Archive for Aprile 2009
Bin Laden è morto un’altra volta, ma ormai poco importa

Ne avevamo già parlato in questo blog della morte di Bin Laden (QUI), adesso ci ritroviamo a riparlarne. Pare proprio che il più temuto terrorista del mondo abbia tante vite come i gatti e che ogni volta che muoia poi c’è lo si ritrovi sempre in vita.
Scherzi a parte, l’altro ieri il presidente della repubblica pakistana, Asif Ali Zardari, ha reso noto un rapporto dei servizi segreti (ISI) in cui si dice che Bin Laden è morto anche se non si dispone di nessuna prova certa. Forti dubbi a riguardo sono giunti dagli Stati Uniti secondo i quali Bin Laden vivrebbe ancora da qualche parte nelle montagne tra Afghanistan e Pakistan, ma neanche loro sanno dire dove.
Insomma, è un insieme di insinuazioni e supposizioni di cui nessuno può avere conferma. Non è la prima volta che Bin Laden è stato dato per morto; secondo laStampa, sarebbero almeno 13 le volte in cui il capo di Al-Qaeda è stato dichiarato morto.
Nel settembre del 2002, ad esempio, è arrivata una delle tante notizie sulla sua morte: “Bin Laden è morto il 9 dicembre sotto le bombe di Tora Bora“. La notizia era stata riportata dalla radio statale israeliana, che citava il sito online di Al-Qaeda.
Secondo un rapporto dei servizi segreti francesi DGSE (Direction Generale del Services Exterieurs), per citare un altro esempio, il leader dei terroristi sarebbe stato vittima di una crisi tifoidea che gli avrebbe provocato una paralisi delle gambe e poi il decesso. Il rapporto segreto citava fonti dei servizi sauditi secondo cui Bibn Laden sarebbe deceduto in Pakistan il 23 agosto del 2006.
Il 2 novembre del 2007 fu Benazir Bhutto (uccisa in un attentato il 27 dicembre), in un’intervista alla televisione Al Jazeera, a riportare la notizia della fine del terrorista. La “rivelazione” non trovò molto spazio sulle testate e in tv.
Insomma, nemmeno questa volta sapremo se Osama Bin Laden sia realmente morto oppure se sia ancora vivo a ridere di tutti coloro che ne annunciano periodicamente la morte. Quello che è certo è che, vivo o morto, ormai Bin Laden è diventato un mito: se fosse vivo non potrebbe che ispirare ammirazione da parte dei suoi sostenitori che lo ammirerebbero per la sua resistenza ad oltranza. Se fosse morto, per i suoi sostenitori non sarebbe altro che un martire perchè sarebbe caduto per difendere la giusta causa della lotta al male.
Peggio ancora se dovesse essere eliminato clamorosamente e le immagini della sua morte facessero il giro del mondo: il potere dell’idea del sacrificio potrebbe addirittura ad incrementare il mito della sua persona.
Insomma, che sia vivo o morto, poco importa. Quel che conta è che è riuscito a creare e ad alimentare un movimento che, prescindendo dalla sua partecipazione attiva, è capace di agire autonomamente. Comunque stiano le cose, dunque, ormai Bin Laden - purtroppo per noi – è riuscito a svolgere il suo compito.
Che ne pensate?
Giornalismo e democrazia, serve un ruolo attivo dei cittadini

Mi è capitato per caso di rileggere alcuni appunti sul pensiero del sociologo americano Michael Schudson che si è occupato più volte di tematiche relative al mondo del giornalismo. In questo libro si dice che il giornalista si pone tra la società e il pubblico. È necessario, infatti, che tra l’infinità caotica degli accadimenti quotidiani e il pubblico che vuole informarsi, ci siano dei “mediatori” che selezionino i fatti e gli eventi degni di diventare notizie. In altre parole, i giornalisti hanno il compito di ritagliare dal magma disordinato degli avvenimenti quotidiani alcune parti che poi giungeranno all’opinione pubblica sotto forma di notizia.
Ciò fa sì che il cittadino abbia un ruolo che potremmo definire quasi passivo, cioè per poter partecipare con razionalità alla vita pubblica deve dipendere dal giornalismo perchè deve necessariamente ricevere informazioni attraverso i media. Allora, se sono i giornalisti a selezionare i fatti che si candidano a diventare notizia, essi svolgono un ruolo importante per quanto riguarda la democrazia che dipende anche da come viene svolto il oro mestiere. A tal proposito Schudson individua tre modelli di giornalismo:
- Market model: secondo questo modello i giornalisti devono fornire al pubblico tutto ciò che vuole, tutto ciò che serve per avere audience;
- Advocacy model: i giornalisti promuovono la diffusione delle posizioni di una parte politica con l’intenzione di favorire l’affermazione di un particolare punto di vista;
- Trustee model: il sistema informativo deve fornire al pubblico le notizie necessarie per una consapevole partecipazione alla vita politica del Paese.
Schudson scarta subito il primo perchè secondo lui non risponde nemmeno a criteri minimi di qualità della professione giornalistica, gli altri due sono entrambi considerati legittimi, anche se con qualche differenza.
Per quanto riguarda l’advocacy model, il giornalista dichiara espressamente la sua appartenenza a una parte politica. Il cittadino sa che quel soggetto è schierato con una parte e si regola di conseguenza. Sarebbe molto grave fare finta di essere neutrali e parteggiare di nascosto per una o l’altra parte politica. In America, ad esempio, durante la campagna elettorale i principali giornali praticano quello che chiamano endorsement: prendono posizione spiegando in modo chiaro e trasparente le ragioni della scelta e senza che questo incida sulla neutralità della redazione e sulla raccolta di opinioni dissenzienti.
Chiaramente il modello trustee di giornalismo si pone un obiettivo diverso: rappresentare nel modo più credibile le istanze oggettive dell’opinione pubblica (o di particolari settori di essa) svolgendo quindi una funzione di servizio e di controllo slegato da qualsiasi scelta di parte e richiede. Esso si basa quindi sulla sua affidabilità e sull’autorevolezza del sulla famosa accountability.
Vedendo il mondo giornalistico italiano in cui TG e giornali si riempiono sempre più di gossip e notizie poco rilevanti per la vita democratica del Paese, mi pare invece che ci si avvicini sempre più al primo modello, quello che Schudson esclude a priori, il market model.
Se i giornalisti del tutto liberi e indipendenti che godono di un’elevata “accountability” ormai si possono contare sulle dita di una mano, nemmeno il modello del giornalismo schierato (con criterio e ragionevolezza, non acriticamente e per servilismo) trova grandi penne qui da noi. E’ vero che esistono testate totalmente di parte e giornalisti che parteggiano spudoratamente per una o l’altra parte politica, ma di certo non è il modello americano dell’endorsement, si tratta piuttosto di servilismo, di cerchiobottismo, di accondiscendenza acritica, …
Una soluzione a mio pare c’è: trasformare, come dice anche Schudson, il cittadino che si informa soltanto in un più attivo cittadino monitorante (monitorial citizen) pronto ad intervenire nel momento in cui il suo intervento diventa rilevante. Internet, i blog, i social network, i personal media possono contribuire notevolmente affinché in un certo senso si rompa il monopolio giornalistico della costruzione della realtà.
Occorre, insomma, un mutamento di paradigma che porti direttamente il cittadino, grazie alla Rete e alla possibilità di accesso continuo ad una enorme quantità di informazioni che essa comporta, a divenire in prima persona il “cane da guardia” del potere (watchdog). Un suo ruolo più attivo di impegno civico potrebbe aiutare i giornalisti in questo loro mestiere così delicato che perde ogni giorno autorevolezza e importanza.
Che ne dite?
Viral marketing, coinvolta anche la trasgressiva Kate Moss?

Abbiamo parlato più volte in questo blog del marketing non convenzionale. E abbiamo detto che il principio fondante è quello di creare un evento che, a causa della sua natura o del suo contenuto, riesca a espandersi molto velocemente tra la gente.
Come un virus (“viral marketing”), qualcosa che si rivela interessante o curioso si diffonde velocemente perchè viene passato da un contatto all’altro. In questo modo si espande rapidamente (e gratuitamente) tramite il principio del “passaparola” (buzz factory) e coinvolge un numero sempre maggiori di persone. Lo scopo è quello di attirare il più possibile l’attenzione.
Il marketing virale diventa sempre più estremo e adesso pare che coinvolga anche personaggi famosi disposti a creare uno scandalo sulla loro persona. L’ultimo episodio riguarda Kate Moss, già protagonista di altri scandali in passato.
La modella è stata colta in fragrante dalla Polizia in atteggiamenti molto più che intimi con il fidanzato all’interno della sua autovettura parcheggiata nei pressi di Londra. La notizia, che è finita su tutti i rotocalchi scandalistici e di gossip, lascia però adito a qualche sospetto: più che raptus di passione, il gesto sarebbe un’astuta trovata pubblicitaria per il lancio della nuova Lancia Ypsilon Versus (QUI).
L’automobile viene infatti definita “vettura dei fashion vip” ed è realizzata da Lancia in collaborazione con il Gruppo Versace. E’ proprio questo il mezzo all’interno del quale i due amanti sarebbero stati sorpresi ottenendo così molto spazio in tutti i giornali e le televisioni, anche con minuziose descrizioni: “Il modello, nero e oro griffata Versace, arricchito sul padiglione da un’imponente serigrafia ‘Versus’ e con cerchi in lega color bronzo“.
Fare sesso in auto può sembrare una scelta scomoda per chi può permettersi lussuose suite nei migliori alberghi del mondo, ma farsi travolgere dalla passione in una vettura del genere è ben altra cosa. Il messaggio che passa, dunque, è chiaro. Per di più la notizia ha avuto una risonanza tale e i dettagli della macchina sono stati così messi in mostra che tutto lascia pensare davvero a una trovata di marketing.
E se si tratta di una trovata pubblicitaria, non deve essere stato difficile per la Lancia convincere Kate Moss. Più volte, infatti, la modella è stata protagonista di vari scandali e più di una volta ha dichiarato di essere stuzzicata dall’idea di “fare sesso nei luoghi più impensati e nelle posizioni più strane” .
Il poliziotto che li ha trovati non ha sporto denuncia, li ha solo rimproverati. Ha però tenuto a precisare che l’autovettura era proprio quella in questione non tralasciando alcun dettaglio. Insomma, probabilmente si tratta di una delle solite uscite della Moss, ma i sospetti che dietro a quest’ultima trasgressione della modella ci fosse una campagna di marketing virale è più che plausibile.
Che ne pensate? ![]()
La Pfizer ha usato bambini africani come cavie, adesso paga!!!

Immaginate che ci sia un posto in Africa dove la popolazione viene insidiata da una brutta malattia che colpisce i bambini. Gli scienziati di tutto il Mondo si mettono alla ricerca di una soluzione, ma una grande casa farmaceutica afferma di essere in possesso di un nuovo prodotto che funzionerà di sicuro e, quindi, invita tutti a mettersi da parte. Quando inizia la somministrazione del farmaco, però, i bambini non solo non guariscono, ma addirittura si ammalano ancora di più.
Sembra una brutta fiaba, in realtà è un fatto realmente accaduto: la popolazione africana è quella nigeriana, la brutta malattia è la meningite. Gli scienziati sono quelli dell’OMS e la casa farmaceutica è la Pfizer, oggi nota soprattutto perché produce il Viagra.
I fatti risalgono al 1996, quando si diffuse in Nigeria una grossa epidemia di meningite. L’OMS chiese aiuto alle industrie farmaceutiche internazionali e all’appello rispose subito la Pfizer, la quale dichiarò di aver appena messo a punto un farmaco nuovo, il Trovan, che di sicuro sarebbe stato di grande aiuto per sconfiggere l’epidemia di meningite.
Il farmaco fu somministrato a 200 bambini che inconsapevolmente hanno svolto la funzione di vere e proprie cavie umane. La medicina, infatti, non era stata testata, lo si stava facendo in quel momento. Duecento bambini, quindi, usati come oggetti per poi scoprire che la medicina non funziona e, soprattutto, che ha effetti collaterali micidiali. Dei 200 piccoli malati, infatti, 11 sono morti poco dopo, molti sono rimasti paralizzati, molti altri hanno perso la vista, altri ancora l’udito.
I genitori che fino a quel momento si reputavano fortunati, capirono subito che quella non era stata una fortuna, ma una sciagura. A sua volta il governo nigeriano, dopo aver per anni esitato di fronte alle richieste disperate dei genitori delle piccole vittime, nel 2006 si deciso di denunciare la Pfizer e chiedere un risarcimento.
Il colosso farmaceutico ha inizialmente respinto tutte le accuse, sostenendo che il medicinale “ha salvato molte vite” e di aver agito esclusivamente nell’interesse dei bambini. Inoltre, la Pfizer si è difesa sostenendo che non si può affermare con certezza che la trovafexocina, il principio attivo del Trovan, sia stato l’effettiva causa delle morti e delle gravissime menomazioni. Ma a smentirli c’è un preciso documento della Food and Drug Administration (FDA) del 1999, secondo cui l’uso del Trovan non è mai stato approvato per il trattamento della meningite in quanto “legato a tossicità epatica e mortalità“. L’elenco delle controindicazioni è tale che appare evidente perchè quel farmaco non sarebbe mai dovuto essere somministrata a 200 poveri innocenti (tra l’altro non è in commercio).
Adesso la causa è finalmente giunta a conclusione (QUI): la Pfizer deve versare 75 milioni di dollari (56 milioni di euro) come risarcimento alle autorità locali. Una parte dei soldi (35 milioni di dollari) andrà ai familiari delle vittime e ai bambini rimasti menomati; altri 30 milioni saranno usati per ristrutturare l’ospedale delle malattie infettive e per risarcire delle spese legali le autorità della città di Kano, in Nigeria, che hanno porato avanti la causa.
Per fortuna la giustizia ha fatto il suo corso. Ma non riesco a capire come sia stato possibile per la Pfizer agire in questo modo cinico approfittando della scusa degli aiuti umanitari per risparmiare i soldi della sperimentazione, per di più sapendo che di mezzo ci sono dei bambini. Pare proprio che in nome del profitto queste grandi aziende dimentichino ogni moralità.
Che ne pensate?
Un altro giornalista ucciso in Russia, ma la libertà di espressione!?

Ne abbiamo parlato più volte in questo blog del problema della libertà di espressione in Russia. Negli ultimi anni sono stati uccisi oltre 20 giornalisti; basti ricordare l’omicidio Politkovskaya.
Anna Politkovskaya ha pagato con la vita l’essersi prodigata per ricercare la verità e denunciare le nefandezze della politica nel suo Paese. In Italia è uscito qualche tempo fa una raccolta di alcuni fra i suoi articoli più sconvolgenti ed emozionanti nel libro postumo intitolato Proibito parlare. Cecenia, Beslan, Teatro Dubrovka: le verità scomode della Russia di Putin.
Il processo Politkovskaya è in corso, ma probabilmente non si giungerà mai identificazione dei colpevoli perché sono coinvolte personalità molto importanti. Il processo, poi, si sta svolgendo in modo anomalo: si discute degli esecutori materiali dell’omicidio, ma non si fa menzione dei mandanti e anche il movente dell’omicidio resta nell’ombra.
Adesso ad allungare la lista dei giornalisti uccisi in Russia – che nella classifica annuale sulla libertà di espressione redatta da RSF si trova al 141° posto – è toccato a Sergei Protazanov. Stava lavorando a un’inchiesta sui presunti brogli nelle elezioni del marzo corso nella sua città. Il giornalista è stato aggredito la settimana scorsa ed è morto nella notte tra sabato e domenica (QUI).
Secondo le autorità, però, Sergei Protazanov sarebbe morto per overdose di cocaina e non a causa dell’aggressione alla quale, per di più, non poté reagire perché era invalido e aveva una protesi alla mano destra.
Alla famiglia e alle persone a lui vicine la tesi della droga non sembra plausibile; per di più Protazanov lavorava a Khimki, un sobborgo a nord di Mosca, per uno dei giornali di opposizione che rischia la chiusura proprio a causa delle continue aggressioni nei confronti dei cronisti e le minacce che ogni giorno riceve.
Adesso, a causa della morte di Protazanov, la pubblicazione del giornale per il quale lavorava è stata sospesa. In Russia la stampa fa fatica ad esercitare liberamente il suo ruolo di informazione critica e puntuale fondamentale affinché di formi un’opinione pubblica consapevole.
Uno stato che si definisce democratico dovrebbe considerare i suoi giornalisti come una ricchezza aggiunta e non come dei pericolosi informatori da punire con percosse e minacce o per i quali sia opportuno addirittura commissionare degli omicidi. Evidentemente in Russia non è così…
Che ne pensate? ![]()