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Archive for Giugno 2008

Pillola abortiva? ADUC vs Movimento per la Vita

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La “pillola del giorno dopo” è abortiva oppure no? A questa domanda ha cercato di rispondere il Movimento per la vita, ma anche l’ADUC. Ebbene: le due risposte sono diametralmente opposte. Chi fa informazione e chi disinformazione? Cerchiamo di scoprirlo…

Il 10 giugno, l’ADUC (Associazione per i diritti degli utenti e consumatori) pubblica sulle pagine del suo portale un comunicato dal titolo: “Pillola del giorno dopo non è un abortivo. Attenzione alla disinformazione del Movimento per la Vita

Il 18 giugno, il Movimento per la Vita risponde all’accusa confermandone la potenzialità abortive, citando  a sostegno della sua tesi l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), il foglietto illustrativo della pillola, una sentenza del Tar del Lazio del 2001 e le posizioni del Comitato bioetico nazionale.Tutte argomentazioni che, come si legge nella stessa nota del Movimento, difficilmente possono essere smentite.

Il 24 giugno, l’ADUC contrattacca smentendo punto per punto le affermazioni del Movimento per la Vita. Ecco un breve riassunto:

  1. Se la pillola del giorno dopo fosse un abortivo, non potrebbe essere venduta in farmacia, bensì dovrebbe essere somministrata solo in regime di ricovero in un ospedale pubblico (come prevede la legge 194 sull’interruzione di gravidanza);
  2. L’OMS ha sempre sostenuto il contrario di quello che il Movimento per la Vita dice. Sul suo sito si può leggere che il principio attivo della pillola del giorno dopo previene l’ovulazione e non ha alcun effetto riscontrabile sull’endometrio o i livelli di progesterone quando somministrato dopo l’ovulazione. La pillola del giorno, pertanto, non è efficace dopo l’avvio del processo di impianto, cioè non causa aborto;
  3. Per qanto riguarda il Comitato di bioetica e la sentenza del Tar del Lazio, citati dal movimeto per la Vita come parte della comunità scientifica internazionale, l’ADUC risponde che il parere dei filosofi e dei religiosi facenti parte del Comitato bioetico, per quanto autorevoli e seri nelle loro materie, non può essere paragonate a quelle di illustri medici e scienziati di tutto il Mondo che sostengono il contrario. Ancor più curiosa è l’inclusione nella comunità scientifica internazionale dei giudici amministrativi della Regione Lazio. La decisione del Tar, per di più, risale al 2001 e si basa su vecchi dati scientifici, tanto che, vista la sua inconisistenza,  non ha impedito che la pillola fosse prescritta e distribuita fuori dall’ambito ospedaliero.
  4. Resta aperta solo la questione del foglietto illustrativo. La citazione che il Movimento della Vita ne fa recita così: “La contraccezione di emergenza è un metodo di emergenza che ha lo scopo di prevenire la gravidanza, in caso di rapporto sessuale non protetto, bloccando l’ovulazione o impedendo l’impianto dell’ovulo eventualmente fecondato.” Peccato che si tratta di una citazione parziale estrapolata da un contesto più ampio. I foglietti illustrativi dei farmaci, inoltre, servono per dare solo delle indicazioni generali (e per tutelare legalmente la casa farmaceutica); non possono essere sostitutivi della corretta informazione che il medico da al paziente quando prescive un medicinale. Qualunque medico che facesse riferimento strettissimo a ciò che c’è scritto sul foglietto illustrativo senza considerare il caso specifico e gli ultimi risultati delle ricerche scientifiche sarebbe considerato un incompetente.

Allora, chi è che ha fatto controinformazione?  Con tutto il rispetto per i temi etici e morali che debbono essere trattati con la massima delicatezza, credo che qui si stia confondendo il piano medico-scientifico con il piano etico-religioso… ;-)

Adesso la colpa è delle balene: da vittime a carnefici!!!

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La questione delle balene assume toni un po’ grotteschi all’ultimo Meeting della Commissione baleniera internazionale (IWC) in corso a Santiago del Cile.  Adesso sono i giganti del mare ad essere sotto accusa e non i loro cacciatori. Giappone, Norvegia e Islanda accusano i cetacei di essere una della cause della mancanza di cibo nei Paesi poveri (QUI).

Pare che Giappone, Norvegia e Islanda non potendo più negare di essere i Paesi dove ci sono i maggiori cacciatori dei cetacei e che quindi per  causa loro adesso le balene rischiano quasi l’estinzione, vorrebbero convincere tutti di stare agendo per il bene comune.

WWF Italia, tramite Massimiliano Rocco, fa sapere che questa presa di posizione è assurda. Si tratta di una scusa usata per «giustificare la loro caccia alle balene e per sviare l’attenzione dal vero problema, quello della pesca che sta letteralmente ripulendo i mari, provocando un calo preoccupante di specie come tonni, merluzzi e salmoni».

Per smentire le accuse secondo le quali le balene sono responsabili del calo delle risorse ittiche nei mari sarà presentato dal WWF lo studio scientifico Who’s eating all the fish? (Chi sta mangiando tutto il pesce?) che dimostra – spiega ancora Massimiliano Rocco – “come oltre il 60% del pesce pescato nei paesi poveri non rimanga nei mercati locali ma finisca in quelli europei, giapponesi, nord-americani e cinesi». In sostanza, la vera causa della scarsità delle risorse ittiche è “l’overfishing, cioè l’eccessivo sfruttamento delle risorse attraverso la pesca“.

E’ semmai la pesca industriale a privare in maniera smisurata il mare di pesci. Non c’è quindi alcuna responsabilità da parte delle balene se i Paesi più poveri soffrono la fame, perché sono i Paesi più sviluppati a consumare i tre quarti del pescato mondiale.

A difesa delle balene sarà presentato anche uno studio australiano che dimostra come le balene valgano in termini economici più da vive che da morte. L’analisi calcola i benefici economici del turismo whale watching, cioè dell’osservazione delle balene da punti panoramici lungo la costa durante le migrazioni annuali. Si spera forse che i cacciatori di balene siano almeno sensibili all’odore dei soldi derivati dal turismo…

Nonostante quello che dicono le ricerche e gli studi (ma anche il buonsenso), Giappone, Norvegia e Islanda non demordono e continuano ad affermare di essere dei paladini della lotta contro la fame nei paesi poveri. Questa lotta passerebbe per l’uccisione delle balene.

Oltre alla battaglia che si combatte in mare tra le balene e le navi dei cacciatori, si sta quindi svolgendo anche una battaglia ideologica al Meeting IWC, con le balene che si alternano nel ruolo di vittime innocenti e di colpevoli carnefici.

Di certo, le motivazioni di chi uccide le balene sembra che non reggano più, i cacciatori non sanno più che inventarsi. Speriamo che l’IWC sia davvero un luogo dove si lavora sul serio per le balene e non per i balenieri!!! ;-)

C’è sicurezza e sicurezza. Il problema è la percezione!

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In questo blog si parla spesso della potenza dell’informazione e di quanto conoscere i fatti sia fondamentale per una democrazia. Ma sapere le cose può non bastare. Anche attraverso fatti veri si può “distorcere” la realtà. Come? Enfatizzandone alcuni aspetti e nascondendone altri: si martella continuamente su un problema e se ne nascondono altri. La percezione che ne avranno i cittadini è che il problema di cui si parla di più sia il più rilevante.

Ad esempio, i morti sul lavoro in Italia nell’ultimo anno sono stati circa 1300. Sapete quanti sono stati gli omici? Meno della metà (600). Allora, tra la sicurezza nei posti di lavoro (e il problema delle morti bianche) e la sicurezza in genere (tra poco ci sarà pure l’esercito per le strade) quale dovrebbe essere il problema da trattare con più urgenza e che dovrebbe generare maggiore allarme sociale? ;-)

A tal proposito vi riporto un bell’articolo (QUI) di Pino Corrias, molto significativo:

“Comunque la si calcoli la contabilità sulla Sicurezza non torna mai. In Italia ci sono 600 omicidi l’anno, più o meno quanti nella sola città di Los Angeles. Eppure la sensazione diffusa è l’assedio, il campo di battaglia, la perpetua notte dei morti viventi che ci aspetta al di là della soglia di casa, appena oltrepassate le telecamere che ci sorvegliano e ci proteggono. Il volto del sindaco Letizia Moratti, prosciugato dalla tensione, non fa che confermare l’allarme. Non bastano più i 100 mila poliziotti, né i 100 mila carabinieri. Ci vuole l’esercito: 2.500 ragazzi ben armati. Da distribuire come? Uno ogni 3 comuni (che sono 8 mila)?  Ma allora perché non arruolarne 25 mila?

Eppure. Se è davvero la sicurezza a ossessionarci, come mai non altrettanta attenzione è dedicata a quella sul lavoro? Nelle fabbriche e nei cantieri si muore più del doppio, 1300 salme l’anno, con fiammate anche spettacolari, come l’anno scorso alla Thyssent e l’altra settimana a Catania, con i telegiornali che lacrimano e i politici che portano i fiori della solidarietà e dell’indignazione da prima serata. Come mai il ministro Ignazio La Russa non ha ancora proposto l’impiego dei Bersaglieri a vigilanza dei cantieri? O quello dei Lagunari per stanare i reclutatori di manodopera clandestina? Gli operai liquidati per asfissia valgono meno di un tabaccaio ucciso per rapina?

E la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta? Perchè ci spaventano meno dei nomadi che lavano vetri, chiedono l’elemosina, rubano qualche portafoglio? E perché non ci allarma, ma anzi incassa consensi crescenti, un governo che organizza leggi contro i magistrati, dimezza i tempi delle prescrizioni, allestisce trappole contro le intercettazioni? Dovrebbero essere le incongruenze (e la potenza della propaganda) a farci un po’ di paura.”

Che ne dite? ;-)

Written by salpetti

21 Giugno, 2008 alle 0:20

Giustizia fai da te? Sul Web si può…

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Navigando qua e là per la Rete ho trovato questo vecchio articolo di RAI News del 2005 che parla di un fatto che io non conoscevo e che, da appassionato di argomenti relativi al Web, mi ha colpito particolarmente.

L’articolo parla di Aaron Weisburd (e della sua Internet-Haganah), un programmatore informatico dell’Illinois (USA), che dopo i tragici fatti dell’11 settembre 2001 ha deciso di intraprendere una personale guerra contro il terrorismo islamico attravrso la Rete.

Weisburd, con l’aiuto di pochi collaboratori, ha iniziato la sua attività navigando tutto il giorno su Internet alla ricerca di siti islamici jihadisti, quando li trovava li segnalava ai provider e, se questi non intervenivano ad oscurare il sito, ci pensava lui autonomamente: metteva in atto un attacco informatico ai danni dei server che ospitavano i siti da lui ritenuti pericolosi, mettendoli così offline.

L’atteggiamento delle forze dell’ordine verso questa attività è stato ambivalente. Da un lato si tratta un’attività illegale che può interferire in alcuni casi con le indagini della polizia, dall’altro però può essere un modo per rendere un servizio di utilità pubblica aiutando gli USA nella lotta al terrorismo.

Vista la grossa ferita che l’11 settembre ha aperto sul cuore degli Stati Uniti, si può comprendere lo stato d’animo degli americano dopo l’attentato alle Torri Gemelle e in un certo senso si può giustificare questo tipo di atteggiamento. Ma adesso, a 7 anni dall’attentato, ho cercato di capire com’è andata a finire: siamo nel 2008 e Aaron Weisburd è ancora lì.

Con il passare degli anni, infatti, l’attività di Weisburd non è terminata, ma è andata consolidandosi. Oggi Weisburd è a capo di un’organizzazione che, oltre a mantenere la struttura di base (attacchi contro i siti della jihad), è inoltre diventata una sorta di movimento che ha come scopo quello di sensibilizzare le imprese che operano in Rete a non fornire servizi basati sul web a gruppi islamici (QUI su Wikipedia e QUI il sito ufficiale).

Vorrei soffermarmi particolarmente su un aspetto: “la giustizia fai da te“. Haganah, il nome dell’organizzazione, è infatti una parola ebraica che significa difesa e l’intento dichiarato di Weisburd è proprio quello di difendere gli USA e Israele dagli estremisti islamici. Per quanto nobile possa sembrare questa iniziativa, secondo me è meglio usare sempre gli strumenti della legge.

Come reagiremmo se esistesse, ad esempio, un progetto simile con il fine di oscurare i siti abortisti o quelli che palano di procreazione assistita? A pensarci bene il principio è lo stesso, ma che fine farebbe la libertà di espressione? ;-)

Credo, quindi, che la polizia americana dovrebbe intervenire per porre fine all’attività dell’associazione Haganah, oppure (se la ritiene così utile) dovrebbe fare in modo che essa operi all’interno delle strutture e degli spazi previsti dalle leggi americane. Non si può limitare a collaborare con Weisburd solo in certe occasioni lasciandogli invece libertà di manovra per tutto il resto.

Allora, se è giusto mettere le proprie competenze al servizio della collettività, credo che sia anche giusto regolamentare in qualche modo queste attività. Nel film Il giustiziere della notte, un architetto a cui è stata distrutta la famiglia da dei criminali, scettico nelle capacità della legge di catturare i colpevoli, si procura una pistola e va in giro per New York a farsi giustizia con le proprie mani.

Se nella vita reale queste vicende di “giustizia fai da te” sono difficili da realizzare, pare che sul Web possano diventare facilmente realtà… ;-)

Canone RAI, forse verrà abolito (almeno ridotto)!!!

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Un po’ di tempo fa su questo blog si è parlato di canone RAI. Il dibattito riguardava principalmente la sua abolizione. Vi sintetizzo il discorso: Perchè la TV pubblica, oltre a prendere i soldi del canone, contiene pubblicità (leggi problema dell’auditel e quindi della qualità dei programmi)?

Lo scopo delle reti pubbliche, infatti, non è quello di confrontarsi con le TV private perché, in quanto prive di pubblicità e pagate dai cittadini, le TV pubbliche devono fare quello che si chiama appunto “servizio pubblico”. Se una TV pubblica concorre con quella commerciale (come nel caso della RAI) non se ne vede la differenza. In entrambe ci sarà la corsa all’auditel, ci saranno programmi spazzatura attira auditel, ci sarà poco spazio per programmi di cultura e approfondimento, ecc…

Se la RAI concorre con Mediaset sul campo degli ascolti deve, ad esempio, rispondere a programmi quali il Grande Fratello con l’Isola dei Famosi, a Maria De Filippi con Alda Deusanio… dov’è il servizio pubblico in tutto ciò?

Alllora, o si toglie il canone e quindi si giustifica in pieno la vocazione commerciale della RAI, oppure “mamma RAI” diventa sul serio erogatrice di prodotti di “servizo pubblico”. In questo caso occorrerebbe eliminare del tutto la pubblicità e il palinsesto dovrebbe concentrarsi prevalentemente su programmi di qualità (culturali, di approfondimento, di intrattenimento, di utilità pubblica, ecc.). Questo perchè non sarebbe più necessario concentrarsi sulla quantità degli ascoltatori per via degli inserzionisti pubblicitari (ma solo sulla qualità dei programmi).

Per quale motivo vi ho raccontato tutta questa storia? Perché è notizia di questi giorni (QUI e QUI) che il PDL depositerà in Senato un disegno di legge per rivedere al ribasso la quota d’abbonamento e la Lega vorrebbe addirittura che si eliminasse del tutto. Insomma, tra chi voleva combattere gli evasori e mantenere solo il canone e facendo della RAI una sorta di BBC italiana (magari riducendo il numero di canali) e chi voleva aumentare il tetto pubblicitario eliminando il canone, forse hanno vinto questi ultimi.

E’ il senatore del PDL Alessio Butti il primo firmatario della proposta di riduzione del canone ed è Davide Caparini della Lega a proporre addiruttura l’abolizione: “Il canone di abbonamento della RAI è diventato una vera e propria tassa di possesso sulla televisione, un balzello antiquato ed iniquo che non ha motivo di esistere anche in virtù del maggiore pluralismo indotto dall’ingresso sul mercato di nuovi editori e dell’apporto delle nuove tecnologie“.

La battaglia anti-canone della Lega non è solitaria: suo alleato (involontario) è Beppe Grillo, che in più d’una circostanza ha sostenuto anch’egli la necessità di disfarsi dell’imposta per il servizio pubblico radiotelevisivo. E al fianco della Lega c’è pure l’Aduc, l’associazione per i diritti degli utenti e dei consumatori che ha raccolto al tal fine 200mila firme.

Alessio Butti, invece, è contrario alla totale abolizione: “Oggettivamente il canone è molto elevato. Ma è un’imposta e come tale va pagata. Piu’ che l’abolizione, quindi, è possibile immaginare una riduzione, prima per le fasce più deboli e poi, in un secondo momento, generalizzata“.

Su un fronte Caparini e Butti sono d’accordo: sulla enorme quantità di italiani che evadono il canone. Una evasione che in qualche modo viene compresa, se non giustificata, perché avviene a fronte di “un’imposta ingiusta“, territorialmente e socialmente, anche perché colpisce indiscriminatamente, indipendentemente dal reddito, dall’età e dall’utilizzo, e in particolar modo le fasce più deboli della popolazione.

A me piacerebbe di più avere una RAI come la BBC, con approfondimenti giornalistici e culturali, documentari, ecc…
Staremo a vedere… ;-)

Written by salpetti

12 Giugno, 2008 alle 2:29

In Danimarca si elegge Miss Velo. E’ subito polemica

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Dopo le tristi vicende legate alle vignette che ritraevano Maometto, in Danimarca ci riprovano. La radio di stato danese ha indetto un concorso per eleggere la più bella tra le donne che indossano il velo: Tørklæde 2008, cioè Miss velo 2008.

Hanno partecipato in 47 (QUI le foto). Le ragazze che hanno inviato le proprie foto verranno giudicate da una composta di esperti di moda. In palio c’è un iPod, un foulard di marca e abbonamenti alla rivista per ragazze “Muslim Girl“.

Forse perché in Danimarca dopo le vicende delle vignette certi temi sono diventati particolarmente sensibile e il dibattito sul rapporto con ‘Islam è molto acceso, questa iniziativa è stata molto criticata. Ovviamente anche la comunità musulmana è molto scettica, ma Denmarks Radio non demorde e continua il suo concorso.

Il problema del velo è molto delicato. La questione riguarda cultura, religione, ideologia, costumi, integrazione e parte del controverso rapporto tra Occidente e Islam. E’ bene che si dibatta su certe tematiche, ma io credo che il problema non si risolva con uno stupido concorso di bellezza all’occidentale dove per altro i premi ricalcano in pieno il modello consumistico di questa nostra parte del mondo (oggetti tecnologici, prodotti griffati e addirittura abbonamenti a riviste). Tutto ciò penso che contribuisca ad accrescere i problemi

Basta sentire qualche dichiarazione per capire quanto sia difficile l’approccio all’argomento velo. Una ragazza danese convertita all’Islam dice: “Il motivo per cui si indossa un velo è che è un simbolo di castità. Serve a coprire le donne anziché trasformarle in oggetti“. Per motivi opposti, ma ugualmente ostile al concorso, è il Partito Liberale al potere: “Temo che questo concorso possa far apparire normale l’uso del velo, che essenzialmente è un simbolo dell’inferiorità della donna“, ha detto la portavoce Inger Stoejberg.

Insomma, sulla questione del velo ci sarebbe molto da discutere e molto da capire. Credo che quella che mi sembra una provocazione (un concorso di bellezza) non sia affatto la strada giusta da intraprendere…
Che ne dite? ;-)

Written by salpetti

10 Giugno, 2008 alle 0:30