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Oggetti tecnologici e hi-tech: nostalgia per il passato?

Le festività natalizie si sono appena sono appena terminate e, come ogni anno, si è scatenata la corsa ai regali. In cima alla classifica dei prodotti più regalati ci sono ormai da qualche anno gli oggetti tecnologici e hi-tech: cellulari di ultima generazione e iPod svettano tra gli altri. Ma anche chiavette per collegarsi a Internet, i nuovissimi iPad e le varie console di giochi. Prodotti che fino a pochi anni fa nemmeno immaginavamo potessero esistere.
Forse prendendo spunto da questa considerazione e, giocando sul fatto che il 2010 conclude il primo decennale del nuovo millennio, il giornale Huffington Post ha stilato, in conclusione di anno e di decennio, una classifica delle cose e delle idee più obsolete degli ultimi anni. Si tratta di una sorta di necrologio per ogni prodotto, invenzione o idea che nell’ultima decade è passato a miglior vita.
“Dal 2000 – dice l’articolo dell’Huffington Post – abbiamo acquisito iPod e iPad, telefoni BlackBerry e dispositivi Android, Xbox e Wii, abbiamo usato Facebook e Foursquare, oltre a molti altri nuovi servizi, siti e prodotti di elettronica. Stiamo ora scoprendo Twitter, usiamo regolarmente Google e Skype. Ma in questo periodo abbiamo anche cambiato le nostre abitudini e abbiamo perso anche alcune cose”.
Al primo posto delle cose scomparse troviamo senza dubbio la videocassetta VHS sostituita non solo da DVD, ma anche dai dispostivi Blu-ray e dai video HD. Ci avete mai pensato? Quanti ricordi sono immortalati in quel nastro che non trova più un videoregistratore pronto ad accoglierlo. Nella lista troviamo poi le morenti agenzie di viaggio, ormai quasi del tutto spazzate via dai siti e dalle applicazioni digitali per viaggiatori, capaci di offrire soluzioni personalizzate, economiche ed originali. Nell’elenco c’è anche l’orologio da polso, destinato a scomparire perché i gadget digitali che abbiamo sempre con noi offrono un servizio molto più completo della semplice indicazione dell’orario. Nella lista c’è posto pure per le cartine geografiche e le mappe che non possono competere con i moderni navigatori satellitari o con i servizi di Google Maps o similari disponibili anche sugli smartphone.
Sono spariti anche gli annunci sui giornali che si sono trasferiti su Internet, le lentissime connessioni dial-up, l’enciclopedia cartacea che subisce i colpi che gli infliggono Wikipedia e soprattutto le applicazioni digitali. Sono sparite anche le pellicole delle fotografie: la camera oscura è ormai soppiantata dalle moderne stampanti fotografiche. Forse non ci avete pensato, ma sono sparite anche le famose Pagine gialle e i vari cataloghi in circolazione (chi ricorda ancora il vecchio Postalmarket?). Anche il fax è sulla strada dell’estinzione.
Grazie al wireless, inoltre, diventeranno presto obsoleti pure i fili che spesso intralciano e creano problemi. Per non parlare delle biblioteche e librerie che in un futuro imminente scompariranno del tutto. Chi si prenderà più la briga di uscire di casa, recarsi in una biblioteca, consultare un catalogo, sedersi, leggere ciò che serve, prendere appunti, uscire e tornare a casa? Tutto questo si può fare tranquillamente e molto più semplicemente davanti al proprio computer. Anche ordinare su Amazon un libro che poi viene consegnato direttamente a casa è molto più comodo. E i libri stessi scompariranno a causa di applicazioni quali Kindle dove con pochi clic si possono avere in un unico e compatto dispositivo tutti i libri che si vogliono in formato digitale (e-book). Stesso discorso vale per i giornali cartacei e – brutta notizia per gli amanti della scrittura – per le vecchie lettere che sono state sostituite quasi del tutto dall’e-mail.
Non solo oggetti, anche abitudini e idee diventano obsolete. Il giornale Huffington Post cita, ad esempio, la separazione tra vita lavorativa e privata, annientata dalle comunicazioni elettroniche e dalle scrivanie virtuali. Anche l’abilità di ricordare sta scomparendo; perché sforzarsi di tenere a mente date, nomi, eventi, quando in un attimo basta chiedere a Google che restituisce milioni di risultati?
Insomma, il primo decennio del secondo millennio ha portato tantissime novità e ha reso sorpassati molti oggetti, molte abitudini e molti concetti che facevano parte della nostra quotidianità. Pensare di perdere alcune di queste cose, per quanto piccole fossero, comporta un po’ di nostalgia per il passato. Si sa che ad ogni fine anno la nostalgia si fa viva. Ma è anche un modo per proiettarsi nel futuro. Il problema è che – come ha scritto lo scrittore francese Paul Valéry – il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta!
Er Calippo e ‘na bira, armi di distrazione di massa! ;-)

Tutto ebbe inizio quando Nicola Veschi, un giornalista di SkyTg24 iniziò a fare delle interviste in una spiaggia di Ostia, presso Roma, per uno di quei classici “servizi estivi “ che passano nei telegiornali della nostra televisione: vi divertite in spiaggia? Che cosa fate per proteggervi dal caldo? Che alimentazione mantenete durante le giornate trascorse al sole? Insomma, il classico servizio vacanziero spensierato.
Tre le intervistate c’erano anche due ragazzine che con un marcato accento romano raccontavano la loro giornata sul litorale laziale. In un primo momento questa intervista non è andata in onda, forse perché non ritenuta rilevante oppure proprio per via dell’intercalare buffo romanesco. Ma le dinamiche della comunicazione che si innescano su Internet sono spesso imprevedibili e a volte “perverse”, tanto da far diventare le due amiche due vere star involontarie (QUI). Le ragazze, infatti, stanno spopolando su YouTube con milioni di accessi e per di più una frase della loro intervita, “Er Calippo e ‘na bira”, rischia di diventare il tormentone dell’estate 2010 (alcuni Dj hanno già remixato le parole delle due ragazze aggiungendovi della musica che andrà in tutte le discoteche dell’estate).
Ma com’è successo tutto ciò? Semplicemente il video che il giornalista di Sky aveva scartato per il suo servizio è stato caricato ugualmente sul portale dell’emittente televisiva. Da qui è stato ripreso dai comici del “Trio Medusa” che conducono su Radio Deejay una trasmissione irriverente proprio su tormentoni e gag. Il video delle due giovani è stato sottotitolato con un linguaggio forbito – proprio per sottolineare ancora di più il loro accento “coatto” (come dicono a Roma) – ed è finito su YouTube, dove ha avuto un successo dirompente. Il resto l’hanno fatto gli altri siti Web e i social media che hanno ripreso il video, ma anche i vari TG nazionali in caccia anch’essi di notizie frivole e leggere per l’estate.
Fin qui i fatti. Facciamo adesso qualche considerazione in più. Rilevando come ancora una volta i meccanismi di diffusione che seguono le notizie sul Web siano completamente liberi e spesso imponderabili (con forme di diffusione che potremmo definire “virali”), andiamo oltre all’episodio in sé. Questa volta – inaspettatamente – una lezione ci arriva da Enrico Vanzina, uno dei famosi registi dei tanto vituperati film di Natale.
Intervistato sul Corriere della Sera sulla possibilità di far recitare le due ragazze in uno dei “cinepanettoni” da lui realizzati, Vanzina senza mezzi termini ha dichiarato che Debora e Romina (questi i nomi delle due star mediatiche del momento) “non mi fanno ridere”. Continua il regista: “Sono carine, tenere, ma la loro performance non è buffa, non è spiritosa. L’ironia romana è un’altra cosa. Si tratta di un fenomeno del Web che fa ridere due sole categorie di persone: gli italiani che provano gusto a credere che tutti i romani siano come le due ragazzine e tutti i romani che si riconoscono in loro che appartengono a un mondo, che vivono in un mondo per molti versi sconosciuto, distante, ma che pure c’è, esiste in questa città e che è vuoto, senza eroi e senza modelli. Sono i romani del Grande fratello, dei reality”.
Le due ragazzine naturalmente non c’entrano nulla in tutto questo, erano semplicemente due amiche al mare come tanti altri giovani che si incontrano in tutte le spiagge italiane. Solo che per via dei meccanismi virali di diffusione delle informazioni nel Web e dell’interscambio tra media tradizionali e Internet, la loro popolarità oggi è tale da non escludere che a breve le vedremo in un reality o in qualche programma in veste di opinioniste. Per di più che in questo momento vengono intervitati da tutti i media e tutti ne parlano.
Ma del resto, in un’estate dove c’è solo voglia di divertirsi e di non pensare, mettendo da parte le riflessioni sociologiche sulla cultura e sul mondo dell’informazione (QUI), “er Calippo e ‘na bira” possono essere ottime armi di distrazione di massa!
Rapelay, il videogame dello stupro infiamma la polemica

Ne avevamo già parlato alcuni mesi fa del videogame che ha come soggetto lo stupro; ripropongo l’argomento perchè la polemica è tornata di nuovo di attualità in seguito all’intervento del Ministro Meloni che vuole chiederne la rimozione dal Web.
Che i giapponesi vivessero lo svago e il tempo libero in maniera diversa dalla nostra lo sapevamo [Mai dire Banzai! della Gialappa’s band docet], ma nessuno si sarebbe aspettato che avessero commercializzato un videogioco che simula lo stupro.
Si chiama ‘Rapelay‘. Il nome gioca sull’assonanza della parola con il termine replay. Rape, infatti, significa stupro e il titolo del gioco è un invito a commettere più volte (replay) violenza su delle donne.
Il protagonista del gioco è, infatti, un maniaco sessuale che per vincere e superare i livelli del gioco deve violentare una madre e le sue due figlie (di cui una è minorenne!). Pare che le scene siano molto realistiche e in alcuni casi anche molto crude e spinte.
Nei Paesi nipponici Rapelay è in commercio già dal 2006 senza che nessuno si sia mai lamentato presso le autorità competenti per le immagini che propone il gioco. Come, infatti, spiega Ornella Civardi – una delle maggiori esperte di storia e cultura del Giappone - la violenza nell’arcipelgo nipponico è vissuta come valvola di sfogo e la sua rappresentazione è ben tollerata.
Si pensi, ad esempio, ai manga erotici o a programmi televisivi che abbiamo visto di rimbalzo in Italia dove i concorrenti rischiano di farsi male sul serio intraprendendo giochi al limite della sopportazione fisica. Il gioco Rapelay, però, si è velocemete è diffuso tramite il Web anche fuori dal Giappone dove psicologi e sociologi si interrogano sugli effetti negativi che un gioco simile può avere sui giocatori.
In Italia il dibattito è aperto da mesi. Ad esempio, il Senatore D’Alia – quello che aveva proposto la famigerata “Legge bavaglio” per la Rete – già a maggio dell’anno scorso ne aveva approfittato per dire che aveva ragione lui (QUI si spiega perché non è così). Oltre a Giorgia Meloni, ora a chiedere che il gioco venga proibito sono anche – tra gli altri – l’associazione Telefono Rosa, l’associazione dei telespettatori cattolici (AIART) e numerosi esponenti del mondo politico (sia di destra e sia di sinistra).
Inutile dilungarsi sull’uso pedagogico dei videogame, sui messaggi negativi lanciati da un gioco simile, sugli effetti che potrebbe avere su che ci gioca, sull’immagine della donna che ne esce fuori e così via. Possibile che uno stupro, per quanto virtuale, sia considerato un modo legittimo di passare il tempo?
Il problema sembra più culturale che morale. Se in Giappone – per quanto strano ci possa apparire – siamo nel campo della assoluta normalità, qui da noi non è così. Spero che i nostri politici sappiano affrontare con competenza la vicenda senza cadere nella tentazione di sfruttare questo episodio in maniera strumentale per riproporre restrizioni e rigidi controlli alla Rete.
Ambivalenze: parla di sesso in TV, rischia di essere frustata. Fa sesso in TV, diventa una star!

Se in Sudan una donna può essere condannata a 40 frustate perché ha indossato dei pantaloni in pubblico, non ci si può stupire del fatto che una giornalista, in Arabia Saudita, possa subire lo stesso trattamento per aver organizzato e preso parte a una trasmissione dove si parla di sesso (QUI la notizia).
La giornalista, Rozanna al Yami, lavora per il canale satellitare libanese LBC. Ha scandalizzato i telespettatori invitando nello studio del suo programma un uomo che ha parlato della sua vita sessuale non tralasciando qualche particolare un pò piccante.
L’ospite della trasmissione è stato condannato a cinque anni di reclusione e a ben 1.000 frustate, mentre a Rozanna al Yami – colpevole solo di averlo inviato nella trasmissione di cui ha curato anche la pubblicità online – spettano solo 60 frustate.
Per noi che siamo ormai abituati al “Grande Fratello” dove di sesso si parla molto e dove pure si pratica (magari sotto le coperte per non essere ripresi dalle telecamere), che siamo abituati a vedere in TV scene di film dove la sessualità gioca un ruolo fondamentale, che che acclamiamo programmi ammiccanti come “Uomini e donne“, questa vicenda ci sembra estrema. E lo è!
Al tempo stesso, però, dovrebbe farci riflettere su quanto accade in questa nostra parte di mondo. Senza ricorrere agli estremismi islamici, è possibile che noi siamo talmente assuefatti alla mercificazione del corpo, alla sessualità spiattellata ai quattro venti, alla pubblicizzazione della sfera sessuale così come – in maniera del tutto opposta – ci sono dei Paesi dove è scandaloso solo farne cenno?
Est modus in rebus, c’è una misura nelle cose, dicevano già gli antichi romani.
Naturalmente, episodi come questo della giornalista saudita sono da condannare fermamente: violano i diritti umani, denigrano al dignità delle persone, limitano la libertà di espressione, sono anti-democratici. Ma come ha detto qualcuno: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non t’accorgi della trave che è nel tuo?” (credo valga anche per comportamenti opposti, ma speculari).
Che ne pensate?



