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La questione della giustizia in Italia è molto controversa: processi interminabili, colpevoli in libertà, innocenti costretti a subire anni di procedimenti giudiziari prima di poterlo dimostrare, carceri sovraffollate, indulti periodici, certezza della pena quasi inesistente, ecc, ecc, …
In campagna elettorale, quindi, non si può non toccare questo tema, innanzitutto perché il problema della giustizia è un tema prioritario e poi perché parlarne attira in un modo o nell’altro voti. Sia Veltroni che Berlusconi, pertanto, hanno cercato di affrontare la questione delle procedure penali. Mentre la posizione del Silvio nazionale è ormai chiara a tutti perché è da anni che lancia invettive contro i giudici e magistrati cercando di farla franca in ogni modo nei processi che vedono coinvolto lui o qualche suo stretto collaboratore (es. Dell’Utri o Previti), al contrario la posizione del Walter non è ancora ben delineata.
Il 19 marzo sul giornale ilRiformista è apparso, infatti, un articolo di Veltroni che ha lasciato perplessi molti, non solo tra i suoi sostenitori. Dopo aver fatto un’attenta disamina sui problemi del sistema giudiziario italiano, infatti, Walter ha scritto: “l’obbligatorietà dell’azione penale” va attenuata con “criteri di priorità” fissati da “Parlamento, Csm e Procuratori della Repubblica”.
E’ vero che i reati sono troppi e che si è già costretti a scegliere per far funzionare meglio la macchina della giustizia (i criteri di priorità di Veltroni), ma mettere in mano al Parlamento la facoltà di dire quale reato punire subito perché più grave e quale lasciare indietro o addirittura ritenere non punibile, mina l’indipendenza della magistratura e può avere conseguenze devastanti. Se davvero fosse il parlamento a scegliere quali reati ritenere gravi e quali no, infatti, i risultati sarebbero facilmente prevedibili pensando alla situazione del nostro parlamento pieno di gente con le “Mani sporche“!!!
Il giornalista Marco Travaglio nel suo blog, ci ricorda brevemente quel è stato l’atteggiamento del parlamento italiano negli ultimi anni nei confronti della giustizia: “Nel 1997 destra e sinistra depenalizzarono l’abuso d’ufficio non patrimoniale, legalizzando lottizzazioni, favoritismi, concorsi truccati. Nel ‘99 destra e sinistra tentarono di depenalizzare il finanziamento illecito dei partiti, e dovettero rinunciare solo grazie al no di Di Pietro e di alcuni grandi giornali. Nel 2000 destra e sinistra depenalizzarono l’uso di fatture false con relative frodi fiscali. Nel 2002 Berlusconi cancellò di fatto il falso in bilancio e dimezzò la prescrizione per i reati di Tangentopoli (due controriforme che, nonostante le promesse, l’Unione non cancellò). La Lega bloccò il reato di tortura (e Uòlter, che ora chiede “piena luce” su Bolzaneto, dovrebbe ricordarlo). Dal 2006 il governo Prodi boicotta il processo sul sequestro di Abu Omar. E da anni destra e sinistra tentano di dimezzare le pene per la bancarotta“.
Se fosse davvero il Parlamento a decidere quali sono i “criteri di priorità” che i giudici dovrebbero seguire, è facile immaginare come andrebbe a finire: i reati meno gravi e quelli non perseguibili sarebbero quasi certamente quelli delle classi dirigenti!!! Chissà che gli è passato in testa a Walter… non bastava Berlusconi!?

Eccomi qua di ritorno dalle brevi vacanze. Forse perchè durante le feste siamo tutti più buoni, oggi mi ha colpito in particolar modo una notizia. Si tratta di un gioco online, Miss Bimbo, che sta spopolando in men che non si dica in tutta Europa.
Il target cui si riferisce il sito del gioco è un pubblico femminile tra i 9 e 16 anni. Le bambine possono realizzare un proprio alterego virtule che ha un’unica missione: essere bella, attraente e alla moda, possibilmente ricca. Ecco che, quindi, pillole dimagranti, chirurgia plastica, abiti succinti, biancheria intima supersexy e atteggiamenti da lolita la fanno da padrone.
Quando nasce nel suo sito (QUI), la bambola virtuale ha l’aspetto di una ragazza alta, con i capelli castani raccolti in una coda morbida, vestita soltanto d un completo di biancheria intima bianco. Ma alla fine del gioco questa ingenua ragazzina dovrà essere ben diversa, una lolita supersexy e modaiola capace di attirare a sè un fidanzato ricco.
Dovrà avere i capelli biondo platino e una forma fisica perfetta. Deve, quindi, dimagrire di almeno un paio di chili e acquistare una taglia di reggiseno in più, come si premura di specificare fin da subito la pagina riassuntiva degli obiettivi da raggiungere: il tutto per diventare “la bambola più bella, modaiola e famosa del mondo”. Le bambine che entrano nel sito sono incoraggiate a competere senza esclusione di colpi!!!
Da sempre le bimbe si divertono ad agghindare bamboline con nuovi vestitini o con nuovi “tagli di capelli”, ma Miss Bimbo è completamente differente: le gote rosate della bamboline da vestire sono nascoste sotto cipria e ceroni, il corpo goffo da ricoprire di vestiti infiocchettati è un fisico longilineo da aggiustare con ritocchini chirurgici, gli accessori con cui vestire il proprio modello sono decisamente troppo provocanti, il modello di femminilità che propone il gioco è pericoloso per le ragazzine.
Miss Bimbo corrompe le giovani, lamentano i genitori, mina i valori che le famiglie hanno trasmesso loro: “Sarebbe diverso se il ragazzino cogliesse la stupidità del gioco - ha spiegato il rappresentante di un’associazione di genitori - ma il pericolo è che una ragazzina di nove anni non riconosca l’ironia e prenda il gioco come una regola di vita: in questo modo il gioco rappresenta un rischio e una minaccia“. Le regole di Miss Bimbo, inoltre, potrebbero innescare dinamiche di immedesimazione che potrebbero tradursi in disordini alimentari: alle partecipanti è raccomandato infatti il ferreo controllo del girovita.
A parere del suo creatore, il gioco avrebbe invece dei risvolti educativi, aiuterebbe i giovani gamer a districarsi fra i problemi della quotidianità degli adolescenti nel mondo di oggi. Ovviamente i genitori dissentono denunciando la pericolosità del modello comportamentale e di vita proposto dal gioco.
Ma il sito nasconde anche un’altra insidia: l’iscrizione è gratuita, ma per comperare abiti, cure di bellezza, servizi e quant’altro serve a rendere la propria eroina bella e popolare servono i bimbo dollar e, quando il gruzzolo iniziale di 1000 unità è terminato, è possibile acquistare nuovo credito. Un papà inglese ha fatto causa al sito dopo aver ricevuto una bolletta telefonica di oltre 200 dollari a causa delle “bimboricariche”.
Gli ideatori del gioco si difendono da tutte le accuse dicendo che si tratta solamente di un gioco, ma se è vero che giocando si impara…

Ciao a tutti (ai miei lettori assidui, a quelli occasionali e a quelli che sono finiti qui per la prima volta, anche per caso). Io mi devo assentare dal blog per qualche giorno (ovviamente per il ponte di Pasqua!) e, quindi, credo che almeno fino alla metà della prosima settimana non ci saranno nuovi post…
Mi mancherete. Se anche voi sentirete la mia mancanza, basta andare a ritroso nelle pagine del blog e leggere i miei vecchi articoli…
Buona Pasqua a tutti (a chi ci crede, ma anche a chi non ci crede e ne approfitterà per fare un giorno di vacanza
).

Mentre nascono liste elettorali contro l’aborto, mentre si acuisce la posizione della Chiesa in merito all’interruzione di gravidanza, dopo che la Polizia ha fatto irruzione in un ospedale accusando ingiustamente di omicidio una donna che aveva da poco abortito, ecco cosa può succedere ad un medico che lavora in un ospedale di matrice cattolica.
Ecco cosa è successo: Non ha retto a quell’accusa infamante, di avere praticato l’aborto clandestino nei suoi studi privati di Genova e di Rapallo. Lui, medico al Gaslini, stimato ginecologo nell’ospedale guidato dal Cardinale Angelo Bagnasco, in cui si può fare solo l’interruzione terapeutica della gravidanza e non quella volontaria. Ermanno Rossi, di 54 anni, si è gettato dalla finestra del suo ambulatorio.
Tutto sarebbe iniziato da un aborto che Rossi avrebbe praticato nel suo studio privato. Una giovane donna gli avrebbe chiesto l’interruzione volontaria della gravidanza, poi avrebbe raccontato tutto ad una amica: un’attivista del Movimento per la Vita. Da questa sarebbe partita la segnalazione anonima e quindi l’apertura dell’inchiesta.
Il suicidio è arrivato dopo una giornata di perquisizioni da parte dei Carabinieri. Un giorno di pressione psicologica per il ginecologo. I militari hanno suonato alla porta di casa sua alle 6.30. Ha aperto la moglie. Il medico non c’era, smontava dal turno di notte e i Carabinieri sono andati a prenderlo fino all’ospedale, come se fosse un pericoloso criminale. Gli hanno notificato un avviso di garanzia e poi sono passati alle perquisizioni, contemporaneamente nell’ambulatorio ospedaliero e nei due studi privati.
Il ginecologo, poi, dopo aver cenato con la famiglia, era molto scosso, ma è voluto uscire. Ha detto che sarebbe andato a mettere ordine nell’ambulatorio che i Carabinieri avevano messo a soqquadro. Poi la tragedia: ha aperto la vetrata e si è lasciato cadere dall’undicesimo piano del palazzo dove era situato il suo ambulatorio.
Rossi era indagato in riferimento all’articolo 19 della legge 194 riguardante l’interruzione volontaria di gravidanza al di fuori delle procedure e delle strutture previste dalla legge stessa. Questo articolo stabilisce in quali strutture può essere praticata l’interruzione volontaria di gravidanza e fissa dei termini di tempo: una scadenza di 90 giorni dal concepimento per effettuare l’intervento volontario e quello di 24 settimane perl’intervento terapeutico. Si stava cercando di capire (con metodi bruschi) se il medico avesse realizzato un’interruzione di gravidanza in luoghi e con tempistiche non previsti dalla legge (rischiava da 1 a 4 anni di reclusione).
L’aborto è un dramma per chi lo subisce (le donne), per chi lo pratica (i medici) e per la società. Banalizzare il problema sarebbe sbagliato. Ma trattare un medico come il peggiore dei criminali e sottoporlo a forti pressioni psicologiche (ancora solo in fase di accertamento delle accuse) probabilmente solo perché lavora in una struttura legata in un certo senso alla Chiesa, è però ingiusto.
L’accanimento contro questo ginecologo (non è da escludere che fosse realmente colpevole di aver violato la legge) mi sembra simile all’atteggiamento che i poliziotti hanno avuto nei confronti di quella donna che al Policlinico di Napoli era stata accusata di omicidio quando in realtà aveva solo dovuto praticare un aborto terapeutico.
Che dire… il problema dell’aborto è molto serio, ma non bisogna essere in nessun caso bigotti e ottusi e agire basandosi su pregiudizi in un clima di caccia alle streghe!!!

Ogni tanto anche dal sud arriva qualche bella notizia. L’ultima arriva da Palermo dove è nato nel cuore della città un supermercato anti-racket: “Punto pizzo-free“. Nel negozio si vendono solo prodotti di commercianti che hanno deciso di ribellarsi pubblicamente alle estorsioni aderendo al comitato “Addio pizzo“.
Dentro Addio pizzo è stata realizzata, infatti, la “lista di consumo critico“, un elenco pubblico che riporta i 240 nomi di imprenditori e commercianti che si sono opposti al racket delle estorsioni. Il fine è quello di fare in modo che i cittadini sappiano da chi comprare senza rischiare di alimentare indirettamente le risorse economiche della mafia (l’elenco lo trovare QUI).
Decine di questi imprenditori e commercianti hanno deciso, quindi, di far confluire i loro prodotti in questo “supermercato della legalità”. L’inaugurazione sarà sabato prossimo (8 marzo).
Forte dell’ondata di successi raccolti nei suoi quattro anni di attività, gli imprenditori antimafia di Addio pizzo vogliono lanciare ora una sfida: combattere la criminalità dal basso a partire dagli atteggiamenti quotidiani, per arrivare a sconfiggere un sistema radicato. Comprare solo in alcuni negozi (quelli di chi si ribella al sistema mafioso) è proprio uno di questi atteggiamenti.
Tutto è cominciato quattro anni fa con una valanga di adesivi listati a lutto comparsi a sorpresa sui muri della città di Palermo. Sugli adesivi c’era scritto: “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità“. Da allora Addio pizzo è divenuto sempre più grande e più forte.
Il suo progetto è ambizioso, ma l’apertura di un supermercato nel pieno centro di Palermo in cui vendere solo prodotti dai quali la mafia non guadagnerà nulla potrebbe essere un vero grande inizio. Di certo è un segnale forte nella direzione del cambiamento.
Nel negozio Pizzo-free si possono trovare anche oggetti in legno e ceramica creati da giovani artisti siciliani, le coppole della tradizione rivisitate con tessuti e colori nuovi, opere di artigianato e i prodotti biologici delle cooperative che gestiscono i terreni confiscati alla mafia. Insomma, un grande emporio aperto a tutti eccetto che alle organizzazioni criminali.
Che dire!? Forse laggiù qualcosa si muove…

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