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Uno dei temi su cui si dibatte a livello internazionale è la cosiddetta “questione cinese“. I mercati di tutto il mondo devono fare i conti con i prodotti che arrivano dalla Cina.
Prodotti a basso costo che turbano l’economia di molti Paesi e che spesso risultano essere di scarsa qualità se non nocivi. Dopo i giocattoli per bambini che contenevano vernici potenzialmente tossiche per i piccoli acquirenti e i molti oggetti, spesso bizzarri e particolari che giungono dalle fabbriche cinesi, adesso potrebbero arrivate nei nostri mercati dei prodotti a dir poco “atipici”. Si tratta di elastici per capelli prodotti riutilizzando preservativi usati. E’ vero che quella del riciclo è una buona pratica, ma questa pare proprio un’esagerazione.
La notizia (QUI e QUI)arriva direttamente dal China Daily. Il giornale avrebbe le prove del fatto che nella provincia meridionale del Guangdong, nelle città Dongguan e Guangzhou, questi elastici per capelli realizzati con materiali “originali” avrebbero una grande diffusione per via del loro costo di gran lunga più basso rispetto agli elastici normali.
La notizia potrebbe suscitare ilarità se non fosse che i condom usati contengono numerosi virus e batteri e, anche se puliti e trasformati in elastici per capelli, rimangono comunque uno strumento pericoloso perché possono favorire il contagio e la diffusione di certe malattie.
Appresa la notizia, vista l’invasione di prodotti cinesi nel nostro Paese, alcune associazione di consumatori hanno lanciato l’allarme chiedendo ai ministri competenti se lo strano articolo è stato già importato in Italia. Il segretario dell’Aduc, Primo Mastrantoni, ha fatto sapere che ci sarà un’interrogazione parlamentare in tal senso.
Non si può escludere, dice l’Aduc, che l’uso di questo accessorio per capelli sia causa di trasmissione per le malattie genitali, compresa l’AIDS. Le donne, infatti, hanno l’abitudine di tenere in bocca l’elastico mentre si fanno la treccia o un nodo ai capelli.
Insomma, in Cina non si butta via niente e i cinesi commerciano di tutto. Gli economisti di tutto il mondo si stanno scervellando con scarso risultato per cercare di capire come arginare il fenomeno dell’invasione dei prodotti cinesi. Forse sarà proprio per questa loro fantasia che i cinesi mettono in crisi il sistema economico globale, anche se spesso le conseguenze sono devastanti.
Guangdong, la regione dove si producono questi elastici per capelli, negli ultimi decenni è stata protagonista (QUI), infatti, di una crescita economica senza regole, che ha portato inevitabili strascichi come carenze di energia, disoccupazione e corruzione, con conseguenti crisi di vertice nella classe dirigente locale.
“L’economia della provincia è prospera e la situazione stabile” - ha dichiarato recentemente Zhang Deijang, alto dirigente del partito comunista cinese ed economista. Poi lo stesso Zhang ha ammesso. Seppur eufemisticamente, che si sono verificati “incidenti di massa” legati al disagio sociale. Tali “incidenti” sarebbero però diminuiti di un quarto nel 2006 rispetto all’anno precedente, e continuerebbero a calare nell’anno in corso. “Abbiamo fatto tutto il possibile per risolvere i problemi sociali - ha concluso - e ci stiamo occupando con successo del rapporto tra sviluppo e stabilità”. L’attenzione degli attivisti per i diritti umani sul Guangdong è elevata da quando, nel 2005, la polizia sparò sui contadini che protestavano per la costruzione di una fabbrica sui loro terreni.
Forse la creatività e l’originalità con cui gli abitanti del Guangdong affrontano i problemi legati alla produzione economica, se da un lato li spingono a produrre prodotti a basso costo molto competivi, dall’altro non li aiutano a risolvere i problemi sociali che affliggono il loro territorio, anzi forse ne sono proprio la causa.
> AGGIORNAMENTO: In un commento al post si dice che questa notizia sarebbe un falso. Ne hanno parlato, comunque, un TG autorevole e molti altri blog. Inoltre, propio sul sito dell’Aduc si denuncia il fatto. Se si tratta davvero di una bufala, ci sarebbe cascato chiunque!
Metto il link al post in cui l’autore del commento spiega perchè si tratterebbe di una bufala. Decidete voi…

Credo che chiunque stia leggendo questo post abbia acquistato almeno una volta nella sua vita un supporto vergine per fare il backup di dati o masterizzare qualcosa. CD, DVD e tutti i supporti ottici di ogni tipo costerebbero meno se non ci fosse una sorta di tassa che la SIAE ha imposto a chi compra supporti vergini per compensare il diritto d’autore sui materiali eventualmente copiati su quei supporti (”Equo compenso” - QUI un post che spiega cos’è).
Per dirla con la SIAE: “A fronte del beneficio che il consumatore persona fisica trae dalla facoltà di “copia privata” è previsto un compenso a favore di autori, artisti e produttori”. Criticata e osteggiata da diverse associazioni di produttori di contenuti, oggetto di denunce da parte di associazioni di produttori e di consumatori, questa è una tassazione assurda perchè si fonda sul presupposto che prima o poi su un CD o un DVD vergine sarà registrato materiale protetto da copyright, come canzoni, film giochi, software, ecc. Si basa cioè su una possibilità eventuale e non su una certezza.
“Il compenso per “copia privata” - si legge nel sito della SIAE - si applica a tutti i supporti di registrazione vergini, analogici e digitali, dedicati (audio e video) e non dedicati comunque idonei alla registrazione di fonogrammi e videogrammi. Il compenso è costituito da un importo per supporto variabile in funzione della sua categoria e capacità. [...] I compensi unitari per i supporti più diffusi sono indicati nel tracciato di dichiarazione delle vendite dei supporti“.
Le associazioni dei consumatori e i produttori dei supporti ottici si auspicano da tempo che questa “tassa sulla verginità” venga abolita, ma ancora non si è fatto nulla. L’equo compenso sui supporti vergini non esiste solo in Italia, ma in tutta Europa (tranne Inghilterra e Irlanda), quindi, adesso ci si aspettava che almeno l’Unione Europea intervenisse una volta per tutte per eliminarla o ridurla. Una sostanziale modifica era stata proposta, infatti, dal commissario europeo Charlie McCreevy, ma è stata accantonata. E’ ormai ufficiale che anche la Commissione Europea è impotente dvanti alle pressioni delle case discografiche e di chi ha interessi a che i prezzi di CD e DVD vergini rimangano alti.
Seguiamo il ragionamento di Punto-Informatico per capirne un pò di più:
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L’equo compenso, odiato dai produttori di tecnologia e da quelli dei supporti di riproduzione digitale, è sostenuto dalle società di raccolta del diritto d’autore perchè rinpingua le loro casse. Ad esempio, secondo GESAC, che raccoglie 34 società di raccolta, l’ammontare di questa tassazione equivarrebbe a una cifra enorme, circa il 5% del totale delle vendite di elettronica di consumo nell’Unione.
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Moltissimi supporti non vengono utilizzati per fare copie di opere coperte da diritto d’autore, ma tutti i supporti ottici indistintamente vengono tassati nell’eventualità che questo avvenga. Tutto ciò sembra senza senso ed è un tantino illiberale e va a discapito dei consumatori e dei produttori.
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Ogni paese europeo decide per conto proprio. Ci sono paesi dove l’equo compenso è molto ridotto e altri dove è molto più elevato. In un contesto dove c’è libera circolazione di beni e persone, ciò crea una vera e propria turbativa di mercato. Tutte queste cose sono state stigmatizzate dai produttori, soprattutto da quelli italiani, che ne soffrono particolarmente perchè qui da noi l’equo compenso è molto alto: questa tassazione è, infatti, responsabile della chiusura di aziende, di importatori e di stabilimenti italiani perché i consumatori (soprattutto grazie ad Internet) si rivolgono all’estero per recuperare supporti e prodotti più economici.
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Si fomentano, inoltre, fenomeni di illegalità e si permette lo sviluppo di un “mercato grigio” alimentato da importatori che aggirano la tassa per concorrere con i prezzi europei e, di fatto, per mettere fuori gioco i distributori che seguono alla lettera la legge.
Insomma, le conseguenze negative di questa legge sono molte (di sicuro non le ho citate tutte). Se non si riesce ad eliminarecompletamente l’equo compenso, almeno l’entità di questa tassa dovrebbe essere regolata a livello europeo con una riduzione generale del costo che porti tutti i Paesi a pagare nella stessa misura livellando il prezzo verso il basso. L’idelae sarebbe ovviamente elininare questo prelievo economico insensato, ma come al solito il potere economico e politico delle lobby musicali (e non solo) fa sì che a subire le conseguenze negative del sistema siano come al solito i consumatori costretti a pagare di più. Ma anche alcuni produttori che, visto il calo delle vendite, hanno chiuso i loro stabilimenti o hanno ridotto il personale (specialmente in Italia dove la SIAE ha un introito sulla vendita di supporti vergini tra i più alti in Europa).
Ora che anche la UE si è tirata indietro, possimo dire che siamo alle solite: per continuare a far arricchire certa gente, si penalizzano sempre i meno “potenti”, cioè i consumatori e i piccoli produttori…
Sono tornato al mio blog prima del previsto, giusto in tempo per parlare della Giornata mondiale del risparmio che si celebra il 31 ottobre da ben 83 anni. Mai come quest’anno, però, il tema del risparmio è stato tanto particolarmente sentito dalla gente che non riesce più a mettere un soldo da parte. Aumentano sempre più, infatti, le famiglie italiane in difficoltà: due italiani su cinque non riescono a risparmiare nulla perché consumano tutto il reddito. Sempre più spesso è necessario ricorrere a prestiti o a mettere mano ai risparmi accumulati negli anni passati per arrivare alla fine del mese. Questa situazione non fa vivere tranquilli gli italiani che hanno paura di non riuscire a fronteggiare eventuali imprevisti.
Questo senso di insicurezza e l’impossibiità di mettere da parte qualcosa emergono da una ricerca realizzata da ACRI e IPSOS proprio in occasione dell’83esima giornata del risparmio. Vediamo sinteticamente quali sono le principali conclusioni cui è giunta questa indagine dal titolo Gli italiani e il risparmio (QUI i risultati completi):
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aumentano le famiglie che si dichiarano in difficoltà;
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diminuisce il numero di coloro che riescono a risparmiare (33% rispetto al 37% del 2006) mentre aumenta il numero di chi non riesce ad accumulare risparmio perché consuma tutto il reddito disponibile (39% degli intervistati);
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aumenta il numero delle famiglie che hanno dovuto ricorrere a prestiti o utilizzare il risparmio accumulato (saldo negativo): negli ultimi sette anni sono passate infatti dal 13% del 2001 al 27% di quest’anno;
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Un numero crescente di persone non vive tranquillo perchè non mette da parte dei risparmi: erano il 26% nel 2001, il 36% nel 2006 e il 43% quest’anno;
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il 52% del campione dichiara di attendersi un peggioramento per l’economia italiana, un atteggiamento di pessimismo.
Insomma, gli italiani hanno sempre meno soldi da mettere da parte e per questo motivo vivono nell’insicurezza. Inoltre sono pessimisti sul futuro e rassegnati su un possibile miglioramento del tenore di vita. In questo quadro tutt’altro che ottimista, sono le parole incertezza e difficoltà a farla da padrona. Pare proprio che nella nella giornata in cui si celebra il risparmio, noi italiani abbiamo poco da celebrare…

Al decimo giorno di marce non violente, la situazione in Birmania (o Myanmar, come la chiamano le forze militari) si fa drammatica: una decina di morti, centinaia di feriti, mgliaia di arresti, …
Tutto questo il giorno dopo che il Consiglio di sicurezza dell’ONU non ha trovato un accordo sulle sanzioni da infliggere al Myanmar. Durante le consultazioni a porte chiuse del Consiglio, Russia, Cina e Indonesia si sono opposte alla proposta avanzata da Unione europea e Stati Uniti di discutere misure contro il regime militare birmano.
Secondo me, sulle spalle della vicenda Birmana si sta giocando un pericoloso gioco di poteri le cui conseguenze ricadono sul popolo birmano e che rimarca quelli che sono le relazioni che contano a livello internazionale. Sono, infatti, motivazioni di carattere politico, economico e ideologico quelle che impediscono un intervento decisivo contro il regime illiberale in Myanmar. Secondo Sergio Romano (intervistato da Panorama), Mosca e Pechino si sarebbero opposti ad un eventuale embargo perchè sono i maggiori partner economici della Birmania (che produce tra le altre cose Teck, zaffiri, rubini, ecc.) e perchè vedono nelle iniziative dell’ONU che partono dagli Stati Uniti una pericolosa interferenza nella propria area di influenza. In altre parole, con il regime birmano Cina e Russia hanno buoni rapporti e se quel regime venisse rovesciato per decisione dell’Occidente, il prossimo governo sarebbe quasi certamente filo-occidentale, un rischio che né i russi né i cinesi si possono permettere, per loro va bene così.
Penso, dunque, che questa situazione non faccia altro che sottolineare quelli che sono gli equlibri politici, economici e di forza che vigono tra gli stati più potenti del Mondo. Gli Americani, ad esempio, sempre pronti ad esportare la loro democrazia con ogni mezzo, questa volta sembrano sì interessati, ma alla lontana. Questo perchè il confine tra interesse economico e ideologia diventa sempre più labile. Per Bush, l’America è il faro della democrazia nel mondo (lo dice quasi ad ogni suo discorso), ma forse è un faro che illumina di più le zone dove è lui ad avere interessi economici (petrolio) e non i suoi avversari ideologici (Cina e Russia con le materie prime birmane). Gli USA, quindi, hanno cercato di far sentire al propria voce all’ONU, non ci sono riusciti e anche a loro va bene così.
L’ONU, poi, secondo me, si è rivelata ancora una volta per quello che è: un’organizzazione che finge di essere “super partes“, ma che si trova spesso nell’impossibilità di agire per via di limiti strutturali che la costingono a sottostare ai soliti giochi di potere internazionali, perciò quando si verificano situazioni come questa si trova con le mani legate venendosi a trovare così involontariamente schierata.
La Cina continua a rivelarsi illiberale e dimostra di portare avanti una politica di spartizione del territorio ormai superata, insime alla Russia di Putin, il quale sembra avere nostaglia della “Guerra fredda” (si legga, ad esempio, quanto scrivevo su Putin QUI). Insomma, in mezzo al caos internazionale dei giochi di forza ci si sono trovati i poveri monaci buddisti (che protestano pacificamente) e la popolazione del Myanmar, costretta a subire repressioni da parte di un regime che non vogliono e di cui non riescono a liberarsi che, oltre a privare il popolo della libertà, lo costringe a vivere in condizioni di miseria.
Ma le sanzioni sarebbero servite davvvero? Sicuramente non servono i bombardamenti, metodo con il quale è stata “esportata” la democrazia in altri luoghi (ma non è queso il caso), neanche con le sanzioni economico-diplomatiche (embargo) credo si possa risolvere nulla. Un regime isolato, infatti, secondo me, diventa più forte, non si indebolisce. Restando isolato e non avendo altri termini di paragone o non presentando alla gente altre alternative, un regime chiuso in sè stesso finisce per aquistare forza e autorevolezza (Cuba docet). Inoltre, nei Paesi colpiti solitamente si rafforza una sorta di “casta” delle sanzioni che utilizza il contrabbando e la speculazione sfruttando la mancanza di merci sul mercato e gli inevitabili aumenti dei prezzi. Il popolo birmano è già stato ridotto in miseria, un embargo peggiorerebbe la situazione e, a mio avviso, come dicevo, non farebbe indebolire affatto il potere del regime militare.
Cosa fare, dunque? Non sarò certo io a trovare una soluzione, ma credo che solo grazie all’informazione libera [già i blogger birmani si stanno muovendo QUI, QUI e QUI], alla cultura e allo sviluppo economico è possibile liberare un popolo da un regime illiberale. La questione riguarda tutti gli stati. Si potrebbero fare investimenti in quel territorio, incentivare il turismo, creare le condizioni affinchè la gente entri in contatto con altre realtà, evolva culturalmente, economicamente e riesca a sollevare la testa autonomamente e consapevolmente contro l’oppressore. Certo, tutto questo non è facile, ma credo che sia meglio di imporre sanzioni che costringono alla fame e rafforzano il potere autoritario.
L’esempio dei monaci buddisti è da seguire: la democrazia esce dai monasteri che sono da sempre espressione di moralità, tradizione, cultura. Spero che il popolo birmano si liberi dal regime in modo non violento con l’ausilio della sola forza di risorse apparentemente intangibili come moralità, cultura, conoscenza, informazione libera, ma che però sono i veri pilastri di un sistema democratico. I monaci, con la loro protesta pacifica, sono convinti che la democrazia potrà essere ristabilita senza spargimento di sangue e sperano che la comunità internazonale si interessi finalmente al loro Paese. Mi auspico che i monaci abbiano ragione e che si possa concludere tutto pacificamente. Spero anche che non cali l’attenzione mediatica (la Rete li sta aiutando) perché a telecamere spente si possono compiere indisturbati crimini orribili.
> AGGIORNAMENTO: Da oggi (28/09) in Birmania non funziona più Internet (informazioni QUI e QUI) ed è iniziata una vera e propria “caccia al giornalista“. Il regime ha capito che restando isolato può avere ampi margini di manovra. Speriamo che non si ripeta una strage come nell’89 appena si ridurrà il flusso di informazioni sulla rivolta pacifica dei monaci.

La maggior parte delle persone che aquistano un PC trovano già installato un sistema operativo che quasi sempre è della Microsoft (eccetto nei casi in cui si scelga un Mac). Anche Antoine, un ragazzo francese, ha dovuto comprare necesariamente insieme al suo nuovo portatile dell’Acer, anche Windows XP Home Edition e altri programmi che lui non voleva. Antoine si è arrabbiato per questo, come moltissimi altri utenti che avebbero, ad esempio, risparmiato un bel pò usando sistemi operativi e software OpenSource, ma a differenza di tutti gli altri, ha fatto causa all’Acer. Il tribunale gli ha dato ragione e sapete quanto ha risparmiato? La metà del costo del PC. Su su un portatile da 599€, infatti, Antoine ha ottenuto il rimborso di circa 135€ per Windows XP, 60€ per Microsoft Works, 41€ per PowerDVD, 39€ per Norton Antivirus e 37€ per NTI CD Maker, tutto software che lui non voleva e che è stato costretto a prendere perchè installato già sul computer (ben 312€ in più!).
Nella sentenza del tribunale francese è specificato che la vendita di hardware e quella di software dovrebbe essere effettuata separatamente. Questa sentenza è rivoluzionaria perchè può costituire un precedente pericoloso soprattutto per la Microsoft che riesce ad avere una posizione dominante sul mercato grazie al fatto che in quasi tutti i PC in vendita c’è installato un suo sitema operativo. Questa sentenza può essere un punto di partenza per una svolta nel mercato dei software che potrebbe diventare più libero a vantaggio di chi aquista un Computer.
Già la Dell aveva deciso di lanciare nel mercato dei PC con sistema operativo Linux Ubuntu (gratuito) abbassando i costi, ma adesso il quasi-monopolio Microsoft potrebbe essere del tutto superato se passasse l’idea secondo cui i PC andrebbero venduti “naked“, cioè senza software. Spetta all’utente decisere quali software installare, aquistandoli a parte (scegliendo liberamente a seconda delle proprie necessità e/o dei costi) o scaricandoli gratuitamente dalla Rete nei casi di software liberi. Ed è in questo senso che - forte della sentenza francese - si sta muovendo il Globalisation Institute facendo pressioni sulla Commissione Europea affinchè si eliminino gli ostacoli alla libera competizione rappresentati dalla vendita di PC con software pre-installati.
In sintesi, la proposta che il Globalisation Institute fa alla Commissione europea è di fare una legge che permetta all’utente di agire a monte, riconsegnandogli la possibilità di scegliere il sistema operativo da far girare sulle macchine acquistate, restituendo così all’utente la possibilità di decretare e di premiare il leader di un mercato realmente competitivo. Se l’acquisto di un sistema operativo non fosse, infatti, una scelta imposta dagli accordi tra costruttore e softwarehouse, dicono gli esperti dell’Institute, entrerebbero sul mercato numerosi competitors, le cui offerte potrebbero stimolare una salutare competizione al ribasso dei prezzi e al rialzo in termini di qualità.
La strada da imboccare, allora, è quella della separazione dell’acquisto di hardware e software, l’unico modo per porre fine al Monopolio della Microsoft. La softwarehouse di Bill Gates per ora tace, staremo a vedere cosa farà l’Unione Europea e se sarà recettiva nei confronti delle proposte del Globalisation Institute. Io spero che questa proposta sia ben accolta dalla UE. Probabilmente la maggior parte degli utenti comprerà ugualmente prodotti Microsoft, ma almeno ci sarà la possibilità di poter scegliere…

Eccoci ancora qui. Dopo un mese di riposo, sono di nuovo pronto a scrivere sul blog. Le vacanze sono finite e il rientro come sempre è duro. Quest’anno sembra che sia ancora più duro perchè pare che ci siano rincari e aumenti di prezzo su tutto, anche sul pane. Gli italiani che riprendono la loro normale attività dopo le vacanze hanno trovato questa amara sorpresa. Anche il Ministro dell’Economia ha avuto un brusco rientro, si è accorto (forse troppo tardi) che lo Stato sperpera i soldi. Finalmente ha avuto un’illuminazione e ha visto una cosa che stà da sempre sotto gli occhi di tutti e che tutti sanno: i soldi statali, che poi sono quelli di noi cittadini, molto spesso si perdono e si sprecano tra i vari enti, le varie istituzioni, i vari disservizi, …
Se Padoa-Schioppa riuscisse davvero a tagliare la spesa pubblica e a migliorarla, entrerebbe a pieno titolo nei libri di storia e si dovrebbe sollevare un movimento popolare per fare pressioni alla Santa Sede affinchè il Ministro diventi “Santo subito!”
, ma credo proprio che come tutti gli italiani pur con rabbia e amarezza devono imparare a convivere con il caro-prezzi autunnale, così il povero Ministro dovrà rassegnarsi a consegnare al prossimo governo una pubblica amministrazione che fa acqua da tutte le parti che si è ormai trasformata una macchinetta mangia-soldi.
Sono servite oltre 150 pagine al Ministro per descrivere le spese spesso eccessive e cervellotiche delle amministrazioni pubbliche, ma se la diagnosi è buona, la terapia appare ancora lontana. Tuttavia, è positivo che il ministro almeno ne parli e provi a trovare una soluzione. “Einaudi diceva: Conoscere per deliberare. Qui siamo ancora al conoscere, non al deliberare - ha sintetizzato Padoa-Schioppa in conferenza stampa al Ministero. Il «Libro verde sulla spesa pubblica», preparato dalla Commissione tecnica per la finanza pubblica, è quindi una disamina di ciò che non funziona, capito il problema le soluzioni forse arriveranno.
A non funzionare è praticamente quasi tutto ciò che riguarda le pubbliche amministrazioni. Ad esempio, il costo medio giornaliero di una degenza negli ospedali italiani è di 670 euro, il costo di una camera matrimoniale in un albergo a 5 stelle; negli altri Paesi europei si offre spesso un servizio sanitario più afficiente a costi molto più bassi per lo Stato. Per fare un altro esempio potremmo parlare del numero dei dipendenti pubblici e del loro stipendio. Dal 2001 al 2006, le retribuzioni nella pubblica amministrazione sono cresciute di circa il 30%, il 10% in più di quelle dell’industria e il doppio rispetto all’inflazione. Che dire poi dell’elevata spesa delle giustizia che però non riesce a snellire i tempi dei processi? E dei professori universitari di gran lunga in numero superiore ai ricercatori con retribzioni da capogiro? E dei corsi di laurea che non sono giustificati dalle esigenze del mercato, ma che servono solo a impiegare docenti? Mi fermo qui, ma potrei continuare un bel pò descrivendo tutte le spese che lo Stato affronta ogni giorno e che si potrebbero ridurre o addirittura evitare…
Nel mio piccolo vorrei aiutare il Ministro suggerendo un piccolo ma efficace aiuto nella riduzione della spesa pubblica: l’introduzione di software liberi o open-source (gratuiti) nella pubblica amministrazione. Ovviamente non si risolve il problema delle spese eccessive, ma un piccolo aiuto arriverebbe. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di andare lontano per vedere cosa si dovrebbe fare, baserebbe guardare cosa accade nella provincia di Bolzano dove, come ha sottolineato in una puntata di Report, risparmiano un bel pò di soldi con il sistema operativo Linux, con il pacchetto per ufficio OpenOffice e altri software simili. Si tratta di più di un milioni di euro, non di poco!
Quasi tutti i dipendenti pubblici per fare il loro lavoro usano il pc. I programmi che servono per utilizzarli coincidono quasi sempre con quelli della Microsoft, hanno quindi un costo. Bisogna poi aggiornarli periodicamente e ci sono altri costi. Il software libero, invece, si può scaricare direttamente da Internet gratuitamente, si scaricano anche gratis gli aggiornamenti e tutto ciò che serve, compresi i manuali di istruzione.
Se a Bolzano ha funzionato, perchè non estendere a tutta la pubblica amministrazione l’uso dei software liberi? Secondo me potrebbe essere un primo passo verso il risparmio. Questa piccola soluzione digitale sarebbe quasi indolore e farebbe risparmiare da subito allo Stato qualche milione di euro, senza aspettare l’utopico licenziamento di impiegati, la riduzione degli stipendi, l’abbassamento dei costi per le prestazioni sanitarie, la riduzione del tempo di durata dei processi, ecc, ecc, …
Che ne dite? Il Ministro potrebbe iniziare da qui la sua battaglia contro l’eccessiva spesa pubblica?

Proprio quest’ultimo ha fatto discutere molto ed è stato diffuso tra le polemiche. Io non ci vedo niete di male, ma evidentemente da alcune organizzazioni ci si aspettano comportamenti e modi di comunicare più “istituzionali”. Ma veniamo ai fatti…
Lo spot delle polemiche dura solo 44 secondi, ma racchiude 18 spezzoni
Lo spot è approdato su YouTube entrando in poco tempo nella classifica dei video più visti. Il titolo dello spot è allusivo “Film lovers will love this” (Gli amanti dei film lo ameranno) e il video si conclude in un modo ancoa più allusivo invitando ad andare al Cinema con la scritta “Let’s come together” (Veniamo insieme!).
Lo spot, come dicevo, ha fatto molto discutere, in particolare un parlamentare europeo ha criticato l’operazione, mentre la Commissione europea la difende a spada tratta. Riporto da TGCOM, una parte della querelle: Il deputato polacco Maciej Giertych, esponente della “Lega delle famiglie polacche“, già famoso per la diffusione di un opuscolo antisemita e per la crociata per l’abolizione dell’omosessualità ha dichiarato: “L’Unione europea usa metodi immorali per promuovere le proprie attività”. La Commissione europea ha replicato tono su tono. “Il vero scandalo è che si sia creata polemica su questo video, che oltretutto, al momento della presentazione al Film Festival di Berlino, lo scorso febbraio, ha avuto un’ottima accoglienza”, ha ribattuto la commissaria all’informazione, Viviane Reding, tramite il suo portavoce Martin Selmayr. “Quegli spezzoni, tratti da film di grandi registi europei rispecchiano i valori su cui si costruisce l’Europa multiculturale. La gioia, la tristezza, l’amore e la diversità sono i sentimenti che esprimono l’identità più forte ed apprezzata del nostro cinema, ed è assurdo che tutto questo venga messo in discussione”, ha concluso Selmayr.
Insomma, per farla breve e per non annoiarvi, io non penso che questo post possa turbare gli animi di nessuno o possa essere immorale. Le famiglie che stanno tanto a cuore a Maciej Giertych, famoso per essere contro gli omosessuali, non hanno niente di cui temere. Tra l’altro facendo zapping in Tv si possono vedere scene molto peggiori e poi… si tratta pur sempre di cinema d’autore, non credo si possa parlarte di spot pornografico (come ha detto qualcuno). Inoltre, lo spot fa parte di una trilogia che cerca di cogliere tutti gli aspetti dei sentimenti umani rappresentati tradizionalmente dal Cinema, perchè dimenticare gli aspetti passionali?
Chi ha mosso queste accuse contro il video credo che voglia solo strumentalizzare la vicenda per farsi pubblicità e per perorare la propria causa omofoba (QUI un articolo che sintetizza la posizione di sul mondo omosessuale di Giertych e della destra polacca). Un pò quello che avviene in Italia quando c’è di mezzo il Family Day o il Gay Pride: ogni occasione è buona per fare polemiche e per accusare gli altri.
Ma Maciej Giertych non poteva trovare uno spazio migliore o un’occasione più importante per mettere in scena certe polemiche? Il cinema è arte e lo spot della UE, secondo me, non è nè osceno, nè di pessimo gusto. A me è piaciuto anche per l’ironia delle frasi e degli slogan che lo accompagnano. Si accusano sempre le istituzioni di essere noiose quando comunicano, finalmente abbiamo una comunicazione istituzionale giovane e ci lamentiamo pure!?
Non metto il video dello spot nel blog per non “scandalizzare” o offendere nessuno, ma chi vuole può visionarlo QUI. Aspetto un vostro parere su tutta la vicenda…

Oggi su tutti i giornali e nei TG, una delle notizie più importanti è che finalmente la disoccupazione è diminuita, addirittura sarebbe ai minimi storici. E’ stato pubblicato dall’Istat, infatti, il dato relativo all’occupazione nel primo trimestre 2007. Secondo l’Istituto Nazionale di Statistica, il tasso di disoccupazione, sceso al 6.2 %, miglior risultato dal 1992.
Questa notizia dovrebbe rallegrare tutti, basta leggere gli articoli de laRepubblica oppure, ancor meglio, de l’Unità, per capire di fronte a quale prodigioso evento ci troviamo. Ma qualcuno sa come si calcola il tasso i disoccupazione? La formula sta ad inizio post: si divide il numero delle “persone in cerca di lavoro” per la “forza lavoro”, cioè la somma delle “persone in cerca di lavoro” e gli “occupati” e si moltlipica per 100. Detto questo (è più facile a farlo che a dirlo, mi perdonino gli economisti), a me è venuto il dubbio che i giornali abbiano un pò “parafrasato” il dato Istat. Il dato, infatti, potrebbe essere un pò falsato dal fatto che molta gente stufa di cercare lavoro perchè non riesce a trovarlo, abbia smesso di cercarlo e qìuindi abbia fatto abbassare il numero che viene fuori facendo tutti i calcoli. Ciò non significa che ci sono meno disoccupati, come urlano giornali e TV, ma che la gente si è stufata di cercare lavoro e si “accontenta” di essere disoccoccupata assistendo magari i genitori anziani (leggi pensioni) opppure per le donne, facendo le casalinghe.
Può essere che questa è solo una mia impressione, visto che la maggior parte di media dice che ci sono meno disoccupati, ma forse è il caso di verificare un pò meglio. Per fare ciò è sufficiente leggere ciò che scrive l’Istat sul suo sito. La verifica è stata fatta sul blog di Epistemes; sapete a quale conlusione sono giunti questi ricercatori? Ve lo dico subito: il numero di persone appartenenti alla forza lavoro è diminuito, ma il numero di quelle in cerca di occupazione è diminuito maggiormente, facendo scendere il tasso di disoccupazione. Per contro, il tasso di attività delle persone in età lavorativa si è contratto di quasi un punto percentuale nell’ultimo anno!!!
I numeri da soli non dicono nulla, ma se ai numeri si affianca una più attenta riflessione che tenga conto delle persone e non delle fredde cifre, si possono interpretare meglio. Una cosa mi ha insegnato questa vicenda: diffidare sempre dalle statistiche e soprattutto dalle statistiche sbandierate sui giornali!!!

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