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Archive for Febbraio 2009

L’Oceano è una discarica e nessuno ne parla!!!

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Se ne era parlato già qualche tempo fa (anche qui nel blog), ma pare che ora di questa shoccante notizia se ne siano dimenticati tutti. Le preoccupazioni da parte degli studiosi si stanno facendo sempre più serie, così ho deciso di riproporre il post di qualche mese fa in cui parlavo di quella che possiamo definire la discarica più grande del mondo.

Gli americani la chiamano “rubbish soup” (minestrone di spazzatura) o “plastic soup” (minestrone di plastica), ma sono diversi nomi che sono stati dati a questo preoccupante fenomeno. Si tratta di un’enorme distesa di rifiuti che copre un’area addirittura doppia a quella degli Stati Uniti. L’immensa massa di spazzatura (divisa in bue grandi blocchi) viene tenuta insieme dalle correnti; un po’ galleggia finendo periodicamente sulle spiagge e un po’ si deposita sul fondale. L’enorme discarica ha inizio a circa 900 chilometri dalla costa californiana e si estende lungo l’Oceano, supera le Hawaii e sfiora pure il Giappone.

A lanciare l’allarme dalle pagine dell’Independent era stato Charles Moore, l’oceanografo americano che ha scoperto i 100 milioni di tonnellate di scarti che fanno il bagno nelle acque oceaniche. Moore, erede di una famiglia di petrolieri, si era imbattuto per caso in questa enorme distesa di rifiuti mentre navigava a margine di una regata. “Per una settimana – ha detto – mi sono ritrovato in mezzo a un mare di immondizia. Come avevamo potuto insozzare un’area così gigantesca?“. Sconvolto dalla scoperta, Moore vendette le sue partecipazioni nell’impero di famiglia e divenne un ambientalista militante.  Gli esperti, però, sono a conoscenza del fenomeno già dalla fine degli anni ‘80 (QUI).

Pare che circa un quinto della spazzatura arriva lì perché gettato dalle navi, il resto giunge dalla terraferma. A preoccupare maggiormente è la smisurata quantità di plastica perché si degrada difficilmente. Ci si trova di tutto: palloni da football, mattoncini del Lego, siringhe, accendini… e una quantità enorme di buste di plastica. La discarica marina è iniziata a formarsi oltre mezzo secolo fa ed è sconvolgente sapere che ogni pezzo di plastica finito lì dagli anni ‘50 ad oggi è imprigionato ancora nell’enorme “minestrone”.

La plastica galleggiante provoca ogni anno la morte di migliaia di mammiferi marini e di circa un milione di uccelli, ma rappresenta un rischio anche per la salute dell’uomo. Alcuni minuscoli pezzetti di plastica, infatti, assorbono agenti inquinanti (ad esempio, idrocarburi e pesticidi) che poi entrano in diversi modi nella catena alimentare. ”Ciò che cade nell’Oceano finisce dentro agli animali e prima o poi nel nostro piatto”, ha detto Marcus Eriksen, direttore dell’istituto di ricerca che sta analizzando il fenomeno.

Insomma, abbiamo trasformato l’Oceano Pacifico in un contenitore per la raccolta della plastica, ma la produzione di materiali plastici (e di rifiuti in genere) non accenna a diminuire. Quando impareremo a rispettare l’ambiente e noi stessi producendo meno plastica (e meno rifiuti in genere) e a riciclare?

Nucleare in italia… E l’Enel ci guadagna ancora!

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Oggi il premier Silvio Berlusconi e il presidente francese Nicolas Sarkozy hanno firmato un accordo che vedrà Italia e Francia più vicine nella produzione di energia nucleare (QUI).

Incuranti del referendum con il quale gli italiani dissero di NO al nucleare, l’accordo prevede anche la realizzazione di almeno quattro centrali nucleari nel nostro Paese.

Queste nuove centrali nucleari (dette di terza generazione) sono più sicure delle precedenti, ma non risolvono il problema delle scorie e per di più, in caso di incidente, sarebbero più pericolose dei vecchi impianti (la centrale di Cernobyl era di seconda generazione).

Sul nucleare, inoltre, gli italiani avrebbero più timori e dubbi che entusiasmo e certezze. Secondo una recente ricerca dell’Eurispes, infatti, “con uno scarto di 7,4 punti percentuali rispetto ai favorevoli, gli italiani bocciano – per vari motivi -  il ricorso al nucleare come fonte di energia“.

Insomma, un referendum vieterebbe la costruzione di centrali in Italia, gli italiani sono scettici (quando non hanno proprio paura di questa forma di energia), non sono stati risolti i problemi delle scorie e quelli legati alla sicurezza in caso di incidente, …
Ma allora chi ci guadagna da tutto ciò?

Non voglio rispondere a questa domanda perché la risposta è chiara a tutti. Così, mentre EcoTV lancia una provocazione sostenendo la costruzione di una della quattro nuove centrali ad Arcore, il PD sostiene che a guadagnarci da questo accordo sarà solo la Francia perché Sarkozy punterebbe sui fondi pubblici italiani per sostenere l’industria nucleare francese, l’IdV sostiene che questo è l’ennesimo spot elettorale di Berlusconi che però costa all’Italia ben 4 miliardi di euro, Legambiente, WWF, Greenpeace e Verdi si oppongono in ogni modo a questo accordo, nessuno parla dell’Enel che in questo momento è quella che ci guadagna di più dall’accordo (QUI).

Senza parlare del fatto che – come documentato in questa puntata di Report – da ben 22 anni noi cittadini dobbiamo risarcire l’Enel e la società che si occupa dello smaltimento delle scorie (ad oggi abbiamo speso circa 9 miliardi di euro) per il mancato guadagno dovuto allo stop agli investimenti nel nucleare dopo il referendum e per mantenere in sicurezza gli impianti che sono ancora pieni di scorie radioattive, vorrei invece soffermarmi su questo punto: da oggi Enel è il secondo operatore energetico d’Europa dopo l’azienda pubblica francese Edf (QUI).

Enel, infatti, è impegnata in cinque Paesi (Spagna, Slovacchia, Francia, Romania e Russia) con un totale di capacità produttiva di 5.680 megawatt. Un’ulteriore capacità produttiva di altri 1.080 megawatt si va ad aggiungere a questa grazie ai nuovi reattori in costruzione in questi Paesi (senza contare quella derivata dalle future centrali italiane).

Visto che adesso il nucleare sarà al centro dell’attenzione, riporto proprio a proposito dell’Enel alcuni passaggi di un mio vecchio post in cui si parlava delle centrali nucleari di Mochovce, in Slovacchia. Non ci sarebbe niente di strano se non fosse che i reattori presenti a Mochovce e quelli che si stanno per costruire sono delle potenziali bombe atomiche, nel senso che hanno livelli di protezione bassi.

La centrale di Mochovce fu costruita dai russi quando l’allora Cecoslovacchia faceva parte dell’Unione Sovietica e in quel periodo (negli anni ‘80, con la guerra fredda e prima che entrassero in vigore le moderne norme sulla sicurezza e sull’impatto ambientale di certe costruzioni) fu facile ottenere i permessi.

L’Enel acquisì nel 2005 tra le polemiche e tra le proteste degli ambientalisti il sito di Mochovce.  Dopo vari ritardi e tanti fermi, nel novembre del 2008 l’Enel (probabilmente incoraggiata dal riaprirsi del dibattito sul nucleare in Italia) avviò la costruzione di alcuni nuovi reattori in Slovacchia (QUI) mantenendo, però,  i vecchi progetti.

Il problema è che i reattori di Mochovce sono una vecchia progettazione sovietica, quindi, usano vecchie tecnologie e per di più non hanno nessun guscio di contenimento che possa prevenire il rilascio di radioattività nell’ambiente nel caso di incidenti rilevanti.

Benché oggi i reattori nucleari di terza generazione debbano avere necessariamente due gusci di contenimento, l’Enel vuole quindi continuare a costruire secondo i vecchi progetti senza predisporre alcun guscio protettivo. Pertanto, se sciaguratamente  un aereo entrasse in collisione con la struttura (come ci insegnano i tragici fatti dell’11 settembre 2001!) si potrebbe innescare una catastrofe nucleare senza precedenti nel bel mezzo d’Europa (per intenderci, a soli 500 Km da Venezia).

La posizione del governo Slovacco è stata ambigua sin dall’inizio e per questo Greenpeace ha presentato un ricorso senza ottenere ad oggi alcun esito. Naturalmente nemmeno i Paesi vicini quali l’Austria sono contenti di avere una potenziale bomba atomica a pochi chilometri di distanza.

Questo episodio dovrebbe essere un ulteriore elemento di riflessione sul nucleare italiano (che è anche quello che viene gestito e prodotto all’estero) e sui problemi legati alla produzione di questa forma di energia.

Insomma, il problema energetico (insieme a quello della sostenibilità ambientale) è sicuramente di enorme gravità e va affrontato, ma se qualche volta si pensasse davvero di più agli interessi collettivi (salute, ambiente, tutela dei cittadini, …) piuttosto che ai soli interessi politico-economici forse il problema sarebbe di più facile soluzione.

Avviso a tutti i blogger: la blogosfera è morta (di morte naturale)!!!

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Il mondo dei blog fino a poco tempo fa era la parte più dinamica e rivoluzionaria del Web. Probabilmente lo è ancora oggi, ma forse qualcosa sta cambiando.

Per chi mi segue fin dall’inizio sa che questo blog è nato proprio dopo un’attenta analisi di quello che allora era un rilevante fenomeno sociale emergente.  Oggi, invece, la sua fama è stata oscurata dai cosiddetti social network, Facebook in primis.

A tal proposito, Nicholas Carr (celebre blogger e scrittore americano, noto in Italia sopratutto per il suo libro “Il lato oscuro della rete. Libertà, sicurezza, privacy“) ha scritto pochi mesi fa un articolo sul suo blog dall’evocativo titolo “Who killed the blogosphere?“.

Carr sostiene che il blogging si trova in una sorta di “crisi di mezza età“: prima era nuovo e fresco, oggi appare banale e stanco. Forse non sa che direzione sta prendendo. In altre altre parole, sta perdendo quella forza che da il titolo a questo blog. Probabilmente in qualche modo uscirà da questa crisi, ma per il momento la blogosfera è, secondo Carr, in un momento di smarrimento.

Allora, è finito quel mondo in cui gli autori spontaneamente, con molta passione e fuori dai media tradizionali condividevano osservazioni, pensieri, discussioni, informazioni, critiche, elogi?
Io credo di no, ma purtroppo il trend sembra essere proprio questo.

Ma chi ha ucciso la blogosfera? A questa domanda Carr risponde che non esiste un assassino, si tratta solo di morte naturale. I blog da fenomeno nuovo e rivoluzionario sono diventati un fenomeno di massa e di tendenza; è questo che sta uccidendo la spontaneità e le freschezza del blogging. Sopratutto se si pensa che spesso dietro ai blog più letti si trovano vere e proprie redazioni anche con professionisti.

Quel vasto scambio intimo, a ruota libera e fonte di meraviglia, in cui degli individui scrittori si scambiavano osservazioni, pensieri e argomenti al di fuori dei limiti dei media tradizionaliscrive Carrè scomparso. Quasi tutti i blog popolari oggi sono delle imprese commerciali con delle equipe di redattori, che producono operazioni pubblicitarie aggressive e siti gonfiati, con delle strategie di self-linking. Alcuni sono buoni, altri sono noiosi, ma farli passare per parti di una blogosfera che si distingue dai  media mainstream sembra sempre di più un gesto di nostalgia, se non di auto-illusione”.

Parole piene di amarezza queste di Carr che però sembrano essere sostenute dai dati. Secondo Technorati, i blog veramente amatoriali (che spesso sono i più originali e freschi) perdono sempre più visibilità e vengono spinti sempre più verso la periferia della blogosfera da queste società che operano in Rete.

Technorati ha recensito 133 milioni di blog dal momento in cui ne ha cominciato l’indicizzazione, nel 2002. Secondo il suo ultimo Rapporto sullo stato della blogosfera, però, soltanto 9 milioni di blog aggiornano relativamente spesso le loro pagine. Di questi la maggior parte è composta da blog che hanno alle spalle professionisti o gente pagata appositamente per tenerli aggiornati.

In realtà ci sono sempre meno blog intesi nel senso originario del termine di quanto si possa pensare. Il blogger puro non guadagna nulla dal suo lavoro di scrittura (semmai vi dedica tempo rubato ad altre attività) e per questo fa sempre più a fatica a competere con i finti blog amatoriali o con i blog di professionisti.

I blog più letti, quindi, sono ormai una sorta di rivista online e nemmeno Beppe Grillo fa eccezione (anche lui ha la sua redazione). Se pensiamo inoltre al successo dei blog dei giornalisti (es. Marco Travaglio), si capisce come il blogging vero sia diventato solo una parte marginale della blogosfera.

Quando c’è stato il boom dei blog, i post fatti bene schizzavano in cima ai risultati dei motori di ricerca grazie anche ai generosi link degli altri blogger che apprezzavano il lavoro svolto. Oggi non è più così e i post dei blogger amatoriali per quanto ben fatti e accurati, non riescono a godere della visibilità che meriterebbero.

Se nei media tradizionali il problema è legato all’accesso, nei new media (dove tutti possono accedere) il problema è legato all’attenzione. Come può un blogger armato solo della sua bravura, della sua pazienza e delle sue competenze combattere contro organizzazioni che mettono in atto strategie SEO/SEM, che investono denaro nei propri network di blog, che utilizzano strategie di marketing per guadagnare con la pubblicità derivata dagli accessi al blog, che utilizzano professionisti pagati per scrivere?

In altri termini, la storia dei blog sarebbe come quella della “radio libere degli anni ‘70: un’esplosione di radio amatoriali a cui è seguito un sistema dominato da un numero relativamente ristretto di aziende editoriali che sono sopravvissute alla spontaneità e alla semplicità originaria. Molti speaker amatoriali furono assunti dalle aziende radiotelevisive e così la produzione sociale” dei contenuti radiofonici venne trasformata in produzione commerciale“.

Questo non significa che le “radio libere” non hanno cambiato il mondo dei mezzi di informazione, così come i blogger hanno influito sul sistema di diffusione delle informazioni. Quello che sostiene Carr è che bisogna abbandonare l’idea secondo cui i blog possono diventare una forma di informazione più libera dai condizionamenti politici, economici e ideologici rispetto ai media tradizionali.

Io che sono un convinto sostenitore del blogging sin dalle sue origini, faccio fatica a sposare in pieno la tesi sostenuta da Nicholas Carr. Debbo dire, però, che guardandomi intorno trovo ancora quella spontaneità e quella genuinità dei primi tempi, ma mischiata a tantissimi blog che del blogging hanno solo l’aspetto grafico.

Leggere questo articolo di Carr mi ha fatto riflettere molto, voi che ne pensate? ;-)

Io “M’illumino di meno” e il pianeta si riempie di luce!!! ;-)

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E’ bello parlare di biocarburanti, di tecnologia green, di pannelli solari e di energia rinnovabile. Ma al di là delle grandi parole e dei grandi discorsi, ciascuno di noi nel suo piccolo potrebbe rimboccarsi le maniche e dare una mano di aiuto a questo pianeta che soffre.

Qualche piccolo gesto: basterebbe spegnere le luci quando n0n c’è ne è bisogno, fare in modo che i led luminosi dei nostri dispositivi elettronici restino spenti, abbassare di qualche grado la temperatura degli impianti elettrici di riscaldamento/raffreddamento e anche dei frigoriferi, …

In quest’ottica è nata, all’interno del programma radiofonico di RADIO2Caterpillar“, l’iniziativa “M’illumino di meno” giunta ormai alla quinta edizione. Lo scopo è quello di sensibilizzare i cittadini sulla tematiche del risparmio energetico casalingo, quello che con piccoli gesti ognuno può compiere in proprio (QUI il blog dell’iniziativa).

L’invito è di spegnere le luci e tutti i dispositivi elettrici non indispensabili il venerdì 13 febbraio 2009 dalle ore 18 fino al giorno seguente o, comunque, per tutta la durata del programma radiofonico che inizia proprio alle 18.

Soltanto questo farà registrare un brusco abbassamento del consumo di energia. Basti pensare che l’anno scorso furono tagliati circa 400 Megawatt di energia in un giorno; in pratica fu come se 7 milioni di lampadine non fossero mai state accese.

Anche tanti luoghi famosi e tanti monumenti spegneranno le luci per lanciare un segnale importante. Si va dal Colosseo alla Mole Antonelliana di Torino, dal Quirinale a Piazza San Marco a Venezia, da Palazzo Vecchio a Firenze al Maschio Angioino a Napoli, da Piazza Maggiore a Bologna al Duomo di Milano,  dal Castello del Buonconsiglio a Trento all’acquario di Genova e così via…

Quest’anno hanno aderito anche numerose aziende come l’Eni, l’Enel, Vodafone, Coop, Ibm, Ikea, McDonald’s e molte altre. Spegneranno le luci e gli apparecchi elettronici anche in moltissime scuole, musei, società sportive, istituzioni, associazioni e sindacati (es. Legambiente, Wwf, Federparchi, Cgil, Cisl e Uil, Coldiretti, Slowfood, …), università, varie organizzazioni di vario tipo, eccetera.

Ma saranno i semplici cittadini a essere i protagonisti della manifestazione. Se passa il messaggio e ciascuno impara la lezione del risparmio, si potrà fare molto per l’ambiente. Una goccia nel mare potrebbe sembrare insignificante, ma se tutte le gocce si uniscono in una grande onda, allora può avvenire un tsunami forte e violento.

La Rete ovviamente ha contribuito a diffondere l’iniziativa, come ad esempio con i gruppi su Facebook e al tam tam sui blog. In concomitanza con l’iniziativa, inoltre, nascerà anche Ecozoom.tv, il primo social network italiano ecologico e ambientalista dedicato a chi è sensibile a questi temi.

Allora, illumiamoci di meno per dare più luce a questo mondo stanco!!! ;-)

Written by salpetti

13 Febbraio, 2009 alle 14:29

Solo 300 euro per avere il sesto senso, lo dicono quelli del MIT

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calcolatrice-in-mano-MIT

Il Massachusetts Institute of Technology (MIT) è uno dei più importanti centri di ricerca del mondo. Ha sede a Cambridge, nel Massachusetts. E’ un centro di eccellenza in cui le menti più geniali approfondiscono e studiano tutti gli ambiti della scienza trovando soluzioni che aiutano l’umanità a vivere meglio.

Al Media Lab del MIT, il laboratorio che si occupa di nuove tecnologie, media e dispositivi tecnologici per la la comunicazione, stanno mettendo appunto la possibilità di creare una sorta di “sesto senso” grazie a una stretta interazione uomo-tecnologia.

Ci si aspetterebbe, quindi, uno strumento tecnologico molto complesso e costoso, ma invece i ricercatori del MIT hanno speso solo 300 euro (350 dollari) per fare in modo che i soggetti possano relazionarsi alla realtà che li circonda con un qualcosa in più rispetto ai cinque sensi che la natura gli offre.

Servono, infatti, soltanto un telefonino di nuova generazione, una connessione a Internet, una webcam e un mini proiettore. Lo scopo di questa “semplice ” combinazione Hi-Tech è quella di fornire agli utenti un supporto informativo supplementare sfruttando l’immenso bacino di informazioni e conoscenze offerto dal Web.

Ecco come funziona: la fotocamera legge le informazioni di partenza dalla superficie inquadrata; il telefonino le elabora con l’ausilio del Web; il mini proiettore proietta sempre sulla stessa superficie il risultato delle proprie ricerche. Poi, grazie a quattro tappi colorati sulle dita di una mano, i gesti effettuati dall’utente vengono riconosciuti da un apposito dispositivo che è collegato alla webcam e li interpreta come comandi.

Ad ogni movimento delle dita, quindi, è possibile far corrispondere un diverso comando. Senza bisogno di estrarlo da borse o tasche, ma semplicemente portandolo addosso, il nuovo dispositivo permette di richiamare gadget virtuali e dati Internet proiettandoli a piacere sui muri, sui corpi di altre persone o sulla propria mano.

Ad esempio, se si traccia con un dito un cerchio sul suo polso, il mini proiettore visualizza in quel punto un orologio, oppure si può scattare una fotografia semplicemente disegnando un quadrato con le proprie dita intorno all’area interessata. Allo stesso modo si può far apparire una calcolatrice sulla mano e fare calcoli semplicemente sfiorando dita e polpastrelli. Ma si può anche guardare la TV proiettando il video su una parete, su un foglio o su un giornale. E queste sono solo le più semplici applicazione di questo strumento…

Con questa tecnologia si può anche analizzare un ambiente come un negozio. Una volta individuata un catalogo online, ad esempio,  si possono mettere a confronto prezzi e disponibilità dei libri che si trovano in una libreria per i quali è anche possibile conoscere in tempo reale pure le recensioni di altri utenti scaricate dal Web. Si può pure conoscere il gate di imbarco e l’eventuale ritardo di un volo semplicemente mostrando al dispositivo la carta di imbarco (tramite il Web, le informazioni richieste saranno subito disponibili).

Ma, siccome è più facile farlo che dirlo, vi consiglio di vedere i video che sono stati pubblicati  nel blog della rivista Wired. Si resta a bocca aperta vedendo alcune delle possibili applicazioni di questo nuovo aggeggio tecnologico.

Al momento, però, si tratta solo di un prototipo. Lo strumento messo a punto al MIT, infatti, risulta ancora molto “grezzo” per essere commercializzato. Stupisce, tuttavia, per la sua semplicità e per la sua immediatezza. E’ proprio vero che a volte la genialità non consiste nell’inventare cose nuove, ma nell’avere l’elasticità mentale di utilizzare oggetti esistenti con altri fini rispetto a quelli per cui sono stati creati o nel mettere insieme oggetti apparentemente distanti.

Di sicuro questo apparecchio, come molte altre invenzioni del MIT, è un’anticipazione del futuro: saremo sempre più immersi nella tecnologia tanto che diventerà parte di noi stessi permettendo un approccio fisico nell’accesso ai contenuti del Web e alla rielaborazione virtuale del mondo che ci circonda, il sesto senso appunto.

Ci renderà più intelligenti oppure – visto che il nostro cervello praticamente non dovrà fare nulla di minimamente impegnativo – contribuirà ad aumentare la già diffusa pigrizia intellettuale? Che ne pesate? ;-)

Written by salpetti

8 Febbraio, 2009 alle 15:24

Eluana: si stacca la spina e i politici fanno solo polemiche inutili…

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piuma

E’ iniziato l’ultimo viaggio di Eluana Englaro, quello che la condurrà a esaudire il desiderio della sua famiglia di vedere la figlia libera da ogni strumentazione che ne prolunghi l’agonia (QUI). In una clinica di Udine, gradualmente le verranno sospese alimentazione e idratazione.

La storia di Eluana è molto complessa e – sebbene certe vicende meriterebbero rispetto e si sarebbe meglio evitare che i riflettori si accendessero sulla sofferenza e sullo sconforto – adesso non si può tacere perché  il percorso umano, sanitario e giudiziario di questa ragazza introduce, per la prima volta in Italia, una sorta di “diritto alla morte“.

Eluana Englaro era una giovane di soli 20 anni quando, nel 1992, a causa di un incidente stradale, è entrata in stato di coma vegetativo permanente. Da allora i genitori si sono battuti in tribunale affinché venisse interrotta l’alimentazione artificiale alla figlia fino al sopraggiungere della morte.

I giudici avevano sempre respinto le richieste della famiglia, fino a quando – nell’ottobre del 2007 -  la Corte di Cassazione si è pronunciata in merito alla vicenda sconfessando i pareri dei giudici cui precedentemente era stato sottoposto il caso. La Corte Suprema ha affermato che “si può staccare la spina” se si verificano due condizioni, una di carattere tecnico e una di carattere umano:

  1. lo stato vegetativo deve essere irreversibile senza alcuna possibilità di recupero della coscienza e delle capacità di percezione;

  2. deve essere accertato, sulla base di elementi tratti dal vissuto del paziente, dalla sua personalità e dai suoi convincimenti etici, religiosi, culturali e filosofici che il soggetto, se avesse potuto pronunciarsi avrebbe voluto che il trattamento medico fosse interrotto.

Nel caso di Eluana queste due condizioni pare che si siano verificate e, dunque, come estrema ratio, la famiglia di Eluana ha iniziato a intensificare gli sforzi al fine di mettere in atto quello che aveva chiesto la figlia molti anni prima. Pare infatti, che più volte Eluana avesse espresso il desiderio di porre fine a una vita che non poteva essere vissuta in pieno.

Una volta, ad esempio, Eluana fece visita a un amico motociclista che aveva avuto un pesante incidente; questo ragazzo era in condizioni molto gravi e riusciva soltanto a battere le ciglia. Eluana, come ha più volte raccontato il padre, tornando dall’Ospedale accese  un cero affinché la morte ponesse fine a quella vita distrutta.  Eluana, conclude il padre, non ha nemmeno quel potere sul battito di ciglia, figuratevi se adesso non volesse morire anche lei come auspicava per quel ragazzo.

Inutile raccontare tutto il putiferio che questa sentenza (e tutta la vicenda in generale) ha suscitato: le reazioni del mondo cattolico, i medici obiettori, i ricorsi in Tribunale, il Ministro Sacconi,  le proteste e le manifestazioni pro o contro, le sterili polemiche politiche e tutto il resto, …

Quello che credo sia importante sottolineare adesso è che tutto ciò è anche figlio di un vuoto normativo e legislativo. La vicenda relative a Eluana Englaro, infatti, si muove su un terreno molto delicato che tocca le sfere dell’etica e della morale. Ci sarà chi vede nella vita vegetativa del coma il compimento di un disegno divino al quale non ci si può sottrarre artificialmente continuando in ogni modo a restare attaccati al “valore della vita“, ma ci sarà anche chi preferisce far valere il “diritto alla morte“  pur di non restare immobile e incosciente per decenni su di un letto.

Mi rendo conto che è molto difficile legiferare su questi aspetti della vita umana, ma credo che i nostri politici dovrebbero tener conto di entrambe le posizioni e cercare di colmare – dopo un’attenta e ponderata riflessione che coinvolga il maggior numero possibile di soggetti, sia laici e sia religiosi – l’assenza di regole relative a questo delicato argomento. Che poi si tratti di testamento biologico o di qualcos’altro si vedrà…

In tutta onestà, io non saprei come mi sarei comportato se fossi stato il padre di Eluana. Nè tanto meno ad oggi ho pensato (come la maggioranza di noi) a come dover concludere la mia vita in caso di un incidente così grave. Ritengo, tuttavia, che chi voglia debba avere il diritto di esprimersi in merito.

AGGIORNAMENTO (07/02/2008): Non aggiornerò questo post con tutti gli sviluppi del caso perché la vicenda è molto delicata e se ne è già parlato più del dovuto. In qualsiasi modo la si pensi sul caso Eluana e sul principio generale che lo riguarda – visto il terreno delicato su cui poggia la faccenda – di sicuro si sbaglia (in qualsiasi modo la si pensi). Per di più le polemiche politiche degli ultmi giorni e la vicenda dello strappo istituzionale tra Napolitano e Berlusconi hanno  ancora di più contribuito a rendere scadente il dibattito sul testamento biologico e sulla fine della vita. Il rischio è di  banalizzare tematiche importanti e alte quali il dolore, la vita e la morte.
In questo blog, dunque, proprio per il rispetto che meritano certi argomenti e certe vicende, non si parlerà più del caso Eluana.

Google va in tilt in tutto il mondo, il Web nel caos!!! ;-)

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logo Google

Ieri pomeriggio (31 gennaio),  il motore di ricerca più grande e più importante al mondo è andato in tilt disorientando e allarmando tutti i suoi utenti nel mondo. Subito si è pensato a una grave azione di hacking o a un virus, ma dal blog ufficiale di Google (in un post scritto da Marissa Mayer, responsabile della Search Products & User Experience) si apprende che si è trattato di un banale errore umano.

Per impedire l’accesso a siti sospetti, Google adotta da anni un sistema di diagnostica che avverte gli utenti sui possibili rischi che corrono navigando in questi spazi web. Oltre ad avvertire il navigatore, il motore di ricerca blocca l’accesso diretto al sito. Ieri, per circa 40 minuti a partire dalle 15:30, chiunque avesse fatto una qualsiasi ricerca, avrebbe trovato una lista di soli risultati pericolosi.  Ogni link, infatti,  era accompagnato dalla frase “Questo sito potrebbe arrecare danni al tuo computer” e tutti i link erano bloccati. Per la prima volta dalla sua nascita Google ha avuto un black-out.

Ma perché è successo tutto ciò? La spiegazione è semplice: Google lavora in collaborazione con un ente no-profit,  Stopbadware, che si occupa  di compilare delle lunghe liste di siti pericolosi in base alle segnalazioni di varie fonti. Nell’ultimo aggiornamento di queste liste all’interno dell’algoritmo del motore di ricerca è stato commesso un errore e di conseguenza tutti i siti sono stati considerati come potenzialmente pericolosi.

L’indice di Google conta oltre 8 miliardi di pagine ed è considerato il più grande e affidabile del Web. Si occupa, infatti, di servire oltre il 70% delle ricerche effettuate su Internet a livello mondiale. Visti i numeri,  il black-out di ieri è stato uno shock per tutti e soprattutto per quanti identificano ormai in Google il Web stesso facendo del motore di ricerca il canale di accesso per ogni singola richiesta.

Tutti, quindi, sono rimasti perplessi e confusi di fronte a quei strani risultati, ma sopratutto si rimaneva increduli nel vedere che ogni sito Web era considerato pericolo da Google: uno scenario apocalittico si è aperto negli occhi di tutti gli internauti.

Adesso che è passata la paura, possiamo pure riderci sopra, ma per molti è stato traumatico pensare che il Web fosse totalmente e globalmente bloccato. Chissà che sorte spetterà al povero dipendente che ha causato tutto cio!? ;-)

Written by salpetti

1 Febbraio, 2009 alle 20:03