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Archivio per la categoria ‘Curiosità

Oggetti tecnologici e hi-tech: nostalgia per il passato?

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Le festività natalizie si sono appena sono appena terminate e, come ogni anno, si è scatenata la corsa ai regali. In cima alla classifica dei prodotti più regalati ci sono ormai da qualche anno gli oggetti tecnologici e hi-tech: cellulari di ultima generazione e iPod svettano tra gli altri. Ma anche chiavette per collegarsi a Internet, i nuovissimi iPad e le varie console di giochi. Prodotti che fino a pochi anni fa nemmeno immaginavamo potessero esistere.

Forse prendendo spunto da questa considerazione e, giocando sul fatto che il 2010 conclude il primo decennale del nuovo millennio, il giornale Huffington Post ha stilato, in conclusione di anno e di decennio, una classifica delle cose e delle idee più obsolete degli ultimi anni. Si tratta di una sorta di necrologio per ogni prodotto, invenzione o idea che nell’ultima decade è passato a miglior vita.

Dal 2000dice l’articolo dell’Huffington Postabbiamo acquisito iPod e iPad, telefoni BlackBerry e dispositivi Android, Xbox e Wii, abbiamo usato Facebook e Foursquare, oltre a molti altri nuovi servizi, siti e prodotti di elettronica. Stiamo ora scoprendo Twitter, usiamo regolarmente Google e Skype. Ma in questo periodo abbiamo anche cambiato le nostre abitudini e abbiamo perso anche alcune cose”.

Al primo posto delle cose scomparse troviamo senza dubbio la videocassetta VHS sostituita non solo da DVD, ma anche dai dispostivi Blu-ray e dai video HD. Ci avete mai pensato? Quanti ricordi sono immortalati in quel nastro che non trova più un videoregistratore pronto ad accoglierlo. Nella lista troviamo poi le morenti agenzie di viaggio, ormai quasi del tutto spazzate via dai siti e dalle applicazioni digitali per viaggiatori, capaci di offrire soluzioni personalizzate, economiche ed originali. Nell’elenco c’è anche l’orologio da polso, destinato a scomparire perché i gadget digitali che abbiamo sempre con noi offrono un servizio molto più completo della semplice indicazione dell’orario. Nella lista c’è posto pure per le cartine geografiche e le mappe che non possono competere con i moderni navigatori satellitari o con i servizi di Google Maps o similari disponibili anche sugli smartphone.

Sono spariti anche gli annunci sui giornali che si sono trasferiti su Internet, le lentissime connessioni dial-up, l’enciclopedia cartacea che subisce i colpi che gli infliggono Wikipedia e soprattutto le applicazioni digitali. Sono sparite anche le pellicole delle fotografie: la camera oscura è ormai soppiantata dalle moderne stampanti fotografiche. Forse non ci avete pensato, ma sono sparite anche le famose Pagine gialle e i vari cataloghi in circolazione (chi ricorda ancora il vecchio Postalmarket?). Anche il fax è sulla strada dell’estinzione.

Grazie al wireless, inoltre, diventeranno presto obsoleti pure i fili che spesso intralciano e creano problemi. Per non parlare delle biblioteche e librerie che in un futuro imminente scompariranno del tutto. Chi si prenderà più la briga di uscire di casa, recarsi in una biblioteca, consultare un catalogo, sedersi, leggere ciò che serve, prendere appunti, uscire e tornare a casa? Tutto questo si può fare tranquillamente e molto più semplicemente davanti al proprio computer. Anche ordinare su Amazon un libro che poi viene consegnato direttamente a casa è molto più comodo. E i libri stessi scompariranno a causa di applicazioni quali Kindle dove con pochi clic si possono avere in un unico e compatto dispositivo tutti i libri che si vogliono in formato digitale (e-book). Stesso discorso vale per i giornali cartacei e – brutta notizia per gli amanti della scrittura – per le vecchie lettere che sono state sostituite quasi del tutto dall’e-mail.

Non solo oggetti, anche abitudini e idee diventano obsolete. Il giornale Huffington Post cita, ad esempio, la separazione tra vita lavorativa e privata, annientata dalle comunicazioni elettroniche e dalle scrivanie virtuali. Anche l’abilità di ricordare sta scomparendo; perché sforzarsi di tenere a mente date, nomi, eventi, quando in un attimo basta chiedere a Google che restituisce milioni di risultati?

Insomma, il primo decennio del secondo millennio ha portato tantissime novità e ha reso sorpassati molti oggetti, molte abitudini e molti concetti che facevano parte della nostra quotidianità. Pensare di perdere alcune di queste cose, per quanto piccole fossero, comporta un po’ di nostalgia per il passato. Si sa che ad ogni fine anno la nostalgia si fa viva. Ma è anche un modo per proiettarsi nel futuro. Il problema è che – come ha scritto lo scrittore francese Paul Valéryil guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta! ;-)

Er Calippo e ‘na bira, armi di distrazione di massa! ;-)

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Tutto ebbe inizio quando Nicola Veschi, un giornalista di SkyTg24 iniziò a fare delle interviste in una spiaggia di Ostia, presso Roma, per uno di quei classici “servizi estivi “ che passano nei telegiornali della nostra televisione: vi divertite in spiaggia? Che cosa fate per proteggervi dal caldo? Che alimentazione mantenete durante le giornate trascorse al sole? Insomma, il classico servizio vacanziero spensierato.

Tre le intervistate c’erano anche due ragazzine che con un marcato accento romano raccontavano la loro giornata sul litorale laziale. In un primo momento questa intervista non è andata in onda, forse perché non ritenuta rilevante oppure proprio per via dell’intercalare buffo romanesco. Ma le dinamiche della comunicazione che si innescano su Internet sono spesso imprevedibili e a volte “perverse”, tanto da far diventare le due amiche due vere star involontarie (QUI). Le ragazze, infatti, stanno spopolando su YouTube con milioni di accessi e per di più una frase della loro intervita, “Er Calippo e ‘na bira”, rischia di diventare il tormentone dell’estate 2010 (alcuni Dj hanno già remixato le parole delle due ragazze aggiungendovi della musica che andrà in tutte le discoteche dell’estate).

Ma com’è successo tutto ciò? Semplicemente il video che il giornalista di Sky aveva scartato per il suo servizio è stato caricato ugualmente sul portale dell’emittente televisiva. Da qui è stato ripreso dai comici del “Trio Medusa” che conducono su Radio Deejay una trasmissione irriverente proprio su tormentoni e gag. Il video delle due giovani è stato sottotitolato con un linguaggio forbito – proprio per sottolineare ancora di più il loro accento “coatto” (come dicono a Roma) – ed è finito su YouTube, dove ha avuto un successo dirompente. Il resto l’hanno fatto gli altri siti Web e i social media che hanno ripreso il video, ma anche i vari TG nazionali in caccia anch’essi di notizie frivole e leggere per l’estate.

Fin qui i fatti. Facciamo adesso qualche considerazione in più. Rilevando come ancora una volta i meccanismi di diffusione che seguono le notizie sul Web siano completamente liberi e spesso imponderabili (con forme di diffusione che potremmo definire “virali”), andiamo oltre all’episodio in sé. Questa volta – inaspettatamente – una lezione ci arriva da Enrico Vanzina, uno dei famosi registi dei tanto vituperati film di Natale.

Intervistato sul Corriere della Sera sulla possibilità di far recitare le due ragazze in uno dei “cinepanettoni” da lui realizzati, Vanzina senza mezzi termini ha dichiarato che Debora e Romina (questi i nomi delle due star mediatiche del momento) “non mi fanno ridere”. Continua il regista: “Sono carine, tenere, ma la loro performance non è buffa, non è spiritosa. L’ironia romana è un’altra cosa. Si tratta di un fenomeno del Web che fa ridere due sole categorie di persone: gli italiani che provano gusto a credere che tutti i romani siano come le due ragazzine e tutti i romani che si riconoscono in loro che appartengono a un mondo, che vivono in un mondo per molti versi sconosciuto, distante, ma che pure c’è, esiste in questa città e che è vuoto, senza eroi e senza modelli. Sono i romani del Grande fratello, dei reality”.

Le due ragazzine naturalmente non c’entrano nulla in tutto questo, erano semplicemente due amiche al mare come tanti altri giovani che si incontrano in tutte le spiagge italiane. Solo che per via dei meccanismi virali di diffusione delle informazioni nel Web e dell’interscambio tra media tradizionali e Internet, la loro popolarità oggi è tale da non escludere che a breve le vedremo in un reality o in qualche programma in veste di opinioniste. Per di più che in questo momento vengono intervitati da tutti i media e tutti ne parlano.

Ma del resto, in un’estate dove c’è solo voglia di divertirsi e di non pensare, mettendo da parte le riflessioni sociologiche sulla cultura e sul mondo dell’informazione (QUI), “er Calippo e ‘na bira” possono essere ottime armi di distrazione di massa! ;-)

Giornalismo del futuro… I conti con gli utenti!

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Dal prossimo anno accademico, alla prestigiosa Columbia University di New York, prenderà il via un corso di studi per formare una generazione di professionisti dell’informazione capaci di muoversi al meglio tra le nuove tecnologie e Internet (QUI). Agli allievi sarà insegnato come ottimizzare l’uso del Web per ricercare e immettere notizie, come interagire con gli utenti e come trattare gli UGC (User-Generated Content), nonché qual è lo sviluppo delle architetture tecnologiche per trasferire le news verso i dispositivi mobili, nuova frontiera dell’informazione.

Se fino ad oggi, quindi, i giornalisti hanno spesso sottovalutato il forte contributo che i nuovi media possono dare alla loro professione, adesso si riconosce ufficialmente il ruolo importante dei progressi tecnologici nell’ambito della comunicazione per gli sviluppi futuri del giornalismo.

Probabilmente, come sostiene Eugenio Scalfari con un tono di critica e riaffermando astoricamente la supremazia della carta stampata sugli altri media (QUI), il giornalismo nel cambiare forma cambierà anche sostanza, ma non è detto che questa nuova “sostanza” – al contrario di quello che pensa Scalfari – non sia altrettanto efficace per i fini che si prefigge il mestiere del giornalista.

È chiaro che ormai le nuove leve del giornalismo devono essere in grado di utilizzare il maggior numero di media possibili, devono muoversi bene e devono sapersi districare in quella che viene detta crossmedialità   L’informazione, infatti, ha trovato nel Web e nelle nuove tecnologie una nuova dimensione all’interno della quale le notizie si arricchiscono e si completano attraverso l’uso sociale e partecipato dei nuovi media. Come dice Dan Gillmor nel suo libro intitolato We the media, traducibile con “Noi siamo i media”, adesso grazie al Web “le notizie possono essere anche scritte e non più soltanto lette”. In quest’ottica è evidente come il ruolo del giornalista in futuro non potrà essere più quello tradizionale cui siamo abituati.

Il giornalismo tradizionale deve, infatti, imparare a raccontare il mondo trasformato dal digitale, ovvero un sistema complesso in cui chi informa per professione non ha più l’esclusiva della rappresentazione del mondo. Le news arrivano in tempo reale, raggiungono i fruitori dell’informazione ovunque essi si trovino, diventano tempestive, mutevoli e immediate. In questo processo di news-making, di creazione delle notizie, non sono coinvolti solo professionisti, ma anche gli stessi utenti.

Lo scetticismo di Scalfari, fondatore del quotidiano laRepubblica, nei confronti delle nuove tecnologie legate all’informazione è probabilmente legato a questioni anagrafiche, ma anche al fatto che in giornalismo 2.0 (per usare un neologismo) può rappresentare un “pericolo” per i portafogli dell’editoria (si vedano, ad esempio, le recenti accuse degli editori nei confronti del servizio Google News). Per il giornalismo, però, il problema più grande sembra essere quello di non apparire più al passo con la veloce evoluzione del mondo che cerca di descrivere.

Allora, quello che più opportunamente ci si deve augurare è che in Rete e attraverso i dispositivi mobili – strumenti tramite cui tutti posso inserire e fruire di informazioni e notizie – si sviluppi un confronto e un controllo reciproco tra la gente comune e gli esperti, tra i semplici appassionati e i professionisti.

Il giornalismo oggi, dunque, deve sì competere con Internet e l’iPhone, con tutti quei strumenti che sfruttano la voglia delle persone di raccontarsi, collaborare e cooperare per fare un’altra storia, con altri ritmi e altri protagonisti (e in questo senso forse possiamo dire che le nuove tecnologie sono “nemiche” dell’informazione tradizionale), ma quando un nemico è troppo forte, si sa, l’unica cosa che si può fare è allearsi con lui. ;-)

La sfida per i giornalisti di domani, quindi, non sarà quella di continuare a essere i “sacerdoti dell’informazione”, ma quella di dialogare in maniera convincente con l’opinione pubblica provando l’efficacia delle proprie idee. Questo dialogo è permesso dalle nuove tecnologie e si realizza attraverso la disponibilità continua a ribattere alle critiche e a confrontarsi con gli utenti che adesso concorrono, al pari dei professionisti, al processo di costruzione di senso della realtà che ci circonda.

Arrivano i Webby Award 2010, i premi Oscar del Web!!!

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Anche quest’anno, come da quattordici anni a questa parte, l’Accademia Internazionale di Scienze e Arti Digitali di New York (IADAS) assegnerà i Webby Awards. In pratica si tratta del più importante evento internazionale volto a celebrare ogni anno le eccellenze nel mondo di Internet in ogni ambito: siti, social network, video, pubblicità online, giochi interattivi e così via.

Nell’edizione del 2009, solo per fare qualche esempio, Twitter ha vinto il riconoscimento come innovazione dell’anno. A spiccare è stato anche HuffingtonPost (QUI), un sito dedicato all’informazione politica; le sue pagine negli Usa diventano sempre più un punto di riferimento per i cittadini e gli elettori, a discapito dei media tradizionali. La migliore attrice premiata nell’edizione passata dei Webby Awards è stata Sarah Silverman che – a detta della giuria – ha combinato il suo impegno politico con quello artistico diventando una vera e propria superstar su Youtube (dove il suo video spopola ancora tra gli utenti con migliaia di visite giornaliere).

Anche quest’anno non mancheranno di certo le sorprese. Tra gli addetti ai lavori e gli appassionati di Web e nuovi media c’è molta attesa. Una prima novità dei Webby Awards 2010 è stata l’aggiunta di nuove sezioni alle categorie classiche, come “Miglior uso dei media online” o Green Web Sites (riconoscimento per i siti dedicati al rapporto tra l’innovazione tecnologia e la difesa dell’ambiente).

Nella categoria video, pare che abbia molte chance di vittoria il filmato girato da un padre mentre il figlioletto era disorientato e stordito dopo aver subito un intervento chirurgico dal dentista (a causa dell’anestesia); su YouTube questo video è uno dei più popolari del momento con milioni di visite. Tra i contenuti prodotti con tecnologia mobile, Foursquare si è meritato la nomination; si tratta di un social network che consente agli utenti di tracciare con il proprio cellulare il cammino che si percorre ogni giorno, da soli o con amici, con l’obiettivo di condividere informazioni su luoghi pubblici di interesse, su locali, ristoranti, pub e così via. Tra i giochi, è candidata al premio anche la famosa applicazione per Facebook che permette di creare una propria fattoria personale, Farmiville.

Sempre alto il livello della giuria dello IADAS, composta da esperti e guru del settore. Quest’anno ci saranno anche personaggi famosi come il cantante David Bowie o Matt Groening (il creatore dei Simpson). I Webby Award 2010 saranno consegnati nel corso della cerimonia che si terrà a New York il 14 giugno. La premiazione si può seguire su vari siti e sul canale Youtube ufficiale dell’iniziativa.

Allora, se siete curiosi di sapere chi si è distinto nel mondo di Internet in quest’anno, se volete capire quali sono nel Web le novità più importanti e cosa ci riserverà il futuro dei nuovi media, oppure se semplicemente siete curiosi di capire cosa accade nell’effervescente e mutevole realtà della Rete, non vi resta che seguire la premiazione degli Oscar del Web 2010. In attesa che arrivi il giorno della premiazione, potete andare sul sito e indicare la vostra preferenza all’interno delle categorie proposte… ;-)

Condannati in Italia dirigenti Google, il mondo protesta!

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In questo post parleremo di un argomento che in questo periodo è molto dibattuto: la libertà di espressione e la censura. Argomento molto complesso che diventa ancora più articolato quando ci si riferisce alla Rete. Internet, infatti, per la sua architettura si basa sulla libertà d’espressione. Chiunque può con semplicità immettere online qualsiasi tipo di contenuto (lo sto facendo anch’io scrivendo questo post!).

Le principali aziende operanti in Internet, come ad esempio Google, fino ad oggi hanno agito come dei semplici contenitori dove inserire i materiali prodotti dagli utenti. Ma quando questi contenuti violano la legge, a chi è riconducibile la responsabilità dell’infrazione?

I nodi sono venuti al pettine di recente, quando il tribunale di Milano ha condannato, lo scorso 24 febbraio, tre dirigenti di Google per aver permesso la pubblicazione di un video che ritraeva atti di bullismo nei confronti di un ragazzo disabile. “Il diritto di impresa – dicono i giudici – non può prevalere sulla privacy e sulla tutela dei diritti della persona“.

Di questa sentenza, la prima di questo tipo, si sta discutendo il tutto il mondo (QUI), tanto che i giudici che l’hanno emessa si sono sentiti in dovere di fare alcune precisazioni. Se la sentenza venisse confermata nei successivi gradi di giuziozio, infatti, il volto di Internet potrebbe esssere ridisegnato. Da più parti si teme che in futuro le aziende operanti sul Web possano introdurre una sorta di censura preventiva per paura di ricevere delle querele a causa del comportamento scorretto di qualche utente. I fruitori della Rete verrebbero così limitati nella libertà di commentare un articolo in un blog, di pubblicare un video, di scrivere una frase su Twitter e così via.

Per molti, dunque, questa sentenza è pericolosa, nonché ridicola: “È come se venisse perseguito il responsabile delle Poste perché qualcuno spedisce una cartolina con offese ingiuriose“, così ha commentato la sentenza l’ex commissario per l’Informazione della Gran Bretagna, Richard Thomas.

Beppe Grillo, con la sua solita ironia graffiante, si è espresso in questi termini: “I dirigenti di Google dovrebbero ricevere una medaglia. La sentenza è un monito: i disabili nelle scuole italiane si possono pestare, ma in incognito“. Il riferimento naturalmente è alla grande capacità della Rete di configurarsi spesso come un organo di denuncia e d’informazione più efficace dei media tradizionali.

Ironia e freddure a parte, la sentenza potrebbe far sì che in futuro Google e le altre società operanti in Rete come Facebook, si trasformassero in società editoriali simili a giornali e televisioni. Questo significa che sarebbero costretti a fornire contenuti di cui sono del tutto responsabili; verrebbero così introdotti anche online dei meccanismi che potrebbero essere limitanti della completa libertà di espressione di cui oggi è portatore il mondo di Internet.

In realtà Google parrebbe non avere responsabilità in questa vicenda perché non ha preso parte in alcun modo al processo di creazione e selezione dei contenuti incriminati di cui, per di più, non era a conoscenza sino a quando non è iniziata l’azione della magistratura. È, infatti, impensabile che dei dipendenti di Google possano visionare prima della pubblicazione tutti i video immessi su Youtube, leggere tutti i post dei blog dei suoi utenti, osservare ogni immagine pubblicata e così via.

Il principio di responsabilità, quindi, non può essere declinato a seconda del mezzo di trasmissione su cui viaggia un reato. Sono, dunque, i ragazzi che hanno effettuato violenza sul disabile che poi hanno messo il video su Youtube gli unici responsabili dell’accaduto, sono loro che hanno leso “i diritti della persona“. Allora, il pronunciamento del Tribunale di Milano deve farci riflettere sul confine tra libertà di espressione in Rete e meccanismi di tutela dei diritti dei singoli. Come si chiede Guido Scorza, Presidente dell’Istituto per le politiche dell’innovazione, “sino a che punto è preferibile rischiare di limitare la prima a fronte del riconoscimento di più efficaci meccanismi repressivi e sanzionatori a tutela dei secondi?“.

Che ne pensate? ;-)

Rapelay, il videogame dello stupro infiamma la polemica

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Ne avevamo già parlato alcuni mesi fa del videogame che ha come soggetto lo stupro; ripropongo l’argomento perchè la polemica è tornata di nuovo di attualità in seguito all’intervento del Ministro Meloni che vuole chiederne la rimozione dal Web.

Che i giapponesi vivessero lo svago e il tempo libero in maniera diversa dalla nostra lo sapevamo [Mai dire Banzai! della Gialappa’s band docet], ma nessuno si sarebbe aspettato che avessero commercializzato un videogioco che simula lo stupro.

Si chiama ‘Rapelay‘. Il nome gioca sull’assonanza della parola con il termine replay. Rape, infatti, significa stupro e il titolo del gioco è un invito a commettere più volte (replay) violenza su delle donne.

Il protagonista del gioco è, infatti, un maniaco sessuale che per vincere e superare i livelli del gioco deve violentare una madre e  le  sue due figlie (di cui una è minorenne!). Pare che le scene siano molto realistiche e in alcuni casi anche molto crude e spinte.

Nei Paesi nipponici Rapelay è in commercio già dal 2006 senza che nessuno si sia mai lamentato presso le autorità competenti per le immagini che propone il gioco. Come, infatti, spiega Ornella Civardi – una delle maggiori esperte di storia e cultura del Giappone -  la violenza nell’arcipelgo nipponico è vissuta come valvola di sfogo e la sua rappresentazione  è ben tollerata.

Si pensi, ad esempio, ai manga erotici o a programmi televisivi che abbiamo visto di rimbalzo in Italia dove i concorrenti rischiano di farsi male sul serio intraprendendo giochi al limite della sopportazione fisica. Il gioco Rapelay, però,  si è velocemete è diffuso tramite il Web anche fuori dal Giappone dove psicologi e sociologi si interrogano sugli effetti negativi che un gioco simile può avere sui giocatori.

In Italia il dibattito è aperto da mesi. Ad esempio, il Senatore D’Alia – quello che aveva proposto la famigerata “Legge bavaglio” per la Rete – già a maggio dell’anno scorso ne aveva approfittato per dire che aveva ragione lui (QUI si spiega perché non è così). Oltre a Giorgia Meloni, ora a chiedere che il gioco venga proibito sono anche  – tra gli altri – l’associazione Telefono Rosa, l’associazione dei telespettatori cattolici (AIART) e numerosi esponenti del mondo politico (sia di destra e sia di sinistra).

Inutile dilungarsi sull’uso pedagogico dei videogame, sui messaggi negativi lanciati da un gioco simile, sugli effetti che potrebbe avere su che ci gioca, sull’immagine della donna che ne esce fuori e così via. Possibile che uno stupro, per quanto virtuale, sia considerato un modo legittimo di passare il tempo?

Il problema sembra più culturale che morale. Se in Giappone – per quanto strano ci possa apparire – siamo nel campo della assoluta normalità, qui da noi non è così. Spero che i nostri politici sappiano affrontare con competenza la vicenda senza cadere nella tentazione di sfruttare questo episodio in maniera strumentale per riproporre restrizioni e rigidi controlli alla Rete.

Decennium bug, siamo dipendenti dalla tecnologia!!!

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Siamo nel 2010. Anche quest’anno si è registrata una forte diminuzione delle telefonate di auguri per Natale e Capodanno. Come è ormai consuetudine, infatti, e-mail, SMS e messaggi sui social network hanno rubato spazio alle classiche telefonate e ai bigliettini. Praticamente oggi tutto passa attraverso mezzi tecnologici, a tal proposito vi invito a una riflessione legata a un episodio accaduto proprio a Capodanno in Germania.

Tutti voi ricorderete sicuramente il famigerato “Millennium Bug”. Era il 1999 e nei media si parlava delle nefaste conseguenze che il passaggio al nuovo millennio avrebbe avuto sul sistema informatico nazionale e globale. Addirittura qualcuno inneggiava ad antiche profezie: “Mille e non più mille”, si diceva.

Il passaggio dal 1999 al 2000, però, avvenne senza alcuna grande conseguenza negativa e il tutto si risolse con un gran respiro di sollievo. Pare, però, che a distanza di 10 anni ci si sia dimenticato di quell’episodio, almeno in Germania. Allo scadere della mezzanotte del 31 dicembre 2009, infatti, oltre 20 milioni carte di credito e bancomat hanno smesso di funzionare in tutto il territorio tedesco (QUI).

Un bug nel software che gestisce i microchip delle carte ha fatto sì che la nuova data (01/01/2010) non fosse leggibile dal sistema, ciò ha creato non pochi problemi. L’analogia con quanto sarebbe potuto accadere 10 anni fa è più che evidente, ma in quel caso i problemi furono davvero pochi, anche perché il problema era stato previsto e si corse ai ripari. Questa volta, invece, l’inconveniente non era stato previsto e il blocco improvviso delle carte e dei sistemi di gestione ha mandato in crisi i terminali e ha gettato nel panico la gente.

Milioni di persone che andavano in uno sportello bancomat decisi a prelevare denaro o che non volevano pagare i loro acquisti in contante hanno ottenuto sullo schermo questa risposta: “Karte ausgewiesen” (la sua carta è respinta). Lo sguardo sospettoso della commessa del supermercato avrà magari contribuito ad alimentare la perplessità, la paura e l’imbarazzo.

Per fortuna non è stato nulla di catastrofico e il tutto si è risolto in pochi giorni, gli ingegneri informatici si sono messi subito a lavoro per rimediare al problema in maniera tempestiva. Questo episodio, però, dovrebbe farci riflettere su quanto la nostra vita sia oggi strettamente legata e in certi casi addirittura del tutto dipendente dalla tecnologia informatica.

Basta che manchi la luce elettrica per mezz’ora per farci sentire ansiosi, smarriti, quasi impauriti. Pensate a cosa potrebbe succedere se un bug molto più grande di quello bancario in Germania ci impedisse improvvisamente di usare PC, Internet, TV, telefonini, sportelli bancomat, ascensori, forni a microonde, …

Ma queste cose accadono solo nei film di fantascienza e nemmeno nei migliori! ;-)

I giovani che passano molto tempo al PC sono “eremiti della tecnologia”?

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È convinzione comune che chi passa troppo tempo davanti al monitor del proprio PC sia un individuo solo e distaccato dal mondo reale. Pare, invece, che le cose non stiano proprio così.

Secondo una recente ricerca pubblicata dalla Pew Internet & American Life Project, una società non-profit che conduce ricerche che hanno come oggetto di studio l’impatto che la Rete e le nuove tecnologie hanno sulla società, i giovani sarebbero tutt’altro che “eremiti della tecnologia”. Al contrario, chi svolge regolarmente attività online (come, ad esempio, blogging e social networking) troverebbe la strada spianata nel consolidare e allargare le reti sociali tradizionali.

Questa ricerca, intitolata “Social Isolation and New Technology”, ha messo, infatti, in evidenza come Internet e i dispositivi mobili di ultima generazione aiutino chi li utilizza con assiduità ad avere più amici, ad essere più tolleranti e aperti alle diversità, a migliorare i rapporti faccia a faccia.

Lo studio ha messo in evidenza anche un fattore che in apparenza sembrerebbe essere contraddittorio: la socialità online non riduce affatto il livello di partecipazione degli utenti all’interno delle comunità locali. Gli utenti che usano più spesso Internet sono soggetti che con maggior probabilità appartengono ad associazioni locali di volontariato, a gruppi giovanili di varia natura o ad organizzazioni caritatevoli.

In altre parole, se da un lato le relazioni sociali si alimentano tramite la mediazione di un computer, dall’altro si consolidano e trovano la massima esplicazione quando si spegne il PC e ci si ritrova in compagnia. Le nuove tecnologie della comunicazione, dunque, non contribuiscono negativamente alle attività sociali che si svolgono all’interno della propria comunità, ma costituiscono un mezzo in più per coltivarle e consolidarle.

Se, inoltre, si pensa che proprio grazie alla Rete e alle nuove tecnologie crescono di gran lunga gli stimoli cui vengono sottoposti i giovani, passare qualche ora in meno con la gente che si vede sempre non sarebbe probabilmente nemmeno il peggiore dei mali. La possibilità di avere contatti con persone dal diverso background culturale e sociale, di un’altra etnia, con una formazione di diverso tipo, infatti, non può che allargare gli orizzonti e contribuire alla crescita culturale e personale dei giovani.

Insomma, questa ricerca rivela che la vita delle persone tende a migliorare se si sfruttano le possibilità offerte dalle nuove tecnologie della comunicazione. Per quanto fondati possano essere i timori relativi a questi strumenti (soprattutto da parte di chi non li usa o li conosce poco), non è forse il caso di continuare ad alimentare lo stereotipo secondo cui il computer trasformerebbe le nuove generazioni in soggetti individualisti, isolati, poco propensi alle relazioni personali e privi di amici reali.

In conclusione, Internet probabilmente è pieno di insidie e certe diffidenze nei suoi confronti possono essere anche giustificate; ma tra i suoi lati negativi pare che non si possa annoverare quello di far restare la gente chiusa a casa in pigiama davanti al PC in una sorta di reclusione volontaria.

Che ne dite? ;-)

Nuove immagini di Bin Laden, ma forse è morto (almeno politicamente)

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Secondo un articolo de laStampa di qualche mese fa, sarebbero almeno 13 le volte in cui Osama Bin Laden è stato dichiarato morto. E sono tantissime anche le volte in cui il capo di Al-Qaeda riapparirebbe in una foto, in un video o in una registrazione audio smentendo così, anche se in maniera non definitiva, le voci sulla sua scomparsa.

In un momento come questo, con l’amministrazione USA indecisa su cosa fare in Afghanistan, un suo video  – grazie al quale poter stabilire in maniera inequivocabile che Bin Laden è ancora vivo – potrebbe essere di fondamentale importanza. E allora perché da tempo non appare direttamente in un video?

L’ultima registrazione dove compare inequivocabilmente Bin Laden è del 2007, ma continuano ad esserci seri dubbi sull’autenticità della registrazione. Forse è morto davvero, ma può essere che  sia morto solo politicamente.

E’ di questi giorni, infatti, la notizia che è stato trovato un video in bassa risoluzione da cui sono stati estratti tre fotogrammi (sfocati e poco chiari) che ritrarrebbero proprio Bin Laden. La qualità delle tre immagini è troppo bassa per poter dire se sia davvero il fondatore di Al Qaeda la figura ritratta, ma sono ripartite le speculazioni sulla sua sorte.

Il video in questione è relativo al discorso di Yahya Al Libi, uno dei principali commentatori del movimento jihadista. Tra la folla ci sarebbe anche il vecchio leader che, come uno spettatore qualunque, assiste al comizio propagandistico.

Può essere che il suo peso all’interno di Al Qaeda sia diventato ininfluente e che la sua linea di pensiero sia stata scalzata? Può essere che qualcun altro abbia preso il suo posto? Magari – stanchi della linea dura di Bin Laden che ha portato solo a ulteriori devastazioni in Afganistan – il vertice di  Al Qaeda sta virando per una linea più morbida con nuovi leader.

Insomma, Bin Laden potrebbe essere vivo, ma la sua figura potrebbe essere diventata irrilevante. Questa rappresenterebbe la terza via al’interno del dibattito sulla sua morte.

C’è chi lo vuole ancora in piena attività, ma in maniera occulta (e allora perchè uscire dal covo e andare a un comizio?), c’è chi dice che sia morto (ma terrebbero segreta la notizia per non dare un vantaggio agli americani) e poi… può darsi che sia vivo, ma che sia stato messo da parte dal suo stesso gruppo.

In questo ultimo caso, con il presidente Barack Obama che sta valutando una nuova strategia, forse la questione afgana potrebbe trovare presto una più facile risoluzione.

Che ne pensate? ;-)

Scritto da salpetti

30 ottobre 2009 alle 11:45

Ambivalenze: parla di sesso in TV, rischia di essere frustata. Fa sesso in TV, diventa una star!

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Se in Sudan una donna può essere condannata a 40 frustate perché ha indossato dei pantaloni in pubblico, non ci si può stupire del fatto che una giornalista, in Arabia Saudita, possa subire lo stesso trattamento per aver organizzato e preso parte a una trasmissione dove si parla di sesso (QUI la notizia).

La giornalista, Rozanna al Yami, lavora per il canale satellitare libanese LBC. Ha scandalizzato i telespettatori invitando nello studio del suo programma un uomo che ha parlato della sua vita sessuale non tralasciando qualche particolare un pò piccante.

L’ospite della trasmissione è stato condannato a cinque anni di reclusione e a ben 1.000 frustate, mentre a Rozanna al Yami – colpevole solo di averlo inviato nella trasmissione di cui ha curato anche la pubblicità online – spettano solo 60 frustate.

Per noi che siamo ormai abituati al “Grande Fratello” dove di sesso si parla molto e dove pure si pratica (magari sotto le coperte per non essere ripresi dalle telecamere), che siamo abituati a vedere in TV scene di film dove la sessualità gioca un ruolo fondamentale, che che acclamiamo programmi ammiccanti come “Uomini e donne“, questa vicenda ci sembra estrema. E lo è!

Al tempo stesso, però, dovrebbe farci riflettere su quanto accade in questa nostra parte di mondo. Senza ricorrere agli estremismi islamici, è possibile che noi siamo talmente assuefatti alla mercificazione del corpo, alla sessualità spiattellata ai quattro venti, alla pubblicizzazione della sfera sessuale così come  – in maniera del tutto opposta – ci sono dei Paesi dove è scandaloso solo farne cenno?
Est modus in rebus, c’è una misura nelle cose, dicevano già gli antichi romani.

Naturalmente, episodi come questo della giornalista saudita sono da condannare fermamente: violano i diritti umani, denigrano al dignità delle persone, limitano la libertà di espressione, sono anti-democratici. Ma come ha detto qualcuno: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non t’accorgi della trave che è nel tuo?” (credo valga anche per comportamenti opposti, ma speculari).

Che ne pensate? ;-)

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