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In questo blog se ne parla spesso del potere che acquistano gli utenti della Rete in relazione all’informazione (già il nome del blog dice tutto! ;-) ). In questigiorni, navigando in Internet, mi sono imbattuto in una iniziativa di YouTube riguardante il giornalismo partecipativo che, quindi, non potevo non citare. Riporto un articolo di Webnews, uno dei migliori che ho trovato sull’argomento:

Il più grande portale per la condivisione di video online ha da poco avviato una nuova sezione, interamente dedicata al citizen journalism, l’attività informativa svolta in prima persona dai cittadini in tutte le parti del mondo. L’innovativo canale lanciato da YouTube mira ad aggregare e segnalare alle centinaia di migliaia di utenti del portale i migliori contenuti realizzati per raccontare le notizie spesso trascurate dai grandi mezzi di comunicazione.

Ogni giorno sono infatti migliaia i video caricati dagli utenti a puro sfondo informativo. Spesso meno conosciuti e sopraffatti dalla popolarità dei filmati creati per puro svago e divertimento, i piccoli reportage - confezionati direttamente da chi è coinvolto in prima persona nella notizia - raccontano realtà affascinanti e ignote dalle enormi distese africane alle grandi realtà metropolitane densamente abitate, passando per la miseria delle baraccopoli e delle loro genti dimenticate. Armati di strumenti spesso rudimentali, i fautori del giornalismo partecipativo vanno alla ricerca delle notizie sul posto, riportando in auge i reportage di inchiesta, ormai in via di totale estinzione e sostituiti dall’immobilismo del desk.

La nuova responsabile per le news assoldata da YouTube avrà dunque il compito di riportare in luce le storie raccontate sul portale con i meccanismi del citizen journalism. Un incarico non semplice, che potrà essere realizzato con sufficiente meticolosità solamente con l’aiuto delle centinaia di migliaia di utenti che ogni giorno frequentano YouTube.

Anche se, in una scala differente ed esclusivamente orientata ai nuovi media, è difficile non scovare una certa analogia tra l’iniziativa da poco lanciata da YouTube e l’esperienza di Current TV (ne parlavo QUI), il canale televisivo voluto dal premio Nobel Al Gore. Recentemente lanciata anche in Italia sulla piattaforma satellitare Sky, l’emittente televisiva basa i propri palinsesti sui contributi multimediali inviati dai suoi telespettatori che hanno anche modo di votare i filmati migliori sul sito Web di Current.

In misura più contenuta, ma con la forza di un bacino molto più ampio di utenti, anche YouTube sembra compiere i primi passi nel crescente, e sempre più fecondo, settore del giornalismo partecipativo. Avviata quasi in sordina, attraverso il passaparola della Rete, l’iniziativa del portale di video sharing potrebbe rivelarsi particolarmente efficace e, sicuramente, meno dispendiosa dell’ambizioso progetto portato avanti da Current TV.

Che dire? Dopo il blogging, le piattaforme di giornalismo partecipativo come FaiNotizia e altre, l’arrivo in Itali a di Current TV, adesso anche Youtube si apre all’informazine fatta dagli utenti. Forse finalmente qualcosa si sta muovendo in questa direzione e probabilmente presto si potrà sfuggire ai filtri editoriali, ai condizionamenti politici, economici e ideologici che condizionano l’informazione!
Sono troppo ottimista? ;-)

Ci aveva già provato la Regina Rania di Giornania per spiegare l’Islam agli occidentali (QUI), adesso anche il Premier britannico, Gordon Brown, cerca di parlare ai cittadini attraverso la Rete tramite Youtube. “I politici possono fare domande al primo ministro. Penso che sia arrivato il momento che anche i cittadini abbiano questa possibilità“, è con queste parle che si inaugura il primo “Question time” su Youtube.

Il nome scelto per l’iniziativa non è un caso: proprio come nel “question time” tradizionale il primo Ministro risponde alle domande dei politici, così Brown risponde alle domande degli internauti in Rete. Basta collegarsi alla pagina di Youtube dedicato all’iniziativa e caricare un breve video. Vista la mole di richieste, sono gli stessi utenti a votare le domande più interessanti da cui aspettarsi delle risposte da Brown (per il momento è stata fissata come data di scadenza 21 giugno).

Per la verità il procedimento non è ancora così immediato e intuitivo, ma l’esperimento è ancora all’inizio e quindi in fase di sperimentazione. Probabilmente si trasformerà in un appuntamento settimanale fisso e sarà pertanto migliorato.

I più maliziosi sostengono che questa iniziativa sia finalizzata soltanto a raccogliere consensi tra il pubblico giovane e a ridare luce all’immagine di Brown che non riesce a essere all’altezza del suo predecessore, Tony Blair. Per i sostenitori del Premier si tratta della prima vera forma di democrazia diretta.

In ogni caso, secondo me si tratta di un’iniziativa lodevole e molto interessante che potrebbe essere seguita in molti altri Paesi. L’Inghilterra, si sà, è all’avanguardia su certe cose e la regina Rania è una sovrana illuminata…

Chissà quando anche in Italia saremo all’avanguardia o avremo un Premier “illuminato” a tal punto da comprendere il potere e la forza della Web? ;-)

Qualcuno di voi se ne sarà accorto. Ieri per circa due ore Youtube è rimasto bloccato. Un black-out totale che non farebbe notizia (su Youtube a volte capita) se la causa non fosse riconducibile ad un attacco informatico ordinato da un governo.

Il governo del Pakistan, infatti, ha ritenuto di dover oscurare Youtube sul suo territorio. Così la Pakistan Telecommunication Authority (PTA) ha ordinato ai provider locali di servizi Internet di bloccare l’accesso al popolare sito. Il motivo? Youtube diffonderebbe video dal “contenuto blasfemo” che danneggiano l’immagine dell’Islam.

In particolare, a toccare la sensibilità del governo pakistano sarebbe stato il trailer dell’ultimo film di Geert Wilders; nelle brevi sequenze inserite su Youtube, infatti, l’Islam viene definita una religione violenta, soprattutto nei confronti delle donne e degli omosessuali. Ma a scatenare la furia censoria del governo pakistano pare siano stati anche alcuni video in cui appaiono le famigerate vignette su Maometto ripubblicate dai giornali danesi.

A causa di un errore, però, il blocco si è allargato a macchia d’olio di Paese in Paese spiazzando Google, propietario di Youtube, che adesso parla di sabotaggio. Ci sono volute due ore per scoprire l’artefice del black-out: il service provider pakistano PCCW, obbedendo alla direttiva della PTA, non permetteva ai suoi clienti di accedere al sito dirottando l’indirizzo IP di YouTube verso i suoi server bloccando così ogni tentativo di accesso al sito. Le informazioni però sono state mandate per errore a tutti gli altri provider nel mondo che inconsapevolmente hanno bloccato anch’essi l’accesso ad Youtube reindirizzando gli utenti nel buco nero creato da PCCW sui suoi server.

Il Pakistan non è l’unico Paese che cerca di censurare la Rete (tra i più noti c’è la Cina, ma anche l’Arabia Saudita, la Bielorussia, la Birmania, la Corea del Nord, Cuba, l’Iran, la Libia, il Sudan, la Siria, la Tunisia e molti altri). Sono molti gli Stati in cui per vari motivi si vuole porre un freno alla libera circolazione di idee e di informazioni permessa da Internet. I più maliziosi sostengono che anche il malriuscito tentativo pakistano di censura sia stato attuato più per motivi politici che religiosi.

E’ probabile, infatti, che l’ordine della PTA fosse in realtà destinato a colpire qualcosa di diverso dall’offesa all’Islam, nella fattispecie una serie di video ritraenti attivisti politici impegnati a compilare schede elettorali. La censura sarebbe, quindi, scattata per bloccare il tentativo di smascherare brogli elettorali in un Paese con una forte instabilità politica che sta attraversando una fase cruciale per la democrazia dopo l’uccisione della leader dell’opposizione Benazir Bhutto.

Di blocco totale di YouTube per “discutibili video non-islamiciparla anche Reporters Sans Frontières che condanna l’iniziativa e sottolinea come “una tale decisione dovrebbe essere presa dai tribunali, e non da una organizzazione sotto diretto controllo del governo“.

Che si tratti di motivi religiosi o politici, la censura è tuttavia da condannare. Questa vicenda, oltre a far correre ai ripari Youtube che si è scoperto vulnerabile, dimostra ancora una volta che la Rete è uno strumento libero e democratico di cui i grandi potentati (economici, politici, ideologici) hanno paura. Questa volta a causa di un grossolano errore il tentativo di censura è stato smascherato e denunciato, spero che in futuro la lotta alla censura non passi esclusivamente attraverso gli errori dei potenziali censori!!! ;-)

Come spesso accade è la Rete a far emergere delle notizie che restano sotto-silenzio perché non si vogliono far sapere o semplicemente perché non ci si fa caso. L’ultimo episodio di “riscoperta” riguarda un’affermazione di Benazir Bhutto alla TV Al Jazeera del 2 novembre 2007 (la Bhutto fu uccisa poco tempo dopo, il 27 dicembre).

Durante l’intervista, la leader dell’opposizione pachistana ha parlato anche di quelli che lei riteneva fossero suoi potenziali nemici per vari motivi. Tra questi c’era il terrorista Omar Sheikh Ahmad del quale dice: “quello che ha assassinato Osama bin Laden”. Stranamente il giornalista non fece una piega e passò alla domanda successiva.

L’affermazione della Bhutto apparve così assurda che la Bbc, nel riportare l’intervista tagliò la frase incriminata, ma fu poi costretta a ripubblicarla integralmente in seguito alle proteste di alcuni spettatori, di fronte ai quali la Bbc si è giustificata dicendo che non c’era nessuna intenzione di distorcere il senso dell’intervista, ma solo quella di eliminare un evidente lapsus che avrebbe solo confuso gli spettatori.

Di questa affermazione non se ne parlò più nei media tradizionali, ma il video dell’intervista finito su Youtube (l’ho messo ad inizio post) ha iniziato da subito a fare il giro dei blog e dei forum: in Rete se ne parla da tempo. Anche nella Rete italiana si parlava di questa intervista, ma adesso la notizia ha avuto maggiore risonanza grazie ad un articolo di Giulietto Chiesa apparso su laStampa.

Le interpretazioni sono diverse, le dietrologie non mancano e sono state fatte molte ipotesi di ogni tipo. Si va da chi sostiene che si tratti di un banale errore dovuto alla distrazione della Bhutto che sovrappensiero disse Osama bin Laden convinta di dire invece Daniel Pearl (un reporter americano per il cui assassinio è stato accusato Omar Sheikh Ahmad), a chi sostiene che l’assassinio della leader politica pakistana sia stato compiuto proprio da alQaeda perchè lei sapeva troppo

Purtroppo la Bhutto non può ne correggersi, nè fornire chiarimenti. Credo che sarà molto difficile capire quale sia il vero significato di quelle parole. Quel che è certo è che ancora una volta la Rete si presenta come un mezzo di informazione veramente libero… ;-)

Questo sarà un post breve ad integrazione del mio precedente post in cui mi dicevo abbastaza preoccupato per le nuove norme contenute nel Ddl sull’editoria che se fosse tramutato in legge avrebbe ripercussioni pesanti sul mondo dei blog. Forse adesso è il caso di essere un pò più ottimisti. Pare, infatti, che alcuni Ministri e lo stesso autore della legge si siano accorti del tragico errore. Il Ministro delle Comunicazioni, ad esempio, ha reso noto nel suo blog che il Ddl sull’editoria deve essere corretto. “Va bene applicare anche ai giornali on line le norme in vigore per i giornali - ha scritto Gentiloni - ma sarebbe un grave errore estenderle a siti e blog“. 

Anche il Ministro Di Pietro nel suo blog si è scagliato contro questa legge definendola “liberticida”. Ha pure affermato che per quanto è in suo potere “questa legge non passerà mai, anche a costo di mettere in discussione l’appoggio dell’Italia dei Valori al Governo“.  Evidentemente Riccardo Franco Levi quando ha realizzato questo disegno di legge non aveva la minima idea di cosa fosse un blog, adesso si sarà informato. Dal sito della Presidenza del Consiglio, infatti, ha risposto a tutte le accuse con una lettera aperta a Beppe Grillo. Nelle prime righe della lettera si legge: “Con il provvedimento che tra pochi giorni inizierà il suo cammino in Parlamento non intendiamo in alcun modo né “tappare la bocca a Internet” né provocare “la fine della Rete”. Non ne abbiamo il potere e, soprattutto, non ne abbiamo l’intenzione”. Una bella rassicurazione…

Staremo a vedere cosa succederà. Non bisogna, però, abbassare la guardia. E’ vero che se due Ministri si sono sentiti in dovere di rispondere direttamente ai blogger italiani e se chi ha materialmete scritto il Ddl ha pubblicato sulle autorevoli pagine del sito della presidenza del Consiglio una lettera aperta in risposta ad un post di Beppe Grillo, allora il fermento che si è creato nella blogosfera italiana è stato ascoltato e ha dato i suoi frutti, ma è sempre meglio continuare a far sentire la nostra voce… ;-)

Quante volte si è ripetuto in questo blog che il Web è libero (si sono segnalati dei tentativi di limitare in qualche modo questa libertà). I politici e i poteri non finiscono mai di provare a porre limiti a questo strumento di democrazia, da qualsiasi orientamento politico provengano. Anche il governo in carica ci stà provando in modo scandaloso. La nuova disciplina dell’editoria, infatti, prevede che qualsiasi attività Web dovrà registrarsi al ROC (Registro degli operatori di Comunicazione). Questo significa che anche chi vuole gestire un blog dovrà produrre dei certificati, pagare un bollo (e forse delle tasse), seguire un iter burocratico ed essere perseguibile secondo il codice penale per i reati di diffamazione come per un giornale, anche per i commenti agli articoli.

Scenderemo adesso nei dettagli, ma è evidente come questa legge, se fosse approvata definitivamente, sarebbe una condanna a morte per i blog italiani. I blog, infatti, nascono spontaneamente e liberamente, chiunque può aprirne uno senza problemi e scrivere i suoi pensieri, pubblicare foto, video e poter partecipare direttamente al dibattito pubblico. Se passerà questa legge, tutti i blog dovranno trasformarsi in testate giornalistiche perdendo la spontaneità e la libertà che li contraddistingue, perdendo al caratteristica di essere uno strumento aperto a tutti, quindi davvero pluralista (QUI e QUI trovate degli interesanti approfondimenti).

Trattandosi di una legge che regolamenta il settore dell’editoria (QUI il testo completo), non dovrebbe riguardare i blog. Il punto focale è, infatti, la definizione di prodotto editoriale che viene data: “Per prodotto editoriale si intende qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione, di intrattenimento, che sia destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso. [...] Non costituiscono prodotti editoriali quelli destinati alla sola informazione aziendale, sia ad uso interno sia presso il pubblico“.

Più avanti poi arriva un ulteriore chiara conferma che il riferimento è anche ai blog personali che vengono gestiti in modo amatoriale senza scopo di lucro: “Per attività editoriale si intende ogni attività diretta alla realizzazione e distribuzione di prodotti editoriali, nonché alla relativa raccolta pubblicitaria. L’esercizio dell’attività editoriale può essere svolto anche in forma non imprenditoriale per finalità non lucrative“.

Insomma, i blog non hanno scampo!!! Su Civile.it è spiegato come funziona il sistema adesso e come funzionerà nel caso passasse questa legge: oggi è prodotto editoriale quello realizzato da una casa editrice. Chi ha un prodotto editoriale (anche un sito) può registrarlo al ROC. La registrazione non è obbligatoria se non si è editori, ma è necessaria se si vogliono richiedere contributi pubblici. La nozione di prodotto editoriale è adesso vincolata al lucro, l’iscrizione al ROC impegna in una dichiarazione annuale su come e quanto si guadagna e al pagamento di diritti annuali in rapporto agli stessi.

Se il testo della nuova legge sull’Editoria, scritto da Ricardo Franco Levi, braccio destro di Romano Prodi, fosse tramutato in legge, le cose cambieranno: diventerà prodotto editoriale pure un blog o un sito che non si prefigge di guadagnare, anche se gestito da un privato e non da na azienda. Ogni blog personale diventerà, quindi, prodotto editoriale, soggetto alla normativa sulla stampa con ma responsabilità penali aggravate in caso di denuncia penale. In sostanza diventerà attività editorile qualsiasi cosa scritta su Internet e ogni blogger sarà ritenuto responsabile per i commenti lasciati dai lettori.

Già Beppe Grillo ha fatto sapere che nel caso in cui la legge Levi-Prodi fosse approvata, lui trasferirebbe il blog su un server straniero. Credo che questa sia l’unica soluzione per tutti i blogger che vogliono continuare ad avere un proprio spazio in cui scrivere liberamente i propri pensieri e in cui pubblicare liberamente foto e video. Il disegno di legge è stato approvato in Consiglio dei ministri il 12 ottobre, spero vivamente che non venga convertito in legge o che almeno venga modificato. La Rete è uno srumento libero e democratico, evidentemente questo non piace ai nostri politici… ;-)

Ho partecipato molto volentieri all’iniziativa lanciata da Daniele Verzetti del blog L’Agorà del Rockpoeta per realizzare un post comune formato da diversi penseri di vari bloggers su quello che sta accadendo in Birmania. Oggi, in contemporanea, tutti i partecipanti stiamo postando sui nostri blog il post che abbiamo realizzato (in basso trovate i link ai blog dei partecipanti). Ecco il post:

Chi sono i Bloggers for Burma? Sono 16 bloggers che vogliono far sentire la loro voce a sostegno di chi lotta pacificamente per la libertà. O, forse, solo 16 pazzi utopici che credono ancora che i diritti umani e la democrazia siano e debbano essere dei valori cardine del mondo di oggi e di quello di domani. Queste le nostre parole:

“I diritti umani, la libertà e la democrazia sono la linfa della società in cui noi viviamo. Diritti acquisiti e forse un po’ scontati per quelli nati, come me, dopo la nascita della Repubblica che ne hanno sentito il profumo nell’aria, per la prima volta, inspirata.

I diritti umani, la libertà e la democrazia sono, invece, per molti popoli concetti astratti di cui è persino vietato parlare. Per il Popolo Birmano una ragione valida per farsi massacrare.

Pacificamente, senza opporre resistenza.

In tempi di fanatismi religiosi che costano vite innocenti e minacciano i fondamenti della società civile, i monaci buddisti si uniscono al loro Popolo per chiedere il rispetto della loro grandissima dignità di uomini, di cittadini.

Non lasciamo che la loro giusta e onorevole protesta resti confinata in una piccola regione del mondo. I diritti umani, la libertà e la democrazia devono essere patrimonio di tutta l’umanità.

E perciò in un abbraccio mondiale gridiamo: “Free Burma!”

ArabaFenice

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“Non entro in argomentazioni socio-politiche essendoci sicuramente persone più competenti e preparate del sottoscritto a farlo.

Preferisco soffermarmi su quelle che sono le sensazioni e analizzare l’incedere di questi accadimenti.

Spero tanto di sbagliarmi ma le trovo molto simili a quelle già vissute per il Darfur.

Un’ondata iniziale di sdegno, accompagnata da immagini crude (si pensi all’esecuzione di quel giornalista o ai monaci investiti dai camion militari senza troppi complimenti!), da notizie che facevano crescere sempre di più l’angoscia, da una preoccupazione sempre crescente per quelle popolazioni. All’inizio aperture di Tg, radio, prime pagine dei quotidiani ed oggi invece? … Oggi niente di più di qualche trafiletto “riempitivo” nell’home page di qualche sito e nulla più. Al radiogiornale delle 8.30 neanche menzione. Aldilà di tutte le parole e le elucubrazioni che si possono fare relativamente alla vicenda, la mia preoccupazione è che però stavolta non ci si dimentichi di loro perchè quando si comincia a dimenticare chi soffre si diventa complici dei loro aguzzini!”

Chit.

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“Quando la mattina, aprendo gli occhi, sancisco la nascita di un nuovo giorno, ringrazio chi di dovere per questo dono.

Quando, attraverso i giorni che si susseguono, sono artefice della mia vita e del mio destino, ringrazio i miei Avi.

Li ringrazio per il dono che mi hanno fatto. Li ringrazio per la libertà di cui oggi godo.

Ogni giorno che passa, ogni istante che vivo, mi rendo conto della fortuna che ho. Sono un uomo libero.

Non per tutti è così. Il popolo della Birmania, guidato dai monaci buddisti, lotta per la libertà.

E’ una lotta fatta attraverso la parola, attraverso la pace. Parole di libertà e di pace che si scontrano contro armi e intolleranza.

Diamo un’eco a quelle parole. Non lasciamoli soli. Insieme si può. Libero uomo in libero Stato”.

Davideelle

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“Finchè ci saranno uomini di guerra pronti a colpire, soffocare, uccidere ed imprigionare uomini di pace, noi ci saremo ad additarli, a condannarli, a non dimenticare.

Contro tutti i regimi di ogni colore urliamo l’urgenza di vedere la Birmania libera.

Finazio.

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Una comunità internazionale “distratta” in tutti questi anni ha ampiamente ignorato la Birmania e quello che vi succedeva.

In pochi hanno però ignorato le possibilità economiche che offre questo paese.

Non è un mistero che, a dispetto delle condanne ufficiali, fra i maggiori investitori in Birmania ci siano Francia, USA e Gran Bretagna.

Compiamo tutti un gesto concreto per aiutare il popolo birmano.

Chiediamo con forza che l’Unione Europea applichi sanzioni economiche severe; nel frattempo ognuno faccia un piccolo significativo gesto boicottando le multinazionali che sfruttano le risorse energetiche del paese”.

Franca.

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“Abbiamo imparato qualcosa da Piazza Tien an men? I monaci birmani, oggi, da soli non possono farcela.

Siamo noi, quelli che non verranno incarcerati o torturati se protestiamo, che dobbiamo aiutarli a liberarsi della dittatura che soffoca il loro desiderio di libertà.

Restiamo uniti per la Birmania e non dimentichiamola”.

Luca.

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“I Paesi Democratici di tutto il mondo non possono tacere sulle nefande azioni repressive dell’attuale governo birmano. Ci vogliono azioni concrete a sostegno della popolazione oppressa.

La diplomazia da sola non basta a salvaguardare il rispetto dei diritti umani, tanto più in questo caso dove le relazioni di opportunità tra governi sembrano prevalere sulla salvaguardia dei diritti umani fondamentali”.

Mariad.

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“Quello che accade in Myanmar, ma noi preferiamo parlare di ex-Birmania, è la palese dimostrazione che la libertà di parola e di manifestazione del proprio pensiero, come è nel diritto di ogni essere umano, è continuamente minata e minacciata da chi usa e abusa del suo potere.

Il nostro contributo vuole essere perciò una sorta di marcia che simbolicamente avviene di pari passo assieme a quella degli straordinari monaci birmani e dei tanti cittadini che con ammirevole forza e determinazione hanno deciso di non arrendersi e sono scesi pacificamente in piazza per opporsi alla dittatura e affermare con coraggio i valori della democrazia e della libertà. Un sacrificio per un grande e nobile ideale che sta avendo però degli orribili risvolti di dura e inaudita repressione e violenza che stanno superando il varco dei crimini contro l’umanità.

Noi scegliamo di dare voce al loro urlo soffocato da meschini e sanguinari criminali. Noi siamo con loro.

Il nostro è perciò un grido che vuole e deve andare al di là di qualunque interesse economico, oltre qualunque pregiudizio culturale e politico.

Aiutaci anche tu.

Diamo voce al gesto dei monaci birmani…alla loro libertà. Alla pace”.

Mimmo.

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“Marciando in silenzio

abbiamo fatto sentire la nostra voce

Ora tocca agli altri gridare”

Osteria dei Satiri

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“La Libertà e la Democrazia sono dei valori assoluti, nessun fucile o manganello potranno mai soffocarli.

Aldo Moro diceva ai suoi sequestratori: -”se mi ucciderete farete di me un Martire della Democrazia”.

La Storia diede ragione a Moro, il suo sacrificio divenne un martirio in nome della Libertà e divenne la Tomba Politica del Terrorismo Brigatista!!!

Il popolo birmano grazie ai suoi martiri vincerà la tirannia militare, il sacrificio dei monaci e del popolo è stato un esempio mondiale e ha acquisito una Forza Politica molto importante per la democrazia e la libertà della Birmania”.

Polis.

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“Quando un Paese non è una grande potenza, non ha una forza economica sufficiente, viene da una storia di occupazione e sfruttamento coloniale, chi lo può difendere dagli appetiti degli Stati “avanzati” o emergenti?

Quando un popolo non ha mai conosciuto la democrazia, o ha visto soffocare la sua breve stagione di democrazia perchè il leader che si era scelto non era quello gradito a chi decide le sorti del mondo, chi lo può aiutare?

Quando qualcuno di quel popolo e di quel Paese riesce a trovare la forza ed il coraggio di esporre la propria vita al rischio di vedersela strappare, pur di risvegliare le coscienze e di interrompere una tirannia ultradecennale, sopportata e supportata da interessi economici esterni, chi può fargli sentire che non è solo?

Per noi che la democrazia la conosciamo e la viviamo, è un dovere morale non tacere su ciò che succede in Birmania, come in Darfur.

Per uno Stato come l’Italia e per un’entità come l’Unione Europea dovrebbe essere un dovere

premere in ogni modo per porre fine alla dittatura, anche con misure plateali.

Io vorrei che l’Italia desse un segnale fortissimo a chi sta lottando per liberarsi, boicottando le Olimpiadi di Pechino”.

Raser

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“Non riesco a trattenere le lacrime, le parole non escono, vorrei aggiungere solo una citazione che mi accompagna da sempre e che ho scolpito nel cuore; mi ha sempre guidata, come un maestro:

Libertà vo cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta.

Dante Alighieri

Cercando in rete mi rendo conto che non abita solo il mio cuore

http://www.flickr.com/photos/barbarageraci/1442930561/

Remyna in preghiera”.

Remyna

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“Da bambino mi piaceva ambientare le mie fantasie di principesse e castelli suntuosi, elefanti giganti e monaci che lottano contro le tigri, in Birmania.

Non sapevo esattamente dove fosse collocato geograficamente quel paese e questo toglieva ogni limite alla mia fantasia.

Ora sono diventato grande, ho imparato esattamente dove si trova la Birmania. Tra confini delineati con il sangue e la violenza.

Sogno che i bambini, nati sotto la dittatura militare, il prima possibile tornino, a loro volta, a fare sogni di luoghi incantati, sotto un cielo di riacquisita libertà”.

Richard Gekko

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Non si muore soltanto quando si cessa di vivere, ma anche quando il terrore invade l’esistenza quotidiana, e la possibilità d’esprimere liberamente le proprie opinioni viene brutalmente stroncata.

Nessuno ha il diritto d’uccidere la libertà altrui.

Romina

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E’ impensabile che nel III millennio ci siano ancora posti dove vengono calpestati i diritti umani e dove non c’è libertà, ma purtroppo è così.

Quello che stà succedendo nell’ex Birmania lo dimostra. L’esempio dei monaci è da seguire: la democrazia esce dai monasteri che sono da sempre espressione di moralità, tradizione, cultura.

Spero che il popolo birmano riesca nel suo intento di liberarsi dal regime in modo non-violento con l’ausilio della sola forza di risorse apparentemente intangibili come moralità, cultura, conoscenza, informazione libera, ma che però sono i veri pilastri di un sistema democratico.

I monaci, con la loro protesta pacifica, sono convinti che la democrazia potrà essere ristabilita senza lotte violente o spargimento di sangue.

Auspico che abbiano ragione e che si possa concludere tutto nel migliore dei modi pacificamente. Per far questo occorre far sì che non si distolga l’attenzione da ciò che accade da quelle parti e fare pressioni affinché la Comunità internazionale non si dimentichi di loro; a telecamere spente si possono compiere crimini orribili.

Non smettiamo di parlare del Burma, della sua storia e di quello che sta accadendo. Noi, insieme ai blogger di tutto il Mondo possiamo davvero rappresentare un grande aiuto per il popolo birmano. FREE BURMA!!!

Salpetti.

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Never Alone

Aria acre

pungente

odora di zolfo

puzza di stantio.

Cenere avvolge

I cieli morenti di Rangoon

Vuoto, Deserto, Nulla Assoluto,

Riempiono con suono assordante

luoghi un tempo vivi

Allietati dal silenzio

E da raggi di sole arancione in preghiera.

Ed ecco un altro Tibet

Un altro Cile

Un’altra Cambogia

Un altro Darfur

Un altro Nazismo.

Ecco altro odio.

E questo mio tenue respiro

Per non lasciarvi soli MAI!

Daniele Verzetti, Rockpoeta.

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Come avrete potuto osservare leggendoci, tanti modi diversi di sentire e raccontare questa tragedia, ma in gola, ciascuno di noi, ha un solo urlo: FREE BURMA!

F.to: BLOGGERS FOR BURMA.

BLOGGERS FOR BURMA are:

(rigorosamente in ordine alfabetico di nick e di apparizione nel post)

Anna Maria Stufano, “ArabaFenice” del blog “Non solo Giovinazzo”

http://nonsologiovinazzo.blogspot.com

Claudio Chittaro, “Chit”, de “Il Blog di Chit”

http://www.chitblog.net/?

Davide Longo, “Davideelle” del blog “Bar Mario”

http://davideelle.blogspot.com/

Ignazio Finizio, “Finazio”, del blog “Finazio, la musica che gira intorno”

http://finazio.blogspot.com

Franca Bassani, “Franca” del blog “Francamente”

http://franca-bassani.blogspot.com/

Luca Zerbato, “Luca” del blog “Libero di pensare”

http://liberodipensare.blogspot.com

Maria D’Ordia, “Mariad” del blog ” Non solo sogni”

http://mariad-nonsolosogni.blogspot.com

Mimmo, del blog “Cliccare Mimmo”

http://mimmoworld.blogspot.com/

Max, “Osteria dei Satiri” del blog omonimo: “Osteria dei Satiri”

http://osteriadeisatiri.blogspot.com/

Francesco Spallacci, “Polis” del blog omonimo “Polis”

http://polisfs.blogspot.com/

Stefano Ravasio, “Raser” del blog omonimo “Raser”

http://raser.ilcannocchiale.it/

Marina Remi, “Remyna” del blog “Remyna’s blog”

http://marinaremi.wordpress.com

Richard Gekko, del blog “Parole di un maniaco omicida”

http://richardgekko.altervista.org/

Romina, stesso nick, del blog “Intersezioni”

http://intersezioni.awardspace.com/

Salpetti, stesso nick, del blog “La forza del blogging”

http://salpetti.wordpress.com

Daniele Verzetti, “Rockpoeta” del blog “L’agorà”

http://agoradelrockpoeta.blogspot.com

Al decimo giorno di marce non violente, la situazione in Birmania (o Myanmar, come la chiamano le forze militari) si fa drammatica: una decina di morti, centinaia di feriti, mgliaia di arresti, …
Tutto questo il giorno dopo che il Consiglio di sicurezza dell’ONU non ha trovato un accordo sulle sanzioni da infliggere al Myanmar. Durante le consultazioni a porte chiuse del Consiglio, Russia, Cina e Indonesia si sono opposte alla proposta avanzata da Unione europea e Stati Uniti di discutere misure contro il regime militare birmano.

Secondo me, sulle spalle della vicenda Birmana si sta giocando un pericoloso gioco di poteri le cui conseguenze ricadono sul popolo birmano e che rimarca quelli che sono le relazioni che contano a livello internazionale. Sono, infatti, motivazioni di carattere politico, economico e ideologico quelle che impediscono un intervento decisivo contro il regime illiberale in Myanmar. Secondo Sergio Romano (intervistato da Panorama), Mosca e Pechino si sarebbero opposti ad un eventuale embargo perchè sono i maggiori partner economici della Birmania (che produce tra le altre cose Teck, zaffiri, rubini, ecc.) e perchè vedono nelle iniziative dell’ONU che partono dagli Stati Uniti una pericolosa interferenza nella propria area di influenza. In altre parole, con il regime birmano Cina e Russia hanno buoni rapporti e se quel regime venisse rovesciato per decisione dell’Occidente, il prossimo governo sarebbe quasi certamente filo-occidentale, un rischio che né i russi né i cinesi si possono permettere, per loro va bene così.

Penso, dunque, che questa situazione non faccia altro che sottolineare quelli che sono gli equlibri politici, economici e di forza che vigono tra gli stati più potenti del Mondo. Gli Americani, ad esempio, sempre pronti ad esportare la loro democrazia con ogni mezzo, questa volta sembrano sì interessati, ma alla lontana. Questo perchè il confine tra interesse economico e ideologia diventa sempre più labile. Per Bush, l’America è il faro della democrazia nel mondo (lo dice quasi ad ogni suo discorso), ma forse è un faro che illumina di più le zone dove è lui ad avere interessi economici (petrolio) e non i suoi avversari ideologici (Cina e Russia con le materie prime birmane). Gli USA, quindi, hanno cercato di far sentire al propria voce all’ONU, non ci sono riusciti e anche a loro va bene così.

L’ONU, poi, secondo me, si è rivelata ancora una volta per quello che è: un’organizzazione che finge di essere “super partes“, ma che si trova spesso nell’impossibilità di agire per via di limiti strutturali che la costingono a sottostare ai soliti giochi di potere internazionali, perciò quando si verificano situazioni come questa si trova con le mani legate venendosi a trovare così involontariamente schierata.

La Cina continua a rivelarsi illiberale e dimostra di portare avanti una politica di spartizione del territorio ormai superata, insime alla Russia di Putin, il quale sembra avere nostaglia della “Guerra fredda” (si legga, ad esempio, quanto scrivevo su Putin QUI). Insomma, in mezzo al caos internazionale dei giochi di forza ci si sono trovati i poveri monaci buddisti (che protestano pacificamente) e la popolazione del Myanmar, costretta a subire repressioni da parte di un regime che non vogliono e di cui non riescono a liberarsi che, oltre a privare il popolo della libertà, lo costringe a vivere in condizioni di miseria.

Ma le sanzioni sarebbero servite davvvero? Sicuramente non servono i bombardamenti, metodo con il quale è stata “esportata” la democrazia in altri luoghi (ma non è queso il caso), neanche con le sanzioni economico-diplomatiche (embargo) credo si possa risolvere nulla. Un regime isolato, infatti, secondo me, diventa più forte, non si indebolisce. Restando isolato e non avendo altri termini di paragone o non presentando alla gente altre alternative, un regime chiuso in sè stesso finisce per aquistare forza e autorevolezza (Cuba docet). Inoltre, nei Paesi colpiti solitamente si rafforza una sorta di “casta” delle sanzioni che utilizza il contrabbando e la speculazione sfruttando la mancanza di merci sul mercato e gli inevitabili aumenti dei prezzi. Il popolo birmano è già stato ridotto in miseria, un embargo peggiorerebbe la situazione e, a mio avviso, come dicevo, non farebbe indebolire affatto il potere del regime militare.

Cosa fare, dunque? Non sarò certo io a trovare una soluzione, ma credo che solo grazie all’informazione libera [già i blogger birmani si stanno muovendo QUI, QUI e QUI], alla cultura e allo sviluppo economico è possibile liberare un popolo da un regime illiberale. La questione riguarda tutti gli stati. Si potrebbero fare investimenti in quel territorio, incentivare il turismo, creare le condizioni affinchè la gente entri in contatto con altre realtà, evolva culturalmente, economicamente e riesca a sollevare la testa autonomamente e consapevolmente contro l’oppressore. Certo, tutto questo non è facile, ma credo che sia meglio di imporre sanzioni che costringono alla fame e rafforzano il potere autoritario.

L’esempio dei monaci buddisti è da seguire: la democrazia esce dai monasteri che sono da sempre espressione di moralità, tradizione, cultura. Spero che il popolo birmano si liberi dal regime in modo non violento con l’ausilio della sola forza di risorse apparentemente intangibili come moralità, cultura, conoscenza, informazione libera, ma che però sono i veri pilastri di un sistema democratico. I monaci, con la loro protesta pacifica, sono convinti che la democrazia potrà essere ristabilita senza spargimento di sangue e sperano che la comunità internazonale si interessi finalmente al loro Paese. Mi auspico che i monaci abbiano ragione e che si possa concludere tutto pacificamente. Spero anche che non cali l’attenzione mediatica (la Rete li sta aiutando) perché a telecamere spente si possono compiere indisturbati crimini orribili.

> AGGIORNAMENTO: Da oggi (28/09) in Birmania non funziona più Internet (informazioni QUI e QUI) ed è iniziata una vera e propria “caccia al giornalista“. Il regime ha capito che restando isolato può avere ampi margini di manovra. Speriamo che non si ripeta una strage come nell’89 appena si ridurrà il flusso di informazioni sulla rivolta pacifica dei monaci.

 

La maggior parte delle persone che aquistano un PC trovano già installato un sistema operativo che quasi sempre è della Microsoft (eccetto nei casi in cui si scelga un Mac). Anche Antoine, un ragazzo francese, ha dovuto comprare necesariamente insieme al suo nuovo portatile dell’Acer, anche Windows XP Home Edition e altri programmi che lui non voleva. Antoine si è arrabbiato per questo, come moltissimi altri utenti che avebbero, ad esempio, risparmiato un bel pò usando sistemi operativi e software OpenSource, ma a differenza di tutti gli altri, ha fatto causa all’Acer. Il tribunale gli ha dato ragione e sapete quanto ha risparmiato? La metà del costo del PC. Su su un portatile da 599€, infatti, Antoine ha ottenuto il rimborso di circa 135€ per Windows XP, 60€ per Microsoft Works, 41€ per PowerDVD, 39€ per Norton Antivirus e 37€ per NTI CD Maker, tutto software che lui non voleva e che è stato costretto a prendere perchè installato già sul computer (ben 312€ in più!).

Nella sentenza del tribunale francese è specificato che la vendita di hardware e quella di software dovrebbe essere effettuata separatamente. Questa sentenza è rivoluzionaria perchè può costituire un precedente pericoloso soprattutto per la Microsoft che riesce ad avere una posizione dominante sul mercato grazie al fatto che in quasi tutti i PC in vendita c’è installato un suo sitema operativo. Questa sentenza può essere un punto di partenza per una svolta nel mercato dei software che potrebbe diventare più libero a vantaggio di chi aquista un Computer.

Già la Dell aveva deciso di lanciare nel mercato dei PC con sistema operativo Linux Ubuntu (gratuito) abbassando i costi, ma adesso il quasi-monopolio Microsoft potrebbe essere del tutto superato se passasse l’idea secondo cui i PC andrebbero venduti “naked“, cioè senza software. Spetta all’utente decisere quali software installare, aquistandoli a parte (scegliendo liberamente a seconda delle proprie necessità e/o dei costi) o scaricandoli gratuitamente dalla Rete nei casi di software liberi. Ed è in questo senso che - forte della sentenza francese - si sta muovendo il Globalisation Institute facendo pressioni sulla Commissione Europea affinchè si eliminino gli ostacoli alla libera competizione rappresentati dalla vendita di PC con software pre-installati.

In sintesi, la proposta che il Globalisation Institute fa alla Commissione europea è di fare una legge che permetta all’utente di agire a monte, riconsegnandogli la possibilità di scegliere il sistema operativo da far girare sulle macchine acquistate, restituendo così all’utente la possibilità di decretare e di premiare il leader di un mercato realmente competitivo. Se l’acquisto di un sistema operativo non fosse, infatti, una scelta imposta dagli accordi tra costruttore e softwarehouse, dicono gli esperti dell’Institute, entrerebbero sul mercato numerosi competitors, le cui offerte potrebbero stimolare una salutare competizione al ribasso dei prezzi e al rialzo in termini di qualità.

La strada da imboccare, allora, è quella della separazione dell’acquisto di hardware e software, l’unico modo per porre fine al Monopolio della Microsoft. La softwarehouse di Bill Gates per ora tace, staremo a vedere cosa farà l’Unione Europea e se sarà recettiva nei confronti delle proposte del Globalisation Institute. Io spero che questa proposta sia ben accolta dalla UE. Probabilmente la maggior parte degli utenti comprerà ugualmente prodotti Microsoft, ma almeno ci sarà la possibilità di poter scegliere…

Grillo a Bologna per il V-day

In un blog che si chiama “La forza del blogging” non si poteva trascurare il V-day (Vaffa-day) oraganizzato da Beppe Grillo. Un’iniziativa che ha avuto origine esculsivamente in Rete tramite un blog, sfruttando al capacità di mettere in relazione le persone del Web. Non ho parlato dell’evento prima e adesso non voglio entrare nel merito delle polemiche. Sul V-day, infatti, è stato detto tutto e il contrario di tutto, ma da osservatore dei fenomeni sociali (ho studiato sociologia e mi sono laureato con una tesi sui blog), voglio riprendere un bel post del blog Tecnoetica di Davide Bennato in cui si analizza il Vaffa-day da un punto di vista sociologico

Davide Bennato sintetizza questa sua riflessione in 4 punti:

  • Il V-day ha mostrato la nascita un nuovo spazio politico basato sulla conversazione su Internet (i commenti al blog)
  • Ha mostrato la necessità di un nuovo linguaggio per la politica che deve essere chiaro (più chiaro del nome della manifestazione!
  • Ha mostrato la forza dell’auto-organizzazione permessa da Internet prescindendo dagli altri media
  • Ha mostrato l’incapacità della cultura circolante (politici, giornalisti, “esperti”, …) di capire il mondo sociale che li circonda

Date queste premesse, forse ha ragione Grillo quando dice che la politica e il modo di condurre il dibattito pubblico hanno bisogno di rinnovarsi, sono vecchi. Con il Web e il blog tutto potrebbe cambiare. Nelle città-Stato della Grecia classica, tutti i cittadini (eccetto donne e schiavi) contribuivano all’amministrazione della collettività senza rappresentanti. E’ utopico pensare che con il Web e i blog oggi si possa ripresentare la stessa situazione, ma credo che la politica dovrebbe imparare da questa manifestazione e cercare di tenere più in considerazione le potenzialità democratiche della Rete. In quel “gioco dei poteri” di cui parlo spesso in questo blog, potrebbe entrare a breve a pieno titolo il potere del blogging, ovvero la possibilità di ciascun individuo di poter partecipare direttamente al dibattito publico, di auto-organizzarsi, di bypassare le forme tradizionali di mediazione (politici, giornalisti, ecc.), …

Credo che il V-day ha ha dato davvero origine a un “nuovo Rinascimento“, come ha detto Grillo, perchè ha messo in evidenza i punti critici dell’attuale sistema e ha evidenziato le potenzialità dello strumento dei blog. Spero di non essere troppo ottimista… ;-)

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Il terrorismo internazionale è purtroppo un problema che ci riguarda tutti. Gli sventati attentati a Londra di pochi giorni fa ne sono l’ultimo esempio. A tal proposito, il commissario europeo con delega per la Giustizia, Franco Frattini, ha detto che “I terroristi continueranno sempre a provarci, sta a noi arrivare prima“, pertanto l’Unione Europea sta preparando un nuovo pacchetto anti-terrorismo che presenterà nei prossimi mesi.

Fin qui non ci sarebbe niente da ridire se non fosse che le nuove norme in materia di antiterrorismo riguardano anche Internet e, in nome della sicurezza, si vuole proporre in Europa un meccanismo simile a quello adoperato in Cina per praticare la censura sul Web. Il fine giustifica i mezzi o si sta rischiando di rovinare la natura democratica di Internet?

Per oscurare le pagine ospitate su server europei bastano le leggi degli stati membri (il sito dell’orgoglio pedofilo ne è un esempio), il problema rimane per tutte le pagine che risiedono in altri Paesi, per le quali sarebbe necessario un intervento dei provider, ovvero di quelle compagnie che ci permettono di accedere a Internet. Se chi ci permette di andare in Rete intervenisse impedendo sistematicamente di raggiungere certi indirizzi IP, allora l’accesso a certi siti indicati dai governi sarebbe praticamente impossibile. Ma se in Cina fanno ciò per praticare la censura (QUI si spiega come avviene la censura cinese online, detta “Grande muraglia digitale”), da noi ciò si farebbe per prevenire il terrorismo. A questo punto sorgono però dei dubbi…

I primi ad avere qualcosa da ridire sulla leicità di queso provvedimento sono stati gli inglesi sostenendo che ciò va contro la natura di Internet perchè questo va contro la libertà di espressione e che non è compito dei provider monitorare il traffico in Rete. ISPA, l’associazione dei provider britannici, si è detta pronta ad opporsi a qualsiasi tentativo di rendere responsabili gli ISP del contenuto criminale disponibile in Rete. Secondo un portavoce dell’organizzazione, i provider “non sono editori, non hanno alcun controllo sul materiale posto sui loro server da terzi“.

Ma poi, chi decide quali siti censurare e quali no? Secondo quali criteri? E se un giorno si adoperasse questo sistema per praticare forme di censura come quelle cinesi? E con la privacy, come la mettiamo? Frattini ha risposto indirettamente a tutte queste domande in una intervista, riportando l’esempio dei siti che insegnano a produrre bombe in modo artigianale. “Semplicemente non dovrebbe essere possibile permettere alle persone di insegnare in rete come costruire una bomba. [...] Tutto questo non ha niente a che vedere con la libertà di espressione. [...] Troppo spesso scopriamo siti che contengono tutte le istruzioni per la creazione di una bomba“.

In effetti, non è dificile imbattersi in un sito che spiega come costruire ordigni (questo è uno dei tanti, ma cercando su un motore di ricerca se ne trovano centinaia), ma ciò non giustifica il fatto che l’Europa debba operare come fa il governo illiberale della Cina. Il rischio è, secondo me, che in nome dell’antiterrosrismo si introducano nella gestione dei siti Web dei meccanismi che potrebbero condizionare il principio democratico che sottostà alla Rete, limitando la libertà di espressione che è propio un punto di forza di Internet.

Ovviamente il problema del terrorismo è serio e richiede un intervento. Il pericolo che il Web possa diventare un mezzo utilizzato dai terroristi per scambiarsi messaggi e informazioni che potrebbero minare la sicurezza internazionale è concreto. Ma questo è un rischio insito nel fatto che Internet è un medium del tutto libero. Non bisogna, quindi, secondo me, predisporre meccanismi censori o di selezione, ma vigilare il più possibile affinchè certi comportamenti pericolosi vengano arginati in qualche modo.

Mi rendo conto che il problema è molto complesso e di non facile risoluzione, ma operare meccanismo censori simili a quelli adoperati per mettere a tacere i dissidenti e imporre una visione distorta della realtà utilizzati dalla Cina, mi sembra troppo richioso per la libertà di espressione. Faccio un esempio per far capire da dover nascono le mie preoccupazioni: questi meccanismi di prevenzione al terrorismo ovviamente non riguardano la televisione perchè lì c’è un controllo ex-ante. Non tutti possono avere accesso all TV, ci sono dei meccanismi di selezione. In Rete, invece, chiunque può avere un proprio punto di presenza (i blog ne sono un esempio e non a caso sono tra le pagine Web più censurate in Cina - QUI una rassegna sulla censura online in Cina). Tramite il Web chiunque può partecipare al dibattito pubblico e ciò comporta un aumento della libertà di espressione. Introdurre dei meccanismi di controllo ex-ante anche in Internet (sebbene per un fine nobile), andrebbe in ogni caso contro la sua natura democratica… Io la penso così, voi che ne pensate? ;-)


Google, il regista Michael Moore, il sistema farmaceutico americano e le grandi aziende farmaceutiche sono al centro di un polverone mediatico che ruota intorno al nuovo film-documentario del regista statunitense. Google è prima di tutto un’azienda, è un concetto che dobbiamo ricordarci, ma siamo talmente abituati all’uso di questo motore di ricerca e di tutti i servizi che esso offre, che a volte c’è ne dimentichiamo. C’è addirittura chi identifica Google con Internet stesso. Nella realtà le cose sono ben diverse e l’episodio che stò per raccontarvi lo dimostra…

Tutto è iniziato con l’uscita dell’ultmo film-documentario del regista statunitense Michael Moore che come nel suo stile è molto satirico, ma anche molto feroce contro i poteri (famoso il suo documentario sull’11 settembre, Fahrenheit 9/11 in cui si accusa pesantemente Bush). Oggetto di questo suo utimo documentario che si intitola Sicko, è il sistema sanitario nazionale americano legato alle grandi case farmaceutiche, con le sue lacune, le sue mancanza e le sue contraddizioni. In particolare, la sanità statunitense viene dipinta come un sistema mosso semplicemente dal profitto e dal marketing che, incurante del benessere dei pazienti e della loro salute, è più orientato a battere cassa piuttosto che a far guarire le persone che assiste.

Sicko (per farvi un’idea vi consiglio di andare QUI, nello spazio ad esso dedicato sul sito del regista) ha ovviamente sollevato un vespaio di polemiche e subito in Rete si è aperto il dibattito che di certo non ha portato un buon ritorno in termini di immagine al sistema sanitario americano. Fin qui non ci sarebbe nulla di strano. Gli americani sono abituati ai documentari di Moore e alle reazioni che essi provocano all’opinione pubblica del loro Paese e non solo. Il film-documentario ha ricevuto un’accoglienza più che positiva da critici, blogger e giornalisti e il Web pullula di recensioni del film e articoli che prendendo spunto dalla pellicola mollano fendenti violentissimi contro il sistema sanitario e le grandi case farmaceutiche.

A complicare la vicenda è intervenuto però Google. Alcuni giorni fa, su uno dei blog del colosso americano è apparso un post in cui si critica il documentario di Moore e si invitano le aziende farmaceutiche a contrapporre alla pessima pubblicità apportata loro da “Sicko”, massicce campagne pubblicitarie di annunci Google (quelli per intenderci che appaiono sulla parte destra della pagina internet quando si effettua una ricerca sul motore di ricerca o nei blog che tentano di guadaagnare con la pubblicità di Google AdSense) legati alle parole-chiave “Michael Moore” e “Sicko”, in modo da bilanciare l’effetto negativo sull’opinione pubblica del documentario e in modo da garantirsi una grande visibilità visto che il dibattitto in Rete sul documentario è talmente acceso che quelli legati a Moore e al suo ultimo lavoro sono i termini tra i più ricercati dagli utenti del motore di ricerca.

Un articolo simile non poteva che sollevare ulteriori polemiche, questa volta rivolte a Google. A poco è servito un secondo articolo apparso nello stesso blog, nel quale l’autore ha dichiarato che le cose espresse nel precedente post erano solo opinioni personali e non il punto di vista della società. La blogosfera è insorta, e sono migliaia i commenti e i post critici (se non ingiuriosi) apparsi in poche ore sull’argomento. Google è stato accusato di aver venduto l’anima al diavolo, di pianificare campagne più propagandistiche che pubblicitarie, di considerare i navigatori internet solo polli da spennare nonostante i proclami politically correct, ecc, ecc.

Probabilmente è vero quello che dice l’autore del blog di Google e magari il noto motore di ricerca non ha previsto una politica di questo tipo a riguardo del documentario di Moore, ma ormai la frittata è fatta. Tutta questa vicenda deve però farci riflettere sulla natura commerciale di Google e sul fatto che, come ha scritto l’Inquirer, ci dobbiamo svegliare dal sonno e porre fine al sogno Google. Non è soltanto il miglior motore di ricerca al Mondo, ma una compagnia finalizzata al profitto che per di più usa vecchi trucchi pubblictari.

A questo punti mi sorge spontanea una domanda: visto che Google è il motore di ricerca più usato al Mondo, cosa succederebbe se esso decidesse di pilotare i risultati delle ricerche? La sua policy fin ora, per quanto se ne sa, è andata nella direzione opposta, ma potremmo svegliarci un giorno e capire che il sogno Google in realtà era un incubo!!! ;-)

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Sono terreni di gioco delicatissimi quelli della libertà di espressione e della tutela dei minori. Al loro interno occorre muoversi con molta delicatezza sebbene qualsiasi movimento risulti goffo come quello di un elefante dentro un negozio di cristalli. Le questioni che riguardano i due temi messi insieme sono molto complesse e particolarmente delicate. In nome della libertà di espressione, ad esempio, si è celebrato in Rete la giornata dell’orgoglio pedofilo e in nome della tutela dei minori spesso si censurano siti innoqui. Se in questo già difficile sistema si inseridce anche la Chiesa la situazione diventa molto complicata.

Ho fatto questa premessa perchè non è facile parlare di certi temi ed è ancora più difficile riuscire a prendere uan decisione netta. L’ultimo caso che riguarda i temi di libertà di espressione, pedofilia e Chiesa è relativo ad un giochino in flash della celeberrima factory Molleindustria.

Il gioco si chiama provocatoriamente Operazione: Pretofilia ed è stato sviluppato dopo la trasmissione del video Sex crimes and Vatican nella trasmissione televisiva di Santoro che aveva rischiato al censura. Secondo la Molleindustria, ci sarebbe un torbido intreccio tra tra Chiesa, silenzi e pedofilia. L’attenzione mediatica, però, può far sì che molte cose cambino.

Lo scopo del gioco è distogliere l’attenzione mediatica dagli abusi sessuali in seno alla Chiesa e far perpetuare il silenzio. Degli “agenti silenziatori” pagati dal Vaticano sono capaci di intimidire testimoni e sottrarre alle forze dell’ordine turpi membri del clero. Occorre far sì che nessun prete colpevole venga arrestato, quindi bisogna fare in modo che i parenti delle vittime non denuncino i fatti e bisogna fare in modo di veicolare l’attenzione mediatica altrove. Vince chi riesce a far arrestare meno preti e a mantenere l’attenzione mediatica bassa.

L’intento è nobile. Far sì che si parli della vicenda il più possibile in modo che i cittadini siano informati su ciò che avviene in certi casi all’interno della Chiesa. La provocazione è voluta. In nome della libertà di espressione si cerca di richiamare l’attenzione dei media e dei cittadini su una questione spinosa.

Ma questa intenzione nobile forse non è stata ben colta da alcuni parlamentari che quando c’è di mezzo la Chiesa sono sempre pronti ad intervenire per riscuotere consensi. Questa volta è toccato a Luca Volontè che ha definito il gioco “provocatorio e offensivo“, tanto da far intervenire il Governo a provvedere “con urgenza a oscurare il sito“.

La solita censura? Ha ragione Volonte? E’ difficile dirlo proprio perchè in ballo ci sono temi molto delicati. “Nessuno - avverte il deputato dell’UDC - cerchi alibi con la scusa della libertà di espressione di sedicenti artisti offendendo così la sensibilità umana e religiosa. È necessario che il Governo adotti provvedimenti tali da evitare che anche in futuro possano verificarsi casi analoghi di offese al sentimento religioso e alle confessioni religiose in generale e a quella cattolica in particolare“.

Dal canto loro, quelli di Molleindustria si difendono sostenedo che il loro scopo era quello di sensibilizzare l’opinione pubblica a riapire un dibattito interessente avviatosi con la trasmissione di Sex Crimes and Vatican e finito in quello stesso momento. Le notizie scomode, per quanto dolorose da divulgare, debbono lo stesso raggiungere i citttadini. “Chiaramente la libertà di espressione in Italia non può essere garantita a chi non è supportato da una potente istituzione [...] Siamo convinti che perseguire un videogioco satirico con l’accusa di pedopornografia sia, oltre che un attacco alla libertà di espressione, anche un danno alla sacrosanta lotta agli abusi sui minori“. Intanto, Molleindustria prima di venir censurata dalla Polizia Postale si è auto-censurata togliendo il giochino dal suo sito (Volontè voleva censurare tutto il sito!)

Per chi volesse farsi un’idea del gioco e capire se realmente può offendere qualcuno e se sia stato giusto chiedere la censura, il giochino è disponobili in lingua inglese (su server non italiani) in molti altri siti, tra cui QUESTO e in italiano QUI. Uno dei punti di forza della Rete è, infatti, che non si può facilmente censurare. Se si chiude da una parte, le cose rispuntano da un’altra parte. Se ciò è un bene per la libertà di informazione, a volte può essere nocivo. Come nel caso del sito dell’Orgoglio pedofilo, oscurato in Italia, ma raggiungibile con un apposito link inserito in alcuni siti pedofili. Ovviamente vale la pena correre il rischio affinchè ci sia piena libertà di informazione, ma in questo caso è difficile pronunciarsi perchè in ballo c’è la questione spinosa della pedofilia e nel caso del giochino degli abusi contro i minori all’interno della Chiesa.

Io sarei più propenso a lasciare in circolazione il gioco e a non praticare nessuna forma di censura, ma quando ci si trova di fronte a certi temi diventa dfficile scegliere… Voi che ne pensate?

Questo sarà un post breve, lascerò che sia il video a parlare. Nasce dopo aver appreso dal blog di Beppe Grillo una notizia apparentemente banale: qualche giorno fà, una giornalista americana di origine polacca, Mika Brzezinskisi, si è rifiutata in diretta di dare come notizia di apertura la scarcerazione di Paris Hilton (come previsto dalla scaletta preparata dalla redazione), ritenendo più opportuno parlare di un fatto relativo alla guerra in Iraq. La giornalista ha prima tentato di bruciare il foglio e poi ha infilato le notizie nel trita-documenti.

Il fatto è banale, ma dimostra come alcune “notizie soft” spesso trovino molto più risalto del dovuto; a volte, come dice Marco Travaglio, per coprire fatti più importanti che si vuol tacere o nascondere ai più. Per fortuna che c’è la Rete dove certe notizie trovano lo spazio dovuto.

Visto che il messaggio lanciato dalla Brzezinskisi è fin troppo chiaro, non aggiungo nessun altro commento. Mi limito solo a postre il video sperando che questo filmato diventi l’emblema del giornalismo in Italia, Paese che secondo la classifica di Freedom House sulla libertà di informazione, stà al 79esimo posto (a parimerito con la Repubblica del Botswana) ed è indicata come partly free!!! ;-)

L’Italia è ancora un popolo di Santi, Poeti e Navigatori? Leggendo i dati emersi dalla ricerca Liquidi e mutanti. Industrie dei contenuti & consumatori digitali, commissionata dall’Osservatorio permanente dei contenuti digitali ad ACNielsen e presentata oggi a Roma (in alto le slides della presentazione - QUI il report della ricerca), pare proprio di no.
Saremo rimasti Santi e Poeti, ma non siamo più un popolo di Navigatori, almeno per ciò che riguarda il Web. Pare, infatti, che ancora il 52% degli italiani non usi Internet, ovvero ben 27 milioni di persone!!!

Ma non è solo questo. Abbiamo già parlato del digital divide italiano, ma adesso sembra che si stia andando oltre perchè questa indagine ha evidenziato in modo chiaro che l’utilizzo consapevole ed evoluto delle tecnologie dipende in gran parte dagli strumenti culturali di cui gli utilizzatori sono dotati. Tra quelli che usano Internet, infatti, si assiste ad una ulteriore suddivisione tra chi ne fa un uso consapevole, interattivo ed evoluto sfruttando anche le potenzialità del Web 2.0 (sono quelli con un’elevata propensione al consumo di contenuti culturali) e chi  utilizza le tecnologie digitali per lo più in modo passivo, come svago o per comunicare.
Non ci sarebbe bisogno di dirlo, ma dai dati emersi sembra che i migliori utilizzatori della Rete sono coloro che leggono, che comprano CD e DVD, che vanno al cinema, ecc. Al contrario, i forti fruitori di programmi TV tendono ad un consumo tecnologico limitato (e poi dicono che la TV non fa male!!! ;-) ).

La tecnologia di per sè, potremmo dire, è uno strumento neutro,  quello che fa la differenza è l’abitudine alla fruizione di consumi culturali (spesso collegata al reddito). Maggiore è il consumo di cultura e maggiore è la propensione all’uso di tecnologie innovative. A questo punto non c’è solo il digital divide, ma anche un vero e proprio cultural divide!!!

Anche nella democratica Rete dove vigono le regole della parità di opportunità per tutti, si riprodurrebbero dunque certe diseguaglianze tipiche della società off-line? Io rimango ottimista, ma questi dati dovrebbero farci riflettere…

Ieri sera, nella