Archive for Maggio 2009
Ridurre i parlamentari? In realtà non lo vuole nessuno e forse non è nemmeno auspicabile!!!

Da qualche giorno un tema predominate nell’agenda politica e dei media è quello della riduzione dei parlamentari. Sul taglio pare che siano tutti d’accordo (ma non è così). Pd e Idv hanno presentato da tempo dei disegni di legge riguardanti la riduzione dei parlamentari; il Pdl e la Lega hanno questo tema nei propri programmi quasi dalla loro fondazione. Anche l’UDC è d’accordo.
Allora qual è il problema? Il problema è che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare… e che dietro agli slogan spesso non ci sono reali intenzioni.
Il Pd vuole strumentalizzare questo tema per contrastare ancora una volta l’avversario Berlusconi sfidandolo a duello in un campo di battaglia che, però, lui conosce bene e domina (i media). Il Pdl vuole usare questo tema per fare leva sugli elettori in vista delle elezioni europee.
Insomma, il numero dei parlamentari va ridotto, ma finché non si affronterà la questione con serietà non si concluderà nulla, come dimostra quello che è accaduto oggi al Senato (QUI).
Il nostro ordinamento giuridico nasce dopo la guerra. C’era stato il ventennio fascista, la seconda guerra mondiale e la resistenza partigiana. I membri dell’assemblea costituente si lasciavano alle spalle tutto questo e volevano che nulla di tutto ciò si ripetesse. Nacque così il nostro Parlamento con tutti i meccanismi di controllo, le procedure lente e burocratiche, due camere, regole e procedure rigide, ferree norme da rispettare e tutto il resto.
Prima di prendere una decisione, infatti, occorreva pensarci due volte e rifletterci bene. Per di più lo scenario culturale, economico e politico del tempo era molto più semplice e lineare di quanto lo sia oggi e tutto il mondo camminava più lentamente. Oggi le cose sono cambiate e le democrazie moderne hanno bisogno di apparati governativi snelli, veloci, efficienti che sappiano gestire in tempo reale la complessità della società e la velocità con cui si muove il mondo.
Per quanto mi riguarda, quindi, credo che sia necessario ridurre il numero dei parlamentari, ma prima si pone un altro problema che si presenterebbe in maniera ancora più marcata se ci fossero meno parlamentari: il modo in cui si eleggono.
In questo momento i nostri rappresentati vengono praticamente nominati dai segretari di partito ed è a loro che devono rispondere, non ai cittadini. Chi vota non sa nemmeno chi andrà a rappresentarlo. Se ci fosse un sistema elettorale a collegio uninominale, ad esempio, ogni cittadino potrebbe scegliere il proprio parlamentare allo stesso modo in cui oggi sceglie il proprio Sindaco. L’opinione pubblica locale potrebbe essere più informata su chi sono i candidati e le campagne elettorali tornerebbero a essere il momento in cui il candidato scende in piazza con la sua storia, la sua figura e le sue proposte. Ci metterebbe, insomma, la faccia!
Il Parlamentare, per essere rieletto, dovrebbe rendere conto del suo operato agli elettori della circoscrizione che, essendo relativamente pochi e concentrati n un territorio specifico, potrebbero esercitare un potere di controllo molto più grande di quello che hanno adesso (che è pari allo zero).
Tagliando il numero dei parlamentari e lasciando inalterato il sistema elettorale, si peggiorerebbero solo le cose: pochi uomini al comando (quini ancora più fedeli e ancora più “servili”) coordinati da un’élite molto ristretta (con i soliti nomi e le solite facce!).
Io credo che purtroppo nemmeno questa volta ci sarà l’auspicabile taglio di parlamentari. Se non si cambia sistema elettorale, però, forse è meglio così. Che ne pensate?
Un gioco invita a commettere stupri. In Giappone è normale, qui polemiche e proteste…

Copertina del gioco 'Rapelay'
Che i giapponesi svolgessero attività strane nel tempo libero lo sapevamo (Mai dire Banzai! della Gialappa’s band docet), ma nessuno si sarebbe aspettato che avessero addirittura commercializzato un videogioco che simula lo stupro.
Si chiama Rapelay giocando sull’assonanza della parola con il termine replay. Rape, infatti, significa stupro e il titolo del gioco è un invito a commettere più volte (replay) violenza su delle donne.
Il protagonista del gioco è, infatti, un maniaco sessuale che per vincere e superare i livelli del gioco deve violentare una madre e le sue due figlie (una minorenne). pare che le scene siano molto realistiche e in alcuni casi anche molto crude e spinte.
Il gioco si sia diffuso fuori dal Giappone grazie al celebre sito di e-commerce Amazon che appena si è accorto di cosa stesse vendendo ne ha subito chiuso la vendita. Per una svista aveva inserito il gioco, tanto famoso in Giappone, nel proprio catalogo.
Nei Paesi nipponici Rapelay è in commercio già dal 2006 senza che nessuno si sia mai lamentato presso le autorità competenti delle immagini che propone il gioco. Come si spiega QUI, infatti, in Giappone tutto ciò rientra nella normalità.
La protesta fuori dalle isole giapponesi, però, è globale. Psicologi, sociologi e criminologi parlano degli effetti negativi che un gioco simile può avere sui giocatori. In America e in Gran Bretagna sono riusciti a bandirlo, mentre in Spagna, Germania e Irlanda si sta dibattendo per capire come fare a vietarne la diffusione.
In Italia, pur essendo unanime la condanna, ancora non è stato intrapreso nessun provvedimento. Da noi, come al solito, montano solo le sterili polemiche politiche. Ad esempio, il senatore D’Alia – quello che aveva proposto la famigerata “legge bavaglio” per la Rete – ne ha approfittato per dire che aveva ragione lui (QUI si spiega perché non è così).
La protesta contro RapeLay è quindi partita da Facebook, dove è nato, ad opera di un’associazione di psicologi, il gruppo “Mobilitiamoci contro RapeLay, il gioco dello stupratore” (QUI).
Inutile dilungarsi sull’uso pedagogico dei videogame, sui messaggi negativi lanciati da un gioco simile, sugli effetti che potrebbe avere sui minori (e non solo), sull’immagine della donna che ne esce e così via. Il gioco si commenta da solo…
Voi che ne pensate?
Sperimentazioni mediche sul cancro, un terzo dei risultati è falso!!!

Una ricerca dell’Università del Michigan apparsa sul numero di giugno della rivista Cancer ha messo in evidenza come in almeno un terzo delle sperimentazioni oncologiche (riguardanti tumori) i risultati non siano oggettivi per via del fatto che le ricerche sono finanziate da industrie farmaceutiche o perchè qualche ricercatore dell’equipe che ha condotto la sperimentazione lavora anche presso un’industria farmaceutica (QUI).
In pratica, un terzo delle ricerche relative ai tumori presentano risultati più ottimistici del dovuto perchè, più o meno direttamente, devono dimostrare che quel farmaco di quella specifica casa farmaceutica funziona bene oppure che è più efficace di altri farmaci simili prodotti da altre industrie del farmaco.
Per fare ciò non c’è bisogno di falsificare i dati, basta giocare con le parole: si dice che un farmaco permette un aumento dell’aspettativa di vita dei pazienti senza dire che la differenza rispetto agli altri prodotti è di solo pochi giorni. Oppure si pubblicano solo gli studi con esiti favorevoli all’azienda che paga la ricerca occultando i risultati negativi.
Non è la prima volta che viene dimostrato che i risultati di certe sperimentazioni mediche risentono del conflitto di interessi dei ricercatori. Nel 2007, ad esempio, un’altra inchiesta condotta da Cancer ha dimostrato come due ricerche molto simili sul cancro al seno abbiano avuto risultati molto diversi perchè in una a pagare era lo sponsor (e l’efficacia del farmaco ha toccato l’84%), mentre l’altra era indipendente (e l’efficacia dello stesso farmaco ha superato di poco il 50%).
Le case farmaceutiche giocano un ruolo importante non solo nell’ambito oncologico. Un’indagine apparsa sul British Medical Journal nel 2008 ha evidenziato che, anche se i risultati effettivamente positivi di un farmaco sull’ipertensione riguardavano poco più della metà degli studi, in oltre il 90% degli articoli scientifici si affermava che il medicinale era molto efficace.
Insomma, ci tocca ripetere l’appello che più volte abbiamo lanciato in questo blog nei post in cui si è parlato delle lobby delle case farmaceutiche: quando c’è di mezzo la salute delle persone non si dovrebbe guardare solo al profitto non facendosi alcuno scrupolo, ma sarebbe opportuno essere più responsabili e obiettivi. Il profitto di una casa farmaceutica, per quanto alto possa essere, non vale di certo la vita anche di un solo uomo.
Che ne pensate?
Medici senza stipendio nelle tendopoli del terremoto, ma non erano volontari!? ;-)

Il termine “volontario“ viene spesso percepito come qualcuno che offre un servizio gratuitamente. Essere volontari significa, invece, scegliere volontariamente di fare qualcosa senza che ve ne sia l’obbligo. I motivo possono essere diversi, da quelli ideologici a quelli politici, da quelli religiosi a quelli umanitari e così via. ci sono anche dei volontari che fanno il loro lavoro gratis, ma questa non dovrebbe essere la regola.
Su questo equivoco si fonda la storia di cui vi sto per parlare. Il protagonista è un medico che da più di un mese non lavora più nel suo ospedale ad Avezzano, ma ha generosamente prestato i propri servizi alla tendopoli Colle di Roio, nei pressi de L’Aquila.
In questa tendopoli ci sono 450 sfollati di cui il 70% costituito da persone anziane che hanno bisogno di attenzioni mediche. Eppure il dottor Francesco Bizzarri, questo è il suo nome, non ha percepito alcun stipendio durante questo mese di lavoro come coordinatore dell’equipe medica a Colle di Roio. Non trovandosi in ospedale, è come se avesse preso un mese di aspettativa.
Il dottor Bizzarri ha denunciato questa spiacevole situazione che non riguarda solo lui, ma tanti medici che, – accorsi in aiuto della gente nelle tendopoli – si trovano adesso senza alcuna garanzia istituzionale.
“Altri medici – ha detto il dottor Bizzarri nel corso di un incontro tenutosi con il viceministro alla Salute Ferruccio Fazio all’Aquila – non hanno ricevuto lo stipendio, mentre a qualcuno è stato intimato dai rispettivi ospedali di tornare a lavorare. Molti, pur di continuare a prestare soccorso alle popolazioni colpite dal terremoto lavorando fino a 20 ore al giorno, sono stati costretti a mettersi in ferie. Mentre diversi di noi per continuare a lavorare nelle tendopoli si sono fatti fare un certificato malattia“.
“Nè l’Ordine dei medici, nè altre istituzioni – ha anche detto il dottor Bizzarri – hanno deciso alcun atto amministrativo per tutelare i tanti professionisti della sanità che hanno subito dato la propria disponibilità a lavorare presso le tendopoli dei cittadini sfollati. […] Tanti medici volontari nelle tendopoli sono al momento senza tutele amministrative, ma la priorità rimane per noi aiutare la nostra gente sfollata“.
Insomma, capisco il disagio che un infermiere o n medico possa arrecare ad un ospedale con la sua assenza dal posto dal lavoro. Occorre anche tenere conto del fatto che questi professionisti si trovano nelle tendopoli affianco della gente che ha perso la casa, i propri averi, gli affetti e la propria tranquillità quotidiana a causa del terremoto.
Secondo me, bisogna interpretare diversamente il ruolo di volontario [per quello che realmente è] e far sì che chi opera nelle tendopoli possa godere delle stesse garanzie di cui sarebbe portatore se lavorasse nel proprio posto di lavoro abituale. Capisco che con l’assenza dal posto di lavoro si possono creare disservizi, basta organizzarsi in tempo per far funzionare tutto e coniugare gli aspetti del lavoro professionale con quelli del lavoro volontario.
Che ne pensate?
La Casa Bianca diventa 2.0, ma sarà Obama ad aggiornare i profili?

Che Barack Obama fosse il politico più attento nell’uso degli strumenti del Web lo si sapeva già. Ora il presidente degli Stati Uniti ha deciso di aprire la Casa Bianca ai social network. Così, dopo i profili su Flickr e i video diffusi su YouTube e Vimeo, adesso sono stati aperti profili su Twitter, MySpace e Facebook.
Il blog della Casa Bianca ha annunciato la mossa con un messaggio intitolato WhiteHouse 2.0, affermando che: “C’è molto di cui parlare. Dalla crisi economica alle guerre in Afghanistan e Iraq; il Presidente e la sua amministrazione vogliono assicurasi che il pubblico sia aggiornato e coinvolto nei nostri sforzi“. In questo momento, però, è l’influenza suina a preoccupare di più gli Stati Uniti e così m0lto spazio sarà dedicato a questo tema.
Insomma, la Casa Bianca è online non soltanto con il classico sito istituzionale e con il blog (già de sé innovativo), ma anche con gli innovativi profili sui più diffusi social network e sulle più diffuse piattaforme di video sharing. “E’ soltanto l’ultimo passo per rendere la struttura amministrativa sempre più trasparente e comunicativa“, si legge ancora nel blog ufficiale.
Obama ha largamente utilizzato le nuove tecnologie per comunicare con gli elettori e raccogliere fondi durante la campagna elettorale; questa è stata probabilmente una delle mosse vincenti. Adesso continua questo trend tecnologico sul Web che, visto che si tratta della Casa Bianca, è rivoluzionario nonostante si tratta di qualcosa che è già ampiamente iniziato nelle vite di milioni di cittadini in tutto il mondo. Il racconto della vita quotidiana avviene oggi sempre più spesso dentro la Rete attraverso la condivisione di immagini, video, dati (es. Slideshare) o brevi testi e racconti, eccetera.
Tutti inneggiano a questa novità e tutti sono concordi nel riconoscere ad Obama la lungimiranza e la modernità di un giovane Presidente. Ma la domanda che sorge spontanea è: come farà Obama a ridurre le distanze tra l’istituzione e i cittadini ricoprendo un ruolo istituzionale?
Sarà difficile per la Casa Bianca, ad esempio, scoprire su Facebook a qual è il personaggio dei cartoni animati che più gli somiglia, quali sono le posizioni sessuali preferite a letto da Obama, oppure scoprire dove andrà e cosa farà il Presidente durante la sua giornata, come avviene su Facebook. E’ inoltre difficile pensare che Obama in persona aggiorni i suoi profili oppure che racconti twittando cosa stia pensando…
Sicuramente l’apertura ai media sociali della Casa Bianca è rivoluzionaria, ma di certo dietro ai vari profili ci sarà uno staff di persone giovani che hanno familiarità con questi strumenti che verranno pagati per conquistarsi la simpatia e la familiarità del pubblico.
Come dice Massimo Mantellini nel suo blog, “in questa ottica, più che la capacità di raccontare per immagini, frasi e filmati la vita e le azioni (politiche e non) del Presidente americano, sarà importante osservare quale sarà l’attenzione dello staff di Obama verso strumenti e contributi di ritorno da parte dei cittadini verso l’amministrazione. Solo a quel punto lo slogan Whitehouse 2.0 potrà dirsi di senso compiuto“.
Io sono d’accordo, voi che ne pensate?
Iran, impiccata ragazza di 23 anni: era innocente!

Delara Darabi, 23 anni
La storia di cui parliamo oggi è molto triste: nel 2003 in una cittadina dell’Iran è stata uccisa una donna. A commettere l’omicidio è stato un ragazzo appena maggiorenne fidanzato con una ragazzina di 17 anni, lontana parente della vittima. I motivi dell’omicidio non sono del tutto chiari. Ad addossarsi la colpa è stata proprio questa ragazza che confessò il delitto. Si scoprirà poi che ha confessato per scagionare la persona che amava (alcuni dicono addirittura che fosse stata drogata dal ragazzo).
La storia sarebbe già così molto brutta, ma ad aggravare la situazione si è messa la burocrazia iraniana e la Sharia, la legge islamica. Così ieri la ragazza, Delara Darabi, è stata giustiziata a 23 anni con l’impiccagione nonostante la mobilitazione di molte organizzazioni umanitarie e nonostante fosse stata concesso un rinvio di due messi dell’esecuzione (QUI).
La Sharia, infatti, prevede che un condannato a morte per omicidio possa avere salva la vita se i familiari della vittima concedono il perdono in cambio di denaro (ma non necessariamente, a volte il perdono è gratuito).
L’ayatollah Mahmud Hashemi Shahrudi aveva firmato un provvedimento di rinvio proprio per dare modo alla famiglia della vittima di riflettere sulla richiesta di perdono avanzata dai genitori della ragazza. Shahrudi, però, non aveva annullato l’esecuzione (come richiesto invece dalle associazioni dei diritti umani e dagli attivisti iraniani) e non ha aspettato nemmeno che le fosse concesso il perdono.
Iran Human Rights, Amnesty International e altre associazioni che si erano battute per la salvezza della ragazza puntando soprattutto sulla minore età all’epoca dei fatti e sulla violazione della legge internazionale. L’Iran, infatti, ha ratificato la Convenzione Onu per i diritti dell’infanzia che per l’appunto vieta la pena di morte per i minorenni.
Questa vicenda si commenta da sola, non voglio aggiungere altro. Mi auguro solo che in certi Paesi avvenga quel cambiamento culturale auspicato da anni. E’ importante ricordare, infatti, che Delara è stata la 14esima esecuzione in Iran dall’inizio dell’anno, la seconda nei confronti di una donna e la seconda nei confronti di un minorenne all’epoca del reato. Attualmente ci sono circa 150 minorenni in Iran in attesa di condanna a morte.
Intanto in tutto il mondo è salita l’indignazione, sopratutto quando si è saputo che né l’avvocato e nemmeno la famiglia sono stati avvisati in tempo dell’esecuzione. Solo pochi minuti prima che il boia le stringesse il cappio al collo è stato concesso alla giovane di telefonare a casa. Erano le 6 del mattino e le uniche parole che è riuscita a dire Delara sono state: “Mi impiccano fra pochi secondi, aiutatemi!“.
Mobilitazioni contro il Governo iraniano adesso si stanno avviando in tutti i Paesi. In Italia la protesta parte da Roma dove è stato proposto dall’Associazione rifugiati politici iraniani di intitolare una piazza o una via alla 23enne ingiustamente uccisa. L’appello è rivolto al sindaco Gianni Alemanno che aveva firmato la petizione di Amnesty International per salvare Delara.
Che ne pensate di tutta questa vicenda?