LA FORZA DEL BLOGGING

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Archive for Marzo 2009

Microsoft vs Linux, la crisi aiuta il pinguino: attenti ai rimborsi!

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La crisi inizia a farsi sentire e tutti cercano di ridurre le spese dove possono, anche nei sistemi operativi dei computer. Una ricerca condotta dalla società di ricerca di mercato IDC e sponsorizzata da Novell (QUI) ha, infatti, evidenziato come la propensione di acquisto nei confronti di Linux sia aumentata notevolmente, sopratutto in ambito business.

Questa indagine ha coinvolto a livello globale oltre 300 dirigenti operanti nei più svariati settori;  in ogni ambito si sta diffondendo a macchia d’olio Linux oppure è in progetto di aggiornare i propri sistemi con software liberi.  I motivi sono vari, ma quello che in questo momento pesa di più è proprio la gratuità di Linux e la conseguente riduzione dei costi.

Se questo elemento è così preponderante nelle realtà aziendali, lo è ancor di più per i comuni cittadini che ormai a fatica riescono a raggiungere la fine del mese con i soldi guadagnati. A tal proposito, vorrei ricordare una cosa che spesso i consumatori ignorano: quando si compra un PC in cui è installato un sistema operativo Microsoft è possibile farsi rimborsare i soldi del sistema operativo se non si decide espressamente di comprarlo.

Si tratta di una procedura non comune tra gli aquirenti di un computer. Eppure c’è scritto nell’EULA (End User License Agreement – accordo di licenza con l’utente finale) che invita espressamente a rivolgersi al rivenditore per ottenere un rimborso (QUI l’EULA di Windows XP).

Per di più all’estero esistono sentenze giudiziarie che chiariscono l’assoluta liceità di questa pratica. Come sempre in Italia non avviene la stessa cosa e sulla vicenda non si fa la dovuta chiarezza. Così la maggior parte dei consumatori italiani è convinta che sia naturale e necessario acquistare un sistema operativo Windows  insieme al PC.

Sono stati tanti gli interventi contro la Microsoft proprio perché, abusando della sua posizione dominate sul mercato, ‘costringe’ praticamente gli utenti ad acquistare un proprio sistema operativo ad ogni acquisto di PC. Il principio, invece, è un altro: la separazione dell’acquisto di hardware e software.

Far valere questo principio è l’unico modo per porre fine al quasi-monopolio della Microsoft e per risparmiare qualcosa che – in tempo di crisi – non fa male. Spetta, quindi, all’utente decidere quali software installare; li può acquistare a parte (scegliendo liberamente a seconda delle proprie necessità e/o dei costi) o scaricare gratuitamente dalla Rete nei casi di software liberi come Linux.

Windows XP Professional OEM (QUI), ad esempio, costa circa di 100€ e Windows Vista OEM circa 150€ (ma pure di più). Risparmiare anche solo un centinaio di euro sull’acquisto di un PC installando, ad esempio, Linux Ubuntu non è male.

A questo indirizzo trovate, a titolo di esempio, la procedura prevista da Acer (una delle prime aziende che ha recepito il principio della separazione tra PC e sistema operativo). Per le altre aziende che non vengono in aiuto dei propri clienti a proposito del rimborso Windows, ci sono le associazioni dei consumatori come l’ADUC (QUI trovate tutte le informazioni) che da tempo ha intrapreso una guerra contro la software house fondata da Bill Gates .

Insomma, risparmiare è buona norma e la crisi spinge ancora di più al risparmio. Perchè non abbassare le spese e al tempo stesso aiutare l’antitrust a combattere un’azienda che spesso abusa della sua posizione dominate sul mercato dei software? ;-)

Iran, è morto in carcere il blogger Sayafi

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In Iran la rivoluzione khomeininista, che ha introdotto nel Paese uno stretto moralismo di linea fondamentalista islamica, è avvenuta 30 anni fa; tuttavia i suoi risultati sono ancora ben visibili pure oggi comprendendo sfere che inizialmente non erano previste, come  Internet.

Il Governo di Ahmadinejad, ad esempio, ha presento di recente un progetto di legge che prevede la pena di morte per i blogger e per tutti coloro che tramite Internet “propagandano la corruzione, la prostituzione e l’apostasia“. Il Parlamento iraniano ancora non ha approvato la legge, ma già i segni della repressione si fanno sentire.

Sono tanti i blogger perseguitati e incarcerati, mentre da pochi giorni  è morto Mir Sayafi, il ragazzo 25enne che era stato condannato a 30 mesi di carcere perché nel suo blog avrebbe insultato Khamenei (attuale Guida Suprema dell’Iran) e l’ayatollah Khomeini (il fondatore della Repubblica Islamica iraniana).

I responsabili della prigione – dice Mohammad Ali Dadkhah, avvocato del giovane blogger – hanno dichiarato che Mir Sayafi si è suicidato; chiediamo  l’apertura immediata di un’inchiesta e l’autopsia per accertare le cause del decesso“. Pare, infatti, che ci siano seri dubbi sull’avvenuto suicidio del ragazzo che probabilmente è morto a causa delle pessime condizioni delle carceri iraniane. Si presume, quindi, che Mir Sayafi sia morto di stenti o per altre cause come percossa o maltrattamenti. Anche Reporter Sans Frontières in un comunicato si dice “scioccata” e ha chiesto l’apertura di un’inchiesta per verificare se si sia trattato realmente di suicidio.

Sayafi non è il solo blogger ad essere stato imprigionato dal governo iraniano. Dai giornali iraniani si apprende di una serie di arresti, effettuati negli ultimi mesi, di persone legate a siti Web e blog che le autorità locali ritengono parte di un complotto contro l’Iran. Ha fatto il giro del mondo la notizia dell’arresto di un noto blogger irano-canadese, Hossein Derakhshan che dal 2000 viveva a Toronto dove aveva lanciato una serie di siti d’informazione e che è stato arrestato lo scorso novembre durante una breve visita a Teheran.

Non è un caso che l’Iran si trovi nella lista dei “Nemici di Internet” (QUI) redatta da Reporters Sans Frontières. Ancora una volta un fatto spiacevole ci dimostra come la Rete faccia molta paura al potere e come si cerchi di oscurarla e limitarla in ogni modo.

Fa ribrezzo pensare che ci siano Paesi che con il pretesto di proteggere la morale, la sicurezza nazionale, la religione cerchino di bloccare i contenuti della Rete e di mettere il bavaglio a chi usa Internet per informare liberamente e per esprimere la propria opinione. Ciò accade in Iran, ma anche in Cina e in molti Paesi dove anche con la repressione fisica si vuole limitare la libertà di parola che ben si concilia con il mezzo Internet.

Che ne pensate? ;-)

Il Papa contro i preservativi. E gli altri? ;-)

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Prendo spunto dalle polemiche insorte in seguito alle dichiarazioni del Papa sull’uso del preservativo in Africa in funzione anti-AIDS per fare un breve excursus anche sulle posizioni che le altre religioni (almeno quelle presenti in Italia) hanno nei confronti di questo metodo anticoncezionale e di profilassi.

Più volte, infatti, in questo blog abbiamo parlato (più o meno benevolmente) delle questioni relative alla Chiesa cattolica. Mi sembra che sia il caso di alzare un pò lo sguardo e guardare anche altrove.

Il Cattolicesimo, infatti, è la religione che conta il maggior numero di seguaci in Italia sfiorando il 90% della popolazione. Spesso ci si dimentica di quella fetta di popolazione minoritaria che si identifica in altre religioni e che vive ugualmente in Italia.

Ai ferrei dettami della dottrina cattolica, la maggioranza della popolazione italiana risponde per lo più vagamente. Fedeltà e ancor di più castità sono concetti estranei alle abitudini dei credenti, mentre l’uso del preservativo rappresenta una pratica comune nonostante l’espresso divieto delle alte gerarchie ecclesiastiche.

A questo cattolicesimo di facciata spesso non corrisponde lo stesso disimpegno da parte di altre religioni. Facciamo, allora, un breve viaggio all’interno di quel 10% di popolazione italiana non cattolica (tralasciando ovviamente chi si professa non credente) seguendo questo articolo redatto da un portale che ha fatto del preservativo il suo core business.

EBRAISMO:

L’Ebraismo, al pari del cattolicesimo, è estremamente duro nei confronti dell’uso del preservativo e dei metodi anticoncezionali in generale. Le leggi rabbiniche ammettono la contraccezione solamente nel caso che la gravidanza rappresenti un pericolo per la vita della donna. Al contrario della Chiesa cattolica, quindi, gli ebrei approvano l’uso del preservativo, ma soltanto nei casi un cui la gestazione può compromettere la saluto della donna.

ISLAMISMO:

L’Islam è contrario quanto i cattolici e gli ebrei alla contraccezione (non a caso sono le tre religioni monoteiste più importanti che derivano da radici comuni). Il mondo islamico, però, presenta un elemento originale rispetto alle altre due religioni: l’atto sessuale non sta solo nella procreazione, ma pure nel piacere. Riconoscere questo principio significa che – almeno di fronte a determinate circostanze quali problemi di salute, particolare contesto sociale, prole già numerosa, impossibilità di sopperire ai bisogni dei bambini, ecc. – la coppia possa legittimamente porsi la questione della contraccezione. Tali situazioni vanno però studiate caso per caso insieme alle autorità religiose.

PROTESTANTESIMO:

Il mondo Protestante si divide in una moltitudine di chiese e confessioni (ad esempio, Tavola Valdese, Chiese Avventiste del 7° Giorno, Unione Cristiana Evangelica Battista, …). Secondo i protestanti, all’interno del matrimonio è importate la procreazione (fine ultimo secondo la Chiesa Cattolica), ma è altrettanto importante l’unità dei coniugi. Se una coppia, dunque, decide di usare il preservativo come strumento di “pianificazione familiare” non rinunciando alla sessualità nella coppia che è uno degli aspetti necessari all’unità dei coniugi, per i protestanti ciò non è un problema, purché siano coscienti della loro responsabilità dinanzi a Dio. Tra le varie confessioni protestanti, ad esempio, figura la Chiesa Evangelica Valdese che è stata al centro di un acceso dibattito religioso-politico qualche tempo fa per via dello slogan associato alla campagna informativa 2007 che recitava: “Un pozzo per l’acqua, un profilattico contro l’Aids, un sorriso alla vita” (QUI).

CHIESA ORTODOSSA:

La Chiesa Ortodossa in Italia annovera un numero di fedeli pari a quello delle varie organizzazioni protestanti (circa 700 mila). Non ha una posizione ufficiale in merito all’uso del preservativo, lascia alla coscienza dei singoli la decisione di utilizzare metodi anticoncezionali e di profilassi.

TESTIMONI DI GEOVA:

I Testimoni di Geova hanno una posizione dura contro l’aborto, ma non contro la contraccezione. Contemplano l’uso del preservativo come metodo di “pianificazione familiare” e come strumento per prevenire malattie infettive. Ad esempio, in un articolo pubblicato il 22 febbraio 2003 sulla rivista Svegliatevi! (organo ufficiale dei Testimoni di Geova italiani) si legge: “La Bibbia condanna forse il controllo delle nascite? No, non lo condanna. È una scelta che spetta alla coppia.

BUDDISMO E INDUISMO:

La presenza di Buddismo e Induismo in Italia, per quanto marginale, è più ampia di quanto si possa pensare. Entrambe si fondano sul concetto di non violenza e sul rispetto degli altri e per tutte le forme di vita. I due movimenti religiosi, quindi, non hanno alcun problema ad accettate l’uso del preservativo proprio perché non comporta alcun atto di violenza o crudeltà.

Finisce qui il nostro excursus nel mondo del rapporto tra religioni presenti in Italia e uso del preservativo. Non voglio tirare le somme e non voglio cercare di capire quale sia la morale della favola. Lascio alla sensibilità di ciascuno questo compito. Che ne dite? ;-)

Ecco la lista dei nemici di Internet!!! ;-)

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internet_enemies

Si intitola “Internet enemies” (I nemici di Internet) ed è il report della ricerca condotta da Reporters sans frontières (RFS) sulla censura in Rete (QUI la versione integrale). Nell’introduzione del documento si legge:  “Con il pretesto di proteggere la morale, la sicurezza nazionale, la religione e le minoranze etniche, e talvolta persino il potenziale spirituale culturale e scientifico del paese, molti paesi ricorrono al filtraggio della rete per bloccarne parte dei contenuti“.

Il mondo di Internet è sempre più minacciato dalla censura e dal controllo da parte dei Governi. L’aspetto sorprendente è che, al contrario di quello che ci si potrebbe aspettare, non sono soltanto i Paesi in cui vige una dittatura a mettere in atto questo tipo di “censura”. Ecco la lista  (in ordine alfabetico) dei 12 Paesi ritenuti “nemici” della Rete:

  1. Arabia Saudita
  2. Burma (Birmania)
  3. Cina
  4. Corea del Nord
  5. Cuba
  6. Egitto
  7. Iran
  8. Siria
  9. Tunisia
  10. Turkmenistan
  11. Uzbekistan
  12. Vietnam

Per ognuno di questi Paesi RSF dedica una scheda specifica in cui riporta dati, riferimenti legislativi ed episodi significativi in materia di censura digitale.

Al primo posto (in negativo) si colloca la Cina dove è stata messa in atto la macchina di controllo più forte:  oltre 40000 funzionari pubblici vengono pagati per monitorare le comunicazioni online; quasi 50 persone (di cui è a conoscenza) sono finite in prigione per avere espresso in Rete un loro parere critico e negativo nei confronti del Governo cinese; molti siti globali irraggiungibili dagli utenti cinesi; un apparato burocratico e di polizia vigila costantemente su tutto ciò che succede nella Rete cinese.

A parte la Cina, negli altri Paesi che fanno parte della lista le cose non sono di molto migliori: blogger arrestati, cyber-polizia onnipresente, risultai di Google pilotati, siti oscurati o irraggiungibili e così via…

Il report della ricerca sui “Nemici di Internet” porta alla luce anche un dato allarmante. Tra i Paesi a rischio figurano due Stati che fanno parte delle democrazie compiute: Australia e Corea del Sud. In questi Paesi sono in vigore leggi restrittive e in alcuni casi c’è stato pure qualche arresto (in Corea).

In Australia, ad esempio, il Governo ha discusso di filtraggio della Rete e dal 2001 esiste un’agenzia privata delegata dal Governo che può intercettare autonomamente le e-mail e tutte le comunicazioni in Rete dei cittadini che ritiene opportuno sorvegliare.

L’Italia non è contemplata nella lista, ma forse dopo l’ennesimo tentativo di mettere dei paletti al Web italiano da parte della Carlucci (solo ultimo in ordine di tempo dopo Levi, Cassinelli, D’Alia e Pisanu), nel prossimo report ci saremo anche noi. ;-)

Che ne pensate?

Le ossa di Hitler e i cimeli nazisti si comprano su Internet

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Ormai è stata ribattezzata “Naz-eBay“. Si tratta di un’asta online che vede tra i suoi pezzi cimeli nazisti di ogni sorta, compresi ossa e capelli di Hitler (QUI e QUI).

La singolare iniziativa è di David Irving, lo storico britannico condannato a 13 mesi di carcere in Austria per avere negato l’Olocausto. Irving non si è mai laureato e non ha condotto studi specifici, ma i suoi libri su Hitler e il nazismo fanno discutere da anni gli stoici in tutto il mondo. E’ stato spesso accusato di essere antisemita e razzista, nonché di appoggiare gruppi estremisti neonazisti.

Gli oggetti in vendita non sono di sua proprietà, ma è lui a garantirne l’autenticità e a sponsorizzare l’evento. Per questa sua opera di intermediazione guadagna il 15% per ogni articolo venduto.

Tra i pezzi messi all’asta, i “nazi-memorabilia” su cui tuttavia sono in molti ad avere dubbi sull’autenticità, vi sarebbero dei capelli del Führer rubati di nascosto dal suo barbiere personale che attaccò della colla sotto la suola delle scarpe, il bastone da passeggio di Hitler e dei frammenti ossei suoi e di Eva Braun (sarebbero stati in possesso di un ex agente del Kgb russo), un servizio battesimale che Heinrich Himmler (capo della polizia nazista) avrebbe regalato a Hermann Göring (uno dei più importanti gerarchi nazisti) in occasione del battesimo della figlia, foto d’epoca che ritraggono il Führer e gerarchi nazisti e molto altro.

La sede legale del sito dove avviene l’asta si trova in Gran Bretagna dove, al contrario che in Paesi come Germania, Austria, Francia e Polonia, non è reato commercializzare oggetti nazisti. Tuttavia Shimon Samules, direttore del Simon Wiesenthal Centre, l’associazione che dà la caccia ai criminali di guerra nazisti, ha chiesto al governo inglese di proibire l’asta perché un’iniziativa che glorifica Hitler e il nazismo, offende le vittime dell’olocausto e ferisce chi ha subito tanto dolore a causa delle azioni del Führer e dei suoi seguaci. L’iniziativa è, secondo Shimon Samules,  “inaccettabile e nauseante“.

Associazioni ebraiche e molti parlamentari britannici condannano unanimemente l’asta, chiedendo a loro volta l’intervento delle autorità del Regno Unito e appellandosi alla norma che vieta di diffondere odio e discriminazione razziale o religiosa.

Naturalmente Irving difende la legittimità dell’iniziativa. Dice che il suo è un modo per guadagnarsi da vivere e che non c’è niente di male a vendere questi oggetti visto che “c’è gente disposta a pagare prezzi altissimi per questo tipo di cose“.

Io penso che Irving (QUI il suo sito) voglia lanciare un ulteriore provocazione con questa iniziativa, farsi pubblicità e guadagnarci pure qualcosa in termini economici. Del resto, di fanatici del nazismo – in maniera più o meno nascosta – c’è ne è parecchi. Sfruttare una così terribile e macabro business, però, mi sembra una cosa molto immorale (se non addirittura offensiva e anche truffaldina).

Che ne pensate? ;-)

Mediaset contro il Corriere: vince l’informazione!!!

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Chi la fa l’aspetti“, recita un vecchio proverbio. Così, una denuncia che avrebbe dovuto tutelare Mediaset ha finito per ribadire e affermare il diritto di cronaca in Italia tutelando tutti i cittadini.

Ma veniamo ai fatti:

  • Il Corriere della sera aveva pubblicato sul suo sito degli spezzoni tratti da vari programmi Mediaset al fine di parlare del palinsesto televisivo, di raccontare fatti e per esercitare il diritto di critica.
  • Al gruppo fondato da Silvio Berlusconi e guidato da Fedele Confalonieri non è piaciuta questa iniziativa e ha denunciato il gruppo RCS, l’editore del Corriere.
  • Il Tribunale ha accolto le richieste di Mediaset che lamentava la lesione dei propri diritti esclusivi sulle trasmissioni, ma ha ha riconosciuto il diritto di cronaca e di critica limitando l’azione a soli 4 video relativi al Grande Fratello (su 59 incriminati).
  • Mediaset, dal canto suo, ha fatto sapere che l’azione legale fa parte della strategia del gruppo Mediaset avviata la scorsa estate con l’azione di risarcimento danni contro YouTube (QUI e QUI) e tesa a difendere il diritto di disporre in piena esclusiva di propri contenuti televisivi; insomma, non era un’azione specifica e mirata contro un giornale di informazione.

Da una parte c’è una moltitudine di persone autonome che, per i motivi più disparati, prende spezzoni dalla programmazione Mediaset e li immette nel grande calderone di Youtube. Dall’altra c’è un giornale privato che prende degli spezzoni e li inserisce sulle proprie pagine per informare e per esercitare il diritto di critica. Dall’una e dall’altra parte, però, cedo che difficilmente Mediaset potrebbe subire un danno: ricava guadagni in termini di visibilità e pubblicità indiretta.

Ma se per quanto riguarda il video sharing Mediaset potrebbe avere ragione, non si può equiparare il Corriere della sera a Youtube. Il tribunale,infatti, non ha avuto dubbi e se nel caso di Youtube era prevalsa la linea Mediaset, questa volta la sentenza è stata chiara: per quanto riguarda i mezzi di informazione non può sussistere il generico divieto di riprodurre immagini da trasmissioni Mediaset perché minerebbe il diritto di cronaca e di critica.

Mediaset ha preso la sentenza come una vittoria annunciando con un comunicato  “nuove azioni legali contro siti web e provider” che diffondono contenuti Mediaset senza autorizzazione. Ma non si tratta di una vittoria per il gruppo ci Cologno Monzese, la vittoria riguarda tutti i cittadini perché ribadisce e sottolinea la necessità del diritto do cronaca e di critica.

La sentenza, tuttavia,  non mette fine alla questione sulla proprietà industriale e intellettuale, ma può avere ripercussioni molto forti su quello che è il rapporto tra TV e Web in quanto a diritti d’autore e informazione.

Che ne pensate? ;-)