lo stesso editore possa essere propietario di tre giornali con tre orientamenti politici diversi e spesso opposti, c’è il rischio che l’Unità dipenda dalle decisioni di Feltri e che sia soggetta per i finanziamenti dalla portavoce del nuovo partito che stà po’ più a destra di Fini.
Intanto venerdì 14 dicembre scioperano i giornalisti de l’Unità contro la possibilità che la famiglia Angelucci diventi “unico padrone” del giornale fondato da Gramsci. “Ad una settimana dalla probabile definizione dell’accordo - scrive la redazione - che porterà l’editore di Libero ad assumere il controllo del giornale, i giornalisti de l’Unità rinunciano a una giornata di salario. In questo modo, “ribadiscono con il massimo della forza che si debbono percorrere tutti i canali perché la Tosinvest della famiglia Angelucci non diventi la padrona assoluta de l’Unità“.
Il direttore designato de l’Unità sarebbe Antonio Polito (senatore Margherita) che prima di dare una risposta ha chiesto di poter approfondire gli obiettivi editoriali, la missione informativa, le garanzie economiche per il futuro del giornale. Mentre Polito è indeciso, pare che Giuliano Ferrara, preso dalla nostalgia di quando era al PCI (prima che si innamorasse di Berlusconi), si sia candidato come possibilie direttore lasciando ilFoglio. Insomma, la partita è aperta. Staremo a vedere…
APPROFONDIMENTI:
L’Unità e gli Angelucci (blog di Francesco Costa favorevole all’aquisto de l’Unità da parte degli Angelucci)
L’Unità verso gli Angelucci/ Polito direttore? (articolo di Affari Italiani)
Il conflitto, gli interessi e la tutela dell’informazione (blog relativo al V-day dell’informazione di Grillo)
L’editore di Libero conquista l’Unità (dalla rassegna stampa di Palazzo Chigi)
I fatti della vita: l’Unità (raccolta di articoli ad opera di Franco Abbruzzo)
Niente fidi per L’Unità alla famiglia Angelucci (dal blog di Panorama: dove hanno preso i soldi gli Angelucci per comprare l’Unità).

Quante volte si è ripetuto in questo blog che il Web è libero (si sono segnalati dei tentativi di limitare in qualche modo questa libertà). I politici e i poteri non finiscono mai di provare a porre limiti a questo strumento di democrazia, da qualsiasi orientamento politico provengano. Anche il governo in carica ci stà provando in modo scandaloso. La nuova disciplina dell’editoria, infatti, prevede che qualsiasi attività Web dovrà registrarsi al ROC (Registro degli operatori di Comunicazione). Questo significa che anche chi vuole gestire un blog dovrà produrre dei certificati, pagare un bollo (e forse delle tasse), seguire un iter burocratico ed essere perseguibile secondo il codice penale per i reati di diffamazione come per un giornale, anche per i commenti agli articoli.
Scenderemo adesso nei dettagli, ma è evidente come questa legge, se fosse approvata definitivamente, sarebbe una condanna a morte per i blog italiani. I blog, infatti, nascono spontaneamente e liberamente, chiunque può aprirne uno senza problemi e scrivere i suoi pensieri, pubblicare foto, video e poter partecipare direttamente al dibattito pubblico. Se passerà questa legge, tutti i blog dovranno trasformarsi in testate giornalistiche perdendo la spontaneità e la libertà che li contraddistingue, perdendo al caratteristica di essere uno strumento aperto a tutti, quindi davvero pluralista (QUI e QUI trovate degli interesanti approfondimenti).
Trattandosi di una legge che regolamenta il settore dell’editoria (QUI il testo completo), non dovrebbe riguardare i blog. Il punto focale è, infatti, la definizione di prodotto editoriale che viene data: “Per prodotto editoriale si intende qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione, di intrattenimento, che sia destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso. [...] Non costituiscono prodotti editoriali quelli destinati alla sola informazione aziendale, sia ad uso interno sia presso il pubblico“.
Più avanti poi arriva un ulteriore chiara conferma che il riferimento è anche ai blog personali che vengono gestiti in modo amatoriale senza scopo di lucro: “Per attività editoriale si intende ogni attività diretta alla realizzazione e distribuzione di prodotti editoriali, nonché alla relativa raccolta pubblicitaria. L’esercizio dell’attività editoriale può essere svolto anche in forma non imprenditoriale per finalità non lucrative“.
Insomma, i blog non hanno scampo!!! Su Civile.it è spiegato come funziona il sistema adesso e come funzionerà nel caso passasse questa legge: oggi è prodotto editoriale quello realizzato da una casa editrice. Chi ha un prodotto editoriale (anche un sito) può registrarlo al ROC. La registrazione non è obbligatoria se non si è editori, ma è necessaria se si vogliono richiedere contributi pubblici. La nozione di prodotto editoriale è adesso vincolata al lucro, l’iscrizione al ROC impegna in una dichiarazione annuale su come e quanto si guadagna e al pagamento di diritti annuali in rapporto agli stessi.
Se il testo della nuova legge sull’Editoria, scritto da Ricardo Franco Levi, braccio destro di Romano Prodi, fosse tramutato in legge, le cose cambieranno: diventerà prodotto editoriale pure un blog o un sito che non si prefigge di guadagnare, anche se gestito da un privato e non da na azienda. Ogni blog personale diventerà, quindi, prodotto editoriale, soggetto alla normativa sulla stampa con ma responsabilità penali aggravate in caso di denuncia penale. In sostanza diventerà attività editorile qualsiasi cosa scritta su Internet e ogni blogger sarà ritenuto responsabile per i commenti lasciati dai lettori.
Già Beppe Grillo ha fatto sapere che nel caso in cui la legge Levi-Prodi fosse approvata, lui trasferirebbe il blog su un server straniero. Credo che questa sia l’unica soluzione per tutti i blogger che vogliono continuare ad avere un proprio spazio in cui scrivere liberamente i propri pensieri e in cui pubblicare liberamente foto e video. Il disegno di legge è stato approvato in Consiglio dei ministri il 12 ottobre, spero vivamente che non venga convertito in legge o che almeno venga modificato. La Rete è uno srumento libero e democratico, evidentemente questo non piace ai nostri politici…

Ieri sera, nella puntata di Report (una delle poche trasmissioni che si può e si deve guardare in TV) hanno ripreso un fatto di cui si erano occupati nell’aprile del 2006 e di cui aveva parlato pure Beppe Grillo nel suo blog. Si tratta dei contributi pubblici all’editoria.
Pochi conoscono le normative in merito ai contributi all’editoria e i nostri cari editori ovviamente fanno di tutto per non diffondere la notizia. Per legge, ad esempio, se un prodotto editoriale riceve finanziamenti pubblici, questo dovebbe essere segnalato all’interno del quotidiano o della rivista, ma spesso ciò è scritto molto piccolo (serve quasi la legge di ingrandimento per vederlo) o in modo che nessuno pur leggendo capisca nulla (Su Libero, ad esempio, c’è solo scritto: contributi diretti legge…7 agosto 1990).
In Italia, non solo non ci sono editori puri, ovvero editori che si occupano solo di editoria e che guadagano soldi solo attraverso i giornali che stampano (essendo per questo più liberi e meno condizionati), ma le testate giornalistiche ricevono pure finanziamenti dallo Stato. E poi ci lamentiamo che l’informazione in Italia non è libera, per forza!!! ![]()
Credo che in nessun altro Paese democratico succeda qualcosa del genere. I giornali si devono pagare all’edicolante e non all’esattore delle tasse!!!
La cosa assurda è che i soldi pubblici vanno praticamente a chiunque. Con le tasse di tutti, ad esempio, arrivano contributi alla Gazzetta di Foligno (ma i Valdostani o i Siciliani perchè devono pagare la Gazetta di Foligno, con tutto rispetto per i folignati!!!), Giornata della comunità parrocchiale (il nome è tutto un programma!!!), Ortobene (Cosa?!), Distribuzione carburanti, Notizie settimanali della diocesi di Capri (la pagano anche gli atei e tutti i credenti di ogni altra diocesi italiana!!!), Noi donne (la pagano anche gli uomini!!!), Sportsman – Cavalli e Corse, ecc. ecc.
Queste sono soltanto alcune voci bizzarre che non si capisce perchè debano essere finanziato con le tasse degli italiani tutti, se volete divertirvi a trovarne altre, vi linko le liste dei quotidiani e delle riviste che hanno percepito soldi pubblici nel 2003 (l’unico anno che sono riuscito a trovare in Rete):
Il caso del finanziamento pubblico all’editoria è anche un esempio dell’arte di arrangiarsi italica. I finanziamenti pubblici ai giornali nascono, infatti, con una legge del 1981 (n.416 del 5 agosto 1981) che, tra le altre cose, prevedeva un contributo statale per i giornali di partito che riferendosi ad un pubblico di nicchia rischiavano di essere sempre sull’orlo del fallimento. Fin qui tutto “normale”, anche se secondo me era meglio dare i soldi direttamente ai partiti e non ai giornali, ma qualche anno dopo (1987) la legge cambia e basta che due deputati dicano che il tal giornale è organo di un movimento politico, che esso può attingere ai fondi (legge n. 67 del 25 febbraio 1987 a favore dei giornali organi di movimenti politici che vantino almeno due deputati eletti in parlamento), così i giornali aventi diritto ai finanziamenti si moltiplicano e numerose coppie di parlamentari scoprono riviste e giornali collegati ad un movimento politico (a volte fittizio).
Nel nel 2001, la legge cambia di nuovo: bisogna diventare cooperativa e tutti si adeguano, nascono nuove cooperative e vecchie testate subiscono la metamorfosi (ci sono anche grandi gruppi editoriali). Così dai 28 milioni di euro che lo Stato spendeva inizialmente nel 1987, oggi siamo arrivatia a ben 667 milioni euro annui, una vera e propria Editoria di Stato, per dirla alla Beppe Grillo!!!
Oltre al danno c’è pure la beffa. A tutti i giornali indistintamente, in quanto prodotti editoriali, inoltre, arrivano dei finanziamenti per i rimborsi delle spese postali, elettriche e telefoniche. Ancora soldi pubblici che ingiustificatamente vanno ai giornali. Il problema è che non esiste una chiara definizione di prodotto editoriale, succede così, ad esempio, che il mensile che riporta tutti i programmi di SKY che arriva a casa degli abbonati costa allo Stato e, quindi, a tutti noi (anche chi non è abbonato a SKY) ben 25 milioni di euro all’anno.
Sky Italia non potrebbe includere queste spese nel costo dell’abbonamento? Sarà questo un modo per favorire gli investimenti esteri nel nostro Paese, visto che Murdoch oltre a guadagnare con i soldi degli abbonati usufruisce solo in Italia di finannziamenti pubblici.
Pare che a breve sarà presentato un decreto che ridefinirà le forme e i modi dei contributi statali agli editori, ma nel mentre i presupposti per essere un pò incavolati per lo sperpero di denaro pubblico nel mondo editoriale ci sono tutti.
A parte l’inamissibile sperpero di denaro, c’è anche un’altra considerazione da fare. Nei paesi non democratici e illiberali, i governi usano metodi coercitivi per irreggimentare la stampa e i media, in Italia ai vari governi in carica basta chiudere il rubinetto del finanziamento pubblico per ottenere lo stesso risultato.
Il già anomalo sistema dell’informazione italiano è ulteriormente intaccato per ciò che riguarda la libertà d’informazione: testate “indipendenti” e organi di stampa dei partiti trasformati in appendici dirette dello Stato!!!
Come ripeto spesso: per fortuna che c’è la Rete!!!

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