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In questo blog se ne parla spesso del potere che acquistano gli utenti della Rete in relazione all’informazione (già il nome del blog dice tutto!
). In questigiorni, navigando in Internet, mi sono imbattuto in una iniziativa di YouTube riguardante il giornalismo partecipativo che, quindi, non potevo non citare. Riporto un articolo di Webnews, uno dei migliori che ho trovato sull’argomento:
“Il più grande portale per la condivisione di video online ha da poco avviato una nuova sezione, interamente dedicata al citizen journalism, l’attività informativa svolta in prima persona dai cittadini in tutte le parti del mondo. L’innovativo canale lanciato da YouTube mira ad aggregare e segnalare alle centinaia di migliaia di utenti del portale i migliori contenuti realizzati per raccontare le notizie spesso trascurate dai grandi mezzi di comunicazione.
Ogni giorno sono infatti migliaia i video caricati dagli utenti a puro sfondo informativo. Spesso meno conosciuti e sopraffatti dalla popolarità dei filmati creati per puro svago e divertimento, i piccoli reportage - confezionati direttamente da chi è coinvolto in prima persona nella notizia - raccontano realtà affascinanti e ignote dalle enormi distese africane alle grandi realtà metropolitane densamente abitate, passando per la miseria delle baraccopoli e delle loro genti dimenticate. Armati di strumenti spesso rudimentali, i fautori del giornalismo partecipativo vanno alla ricerca delle notizie sul posto, riportando in auge i reportage di inchiesta, ormai in via di totale estinzione e sostituiti dall’immobilismo del desk.
La nuova responsabile per le news assoldata da YouTube avrà dunque il compito di riportare in luce le storie raccontate sul portale con i meccanismi del citizen journalism. Un incarico non semplice, che potrà essere realizzato con sufficiente meticolosità solamente con l’aiuto delle centinaia di migliaia di utenti che ogni giorno frequentano YouTube.
Anche se, in una scala differente ed esclusivamente orientata ai nuovi media, è difficile non scovare una certa analogia tra l’iniziativa da poco lanciata da YouTube e l’esperienza di Current TV (ne parlavo QUI), il canale televisivo voluto dal premio Nobel Al Gore. Recentemente lanciata anche in Italia sulla piattaforma satellitare Sky, l’emittente televisiva basa i propri palinsesti sui contributi multimediali inviati dai suoi telespettatori che hanno anche modo di votare i filmati migliori sul sito Web di Current.
In misura più contenuta, ma con la forza di un bacino molto più ampio di utenti, anche YouTube sembra compiere i primi passi nel crescente, e sempre più fecondo, settore del giornalismo partecipativo. Avviata quasi in sordina, attraverso il passaparola della Rete, l’iniziativa del portale di video sharing potrebbe rivelarsi particolarmente efficace e, sicuramente, meno dispendiosa dell’ambizioso progetto portato avanti da Current TV“.
Che dire? Dopo il blogging, le piattaforme di giornalismo partecipativo come FaiNotizia e altre, l’arrivo in Itali a di Current TV, adesso anche Youtube si apre all’informazine fatta dagli utenti. Forse finalmente qualcosa si sta muovendo in questa direzione e probabilmente presto si potrà sfuggire ai filtri editoriali, ai condizionamenti politici, economici e ideologici che condizionano l’informazione!
Sono troppo ottimista?

La Comunità ebraica di Roma ha denunciato un blog antisemita e di estrema destra che aveva pubblicato un “lista nera” di docenti universitari colpevoli (secondo l’autore del blog) di fare lobby all’interno dell’università e di sostenere pubblicamente e politicamente Israele (QUI la notizia).
Adesso il blog è stato chiuso e sono in corso le indagini della Polizia postale per cercare di risalire all’autore (il blog era scritto in forma anonima), tuttavia grazie alla cache di Google è possibile rintracciare il post incriminato [fino a questa mattina (10/02/200
l'indirizzo della cache di Google era presente all'interno di questo post, ma ho ricevuto molte segnalazioni che mi hanno convinto a toglierlo. Probabilmente nel tentativo di rendere l'informazione di questo blog più completa e motivato da buoni intenti ho commesso una leggerezza, me ne scuso!].
La comunità ebraica romana, oltre a denunciare l’accaduto alla Polizia, ha lanciato un appello alle istituzioni per costituirsi parte civile al fine di “bloccare un cancro che può espandersi e colpire chiunque“. All’appello hanno risposto in già in tanti tra cui il Rettore dell’Università dell’Università La Sapienza di Roma (alla quale appartiene il maggior numero di professori), i Ministri delle Comunicazioni e dell’Istruzione, il leader del PD e Sindaco di Roma Walter Veltroni, …
La lista nera era stata estrapolata, come ha spiegato lo stesso anonimo autore del blog, dalla “elencazione dei nomi presenti nella petizione pubblica proposta dalla comunità ebraica di Roma nelle università italiane contro il boicottaggio culturale e civile attuato dalle università inglesi nei confronti di Israele e dei docenti ebrei/israeliani… iscritto al ruolo nelle università inglesi ed espulsi per svolgere attività politica in favore dello Stato di Israele“.
La circostanza a cui sembra riferirsi il blogger antisemita risale al maggio 2006, quando l’assemblea del maggiore sindacato britannico dei docenti universitari (UCU) approvò (con una maggioranza risicata) una mozione che esortava al boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane che non avevano dichiarato apertamente di opporsi alla politica di Israele nei confronti dei palestinesi (QUI). In Italia, molti docenti firmarono una petizione contro questa decisione. Secondo quanto scritto nel blog, quindi, l’università italiana sarebbe stata “strumentalizzata da un minoranza etnica ideologizzata culturalmente e politicamente solidale ad una entità politica extranazionale“, il riferimento è a Israele.
“Siamo in presenza di un evento inquietante“, ha affermato la docente di Storia moderna Anna Foa, presente nella lista di 162 professori. “Chi si è reso autore di questa iniziativa delirante - ha detto la professoressa - ha commesso un reato e va punito. Siamo - ha aggiunto - al limite della follia, una lista di nomi, slogan antisemiti: si tratta di un salto di qualità che sinceramente spaventa. Su internet - ha proseguito Anna Foa - se ne trovano a decine di siti del genere però non si era mai arrivati a vere e proprie liste“.
Insomma, la vicenda è un pò complicata. Una cosa è la libertà di espressione (che trova spesso massima realizzazione in Rete con i blog) e un’altra cosa è la diffamazione e la pubblica accusa (in questo caso probabilmente del tutto infondata). Il tutto diventa più inquientante se si pensa che in questo caso siamo quasi in presenza di liste di proscrizione antisemite che possono ricodare quanto è avvenuo in un passato nemmeno molto lontano…
AGGIORNAMENTO (12/02/2008): Ieri la Polizia postale aveva individuato l’autore della lista che oggi è stato ufficialmente iscritto nel registro degli indagati (QUI e QUI) per i reati di violazione della privacy, diffamazione e discriminazione di razza. Si tratta di un 40enne di Rieti (figlio dell’ex sindaco della cittadina di Forano). Il provider su cui si trovava il blog ha annunciato che si costituirà parte civile nel processo.
Come spesso accade è la Rete a far emergere delle notizie che restano sotto-silenzio perché non si vogliono far sapere o semplicemente perché non ci si fa caso. L’ultimo episodio di “riscoperta” riguarda un’affermazione di Benazir Bhutto alla TV Al Jazeera del 2 novembre 2007 (la Bhutto fu uccisa poco tempo dopo, il 27 dicembre).
Durante l’intervista, la leader dell’opposizione pachistana ha parlato anche di quelli che lei riteneva fossero suoi potenziali nemici per vari motivi. Tra questi c’era il terrorista Omar Sheikh Ahmad del quale dice: “quello che ha assassinato Osama bin Laden”. Stranamente il giornalista non fece una piega e passò alla domanda successiva.
L’affermazione della Bhutto apparve così assurda che la Bbc, nel riportare l’intervista tagliò la frase incriminata, ma fu poi costretta a ripubblicarla integralmente in seguito alle proteste di alcuni spettatori, di fronte ai quali la Bbc si è giustificata dicendo che non c’era nessuna intenzione di distorcere il senso dell’intervista, ma solo quella di eliminare un evidente lapsus che avrebbe solo confuso gli spettatori.
Di questa affermazione non se ne parlò più nei media tradizionali, ma il video dell’intervista finito su Youtube (l’ho messo ad inizio post) ha iniziato da subito a fare il giro dei blog e dei forum: in Rete se ne parla da tempo. Anche nella Rete italiana si parlava di questa intervista, ma adesso la notizia ha avuto maggiore risonanza grazie ad un articolo di Giulietto Chiesa apparso su laStampa.
Le interpretazioni sono diverse, le dietrologie non mancano e sono state fatte molte ipotesi di ogni tipo. Si va da chi sostiene che si tratti di un banale errore dovuto alla distrazione della Bhutto che sovrappensiero disse Osama bin Laden convinta di dire invece Daniel Pearl (un reporter americano per il cui assassinio è stato accusato Omar Sheikh Ahmad), a chi sostiene che l’assassinio della leader politica pakistana sia stato compiuto proprio da alQaeda perchè lei sapeva troppo…
Purtroppo la Bhutto non può ne correggersi, nè fornire chiarimenti. Credo che sarà molto difficile capire quale sia il vero significato di quelle parole. Quel che è certo è che ancora una volta la Rete si presenta come un mezzo di informazione veramente libero…

Questo sarà un post breve ad integrazione del mio precedente post in cui mi dicevo abbastaza preoccupato per le nuove norme contenute nel Ddl sull’editoria che se fosse tramutato in legge avrebbe ripercussioni pesanti sul mondo dei blog. Forse adesso è il caso di essere un pò più ottimisti. Pare, infatti, che alcuni Ministri e lo stesso autore della legge si siano accorti del tragico errore. Il Ministro delle Comunicazioni, ad esempio, ha reso noto nel suo blog che il Ddl sull’editoria deve essere corretto. “Va bene applicare anche ai giornali on line le norme in vigore per i giornali - ha scritto Gentiloni - ma sarebbe un grave errore estenderle a siti e blog“.
Anche il Ministro Di Pietro nel suo blog si è scagliato contro questa legge definendola “liberticida”. Ha pure affermato che per quanto è in suo potere “questa legge non passerà mai, anche a costo di mettere in discussione l’appoggio dell’Italia dei Valori al Governo“. Evidentemente Riccardo Franco Levi quando ha realizzato questo disegno di legge non aveva la minima idea di cosa fosse un blog, adesso si sarà informato. Dal sito della Presidenza del Consiglio, infatti, ha risposto a tutte le accuse con una lettera aperta a Beppe Grillo. Nelle prime righe della lettera si legge: “Con il provvedimento che tra pochi giorni inizierà il suo cammino in Parlamento non intendiamo in alcun modo né “tappare la bocca a Internet” né provocare “la fine della Rete”. Non ne abbiamo il potere e, soprattutto, non ne abbiamo l’intenzione”. Una bella rassicurazione…
Staremo a vedere cosa succederà. Non bisogna, però, abbassare la guardia. E’ vero che se due Ministri si sono sentiti in dovere di rispondere direttamente ai blogger italiani e se chi ha materialmete scritto il Ddl ha pubblicato sulle autorevoli pagine del sito della presidenza del Consiglio una lettera aperta in risposta ad un post di Beppe Grillo, allora il fermento che si è creato nella blogosfera italiana è stato ascoltato e ha dato i suoi frutti, ma è sempre meglio continuare a far sentire la nostra voce…

Quante volte si è ripetuto in questo blog che il Web è libero (si sono segnalati dei tentativi di limitare in qualche modo questa libertà). I politici e i poteri non finiscono mai di provare a porre limiti a questo strumento di democrazia, da qualsiasi orientamento politico provengano. Anche il governo in carica ci stà provando in modo scandaloso. La nuova disciplina dell’editoria, infatti, prevede che qualsiasi attività Web dovrà registrarsi al ROC (Registro degli operatori di Comunicazione). Questo significa che anche chi vuole gestire un blog dovrà produrre dei certificati, pagare un bollo (e forse delle tasse), seguire un iter burocratico ed essere perseguibile secondo il codice penale per i reati di diffamazione come per un giornale, anche per i commenti agli articoli.
Scenderemo adesso nei dettagli, ma è evidente come questa legge, se fosse approvata definitivamente, sarebbe una condanna a morte per i blog italiani. I blog, infatti, nascono spontaneamente e liberamente, chiunque può aprirne uno senza problemi e scrivere i suoi pensieri, pubblicare foto, video e poter partecipare direttamente al dibattito pubblico. Se passerà questa legge, tutti i blog dovranno trasformarsi in testate giornalistiche perdendo la spontaneità e la libertà che li contraddistingue, perdendo al caratteristica di essere uno strumento aperto a tutti, quindi davvero pluralista (QUI e QUI trovate degli interesanti approfondimenti).
Trattandosi di una legge che regolamenta il settore dell’editoria (QUI il testo completo), non dovrebbe riguardare i blog. Il punto focale è, infatti, la definizione di prodotto editoriale che viene data: “Per prodotto editoriale si intende qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione, di intrattenimento, che sia destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso. [...] Non costituiscono prodotti editoriali quelli destinati alla sola informazione aziendale, sia ad uso interno sia presso il pubblico“.
Più avanti poi arriva un ulteriore chiara conferma che il riferimento è anche ai blog personali che vengono gestiti in modo amatoriale senza scopo di lucro: “Per attività editoriale si intende ogni attività diretta alla realizzazione e distribuzione di prodotti editoriali, nonché alla relativa raccolta pubblicitaria. L’esercizio dell’attività editoriale può essere svolto anche in forma non imprenditoriale per finalità non lucrative“.
Insomma, i blog non hanno scampo!!! Su Civile.it è spiegato come funziona il sistema adesso e come funzionerà nel caso passasse questa legge: oggi è prodotto editoriale quello realizzato da una casa editrice. Chi ha un prodotto editoriale (anche un sito) può registrarlo al ROC. La registrazione non è obbligatoria se non si è editori, ma è necessaria se si vogliono richiedere contributi pubblici. La nozione di prodotto editoriale è adesso vincolata al lucro, l’iscrizione al ROC impegna in una dichiarazione annuale su come e quanto si guadagna e al pagamento di diritti annuali in rapporto agli stessi.
Se il testo della nuova legge sull’Editoria, scritto da Ricardo Franco Levi, braccio destro di Romano Prodi, fosse tramutato in legge, le cose cambieranno: diventerà prodotto editoriale pure un blog o un sito che non si prefigge di guadagnare, anche se gestito da un privato e non da na azienda. Ogni blog personale diventerà, quindi, prodotto editoriale, soggetto alla normativa sulla stampa con ma responsabilità penali aggravate in caso di denuncia penale. In sostanza diventerà attività editorile qualsiasi cosa scritta su Internet e ogni blogger sarà ritenuto responsabile per i commenti lasciati dai lettori.
Già Beppe Grillo ha fatto sapere che nel caso in cui la legge Levi-Prodi fosse approvata, lui trasferirebbe il blog su un server straniero. Credo che questa sia l’unica soluzione per tutti i blogger che vogliono continuare ad avere un proprio spazio in cui scrivere liberamente i propri pensieri e in cui pubblicare liberamente foto e video. Il disegno di legge è stato approvato in Consiglio dei ministri il 12 ottobre, spero vivamente che non venga convertito in legge o che almeno venga modificato. La Rete è uno srumento libero e democratico, evidentemente questo non piace ai nostri politici…
Ho partecipato molto volentieri all’iniziativa lanciata da Daniele Verzetti del blog L’Agorà del Rockpoeta per realizzare un post comune formato da diversi penseri di vari bloggers su quello che sta accadendo in Birmania. Oggi, in contemporanea, tutti i partecipanti stiamo postando sui nostri blog il post che abbiamo realizzato (in basso trovate i link ai blog dei partecipanti). Ecco il post:
Chi sono i Bloggers for Burma? Sono 16 bloggers che vogliono far sentire la loro voce a sostegno di chi lotta pacificamente per la libertà. O, forse, solo 16 pazzi utopici che credono ancora che i diritti umani e la democrazia siano e debbano essere dei valori cardine del mondo di oggi e di quello di domani. Queste le nostre parole:
“I diritti umani, la libertà e la democrazia sono la linfa della società in cui noi viviamo. Diritti acquisiti e forse un po’ scontati per quelli nati, come me, dopo la nascita della Repubblica che ne hanno sentito il profumo nell’aria, per la prima volta, inspirata.
I diritti umani, la libertà e la democrazia sono, invece, per molti popoli concetti astratti di cui è persino vietato parlare. Per il Popolo Birmano una ragione valida per farsi massacrare.
Pacificamente, senza opporre resistenza.
In tempi di fanatismi religiosi che costano vite innocenti e minacciano i fondamenti della società civile, i monaci buddisti si uniscono al loro Popolo per chiedere il rispetto della loro grandissima dignità di uomini, di cittadini.
Non lasciamo che la loro giusta e onorevole protesta resti confinata in una piccola regione del mondo. I diritti umani, la libertà e la democrazia devono essere patrimonio di tutta l’umanità.
E perciò in un abbraccio mondiale gridiamo: “Free Burma!”
ArabaFenice
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“Non entro in argomentazioni socio-politiche essendoci sicuramente persone più competenti e preparate del sottoscritto a farlo.
Preferisco soffermarmi su quelle che sono le sensazioni e analizzare l’incedere di questi accadimenti.
Spero tanto di sbagliarmi ma le trovo molto simili a quelle già vissute per il Darfur.
Un’ondata iniziale di sdegno, accompagnata da immagini crude (si pensi all’esecuzione di quel giornalista o ai monaci investiti dai camion militari senza troppi complimenti!), da notizie che facevano crescere sempre di più l’angoscia, da una preoccupazione sempre crescente per quelle popolazioni. All’inizio aperture di Tg, radio, prime pagine dei quotidiani ed oggi invece? … Oggi niente di più di qualche trafiletto “riempitivo” nell’home page di qualche sito e nulla più. Al radiogiornale delle 8.30 neanche menzione. Aldilà di tutte le parole e le elucubrazioni che si possono fare relativamente alla vicenda, la mia preoccupazione è che però stavolta non ci si dimentichi di loro perchè quando si comincia a dimenticare chi soffre si diventa complici dei loro aguzzini!”
Chit.
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“Quando la mattina, aprendo gli occhi, sancisco la nascita di un nuovo giorno, ringrazio chi di dovere per questo dono.
Quando, attraverso i giorni che si susseguono, sono artefice della mia vita e del mio destino, ringrazio i miei Avi.
Li ringrazio per il dono che mi hanno fatto. Li ringrazio per la libertà di cui oggi godo.
Ogni giorno che passa, ogni istante che vivo, mi rendo conto della fortuna che ho. Sono un uomo libero.
Non per tutti è così. Il popolo della Birmania, guidato dai monaci buddisti, lotta per la libertà.
E’ una lotta fatta attraverso la parola, attraverso la pace. Parole di libertà e di pace che si scontrano contro armi e intolleranza.
Diamo un’eco a quelle parole. Non lasciamoli soli. Insieme si può. Libero uomo in libero Stato”.
Davideelle
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“Finchè ci saranno uomini di guerra pronti a colpire, soffocare, uccidere ed imprigionare uomini di pace, noi ci saremo ad additarli, a condannarli, a non dimenticare.
Contro tutti i regimi di ogni colore urliamo l’urgenza di vedere la Birmania libera.
Finazio.
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“Una comunità internazionale “distratta” in tutti questi anni ha ampiamente ignorato la Birmania e quello che vi succedeva.
In pochi hanno però ignorato le possibilità economiche che offre questo paese.
Non è un mistero che, a dispetto delle condanne ufficiali, fra i maggiori investitori in Birmania ci siano Francia, USA e Gran Bretagna.
Compiamo tutti un gesto concreto per aiutare il popolo birmano.
Chiediamo con forza che l’Unione Europea applichi sanzioni economiche severe; nel frattempo ognuno faccia un piccolo significativo gesto boicottando le multinazionali che sfruttano le risorse energetiche del paese”.
Franca.
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“Abbiamo imparato qualcosa da Piazza Tien an men? I monaci birmani, oggi, da soli non possono farcela.
Siamo noi, quelli che non verranno incarcerati o torturati se protestiamo, che dobbiamo aiutarli a liberarsi della dittatura che soffoca il loro desiderio di libertà.
Restiamo uniti per la Birmania e non dimentichiamola”.
Luca.
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“I Paesi Democratici di tutto il mondo non possono tacere sulle nefande azioni repressive dell’attuale governo birmano. Ci vogliono azioni concrete a sostegno della popolazione oppressa.
La diplomazia da sola non basta a salvaguardare il rispetto dei diritti umani, tanto più in questo caso dove le relazioni di opportunità tra governi sembrano prevalere sulla salvaguardia dei diritti umani fondamentali”.
Mariad.
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“Quello che accade in Myanmar, ma noi preferiamo parlare di ex-Birmania, è la palese dimostrazione che la libertà di parola e di manifestazione del proprio pensiero, come è nel diritto di ogni essere umano, è continuamente minata e minacciata da chi usa e abusa del suo potere.
Il nostro contributo vuole essere perciò una sorta di marcia che simbolicamente avviene di pari passo assieme a quella degli straordinari monaci birmani e dei tanti cittadini che con ammirevole forza e determinazione hanno deciso di non arrendersi e sono scesi pacificamente in piazza per opporsi alla dittatura e affermare con coraggio i valori della democrazia e della libertà. Un sacrificio per un grande e nobile ideale che sta avendo però degli orribili risvolti di dura e inaudita repressione e violenza che stanno superando il varco dei crimini contro l’umanità.
Noi scegliamo di dare voce al loro urlo soffocato da meschini e sanguinari criminali. Noi siamo con loro.
Il nostro è perciò un grido che vuole e deve andare al di là di qualunque interesse economico, oltre qualunque pregiudizio culturale e politico.
Aiutaci anche tu.
Diamo voce al gesto dei monaci birmani…alla loro libertà. Alla pace”.
Mimmo.
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“Marciando in silenzio
abbiamo fatto sentire la nostra voce
Ora tocca agli altri gridare”
Osteria dei Satiri
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“La Libertà e la Democrazia sono dei valori assoluti, nessun fucile o manganello potranno mai soffocarli.
Aldo Moro diceva ai suoi sequestratori: -”se mi ucciderete farete di me un Martire della Democrazia”.
La Storia diede ragione a Moro, il suo sacrificio divenne un martirio in nome della Libertà e divenne la Tomba Politica del Terrorismo Brigatista!!!
Il popolo birmano grazie ai suoi martiri vincerà la tirannia militare, il sacrificio dei monaci e del popolo è stato un esempio mondiale e ha acquisito una Forza Politica molto importante per la democrazia e la libertà della Birmania”.
Polis.
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“Quando un Paese non è una grande potenza, non ha una forza economica sufficiente, viene da una storia di occupazione e sfruttamento coloniale, chi lo può difendere dagli appetiti degli Stati “avanzati” o emergenti?
Quando un popolo non ha mai conosciuto la democrazia, o ha visto soffocare la sua breve stagione di democrazia perchè il leader che si era scelto non era quello gradito a chi decide le sorti del mondo, chi lo può aiutare?
Quando qualcuno di quel popolo e di quel Paese riesce a trovare la forza ed il coraggio di esporre la propria vita al rischio di vedersela strappare, pur di risvegliare le coscienze e di interrompere una tirannia ultradecennale, sopportata e supportata da interessi economici esterni, chi può fargli sentire che non è solo?
Per noi che la democrazia la conosciamo e la viviamo, è un dovere morale non tacere su ciò che succede in Birmania, come in Darfur.
Per uno Stato come l’Italia e per un’entità come l’Unione Europea dovrebbe essere un dovere
premere in ogni modo per porre fine alla dittatura, anche con misure plateali.
Io vorrei che l’Italia desse un segnale fortissimo a chi sta lottando per liberarsi, boicottando le Olimpiadi di Pechino”.
Raser
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“Non riesco a trattenere le lacrime, le parole non escono, vorrei aggiungere solo una citazione che mi accompagna da sempre e che ho scolpito nel cuore; mi ha sempre guidata, come un maestro:
Libertà vo cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta.
Dante Alighieri
Cercando in rete mi rendo conto che non abita solo il mio cuore
http://www.flickr.com/photos/barbarageraci/1442930561/
Remyna in preghiera”.
Remyna
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“Da bambino mi piaceva ambientare le mie fantasie di principesse e castelli suntuosi, elefanti giganti e monaci che lottano contro le tigri, in Birmania.
Non sapevo esattamente dove fosse collocato geograficamente quel paese e questo toglieva ogni limite alla mia fantasia.
Ora sono diventato grande, ho imparato esattamente dove si trova la Birmania. Tra confini delineati con il sangue e la violenza.
Sogno che i bambini, nati sotto la dittatura militare, il prima possibile tornino, a loro volta, a fare sogni di luoghi incantati, sotto un cielo di riacquisita libertà”.
Richard Gekko
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Non si muore soltanto quando si cessa di vivere, ma anche quando il terrore invade l’esistenza quotidiana, e la possibilità d’esprimere liberamente le proprie opinioni viene brutalmente stroncata.
Nessuno ha il diritto d’uccidere la libertà altrui.
Romina
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E’ impensabile che nel III millennio ci siano ancora posti dove vengono calpestati i diritti umani e dove non c’è libertà, ma purtroppo è così.
Quello che stà succedendo nell’ex Birmania lo dimostra. L’esempio dei monaci è da seguire: la democrazia esce dai monasteri che sono da sempre espressione di moralità, tradizione, cultura.
Spero che il popolo birmano riesca nel suo intento di liberarsi dal regime in modo non-violento con l’ausilio della sola forza di risorse apparentemente intangibili come moralità, cultura, conoscenza, informazione libera, ma che però sono i veri pilastri di un sistema democratico.
I monaci, con la loro protesta pacifica, sono convinti che la democrazia potrà essere ristabilita senza lotte violente o spargimento di sangue.
Auspico che abbiano ragione e che si possa concludere tutto nel migliore dei modi pacificamente. Per far questo occorre far sì che non si distolga l’attenzione da ciò che accade da quelle parti e fare pressioni affinché la Comunità internazionale non si dimentichi di loro; a telecamere spente si possono compiere crimini orribili.
Non smettiamo di parlare del Burma, della sua storia e di quello che sta accadendo. Noi, insieme ai blogger di tutto il Mondo possiamo davvero rappresentare un grande aiuto per il popolo birmano. FREE BURMA!!!
Salpetti.
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Never Alone
Aria acre
pungente
odora di zolfo
puzza di stantio.
Cenere avvolge
I cieli morenti di Rangoon
Vuoto, Deserto, Nulla Assoluto,
Riempiono con suono assordante
luoghi un tempo vivi
Allietati dal silenzio
E da raggi di sole arancione in preghiera.
Ed ecco un altro Tibet
Un altro Cile
Un’altra Cambogia
Un altro Darfur
Un altro Nazismo.
Ecco altro odio.
E questo mio tenue respiro
Per non lasciarvi soli MAI!
Daniele Verzetti, Rockpoeta.
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Come avrete potuto osservare leggendoci, tanti modi diversi di sentire e raccontare questa tragedia, ma in gola, ciascuno di noi, ha un solo urlo: FREE BURMA!
F.to: BLOGGERS FOR BURMA.
BLOGGERS FOR BURMA are:
(rigorosamente in ordine alfabetico di nick e di apparizione nel post)
Anna Maria Stufano, “ArabaFenice” del blog “Non solo Giovinazzo”
http://nonsologiovinazzo.blogspot.com
Claudio Chittaro, “Chit”, de “Il Blog di Chit”
http://www.chitblog.net/?
Davide Longo, “Davideelle” del blog “Bar Mario”
http://davideelle.blogspot.com/
Ignazio Finizio, “Finazio”, del blog “Finazio, la musica che gira intorno”
http://finazio.blogspot.com
Franca Bassani, “Franca” del blog “Francamente”
http://franca-bassani.blogspot.com/
Luca Zerbato, “Luca” del blog “Libero di pensare”
http://liberodipensare.blogspot.com
Maria D’Ordia, “Mariad” del blog ” Non solo sogni”
http://mariad-nonsolosogni.blogspot.com
Mimmo, del blog “Cliccare Mimmo”
http://mimmoworld.blogspot.com/
Max, “Osteria dei Satiri” del blog omonimo: “Osteria dei Satiri”
http://osteriadeisatiri.blogspot.com/
Francesco Spallacci, “Polis” del blog omonimo “Polis”
http://polisfs.blogspot.com/
Stefano Ravasio, “Raser” del blog omonimo “Raser”
http://raser.ilcannocchiale.it/
Marina Remi, “Remyna” del blog “Remyna’s blog”
http://marinaremi.wordpress.com
Richard Gekko, del blog “Parole di un maniaco omicida”
http://richardgekko.altervista.org/
Romina, stesso nick, del blog “Intersezioni”
http://intersezioni.awardspace.com/
Salpetti, stesso nick, del blog “La forza del blogging”
http://salpetti.wordpress.com
Daniele Verzetti, “Rockpoeta” del blog “L’agorà”
http://agoradelrockpoeta.blogspot.com

Al decimo giorno di marce non violente, la situazione in Birmania (o Myanmar, come la chiamano le forze militari) si fa drammatica: una decina di morti, centinaia di feriti, mgliaia di arresti, …
Tutto questo il giorno dopo che il Consiglio di sicurezza dell’ONU non ha trovato un accordo sulle sanzioni da infliggere al Myanmar. Durante le consultazioni a porte chiuse del Consiglio, Russia, Cina e Indonesia si sono opposte alla proposta avanzata da Unione europea e Stati Uniti di discutere misure contro il regime militare birmano.
Secondo me, sulle spalle della vicenda Birmana si sta giocando un pericoloso gioco di poteri le cui conseguenze ricadono sul popolo birmano e che rimarca quelli che sono le relazioni che contano a livello internazionale. Sono, infatti, motivazioni di carattere politico, economico e ideologico quelle che impediscono un intervento decisivo contro il regime illiberale in Myanmar. Secondo Sergio Romano (intervistato da Panorama), Mosca e Pechino si sarebbero opposti ad un eventuale embargo perchè sono i maggiori partner economici della Birmania (che produce tra le altre cose Teck, zaffiri, rubini, ecc.) e perchè vedono nelle iniziative dell’ONU che partono dagli Stati Uniti una pericolosa interferenza nella propria area di influenza. In altre parole, con il regime birmano Cina e Russia hanno buoni rapporti e se quel regime venisse rovesciato per decisione dell’Occidente, il prossimo governo sarebbe quasi certamente filo-occidentale, un rischio che né i russi né i cinesi si possono permettere, per loro va bene così.
Penso, dunque, che questa situazione non faccia altro che sottolineare quelli che sono gli equlibri politici, economici e di forza che vigono tra gli stati più potenti del Mondo. Gli Americani, ad esempio, sempre pronti ad esportare la loro democrazia con ogni mezzo, questa volta sembrano sì interessati, ma alla lontana. Questo perchè il confine tra interesse economico e ideologia diventa sempre più labile. Per Bush, l’America è il faro della democrazia nel mondo (lo dice quasi ad ogni suo discorso), ma forse è un faro che illumina di più le zone dove è lui ad avere interessi economici (petrolio) e non i suoi avversari ideologici (Cina e Russia con le materie prime birmane). Gli USA, quindi, hanno cercato di far sentire al propria voce all’ONU, non ci sono riusciti e anche a loro va bene così.
L’ONU, poi, secondo me, si è rivelata ancora una volta per quello che è: un’organizzazione che finge di essere “super partes“, ma che si trova spesso nell’impossibilità di agire per via di limiti strutturali che la costingono a sottostare ai soliti giochi di potere internazionali, perciò quando si verificano situazioni come questa si trova con le mani legate venendosi a trovare così involontariamente schierata.
La Cina continua a rivelarsi illiberale e dimostra di portare avanti una politica di spartizione del territorio ormai superata, insime alla Russia di Putin, il quale sembra avere nostaglia della “Guerra fredda” (si legga, ad esempio, quanto scrivevo su Putin QUI). Insomma, in mezzo al caos internazionale dei giochi di forza ci si sono trovati i poveri monaci buddisti (che protestano pacificamente) e la popolazione del Myanmar, costretta a subire repressioni da parte di un regime che non vogliono e di cui non riescono a liberarsi che, oltre a privare il popolo della libertà, lo costringe a vivere in condizioni di miseria.
Ma le sanzioni sarebbero servite davvvero? Sicuramente non servono i bombardamenti, metodo con il quale è stata “esportata” la democrazia in altri luoghi (ma non è queso il caso), neanche con le sanzioni economico-diplomatiche (embargo) credo si possa risolvere nulla. Un regime isolato, infatti, secondo me, diventa più forte, non si indebolisce. Restando isolato e non avendo altri termini di paragone o non presentando alla gente altre alternative, un regime chiuso in sè stesso finisce per aquistare forza e autorevolezza (Cuba docet). Inoltre, nei Paesi colpiti solitamente si rafforza una sorta di “casta” delle sanzioni che utilizza il contrabbando e la speculazione sfruttando la mancanza di merci sul mercato e gli inevitabili aumenti dei prezzi. Il popolo birmano è già stato ridotto in miseria, un embargo peggiorerebbe la situazione e, a mio avviso, come dicevo, non farebbe indebolire affatto il potere del regime militare.
Cosa fare, dunque? Non sarò certo io a trovare una soluzione, ma credo che solo grazie all’informazione libera [già i blogger birmani si stanno muovendo QUI, QUI e QUI], alla cultura e allo sviluppo economico è possibile liberare un popolo da un regime illiberale. La questione riguarda tutti gli stati. Si potrebbero fare investimenti in quel territorio, incentivare il turismo, creare le condizioni affinchè la gente entri in contatto con altre realtà, evolva culturalmente, economicamente e riesca a sollevare la testa autonomamente e consapevolmente contro l’oppressore. Certo, tutto questo non è facile, ma credo che sia meglio di imporre sanzioni che costringono alla fame e rafforzano il potere autoritario.
L’esempio dei monaci buddisti è da seguire: la democrazia esce dai monasteri che sono da sempre espressione di moralità, tradizione, cultura. Spero che il popolo birmano si liberi dal regime in modo non violento con l’ausilio della sola forza di risorse apparentemente intangibili come moralità, cultura, conoscenza, informazione libera, ma che però sono i veri pilastri di un sistema democratico. I monaci, con la loro protesta pacifica, sono convinti che la democrazia potrà essere ristabilita senza spargimento di sangue e sperano che la comunità internazonale si interessi finalmente al loro Paese. Mi auspico che i monaci abbiano ragione e che si possa concludere tutto pacificamente. Spero anche che non cali l’attenzione mediatica (la Rete li sta aiutando) perché a telecamere spente si possono compiere indisturbati crimini orribili.
> AGGIORNAMENTO: Da oggi (28/09) in Birmania non funziona più Internet (informazioni QUI e QUI) ed è iniziata una vera e propria “caccia al giornalista“. Il regime ha capito che restando isolato può avere ampi margini di manovra. Speriamo che non si ripeta una strage come nell’89 appena si ridurrà il flusso di informazioni sulla rivolta pacifica dei monaci.
In un blog che si chiama “La forza del blogging” non si poteva trascurare il V-day (Vaffa-day) oraganizzato da Beppe Grillo. Un’iniziativa che ha avuto origine esculsivamente in Rete tramite un blog, sfruttando al capacità di mettere in relazione le persone del Web. Non ho parlato dell’evento prima e adesso non voglio entrare nel merito delle polemiche. Sul V-day, infatti, è stato detto tutto e il contrario di tutto, ma da osservatore dei fenomeni sociali (ho studiato sociologia e mi sono laureato con una tesi sui blog), voglio riprendere un bel post del blog Tecnoetica di Davide Bennato in cui si analizza il Vaffa-day da un punto di vista sociologico…
Davide Bennato sintetizza questa sua riflessione in 4 punti:
- Il V-day ha mostrato la nascita un nuovo spazio politico basato sulla conversazione su Internet (i commenti al blog)
- Ha mostrato la necessità di un nuovo linguaggio per la politica che deve essere chiaro (più chiaro del nome della manifestazione!
- Ha mostrato la forza dell’auto-organizzazione permessa da Internet prescindendo dagli altri media
- Ha mostrato l’incapacità della cultura circolante (politici, giornalisti, “esperti”, …) di capire il mondo sociale che li circonda
Date queste premesse, forse ha ragione Grillo quando dice che la politica e il modo di condurre il dibattito pubblico hanno bisogno di rinnovarsi, sono vecchi. Con il Web e il blog tutto potrebbe cambiare. Nelle città-Stato della Grecia classica, tutti i cittadini (eccetto donne e schiavi) contribuivano all’amministrazione della collettività senza rappresentanti. E’ utopico pensare che con il Web e i blog oggi si possa ripresentare la stessa situazione, ma credo che la politica dovrebbe imparare da questa manifestazione e cercare di tenere più in considerazione le potenzialità democratiche della Rete. In quel “gioco dei poteri” di cui parlo spesso in questo blog, potrebbe entrare a breve a pieno titolo il potere del blogging, ovvero la possibilità di ciascun individuo di poter partecipare direttamente al dibattito publico, di auto-organizzarsi, di bypassare le forme tradizionali di mediazione (politici, giornalisti, ecc.), …
Credo che il V-day ha ha dato davvero origine a un “nuovo Rinascimento“, come ha detto Grillo, perchè ha messo in evidenza i punti critici dell’attuale sistema e ha evidenziato le potenzialità dello strumento dei blog. Spero di non essere troppo ottimista…

Chi si ricorda l’episodio in cui un ragazzo gridò a Berlusconi: “Buffone, fatti processare!” venendo querelato dall’allora presidente del consiglio? Era il 5 maggio 2003 e i fatti si sono fuori dall’aula del processo Sme al palazzo di giustizia di Milano. Berlusconi denunciò il ragazzo, ma poi fu assolto dall’accusa di ingiurie. Quel ragazzo si chiama Piero Ricca e non si è limitato a colpire Berlusconi, ma anche altri illustri personaggi. Uno in particolare si è talmente infuriato che ha fatto in modo che il blog di Ricca fosse bloccato.
La vicenda si riferisce ad un episodio legato ad Emilio Fede e il sequestro preventivo che si è applicato è stao fatto in modo tale che nessuno potesse accorgersene: alcuni agenti della Finanza di Roma si sono presentati a casa di Ricca per notificare l’atto che segue una querela per diffamazione presentata da Emilio Fede. Il direttore del Tg4 era stato contestato da Ricca al circolo della stampa di Milano (QUI il video). Come ricorda Punto-Informatico, nei casi di denunce per diffamazione, di solito il sito o le pagine denunciate vengono poste sotto-sequestro e rimpiazzate con un avviso. In questa occasione, invece, i finanzieri si sono fatti dare la password, hanno cancellato le pagine in questione e poi hanno cambiato la password impedendo al gestore del blog di postare. Chi arriva sul blog può anche non accorgersi di nulla se non legge i commenti che si stanno scrivendo nell’ultimo post.
Piero Ricca ha inviato a molti siti un suo comunicato dove spiega quello che è successo e inneggia alla libertà di espressione. Io ho visto il video e credo che Ricca sia stato molto duro con Fede (anche se probabilmente si meriterebbe questo e anche di più). Chiunque al posto di Fede lo avrebbe querelato. Non intendo difendere nessuno (nè Fede, nè Ricca), vorrei soffermarmi però su questo tipo di censura preventiva che ci avvicina sempre più alla Cina, come dicevo nel mio precedente post. E’ il modo subdolo con cui hanno applicato le leggi che mi ha colpito in questa vicenda. Il blog è stato sequestrato per decisione del pubblico ministero, senza necessità di un’ordinanza del Tribunale così come previsto dalla legislazione sulla stampa. Non è stato oscurato e non è stato posto nessun avviso, si è solo cambiata la password.
I finanzieri che hanno eseguito l’ordinanza hanno avuto paura di una possibile reazione di tutti i lettori del blog? Hanno agito così subdolamente per non fare scalpore? I finanzieri volevano giocare a fare i bloggers? Si vogliono intimorire e terrorizzare i bloggers? E’ un modo per censurare facendo finta che è tutto a posto? Non lo so…
Sulla vicenda si pronunceranno i giudici e molto probabilmente anche questa volta Ricca sarà assolto, ma credo che questo episodio possa rappresentare un pericoloso precedente per tutti coloro che hanno un blog e che sono per la totale liberà di espressione! Applicare forme di censura così subdole, non mi sembra tanto democratico…

Non c’è dubbio che la Rete sia uno strumento democratico e libero. Secondo alcuni anche troppo, soprattutto per quelli che pensano di poter salvaguardare ancora oggi il diritto d’autore e la propietà intellettuale così come è stata fino ad oggi, non tenendo conto delle tecnologie digitali.
Il riferimento è agli autori di contenuti artistici che nascondendosi dietro al copyright pretendono di mantenere immutato il mercato delle opere “intellettuali” anche in un contesto dove tutto ciò che vi gira attorno, dalla produzione alla distribuzione, è cambiato. Non tutti sanno, infatti, che il 30 e il 31 maggio si è tenuto a Bruxelles un vertice organizzato dalle associazioni degli autori di tutto il Mondo, il Copyright Summit, al quale ha partecipato anche la nostra SIAE.
Al summit si è discusso di molte cose e si sono prese molte decisioni, ma un in particolare a mio avviso sarà quella che farà parlare di più di sè e che alzerà un polverone di polemiche: la SIAE ha indetto uno sciopero di una settimana che molto probabilmente avrà luogo tra fine giugno e inizio luglio. Avete capito bene: la SIAE sospenderà per una settimana ogni permesso di utilizzazione delle opere protette da copyright bloccando di fatto ogni spettacolo (film, teatro, musica, ecc.).
Ad onor del vero, lo stesso presidente della SIAE non è tanto d’accordo con questo sciopero perchè ritiene che possa essere nocivo e che possa arrecare notevoli danni collaterali, ma la delegazione dei rappresentanti degli autori italiani sta facendo delle presioni tali che lo sciopero sembra ineviabile. In una nota della SIAE si possono leggere le dichiarazioni preoccupate di alcuni dei promotori dello sciopero. Nicola Piovani, ad esempio, ha detto: “Mi preoccupa che passi il concetto che chi ruba l’opera di un autore, il prodotto del suo ingegno, in realtà non ha rubato nulla“.
Ma quando si fa uno sciopero si hanno delle rivendicazioni nei confronti di qualcuno. Questo sciopero degli autori contro chi potrebbe essere? Credo contro i loro clienti che anzichè andare a comprare prodotti originali, preferiscono scaricarli online gratuitamente tramite il file sharing o preferiscono acqistare a prezzi molto bassi dalle bancarelle per strada CD e DVD pirata, oppure ancora preferiscono riprodurre a casa loro podotti originali magari facendoseli prestare da amici e conoscenti. Secondo me, questo che è il nocciolo del problema, rappresenta però al tempo stesso la soluzione di esso.
Quello che sto cercando di dire è che gli autori dovrebbero, a mio avviso, tenere conto delle tecnologie digitali e del fatto che i prodotti digitali sono riproducibili facilmente infinite volte e non continuar ad arroccarsi nella loro pretesa di continuare a mantenere certi costi e certi metodi di distribuzione in un contesto, quello del digitale e di Internet, in cui le cose funzionano in modo del tutto diverso.
Ecco perchè sostengo che la Rete, uno dei principali “nemici” degli autori, rappresenti in realtà la soluzione del problema. Il nocciolo della questione stà, quindi, a mi avviso, nella distribuzione. Non si può pretendere che gli utenti vadano, ad esempio, a comprare un CD musicale ai prezzi attuali, quando possono trovarlo gratuitamente sui programmi di file sharing. Nell’era digitale, si può fare anche a meno del supporto fisico del CD, occorre abbassare i prezzi e distribuire esclusivamente tramite Internet (il successo degli iPod dovrebbe dire qualsosa, no?).
Mi spiego meglio: invece di vendere il supporto fisico del CD in cui sono registrati i brani, le case discografiche potrebbero distribuitre i loro prodotti solo tramite il Web con il download legale gratuito a prezzi bassisimi. Vendere ogni brano a 0,10 € (ma anche molto meno, già i prezzi di iTunes, secondo me, sono alti e poi i brani scaricati hanno dei limiti nella loro copia e diffusone!), credo che significherebbe aumentare moltissimo la fetta dei potenziali clienti. E non è la stessa cosa per una casa discografica vendere online tramite il download 10.000 pezzi a 10 centesimi di euro o vendere 100 CD a 10 €!?
Non se la possono prendere con gli utenti che scaricano musica attaverso il file sharing, come è accaduto di recente, perchè sarebbe come condannare qualcuno che trova dei soldi per strada, stanno lì a terra e si possono prenere facilmente e senza sforzi. Ovviamente, al contraio di ciò che accade per i soldi trovati, il problema della violazione del diritto di autore resta. Il presidente della SIAE ha detto a proposto: “…è il caso, per esempio, delle tecnologie digitali, rispetto alle quali si ritiene che ogni utilizzo di contenuti artistici (musiche, film, immagini ecc.) debba essere gratuito, senza alcuna remunerazione per autori, editori o produttori, mentre l’industria tecnologica ricava enormi profitti proprio dalla diffusione dei contenuti culturali e artistici. Considerare il diritto d’autore uno strumento superato, incitare al downloading “selvaggio”, equivale a espropriare di fatto gli autori del loro lavoro e a deprimere tutta l’industria dei contenuti. In una parola, significa minare seriamente la cultura e la creatività. Per questa ragione gli autori italiani propongono di impedire l’utilizzo delle loro opere”.
Allora occorre trovare nuove vie che integrino il download gratuito (che ormai è una realtà forse ineliminabile) con la questione della proprietà intellettuale. Peter Gabriel sta lanciando un nuovo sistema di distribuzione della musica gratuito che, a mio parere, è rivoluzionario. Nel mese di luglio partirà questo nuovo progetto in base al quale gli utenti potranno scaricare musica e video gratuitamente ed in modo legale, a pagarne i costi sarà la pubblicità. Come vediamo la tv generalista o ascoltiamo le radio senza pagare, perchè in cambio vediamo e ascoltiamo la pubblicità, così sarà possibile sul nuovo sito di questo progetto scaricare le canzoni preferite gratuitamente perchè contengono 10 secondi di pubblicità all’inizio di ogni brano. I messaggi pubblicitari saranno orientati, cercando di offrire prodotti che abbiano un senso a seconda dell’età e dei gusti degli utenti, e sopratutto non interferiranno con l’ascolto del brano.
Questa iniziativa di Peter Gabriel secondo me è sensazionale e potrebbe risolvere la questione del copyright per la quale ci sarà questo sciopero a fine mese. Ma indovinate come hanno risposto le case discografiche? Sono molto critiche nei confronto del progetto e nessuna grande etichetta ha aderito al progetto. Probabilmente il sito sarà lanciato con un catalogo molto ridotto, di poche migliaia di canzoni.
Allora, per concludere, credo che per risolvere il problema del copyright, non bisogna necessariamente ripensare al diritto d’autore, come sostengono, ad esempio, i fautori del copyleft (anche Michelagelo si è fatto pagare per la Cappella Sistina ed era geloso dei propri lavori, no!?
), ma bisogna ripensare ai canali di distribuzione tenedno conto della Rete e delle tecnologie digitali. Scioperare contro i propri clienti per sensibilzare i governi ad asprire le pene nei confronti della “pirateria” e del download free, credo che non risolva affatto il problema, anzi aumenta gli screzi tra gli autori e i potenziali aquirenti delle loro opere che già si lamentanoi per i prezzi e per le modalità di fruizione.

Il blogging è oggi prevalentemente condotto dalla mera voglia di partecipare dei bloggers, dalla passione, dalla soddisfazione personale ricavata dal sapere che in qualche mondo si è contribuito alla costruzione di quella che Pierre Levy chiama “intelligenza collettiva”. E’ probabile che col tempo, come afferma Lovink , esauritasi la spinta propulsiva derivata dall’entusiasmo per questa forma nascente di plucazione online, ad investire e a credere su Internet resteranno solo in pochi, dal momento che essa non è retribuita.
Ma come è possibile ottenere guadagno con un blog?
Ho fatto qualche ricerca per voi e per me….
Sono molto diffusi i bottoni di PayPal, azionando i quali i lettori possono fare un’offerta libera ai gestori dei blog tramite carta di credito indicando la somma che si vuole donare. Nel 2003, con questo sistema Christopher Allbritton è riuscito ad auto-finanziare le cronache di guerra presenti sul suo blog. In poche settimane, come ricorda Giancarlo Mola su laReppublica, gli sono arrivati più di diecimila dollari che gli hanno permesso di trasferirsi in Iraq da dove si collegava a Internet per aggiornare il suo blog con un telefono satellitare. Sul suo blog anche adesso c’è il bottone di PayPal con la scritta “Make a Donation“.
Un altro esempio di blogger che si auto-finanzia con le donazioni è quello di Jason Kottke che, come lui stesso racconta, riesce a “vivere di blogging”. Il suo blog si occupa di high-tech e design, evidentemente lo fa talmente bene da convincere i suoi lettori a finanziarlo.
Ma non tutti i bloggers sono così popolari da potersi permettere tali finanziamenti e casi come quelli descritti sono solo marginali ed episodici che costituiscono l’eccezione e non la regola. Alla maggior parte dei blogger, secondo me, il ricavato delle offerte consente al massimo di pagarsi il cinema una volta la mese!!!
La situazione non dovrebbe essere molto diversa per quanto riguarda i programmi di affiliazione tipo quelli proposti da Amazon che, nonostante non permettano alti ricavi, sono molto diffusi. Il programma Amazon Associate offre l’opportunità di promuovere come affiliati qualsiasi prodotto in vendita su Amazon ( libri, DVD, cd musicali, ecc). In pratica il blogger deve indicare ai propri lettori i prodotti in vendita su Amazon inserendo dei particolari link che permettono al negozio online di riconoscere il blog da cui il potenziale acquirente è stato indirizzato, se i visitatori comprano l’articolo, Amazon assegna una piccola commissione sulla vendita. Non è difficile calcolare di quante vendite vi sia bisogno prima di raggiungere una somma considerevole.
Anche Google offre un servizio che dovrebbe permetere di guadagnare (credo sia il più diffiuso tra i bloggers). Il servizio si chiama Google AdSense ed è una evoluzione della pubblicità online tradizionale. AdSense permette ai blogger di pubblicare pubblicità di testo in relazione agli argomenti trattati. Il motore di ricerca Google associa automaticamente i messaggi pubblicitari a seconda delle parole che vengono utilizzate nei post. Per esempio, ad un post che racconta delle vacanze in Irlanda del blogger verranno affiancati con molta probabilità messaggi promozionali (in uno spazio della pagina scelto dal blogger) in cui vengono presentati delle promozioni riguardanti voli aerei o viaggi organizzati verso l’Irlanda. Per ogni click sulle pubblicità il blogger riceve una piccola somma di denaro a prescindere dal fatto se si effettua o meno un acquisto.
Un metodo che può rivelarsi redditizio è quello della vendita di spazi pubblicitari. Il più diffuso servizio di pubblicità dei blog è BlogAds che si incarica di vendere gli spazi pubblicitari trattenendo una percentuale sui ricavi. Ovviamente, i prezzi degli spazi pubblicitari non possono avere tutti lo stesso valore, ma variano in relazione alla popolarità del blog e in relazione al livello di specializzazione. Se un blog tratta argomenti specifici o di settore, il prezzo dei suoi spazi pubblicitari aumenta perché ciò permette di inserire pubblicità mirate ad un target specifico.
Robin Good propone ai bloggers per guadagnare di vendere gadget o di vendere prodotti affiliandosi con particolari marchi, produrre e-book con i miglior post da vendere ai lettori più affezionati o miniguide per orientarsi sul Web indicando, ad esempio, delle recensioni dei siti preferiti, ma anche miniguide su argomenti che si conoscono bene (ad esempio, un blogger che parla di high-tech potrà realizzare una guida all’acquisto dei nuovo prodotti tecnologici in vendita) e molti altri espedienti che non possono di certo portare grossi guadagni. Ma questi consigli lasciano il tempo che trovano.
Non mancano certo esempi originali come quello di un video-reporter olandese che produce in proprio video-news che mette gratis sul proprio sito e che fornisce gratuitamente ad altri siti di news, al loro interno inserisce dei piccoli spot pubblicitari per i quali gli inserzionisti pagano circa 10 centesimi di dollaro a visitatore (Fonte: Poynter).
Negli Stati Uniti, esiste un sito, Pixelpass, che permette in pratica di rendere il proprio blog a pagamento. Basta aggiungere un’applicazione fornita da Pixelpass nel blog e ogni post viene coperto in parte da un’immagine su cui i lettori se vogliono leggere ciò sta sotto devono cliccare venendo indirizzati in uno spazio dove si chiede loro di versare una piccola somma di denaro. Ovviamente questi pagamenti riguarderebbero specifici tipi di blog particolarmente ricchi, interessanti e magari specializzati in settori di nicchia in cui i lettori non solo potrebbero trovare le informazioni ricercate, ma potrebbero anche avere modo di innescare prolifiche conversazioni con gli altri utenti e con il blogger. Come si può facilmente intuire, solo pochi bloggers potrebbere permettersi di fare uan cosa simile.
Queste sono solo alcuneforme di guadagno tentate dai bloggers. La maggior parte dei modi per guadagnare attraverso un blog, tuttavia, si sono rivelate poco efficaci. Negli Stati Uniti, invece, dei bloggers riescono a guadagnare vendendo i loro contenuti a degli appositi network. Casi rapresentativi di questa tendenza sono, ad esempio, la Gawker Media di Nick Denton e la Weblogs Inc. dell’AOL, entrambe basate su una piattaforma tecnologica (di diffusione e di pubblicità comune) in cui vengono aggregati dei blog personali selezionati in base alla qualità del lavoro degli autori.
I bloggers vengono letteralmente “assunti” e sono retribuiti come se fossero dei redattori (generalmente si assumono l’impegno di garantire una certa frequenza di pubblicazione). La vera novità di questi network di blog rispetto a una redazione tradizionale, oltre a quella della riduzione dei costi per gli editori, è quella di poter affrontare temi diversi e spesso di estrema nicchia. La tendenza generale relativa al guadagno è, quindi, quella di specializzarsi per sfruttare al meglio le inserzioni pubblicitarie che hanno un valore superiore se dirette ad un target specifico.
La Gawker Media è una comunità di blog specializzati che totalizza un numero di contatti mensili di circa cinque milioni di utenti. Uno dei blog più noti di questa comunità è Gizmodo, specializzato in gadget tecnologici e disponibile in diverse lingue. La prospettiva di Denton è che i blog migliori possano affiancarsi o sostituirsi alle riviste specializzate e in tal senso diventare attrattori di pubblicità mirata. Un blogger che entra nel circuito della Gawker Media, pare che possa guadagnare oltre 2000 euro mensili (Fonte: EJO).
Weblogs Inc. è un altro network di blog specializzati composto da più di cento bloggers. Gli introiti sono talmente elevati che la retribuzione dei bloggers può arrivare anche a 1.500 dollari mensili (Fonte: EJO).
Questo sembra il modo per poter guadagnare un pochino atraverso un blog. Ma che fine fa la spontaneità e la libertà del blogging? Non si rischia di ingabbiare la forza del blogging che sta nel’essere totalmente libero e svincolato da ogni forma di condizionamento (politico, economico, sociale) che ne influenzi la linea editoriale? E poi… che differenza c’è tra un network organizzato di bloggers retribuiti e una testata online? Nessuna, a parte che l’editore spende meno…

Lo so che ne hanno parlato in molti e di certo dopo il mio post c’è ne saranno molti altri sull’argomento, ma come ha scritto Hugh Hewitt:
…quando molti blog scelgono un tema o iniziano ad inseguire una notizia si forma un blog swarm [...], un massiccio movimento di opinione pubblica che, quando esplode, è in grado di alterare profondamente la percezione collettiva di una persona, di un prodotto, di un fenomeno.
Allora, anche io non posso non parlare del doppio evento che ci sarà domani: la manifestazione e la contro-manifestazione per la famiglia. D’altronde in un blog che si chiama “La forza del blogging” dove regna sovrana la convinzione che il blogging è strettamente connesso con i processi di formazione dell’opinione pubblica, non potrebbe essere altrimenti.
Passando per Piazza San Giovanni a Roma, già da qualche giorno si può vedere pronto un mega-palco . I più distratti avranno pensato che si tratta di quello del concerto del Primo maggio, ma in realtà appena è stato smontato quello ne è stato costruito subito un altro sul quale campeggia la scritta Family Day, seguita dallo slogan della manifestazone: “Ciò che è bene per la famiglia è bene per il Paese”.
Il fatto strano è che anche a Piazza Navona sono iniziati da qualche giorno i preparativi per un’altra manifestazione che al grido di “Coraggio laico” si propone obiettivi opposti a quelli del Family Day (questa manifestazione è promossa da Rosa nel Pugno, Sdi e Partito Radicale) e, tra le altre cose, ricorderà l’anniversario del referendum sul divorzio.
Il nocciolo della questione è rappresentato dai DICO (DIritti e doveri delle persone stabilmente COnviventi). C’è chi dice che essi minerebbero l’istituto della famiglia e chi dice che, al contrario, sono necessari nella società italiana attuale (in cui c’è un forte bisogno di laicità).
Al di là delle polemiche [QUI, QUI e QUI potete torvare una raccolta di notizie sull'evento], credo che tutta la vicenda si fondi su un equivoco di fondo. Equivoco che è stato ben sintetizzato dalle parole del presidente del Senato, il quale ha detto che il ddl sui DICO non mette in discussione la visione della famiglia così come è prevista dalla Costituzione (Fonte: adnkronos).
I DICO, secondo il mio modesto parere, non sono nè contro la famiglia, nè a favore. Essi sempliemente allargano il riconoscimento di alcuni diritti fondamentali a chi non li ha (non mi riferisco solo alle coppie omosessuali). Senza esasperare questo tema, come fanno quelli del Coraggio laico, e senza demonizzare le coppie di fatto, come fanno quelli del Family Day, credo che i DICO interferiscano poco con l’istitto della famiglia. Anche con i DICO ci si continuerà a sposare e non credo che con i DICO tutti ci ritroveremo ”uniti” con persone del nostro stesso sesso.
Il problema, a mio avviso, è sempre il solito. In Italia ci si diverte a farsi la guerra. Quello a cui assisteremo domani a Roma non sarà altro che la riproposizione in chiave moderna delle “amichevoli” diatribe tra Don Camillo e Peppone!
Avremo così i preti, ad esempio, che distribuendo volantini nelle parrocchie sottolineranno il valore della famiglia [Ma loro perchè non si sposano!?
] e i “mangia-preti” che ricordando l’aborto, il divorzio e le altre battaglie laiche vinte, invitano al laicismo. Così, domani, al centro dell’attenzione non ci sarà la famiglia (in qualunque modo vogliate intenderla), bensì l’atavico scontro italico tra due posizioni opposte apparentemente inconciliabili.
Come nei romanzi di Guareschi, tra i parrocchiani di Don Camillo e i compagni di Partito di Peppone, alla fine non vincerà nessuno perchè in fondo sono tutti amici!!!! L’importante è farsi la guerra!!! ![]()

I blog sono sempre più al centro dell’attenzione dei sociologi perchè il modo in cui si diffondono le informazioni nella blogosfera interessa l’ambito della formazione dell’opinione pubblica, oggetto di studio da sempre importante per gli studiosi del sociale. Oltre ai sociologi, ovviamente ci sono gli “scienziati della comunicazione” ad interessarsi del mondo dei blog e anche il mondo giornalistico che in un certo senso si sente minacciato dall’avvento di questa forma di comunicazione dal basso. Fin qui niente di nuovo.
Vi sono poi gli studiosi di strategie di marketing che si interessano sempre più del blogging. Questo secondo me è sintomatico del fatto che il blogging contiene in sè una forza comunicativa enorme che bisogna saper fare emergere. Di solito il marketing ha l’occhio lungo (come si suol dire) e se i blog assumono un ruolo sempre più centrale per ciò che concerne l’e-marketing, ciò significa che i blog sono davvero capaci di influenzae l’opinione pubblica, come stanno iniziando a dire i sociologi .
In particolare, i blog sono al centro dell’attenzione di quello che viene detto marketing virale, un tipo di marketing che si fonda sull’evoluzione in Rete del passaparola (buzz factory). Nello specifico il “viral marketing” si fonda sul fatto che grazie alla capacità comunicativa di pochi soggetti si può trasmettere un messaggio ad un numero esponenziale di utenti finali. In tal modo, commenti, pensieri, suggerimenti o opinioni trovati su un blog vengono linkati, suggeriti, “passati” ad altri utenti diffondendosi come un “virus” (da qui il nome).
I blog si prestano bene a questo tipo di promozione più o meno volontaria grazie alla loro natura colloquiale, diretta, chiara, veloce e alla facilità con cui le informazioni si diffondono nella blogosfera. I potenziali acquirenti sono molto più propensi a rivolgersi a familiari, amici o altri “esperti” personali, piuttosto che utilizzare i media tradizionali per avere informazioni o farsi un’idea su determinati prodotti e servizi. I blog rappresentano a tal proposito una risorsa importante.
Un esempio che secondo me è emblematico dell’uso dei blog come strumento pubblicitario è rappresentato da uno spot della Sony (si può vedere QUI), che oggi ho ritrovato per caso girando per la Rete e che mi ha dato l’idea per scrivere questo post.
Qualche tempo fà, per promuovere un nuovo modello di televisione, la Sony invece di affidarsi al marketing tradizionale, ha deciso di affidarsi a tecniche non convenzionali di pubblicità lanciando per le strade di San Francisco circa 250.000 palline colorate ribalzanti. Grande passaparola si è scatenato tra gli abitanti della città che si sono visti invasi dalle palline. Questa particolare e inusuale esperienza ha fatto sì che in molti hanno realizzato foto e video amatoriali che si sono diffusi in Rete grazie alla pubblicazione in vari blog. Tutto ciò ha fatto indirettamente pubblicità alla Sony e ha creato forti aspettative per il video commerciale relativo al nuovo modello di televisione che quando è stato trasmesso ha ottenuto subito molta attenzione (alcune foto del backstage dell’evento sono disponibili QUI e uno dei tanti video amatoriali dell’evento è disponibile per il download QUI).
Ecco che il potenziale comunicativo dei blog inizia ad esprimesi. Questo esempio riguarda il mondo della pubblicità, ma ci lascia intendere quale potere di nfluenza possono avere i blog. Secondo me, davvero in fututo potremo avere una sfera pubblica che grazie ai blog sarà svincolata dai poteri economici, politici e quelli che potremmo chiamare sociali o ideologici (es. Chiesa).
Voi che ne pensate? Chi è d’accordo con me?
Che ne dite dello spot della Sony? ![]()


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