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Privacy. Siamo malati di Internet, esiste una medicina?

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Anche se negli ultimi mesi – per vari motivi – il tempo per aggiornare il blog è sempre di meno, quando ho un secondo cerco di scrivere un nuovo post. Questa volta prendo spunto dalle parole che il Garante per la protezione dei dati personali, Francesco Pizzetti, ha pronunciato lo scroso 23 giungo durante la consueta relazione annuale al Parlamento.

L’umanità si proietta sempre più nel mondo informatico che tende a proporsi quasi come un’alternativa al mondo percepito con i cinque sensi. Telefoni di ultima generazione, smartphone e tablet – strumenti che ormai ci accompagno in ogni momento della nostra giornata – si configurano sempre più come un supporto supplementare per tutte le nostre attività. Ci aiutano dalle operazioni più semplici come fare i conti della spesa al supermercato, sino a guidarci nel cammino indicandoci il percorso da seguire grazie alle applicazioni GPS. Per di più, ci permettono di essere sempre connessi alla Rete sfruttando in tempo reale l’immenso bacino di informazioni e di conoscenze offerto dal Web.

In pochi decenni Internet è diventata un’infrastruttura da cui dipendono non solo la comunicazione mondiale, ma anche le transazioni economiche di tutti i settori, il trasferimento e la conservazione dei dati, la comunicazione politica e addirittura – come si è visto nei recenti episodi accaduti in nord Africa – il successo dei moti insurrezionali. La Rete sta diventando, dunque, la spina dorsale della società moderna.

Quella che fino a poco tempo fa chiamavamo “rivoluzione digitale” si è trasformata ormai in quotidianità: il nostro modo di vivere è cambiato e il peso della Rete in ambito culturale, politico, sociale ed economico acquista sempre una rilevanza maggiore.

Vista la portata del fenomeno, il Garante Pizzetti si è soffermato molto sul rapporto tra nuove tecnologie e riservatezza: una privacy messa sempre più in pericolo da quelli che sono ormai i nostri migliori amici, gli smartphone. Questi dispositivi, da cui difficilmente ormai ci si separa, ci rendono tutti simili a un moderno ‘Pollicino‘ “che ha in tasca il suo sacchetto di sassolini bianchi che escono uno ad uno per segnarne gli spostamenti”. Così ha icasticamente descritto la questione della riservatezza il Garante per la privacy.

Se fino a un paio di decenni fa il timore era di vedere ingiustamente invasa la propria vita e controllati i propri comportamenti e quelli dei propri cari, oggi la prospettiva si è capovolta: l’esposizione di sé e delle proprie relazioni è molto diffusa sui blog e sui social network, tanto da diventare quasi la normalità.

I rischi connessi agli smartphone e alle loro applicazioni derivano essenzialmente dal fatto che i nostri telefonini – spiega Pizzetti – sono costantemente localizzati, e che il gran numero di dati e di informazioni in essi contenuti, dalle rubriche telefoniche all’agenda, dalle foto alle annotazioni, possono essere conosciuti, trattati, conservati, utilizzati da soggetti dei quali non abbiamo consapevolezza né controllo“. E poi il Garante ha aggiunto: “Viviamo nel mondo della autoesposizione e della trasparenza globale che sta diventando, senza che ce ne accorgiamo, quello del controllo globale“.

Insomma, avere la possibilità di essere sempre connessi a Internet è qualcosa che quasi sovverte il nostro modo di pensare e di agire, ma si tratta di una realtà molto complessa. È un importante fenomeno sociale che incide profondamente sulla nostra vita; occorre, quindi, utilizzarlo con attenzione. Non a caso, Pizzetti in un passaggio del suo intervento dice che nell’utilizzo di questi strumenti servirebbe una “informativa di rischio” simile a quelle utilizzate per i farmaci, una sorta di bugiardino in cui si descrivono modalità di utilizzo, tempi di somministrazione, pro e contro.

Insomma, siamo malati di Web e l’unico farmaco è l’utilizzo consapevole dei nuovi strumenti di comunicazione.

Utente del Web: senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato

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C’è chi vede il fondatore di Wikileaks come un difensore della libertà, chi lo vede come un pericolo pubblico. Julian Assange, l’uomo che sta dietro alle recenti vicende di “spionaggio telematico”, è sicuramente una figura controversa che – grazie alla sua organizzazione internazionale fatta di esperti del computer – è riuscito a divulgare documenti coperti da segreto (segreto di stato, segreto militare, segreto industriale, segreto bancario), mettendo in imbarazzo i potenti di mezzo mondo.

Mentre Assange è alle prese con gravi problemi giudiziari, non solo legati alle vicende di Wikileaks, in più parti ci si interroga sulla rilevanza del Web e di Internet per ciò che riguarda la democrazia, la circolazione delle informazioni e la politica del futuro, una Politica 2.0.

La sfera pubblica, il campo nel quale si svolgono i confronti e gli scontri tra i diversi interessi politici, economici e sociali, infatti, è cambiato profondamente con l’avvento delle reti telematiche e ancor di più con l’emergere delle piattaforme del Web 2.0. Se in questo blog abbiamo spesso parlato degli aspetti positivi che la Rete con le sue potenzialità ha introdotto nel dibattito pubblico, cerchiamo di vedere ora l’altro lato della medaglia perché – parafrasando i Pink Floydanche la Luna ha un lato oscuro.

Non occorre ricorrere ai facili allarmismi riguardanti le impostazioni di privacy dei social network o il fatto che i proprietari di queste piattaforme si arricchiscano sfruttando al meglio le inserzioni pubblicitarie nei loro siti. Per questo basta solo fare un uso consapevole del mezzo. Non bisogna cadere nell’errore compiuto dalla trasmissione televisiva Report che – nell’intento di mettere in guardia chi naviga online – ha finito per spaventare gli utenti meno smaliziati e meno addentro a certe tematiche. Quella puntata (andata in onda il 10/04/2011), infatti, ha fatto tanto scalpore e ha suscitato tante polemiche nelle community online, tra gli esperti e tra gli addetti ai lavori.

Per fare un po’ di luce nel lato oscuro del Web, bisogna quindi volare un po’ più alto. Se anche Julian Assange – che di certo non possiamo accusare di essere uno scettico nei confronti della Rete e che, per di più, è additato dai politici come un nemico pubblico – è perplesso su alcuni aspetti riguardanti l’uso di Internet, allora è bene porsi qualche domanda in più.

In una recente apparizione pubblica alla Cambridge University, Assange ha detto: “Internet non è una tecnologia che favorisce la libertà d’espressione. Non è una tecnologia che tutela i diritti umani. Piuttosto è una tecnologia che può essere sfruttata per mettere in piedi un regime totalitario basato sulla sorveglianza. Che non si era mai visto prima. Internet ci offre in qualche modo la possibilità di essere informati a livelli senza precedenti, in particolare sulle attività dei vari Governi ma è anche la più grande macchina di spionaggio che il mondo abbia mai visto”.

Anche Facebook e Twitter, che pure hanno da ultimo giocato un ruolo importante anche nelle rivolte verificatesi in Medio Oriente e nel Nord Africa, possono trasformarsi in strumenti in mano ai potenti per individuare dissidenti e rivoltosi. “Tre o quattro anni fa, ha sottolineato il fondatore di Wikileaks, c’era stato un tentativo di rivolta proprio al Cairo, e proprio Facebook fu setacciato dalle autorità per individuare i partecipanti alla rivolta. Che furono poi fermati, interrogati, arrestati e picchiati”.

Si capisce come il problema stia a monte. Non sta nelle impostazioni di privacy più o meno restrittive o nell’advertising. Il rischio è che la stessa architettura su cui poggia il sistema di trasmissione delle informazioni nel Web possa essere utilizzata con fini opposti a quelli per i quali oggi Internet si pone sempre più al centro del dibattito pubblico.

Naturalmente stiamo prefigurando uno scenario fantascientifico, un mondo kafkiano dove diventerebbe realtà per tutti il carcere “Panopticon” teorizzato dal filosofo Bentham, un carcere strutturato in maniera tale che i prigionieri non possano essere in grado di stabilire se sono osservati o meno, percependo una sorta di invisibile onniscienza da parte del guardiano. Ma è bene in ogni caso riflettere su certe problematiche.

Allora, stando ovviamente ben attenti ad utilizzare bene il Web e le piattaforme 2.0, cercando di diffondere in giro il meno possibile nostre informazioni ed evitando che il mondo del business pubblicitario si arricchisca alle nostre spalle e sulla nostra pelle, è comunque bene sapere che in un fantomatico futuro potrebbe andarci a finire come a Josef K, il quale “senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato”. Ma questo è solo l’incipit de “Il processo” di Kafka!

Er Calippo e ‘na bira, armi di distrazione di massa! ;-)

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Tutto ebbe inizio quando Nicola Veschi, un giornalista di SkyTg24 iniziò a fare delle interviste in una spiaggia di Ostia, presso Roma, per uno di quei classici “servizi estivi “ che passano nei telegiornali della nostra televisione: vi divertite in spiaggia? Che cosa fate per proteggervi dal caldo? Che alimentazione mantenete durante le giornate trascorse al sole? Insomma, il classico servizio vacanziero spensierato.

Tre le intervistate c’erano anche due ragazzine che con un marcato accento romano raccontavano la loro giornata sul litorale laziale. In un primo momento questa intervista non è andata in onda, forse perché non ritenuta rilevante oppure proprio per via dell’intercalare buffo romanesco. Ma le dinamiche della comunicazione che si innescano su Internet sono spesso imprevedibili e a volte “perverse”, tanto da far diventare le due amiche due vere star involontarie (QUI). Le ragazze, infatti, stanno spopolando su YouTube con milioni di accessi e per di più una frase della loro intervita, “Er Calippo e ‘na bira”, rischia di diventare il tormentone dell’estate 2010 (alcuni Dj hanno già remixato le parole delle due ragazze aggiungendovi della musica che andrà in tutte le discoteche dell’estate).

Ma com’è successo tutto ciò? Semplicemente il video che il giornalista di Sky aveva scartato per il suo servizio è stato caricato ugualmente sul portale dell’emittente televisiva. Da qui è stato ripreso dai comici del “Trio Medusa” che conducono su Radio Deejay una trasmissione irriverente proprio su tormentoni e gag. Il video delle due giovani è stato sottotitolato con un linguaggio forbito – proprio per sottolineare ancora di più il loro accento “coatto” (come dicono a Roma) – ed è finito su YouTube, dove ha avuto un successo dirompente. Il resto l’hanno fatto gli altri siti Web e i social media che hanno ripreso il video, ma anche i vari TG nazionali in caccia anch’essi di notizie frivole e leggere per l’estate.

Fin qui i fatti. Facciamo adesso qualche considerazione in più. Rilevando come ancora una volta i meccanismi di diffusione che seguono le notizie sul Web siano completamente liberi e spesso imponderabili (con forme di diffusione che potremmo definire “virali”), andiamo oltre all’episodio in sé. Questa volta – inaspettatamente – una lezione ci arriva da Enrico Vanzina, uno dei famosi registi dei tanto vituperati film di Natale.

Intervistato sul Corriere della Sera sulla possibilità di far recitare le due ragazze in uno dei “cinepanettoni” da lui realizzati, Vanzina senza mezzi termini ha dichiarato che Debora e Romina (questi i nomi delle due star mediatiche del momento) “non mi fanno ridere”. Continua il regista: “Sono carine, tenere, ma la loro performance non è buffa, non è spiritosa. L’ironia romana è un’altra cosa. Si tratta di un fenomeno del Web che fa ridere due sole categorie di persone: gli italiani che provano gusto a credere che tutti i romani siano come le due ragazzine e tutti i romani che si riconoscono in loro che appartengono a un mondo, che vivono in un mondo per molti versi sconosciuto, distante, ma che pure c’è, esiste in questa città e che è vuoto, senza eroi e senza modelli. Sono i romani del Grande fratello, dei reality”.

Le due ragazzine naturalmente non c’entrano nulla in tutto questo, erano semplicemente due amiche al mare come tanti altri giovani che si incontrano in tutte le spiagge italiane. Solo che per via dei meccanismi virali di diffusione delle informazioni nel Web e dell’interscambio tra media tradizionali e Internet, la loro popolarità oggi è tale da non escludere che a breve le vedremo in un reality o in qualche programma in veste di opinioniste. Per di più che in questo momento vengono intervitati da tutti i media e tutti ne parlano.

Ma del resto, in un’estate dove c’è solo voglia di divertirsi e di non pensare, mettendo da parte le riflessioni sociologiche sulla cultura e sul mondo dell’informazione (QUI), “er Calippo e ‘na bira” possono essere ottime armi di distrazione di massa! ;-)

Giornalismo del futuro… I conti con gli utenti!

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Dal prossimo anno accademico, alla prestigiosa Columbia University di New York, prenderà il via un corso di studi per formare una generazione di professionisti dell’informazione capaci di muoversi al meglio tra le nuove tecnologie e Internet (QUI). Agli allievi sarà insegnato come ottimizzare l’uso del Web per ricercare e immettere notizie, come interagire con gli utenti e come trattare gli UGC (User-Generated Content), nonché qual è lo sviluppo delle architetture tecnologiche per trasferire le news verso i dispositivi mobili, nuova frontiera dell’informazione.

Se fino ad oggi, quindi, i giornalisti hanno spesso sottovalutato il forte contributo che i nuovi media possono dare alla loro professione, adesso si riconosce ufficialmente il ruolo importante dei progressi tecnologici nell’ambito della comunicazione per gli sviluppi futuri del giornalismo.

Probabilmente, come sostiene Eugenio Scalfari con un tono di critica e riaffermando astoricamente la supremazia della carta stampata sugli altri media (QUI), il giornalismo nel cambiare forma cambierà anche sostanza, ma non è detto che questa nuova “sostanza” – al contrario di quello che pensa Scalfari – non sia altrettanto efficace per i fini che si prefigge il mestiere del giornalista.

È chiaro che ormai le nuove leve del giornalismo devono essere in grado di utilizzare il maggior numero di media possibili, devono muoversi bene e devono sapersi districare in quella che viene detta crossmedialità   L’informazione, infatti, ha trovato nel Web e nelle nuove tecnologie una nuova dimensione all’interno della quale le notizie si arricchiscono e si completano attraverso l’uso sociale e partecipato dei nuovi media. Come dice Dan Gillmor nel suo libro intitolato We the media, traducibile con “Noi siamo i media”, adesso grazie al Web “le notizie possono essere anche scritte e non più soltanto lette”. In quest’ottica è evidente come il ruolo del giornalista in futuro non potrà essere più quello tradizionale cui siamo abituati.

Il giornalismo tradizionale deve, infatti, imparare a raccontare il mondo trasformato dal digitale, ovvero un sistema complesso in cui chi informa per professione non ha più l’esclusiva della rappresentazione del mondo. Le news arrivano in tempo reale, raggiungono i fruitori dell’informazione ovunque essi si trovino, diventano tempestive, mutevoli e immediate. In questo processo di news-making, di creazione delle notizie, non sono coinvolti solo professionisti, ma anche gli stessi utenti.

Lo scetticismo di Scalfari, fondatore del quotidiano laRepubblica, nei confronti delle nuove tecnologie legate all’informazione è probabilmente legato a questioni anagrafiche, ma anche al fatto che in giornalismo 2.0 (per usare un neologismo) può rappresentare un “pericolo” per i portafogli dell’editoria (si vedano, ad esempio, le recenti accuse degli editori nei confronti del servizio Google News). Per il giornalismo, però, il problema più grande sembra essere quello di non apparire più al passo con la veloce evoluzione del mondo che cerca di descrivere.

Allora, quello che più opportunamente ci si deve augurare è che in Rete e attraverso i dispositivi mobili – strumenti tramite cui tutti posso inserire e fruire di informazioni e notizie – si sviluppi un confronto e un controllo reciproco tra la gente comune e gli esperti, tra i semplici appassionati e i professionisti.

Il giornalismo oggi, dunque, deve sì competere con Internet e l’iPhone, con tutti quei strumenti che sfruttano la voglia delle persone di raccontarsi, collaborare e cooperare per fare un’altra storia, con altri ritmi e altri protagonisti (e in questo senso forse possiamo dire che le nuove tecnologie sono “nemiche” dell’informazione tradizionale), ma quando un nemico è troppo forte, si sa, l’unica cosa che si può fare è allearsi con lui. ;-)

La sfida per i giornalisti di domani, quindi, non sarà quella di continuare a essere i “sacerdoti dell’informazione”, ma quella di dialogare in maniera convincente con l’opinione pubblica provando l’efficacia delle proprie idee. Questo dialogo è permesso dalle nuove tecnologie e si realizza attraverso la disponibilità continua a ribattere alle critiche e a confrontarsi con gli utenti che adesso concorrono, al pari dei professionisti, al processo di costruzione di senso della realtà che ci circonda.

Arrivano i Webby Award 2010, i premi Oscar del Web!!!

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Anche quest’anno, come da quattordici anni a questa parte, l’Accademia Internazionale di Scienze e Arti Digitali di New York (IADAS) assegnerà i Webby Awards. In pratica si tratta del più importante evento internazionale volto a celebrare ogni anno le eccellenze nel mondo di Internet in ogni ambito: siti, social network, video, pubblicità online, giochi interattivi e così via.

Nell’edizione del 2009, solo per fare qualche esempio, Twitter ha vinto il riconoscimento come innovazione dell’anno. A spiccare è stato anche HuffingtonPost (QUI), un sito dedicato all’informazione politica; le sue pagine negli Usa diventano sempre più un punto di riferimento per i cittadini e gli elettori, a discapito dei media tradizionali. La migliore attrice premiata nell’edizione passata dei Webby Awards è stata Sarah Silverman che – a detta della giuria – ha combinato il suo impegno politico con quello artistico diventando una vera e propria superstar su Youtube (dove il suo video spopola ancora tra gli utenti con migliaia di visite giornaliere).

Anche quest’anno non mancheranno di certo le sorprese. Tra gli addetti ai lavori e gli appassionati di Web e nuovi media c’è molta attesa. Una prima novità dei Webby Awards 2010 è stata l’aggiunta di nuove sezioni alle categorie classiche, come “Miglior uso dei media online” o Green Web Sites (riconoscimento per i siti dedicati al rapporto tra l’innovazione tecnologia e la difesa dell’ambiente).

Nella categoria video, pare che abbia molte chance di vittoria il filmato girato da un padre mentre il figlioletto era disorientato e stordito dopo aver subito un intervento chirurgico dal dentista (a causa dell’anestesia); su YouTube questo video è uno dei più popolari del momento con milioni di visite. Tra i contenuti prodotti con tecnologia mobile, Foursquare si è meritato la nomination; si tratta di un social network che consente agli utenti di tracciare con il proprio cellulare il cammino che si percorre ogni giorno, da soli o con amici, con l’obiettivo di condividere informazioni su luoghi pubblici di interesse, su locali, ristoranti, pub e così via. Tra i giochi, è candidata al premio anche la famosa applicazione per Facebook che permette di creare una propria fattoria personale, Farmiville.

Sempre alto il livello della giuria dello IADAS, composta da esperti e guru del settore. Quest’anno ci saranno anche personaggi famosi come il cantante David Bowie o Matt Groening (il creatore dei Simpson). I Webby Award 2010 saranno consegnati nel corso della cerimonia che si terrà a New York il 14 giugno. La premiazione si può seguire su vari siti e sul canale Youtube ufficiale dell’iniziativa.

Allora, se siete curiosi di sapere chi si è distinto nel mondo di Internet in quest’anno, se volete capire quali sono nel Web le novità più importanti e cosa ci riserverà il futuro dei nuovi media, oppure se semplicemente siete curiosi di capire cosa accade nell’effervescente e mutevole realtà della Rete, non vi resta che seguire la premiazione degli Oscar del Web 2010. In attesa che arrivi il giorno della premiazione, potete andare sul sito e indicare la vostra preferenza all’interno delle categorie proposte… ;-)

Condannati in Italia dirigenti Google, il mondo protesta!

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In questo post parleremo di un argomento che in questo periodo è molto dibattuto: la libertà di espressione e la censura. Argomento molto complesso che diventa ancora più articolato quando ci si riferisce alla Rete. Internet, infatti, per la sua architettura si basa sulla libertà d’espressione. Chiunque può con semplicità immettere online qualsiasi tipo di contenuto (lo sto facendo anch’io scrivendo questo post!).

Le principali aziende operanti in Internet, come ad esempio Google, fino ad oggi hanno agito come dei semplici contenitori dove inserire i materiali prodotti dagli utenti. Ma quando questi contenuti violano la legge, a chi è riconducibile la responsabilità dell’infrazione?

I nodi sono venuti al pettine di recente, quando il tribunale di Milano ha condannato, lo scorso 24 febbraio, tre dirigenti di Google per aver permesso la pubblicazione di un video che ritraeva atti di bullismo nei confronti di un ragazzo disabile. “Il diritto di impresa – dicono i giudici – non può prevalere sulla privacy e sulla tutela dei diritti della persona“.

Di questa sentenza, la prima di questo tipo, si sta discutendo il tutto il mondo (QUI), tanto che i giudici che l’hanno emessa si sono sentiti in dovere di fare alcune precisazioni. Se la sentenza venisse confermata nei successivi gradi di giuziozio, infatti, il volto di Internet potrebbe esssere ridisegnato. Da più parti si teme che in futuro le aziende operanti sul Web possano introdurre una sorta di censura preventiva per paura di ricevere delle querele a causa del comportamento scorretto di qualche utente. I fruitori della Rete verrebbero così limitati nella libertà di commentare un articolo in un blog, di pubblicare un video, di scrivere una frase su Twitter e così via.

Per molti, dunque, questa sentenza è pericolosa, nonché ridicola: “È come se venisse perseguito il responsabile delle Poste perché qualcuno spedisce una cartolina con offese ingiuriose“, così ha commentato la sentenza l’ex commissario per l’Informazione della Gran Bretagna, Richard Thomas.

Beppe Grillo, con la sua solita ironia graffiante, si è espresso in questi termini: “I dirigenti di Google dovrebbero ricevere una medaglia. La sentenza è un monito: i disabili nelle scuole italiane si possono pestare, ma in incognito“. Il riferimento naturalmente è alla grande capacità della Rete di configurarsi spesso come un organo di denuncia e d’informazione più efficace dei media tradizionali.

Ironia e freddure a parte, la sentenza potrebbe far sì che in futuro Google e le altre società operanti in Rete come Facebook, si trasformassero in società editoriali simili a giornali e televisioni. Questo significa che sarebbero costretti a fornire contenuti di cui sono del tutto responsabili; verrebbero così introdotti anche online dei meccanismi che potrebbero essere limitanti della completa libertà di espressione di cui oggi è portatore il mondo di Internet.

In realtà Google parrebbe non avere responsabilità in questa vicenda perché non ha preso parte in alcun modo al processo di creazione e selezione dei contenuti incriminati di cui, per di più, non era a conoscenza sino a quando non è iniziata l’azione della magistratura. È, infatti, impensabile che dei dipendenti di Google possano visionare prima della pubblicazione tutti i video immessi su Youtube, leggere tutti i post dei blog dei suoi utenti, osservare ogni immagine pubblicata e così via.

Il principio di responsabilità, quindi, non può essere declinato a seconda del mezzo di trasmissione su cui viaggia un reato. Sono, dunque, i ragazzi che hanno effettuato violenza sul disabile che poi hanno messo il video su Youtube gli unici responsabili dell’accaduto, sono loro che hanno leso “i diritti della persona“. Allora, il pronunciamento del Tribunale di Milano deve farci riflettere sul confine tra libertà di espressione in Rete e meccanismi di tutela dei diritti dei singoli. Come si chiede Guido Scorza, Presidente dell’Istituto per le politiche dell’innovazione, “sino a che punto è preferibile rischiare di limitare la prima a fronte del riconoscimento di più efficaci meccanismi repressivi e sanzionatori a tutela dei secondi?“.

Che ne pensate? ;-)

I giovani che passano molto tempo al PC sono “eremiti della tecnologia”?

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È convinzione comune che chi passa troppo tempo davanti al monitor del proprio PC sia un individuo solo e distaccato dal mondo reale. Pare, invece, che le cose non stiano proprio così.

Secondo una recente ricerca pubblicata dalla Pew Internet & American Life Project, una società non-profit che conduce ricerche che hanno come oggetto di studio l’impatto che la Rete e le nuove tecnologie hanno sulla società, i giovani sarebbero tutt’altro che “eremiti della tecnologia”. Al contrario, chi svolge regolarmente attività online (come, ad esempio, blogging e social networking) troverebbe la strada spianata nel consolidare e allargare le reti sociali tradizionali.

Questa ricerca, intitolata “Social Isolation and New Technology”, ha messo, infatti, in evidenza come Internet e i dispositivi mobili di ultima generazione aiutino chi li utilizza con assiduità ad avere più amici, ad essere più tolleranti e aperti alle diversità, a migliorare i rapporti faccia a faccia.

Lo studio ha messo in evidenza anche un fattore che in apparenza sembrerebbe essere contraddittorio: la socialità online non riduce affatto il livello di partecipazione degli utenti all’interno delle comunità locali. Gli utenti che usano più spesso Internet sono soggetti che con maggior probabilità appartengono ad associazioni locali di volontariato, a gruppi giovanili di varia natura o ad organizzazioni caritatevoli.

In altre parole, se da un lato le relazioni sociali si alimentano tramite la mediazione di un computer, dall’altro si consolidano e trovano la massima esplicazione quando si spegne il PC e ci si ritrova in compagnia. Le nuove tecnologie della comunicazione, dunque, non contribuiscono negativamente alle attività sociali che si svolgono all’interno della propria comunità, ma costituiscono un mezzo in più per coltivarle e consolidarle.

Se, inoltre, si pensa che proprio grazie alla Rete e alle nuove tecnologie crescono di gran lunga gli stimoli cui vengono sottoposti i giovani, passare qualche ora in meno con la gente che si vede sempre non sarebbe probabilmente nemmeno il peggiore dei mali. La possibilità di avere contatti con persone dal diverso background culturale e sociale, di un’altra etnia, con una formazione di diverso tipo, infatti, non può che allargare gli orizzonti e contribuire alla crescita culturale e personale dei giovani.

Insomma, questa ricerca rivela che la vita delle persone tende a migliorare se si sfruttano le possibilità offerte dalle nuove tecnologie della comunicazione. Per quanto fondati possano essere i timori relativi a questi strumenti (soprattutto da parte di chi non li usa o li conosce poco), non è forse il caso di continuare ad alimentare lo stereotipo secondo cui il computer trasformerebbe le nuove generazioni in soggetti individualisti, isolati, poco propensi alle relazioni personali e privi di amici reali.

In conclusione, Internet probabilmente è pieno di insidie e certe diffidenze nei suoi confronti possono essere anche giustificate; ma tra i suoi lati negativi pare che non si possa annoverare quello di far restare la gente chiusa a casa in pigiama davanti al PC in una sorta di reclusione volontaria.

Che ne dite? ;-)

Ahmadinejad ritocca le foto per aumentare il numero dei suoi sostenitori. La Rete lo smashera!!!

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L’anno scorso l’Iran diffuse delle fotografie ufficiali di un’esercitazione militare in cui, grazie al foto-ritocco, fu aggiunto un missile e furono modificati alcuni dettagli. A scoprire la falsificazione fu un blogger e ne parlammo in questo articolo.

Adesso, non riuscendo ad imporre il silenzio sulle proteste post elettorali perché la Rete è riuscita a far circolare immagini, video e informazioni, Ahmadinejad ha tentato nuovamente di utilizzare Photoshop per rendere più imponete e rilevante un’azione svolta dai suoi sostenitori.

La foto è apparsa sul quotidiano iraniano Keyhannews, ma ancora una volta la Rete ha scoperto l’inganno (QUI in inglese). Sarà per questo che il Presidente della Repubblica islamica dell’Iran odia così tanto Internet e tutto ciò che vi ruote intorno!? ;-)

Le foto che documentano la contro-manifestazione organizzata dai sostenitori di Mahmud Ahmadinejad – contestato per aver vinto le elezioni iraniane contro il suo sfidante moderato, Mir Hossein Mousavi, probabilmente grazie a brogli elettorali – sono state modificate per far sembrare la folla più numerosa.

È proprio vero: i “dittattori” (Ahmadinejad in un certo senso lo è) non sanno giocare con lealtà e ad armi pari. Utilizzano soltanto la forza della violenza (verbale e fisica), della prepotenza, della censura e della mistificazione propagandistica della realtà.

Che ne pensate? ;-)

La Casa Bianca diventa 2.0, ma sarà Obama ad aggiornare i profili?

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Che Barack Obama fosse il politico più attento nell’uso degli strumenti del Web lo si sapeva già. Ora il presidente degli Stati Uniti ha deciso di aprire la Casa Bianca ai social network. Così, dopo i profili su Flickr e i video diffusi su YouTube e Vimeo, adesso sono stati aperti profili su Twitter, MySpace e Facebook.

Il blog della Casa Bianca ha annunciato la mossa con un messaggio intitolato WhiteHouse 2.0, affermando che: “C’è molto di cui parlare. Dalla crisi economica alle guerre in Afghanistan e Iraq; il Presidente e la sua amministrazione vogliono assicurasi che il pubblico sia aggiornato e coinvolto nei nostri sforzi“. In questo momento, però, è l’influenza suina a preoccupare di più gli Stati Uniti e così m0lto spazio sarà dedicato a questo tema.

Insomma, la Casa Bianca è online non soltanto con il classico sito istituzionale e con il blog (già de sé innovativo), ma anche con gli innovativi profili sui più diffusi social network e sulle più diffuse piattaforme di video sharing. “E’ soltanto l’ultimo passo per rendere la struttura amministrativa sempre più trasparente e comunicativa“, si legge ancora nel blog ufficiale.

Obama ha largamente utilizzato le nuove tecnologie per comunicare con gli elettori e raccogliere fondi durante la campagna elettorale; questa è stata probabilmente una delle mosse vincenti. Adesso continua questo trend tecnologico sul Web che, visto che si tratta della Casa Bianca, è rivoluzionario nonostante si tratta di qualcosa che è già ampiamente iniziato nelle vite di milioni di cittadini in tutto il mondo. Il racconto della  vita quotidiana avviene oggi sempre più spesso dentro la Rete attraverso la condivisione di immagini, video, dati (es. Slideshare) o brevi testi e racconti, eccetera.

Tutti inneggiano a questa novità e tutti sono concordi nel riconoscere ad Obama la lungimiranza e la modernità di un giovane Presidente. Ma la domanda che sorge spontanea è: come farà Obama a ridurre le distanze tra l’istituzione e i cittadini ricoprendo un ruolo istituzionale?

Sarà difficile per la Casa Bianca, ad esempio, scoprire su Facebook a qual è il personaggio dei cartoni animati che più gli somiglia, quali sono le posizioni sessuali preferite a letto da Obama, oppure scoprire dove andrà e cosa farà il Presidente durante la sua giornata, come avviene su Facebook. E’ inoltre difficile pensare che Obama in persona aggiorni i suoi profili oppure che racconti twittando cosa stia pensando…

Sicuramente l’apertura ai media sociali della Casa Bianca è rivoluzionaria, ma di certo dietro ai vari profili ci sarà uno staff di persone giovani che hanno familiarità con questi strumenti che verranno pagati per conquistarsi la simpatia e la familiarità del pubblico.

Come dice Massimo Mantellini nel suo blog, “in questa ottica, più che la capacità di raccontare per immagini, frasi e filmati la vita e le azioni (politiche e non) del Presidente americano, sarà importante osservare quale sarà l’attenzione dello staff di Obama verso strumenti e contributi di ritorno da parte dei cittadini verso l’amministrazione. Solo a quel punto lo slogan Whitehouse 2.0 potrà dirsi di senso compiuto.

Io sono d’accordo, voi che ne pensate? ;-)

Scritto da salpetti

4 maggio 2009 alle 22:58

Giornalismo e democrazia, serve un ruolo attivo dei cittadini

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Mi è capitato per caso di rileggere alcuni appunti sul pensiero del sociologo americano Michael Schudson che si è occupato più volte di tematiche relative al mondo del giornalismo.  In questo libro si dice che il giornalista si pone tra la società e il pubblico. È necessario, infatti, che tra l’infinità caotica degli accadimenti quotidiani e il pubblico che vuole informarsi, ci siano dei “mediatori” che selezionino i fatti e gli eventi degni di diventare notizie. In altre parole, i giornalisti hanno il compito di ritagliare dal magma disordinato degli avvenimenti quotidiani alcune parti che poi giungeranno all’opinione pubblica sotto forma di notizia.

Ciò fa sì che il cittadino abbia un ruolo che potremmo definire quasi passivo, cioè per poter partecipare con razionalità alla vita pubblica deve dipendere dal giornalismo perchè deve necessariamente ricevere informazioni attraverso i media. Allora, se sono i giornalisti a selezionare i fatti che si candidano a diventare notizia, essi svolgono un ruolo importante per quanto riguarda la democrazia che dipende anche da come viene svolto il oro mestiere. A tal proposito Schudson individua tre modelli di giornalismo:

  • Market model: secondo questo modello i giornalisti devono fornire al pubblico tutto ciò che vuole, tutto ciò che serve per avere audience;
  • Advocacy model: i giornalisti promuovono la diffusione delle posizioni di una parte politica con l’intenzione di favorire l’affermazione di un particolare punto di vista;
  • Trustee model: il sistema informativo deve fornire al pubblico le notizie necessarie per una consapevole partecipazione alla vita politica del Paese.

Schudson scarta subito il primo perchè secondo lui non risponde nemmeno a criteri minimi di qualità della professione giornalistica, gli altri due sono entrambi considerati legittimi, anche se con qualche differenza.

Per quanto riguarda l’advocacy model, il giornalista dichiara espressamente la sua appartenenza a una parte politica. Il cittadino sa che quel soggetto è schierato con una parte e si regola di conseguenza. Sarebbe molto grave fare finta di essere neutrali e parteggiare di nascosto per una o l’altra parte politica. In America, ad esempio, durante la campagna elettorale i principali giornali praticano quello che chiamano endorsement: prendono posizione spiegando in modo chiaro e trasparente le ragioni della scelta e senza che questo incida sulla neutralità della redazione e sulla raccolta di opinioni dissenzienti.

Chiaramente il modello trustee di giornalismo si pone un obiettivo diverso: rappresentare nel modo più credibile le istanze oggettive dell’opinione pubblica (o di particolari settori di essa) svolgendo quindi una funzione di servizio e di controllo slegato da qualsiasi scelta di parte e richiede. Esso si basa quindi sulla sua affidabilità e sull’autorevolezza del sulla famosa accountability.

Vedendo il mondo giornalistico italiano in cui TG e giornali si riempiono sempre più di gossip e notizie poco rilevanti per la vita democratica del Paese, mi pare invece che ci si avvicini sempre più al primo modello, quello che Schudson esclude a priori, il market model.

Se i giornalisti del tutto liberi e indipendenti che godono di un’elevata “accountability” ormai si possono contare sulle dita di una mano, nemmeno il modello del giornalismo schierato (con criterio e ragionevolezza, non acriticamente e per servilismo) trova grandi penne qui da noi. E’ vero che esistono testate totalmente di parte e giornalisti che parteggiano spudoratamente per una o l’altra parte politica, ma di certo non è il modello americano dell’endorsement, si tratta piuttosto di servilismo, di cerchiobottismo, di accondiscendenza acritica, …

Una soluzione a mio pare c’è: trasformare, come dice anche Schudson, il cittadino che si informa soltanto in un più attivo cittadino monitorante (monitorial citizen) pronto ad intervenire nel momento in cui il suo intervento diventa rilevante. Internet, i blog, i social network, i personal media possono contribuire notevolmente affinché in un certo senso si rompa  il monopolio giornalistico della costruzione della realtà.

Occorre, insomma, un mutamento di paradigma che porti direttamente il cittadino, grazie alla Rete e alla possibilità di accesso continuo ad una enorme quantità di informazioni che essa comporta, a divenire in prima persona il “cane da guardia” del potere (watchdog). Un suo ruolo più attivo di impegno civico potrebbe aiutare i giornalisti in questo loro mestiere così delicato che perde ogni giorno autorevolezza e importanza.

Che ne dite? ;-)

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