LA FORZA DEL BLOGGING

La Rete produce un'opinione pubblica più autonoma e libera!!!

2012 in review / Grazie a tutti! / Happy New Year

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I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2012 per questo blog.

Ecco un estratto:

4,329 films were submitted to the 2012 Cannes Film Festival. This blog had 21.000 views in 2012. If each view were a film, this blog would power 5 Film Festivals

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Scritto da salpetti

30 dicembre 2012 alle 21:07

L’odore della carta: gli e-book conquisteranno il mercato?

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Il termine e-book è ormai di uso comune. Negli ultimi due anni, infatti, il libro elettronico è diventato un oggetto sempre più familiare. I motivi di questo successo sono vari: l’abbattimento del costo degli e-reader (dispositivi a “inchiostro elettronico” dove leggere i libri digitali), la diffusione sempre più ampia dei tablet, la crescita esponenziale dei testi disponibili (a costi più bassi rispetto alle edizioni tradizionali), il numero in aumento di librerie digitali online.

L’e-book acquista fette di mercato sempre più ampie e sta conquistando sempre più utenti, tanto che quest’anno i libri elettronici sono entrati a far parte del paniere dell’Istat per il calcolo dell’inflazione, ritenendo che facciano ormai parte delle abitudini di acquisto degli italiani. In Italia, infatti, l’editoria digitale sta arrivando a occupare il 10% dell’intero settore e il trend è in costante aumento.

Il libro, quindi, da oggetto qual è stato finora, tende a diventare un servizio. Questa è una vera rivoluzione paragonabile a quella a cui diede il via Gutenberg quasi 600 anni fa’. Tale situazione incide sul sistema dei diritti d’autore; trasforma il ruolo e la posizione degli editori, dei librai, dei bibliotecari; modifica le modalità e le condizioni di lettura da parte dei fruitori.

Un tale cambiamento di paradigma, che si riscontra a livello globale, sta alimentando un dibattito molto acceso all’interno del quale si fronteggiano posizioni diverse. Scriveva Umberto Eco ne “La bustina di Minerva” (Bompiani, 2000): “Il libro da leggere non potrà essere sostituito da alcun aggeggio elettronico. [...] Appartiene a quei miracoli di una tecnologia eterna di cui fan parte la ruota, il coltello, il cucchiaio, il martello, la pentola“.

Eppure sembra che la transizione verso il digitale sia un processo irreversibile. Il libro tradizionale, dunque, sta morendo? Non sentiremo più il profumo della carta?

Cerca di rispondere a questi interrogativi un interessante numero monografico che la rivista francese “Le débat” (n. 170/2012, Gallimard) ha appena dato alle stampe raccogliendo contributi di editori, scrittori, storici, economisti, sociologi, filosofi, bibliotecari, politici, tecnici del settore. Anche in Francia, infatti, il dibattito è molto animato, alimentato per di più da una controversa procedura di infrazione della Commissione UE che contesta al Governo francese di applicare una tassazione sugli e-book troppo bassa rispetto ai libri tradizionali.

Le conclusioni cui si giunge leggendo la raccolta di testi della rivista “Le débat” sono le seguenti: libro di carta e libro elettronico possono tranquillamente continuare a coesistere, anzi la loro coesistenza è persino auspicabile.

Intanto, oltre alle riflessioni degli studiosi e di chi opera nel settore, i lettori continueranno a essere sempre più divisi su due posizioni nette: gli appassionati del libro cartaceo e gli entusiasti delle nuove tecnologie. Il libro arreda, ha quel suo profumo di stampa, da piacere tattile, è autorevole ed è anche portatore di una sottile forma di comunicazione personale. “I libri sono fattidice umberto Ecoper essere presi in mano, anche a letto, anche in barca, anche là dove non ci sono spine elettriche, anche dove e quando qualsiasi batteria si è scaricata, possono essere sottolineati, sopportano orecchie e segnalibri, possono essere lasciati cadere per terra o abbandonati aperti sul petto o sulle ginocchia quando ci prende il sonno, stanno in tasca, si sciupano, assumono una fisionomia individuale a seconda dell’intensità e regolarità delle nostre letture, ci ricordano (se ci appaiono troppo freschi e intonsi) che non li abbiamo ancor letti, si leggono tenendo la testa come vogliamo noi, senza imporci la lettura sullo schermo“.

Per contro, il libro elettronico può essere aggiornato in tempo reale, è sempre in catalogo, è interattivo e multimediale, non occupa spazi sugli scaffali, non invecchia, non s’impolvera, si può leggere in vari formati e su diversi supporti. Un e-book si acquisisce facilmente (a volte pure gratuitamente) scaricandolo da Internet in pochi minuti. Tutti possono fruirne, molte intermediazioni tra autore ed editore perdono di significato aprendo più spazio a tutti.

Entrambe le posizioni sono condivisibili. È bene ricordare, però, che i concetti e i valori legati al libro non sono stati sempre gli stessi. Un tempo alle donne era proibito leggere; prima del settecento la lettura era una concessione del sovrano o della Chiesa, non un diritto del popolo; creare una biblioteca pubblica era impensabile. La nostra idea di libro, infatti, è sempre stata determinata dalla cultura in cui viviamo. Il libro, quindi, molto probabilmente non cesserà di esistere e convivrà felicemente con gli e-book. Sarà inserito all’interno delle normali trasformazioni culturali in atto e in quelle future. Non è da escludere, quindi, che potrà esserci anche un momento in cui l’e-book ci sembrerà lo strumento di lettura più normale, senza alcun rimpianto per l’odore della carta.

Niger, peggior posto per le madri… e l’Italia?

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In occasione della festa della mamma, l’associazione Save The Children ha pubblicato il Rapporto sullo stato delle madri nel Mondo che mette a confronto 165 Paesi. L’Italia, se da un lato si colloca al primo posto per il benessere dei bimbi, dall’altro si colloca solo al 21° posto per quanto riguarda la situazione delle donne (le mamme). Dal rapporto emerge, infatti, che le donne italiane sono più vicine all’Africa che alla Norvegia!

Le donne italiane, ad esempio, partecipano alla vita politica nazionale come quelle di Bolivia, Gabon e Nepal, utilizzano la contraccezione meno delle donne dello Zimbabwe, il loro reddito (dal raffronto con quello maschile) risulta equivalente a quello nel Benin. L’Italia sta dietro a Paesi come Slovacchia ed Estonia e solo di poco prima di Lituana e Lettonia.

Nel nostro Paese, le donne sono lontane anni luce da quelle norvegesi che primeggiano in vetta alla classifica. Ad esempio, in Norvegia ogni parto avviene con l’assistenza di personale medico e la percentuale di mamme che muoiono per cause legate alla gravidanza è quasi pari allo zero. Il 40% del Parlamento norvegese, inoltre, è composto da donne e l’aspettativa di vita femminile in Norvegia è ben oltre gli 80 anni.

Per capire questi dati basta confrontarli con quelli del Niger, ultimo in classifica dove solo il 5% della popolazione femminile usa la contraccezione, una donna va a scuola in media per 4 anni, ha un’aspettativa di vita di poco più di 45 anni e, considerando che un bambino su quattro muore prima di aver raggiunto i cinque anni, ogni donna rischia di veder morire suo figlio e, addirittura, nove madri su 10 perdono ben due bimbi nel corso della propria vita.

L’Italia per fortuna non è il Niger, ma purtroppo nemmeno la Norvegia, prima in classifica. Colpiscono in particolare i dati relativi alla condizione della donna e al suo ruolo o riconoscimento sociale nel nostro Paese. La percentuale delle donne sedute in parlamento, ad esempio, è pari al 21%, e, benché aumentata di un punto percentuale rispetto allo scorso anno, risulta inferiore rispetto a quella di paesi come l’Afganistan (28%), l’Angola (38%) o il Mozambico (39%). Lo stipendio medio delle donne non va oltre al 49% di quello degli uomini a parità di mansioni, tra i paesi sviluppati fanno peggio solo l’Austria (40%), il Giappone e Malta (45%), mentre invece 2 paesi su 3 registrano una percentuale superiore al 60%. Solo il 41% delle donne italiane utilizza i moderni metodi contraccettivi, una percentuale inferiore a quella di paesi come Botswana (42%), Zimbabwe (58%), ma anche Egitto (58%) e Tunisia (52%), e molto distante dall’82% della Norvegia.

Unico fiore all’occhiello del nostro Paese è il benessere dell’infanzia che conferma il primato sul panorama mondiale (stiamo proprio al primo posto). Insomma, da noi c’è ancora quella vecchia abitudine di vedere le donne solo come ottime madri (e mogli).

Scritto da salpetti

13 maggio 2012 alle 01:50

Più banda larga, più sviluppo: una ricetta per l’Italia

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Una delle capitali europee all’avanguardia per quanto riguarda la tecnologia è di certo Berlino. L’ultimo ambizioso progetto è quello di rendere tutta la città un’unica rete Internet locale (QUI). Grazie a dei ripetitori installati nei pali dei semafori, sui lampioni pubblici, su ogni elemento sopraelevato, si può trasmettere il segnale in tutta la città. Il sindaco socialdemocratico di Berlino, Klaus Wowereit, vuole rendere la connessione gratuita per tutti i cittadini.

L’idea era già stata proposta dal “Partito Pirata” che proprio a Berlino, alle ultime elezioni amministrative, ha raggiunto inaspettatamente il 9% dei consensi. Uno dei cavalli di battaglia di questo movimento, fondato da un gruppo di giovani “Nerd” (entusiasti delle nuove tecnologie), è proprio quello di rendere Internet un bene pubblico fruibile da tutti. Probabilmente il Sindaco Wowereit l’ha fatta sua ritenendo che una città giovane e moderna come Berlino non potesse restare indietro dal punto di vista dell’accesso alla Rete.

Non è forse un caso che l’economia tedesca sia tra le migliori in Europa. Come ha ricordato da poco l’AGCOM (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) nella sua segnalazione al Governo, la banda larga incentiva lo sviluppo. Scrive l’AGCOM: “Nessun altro settore è in grado di accelerare in misura comparabile la crescita e lo sviluppo del Paese”. In Italia, quindi, c’è bisogno di banda larga e di un’Agenda digitale perché sono fattori fondamentali per la crescita.

Se a Berlino non hanno avuto bisogno che una Authority segnalasse la questione, qui in Italia le cose sono ben diverse. A Milano, per citare un esempio virtuoso, la promessa è quella di arrivare a 1.200 ripetitori gratuiti nel corso del 2012. Per ora, progetti di questo tipo sono confinati a livello locale, a seconda delle disponibilità economiche delle singole amministrazioni. All’estero, la prima città americana a essere completamente coperta da rete Internet Wi-Fi è stata Sunnyvale, sede di Yahoo!, (nella Silicon Valley in California), mentre Swindon è stata la prima città inglese, a Parigi e New York una connessione wireless è presente in tutti i parchi. In Finlandia Internet è riconosciuto come diritto fondamentale, tanto che ogni cittadino ha diritto a una connessione a banda larga ad almeno 1 Mbps.

Con questa misura, ispirata a quella già in vigore ad Aquisgrana, i responsabili berlinesi intendono anticipare i colleghi londinesi, che hanno già promesso un acceso gratuito a Internet che raggiungerà una copertura del 95% in occasione delle Olimpiadi estive del luglio 2012. I quartieri di Westminster, Kensington e Chelsea hanno già da tempo la copertura Wi-Fi completa.

Quello che è prioritario, in una fase di bassa crescita come quella attuale per l’Italia, è un’attenzione nuova alla banda larga. Anche perché – come ricorda l’AGCOM – “Il livello del PIL pro capite è superiore di circa il 3-4 punti percentuali una volta che gli investimenti nelle nuove reti a banda larga siano stati realizzati”. Se all’investimento sulla banda larga aggiungiamo la possibilità di fruire gratuitamente della connessione per le strade cittadine, questo processo di grande modernizzazione non potrebbe che incidere sullo sviluppo del Paese, non soltanto con riferimento all’economia, ma anche all’accrescimento culturale.

Scritto da salpetti

13 febbraio 2012 alle 21:42

Youtube avrà 100 canali: la vera Google TV?

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YouTube si arricchisce di 100 canali video. Google, proprietario della piattaforma, annuncia che il popolare sito di condivisione di video avrà una sua programmazione con contenuti originali, distribuita su un centinaio di canali e con la partecipazione di molti personaggi famosi del calibro della cantante Madonna  o dell’attore Ashton Kutcher.

Si pensa a 25 ore di programmazione giornaliere. Per intenderci, tra i partner per i contenuti di informazioni figurano Thomson Reuters e il Wall Street Journal. Per il canale moda saranno coinvolti i magazine Cosmopolitan e Marie Claire. Partecipano al progetto anche molte case i produzione hollywoodiane. Il tutto è costato finora 100 milioni di dollari e dovrebbe essere implementato a partire dai primi mesi del 2012.

Inoltre YouTube diventerà anche un palcoscenico globale per le produzioni nate esclusivamente sul Web per gli utenti di Internet e trasmetterà le conferenze TED (Technology Entertainment Design), un’iniziativa che porta sul palcoscenico designer, tecnologi e creativi che si confrontano su come migliorare il mondo attraverso idee innovative e rivoluzionarie.

Non partecipano al progetto grandi network televisivi e cinematografici come News Corp e Walt Disney. Questi da sempre sono in lotta con Youtube accusato di essere un veicolo privilegiato per la violazione del copyright. La loro battaglia, quindi, è destinata a continuare, anche a colpi grandi processi presso i tribunali di tutto il pianeta.

Se, dunque, per lungo tempo Google ha dovuto competere con la TV operando su un altro mercato, adesso lo scontro diventa quasi diretto. La svolta impressa da Google a YouTube punta ad un vero e proprio balzo in avanti per il più famoso sito di condivisione di video. Youtube, infatti, adesso aspira a diventare il fornitore di video della prossima generazione, una piattaforma in grado di gestire canali online con show professionali.

Finora YouTube è stato soprattutto un archivio di video. Ma da tempo sperimenta altre strade. Ha lanciato trasmissioni in diretta, per esempio durante le campagne politiche. E di recente ha varato il noleggio di film attraverso la sua piattaforma in Gran Bretagna. Lavori in corso, insomma. Ma questo nuovo progetto è estremamente ambizioso. Potrebbe rivoluzionare il modo di concepire la TV che – nonostante la rivoluzione digitale portata dal Web nell’ecosistema dei media – risulta essere ancora il mezzo di comunicazione di massa per eccellenza.

Se fino ad oggi si poteva dire con tono quasi minaccioso “Cambia canale” a chi aveva il telecomando in mano, da domani lo si potrà anche pensare tra sé e sé mentre si è davanti al PC su YouTube. E non solo: sarà un caso se l’annuncio della nascita dei 100 canali di YouTube è coinciso con l’aggiornamento del sistema “Google TV“?

Questa applicazione – che consente di collegare PC, Smartphone e Televisione – è stata quasi inutilizzata fino a questo momento, tanto da essere un prodotto di nicchia di Google. Ma le prospettive potrebbero essere ben diverse. Il futuro della televisione (e del suo rapporto con Internet) sembra che sia ancora tutto da scrivere

Privacy. Siamo malati di Internet, esiste una medicina?

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Anche se negli ultimi mesi – per vari motivi – il tempo per aggiornare il blog è sempre di meno, quando ho un secondo cerco di scrivere un nuovo post. Questa volta prendo spunto dalle parole che il Garante per la protezione dei dati personali, Francesco Pizzetti, ha pronunciato lo scroso 23 giungo durante la consueta relazione annuale al Parlamento.

L’umanità si proietta sempre più nel mondo informatico che tende a proporsi quasi come un’alternativa al mondo percepito con i cinque sensi. Telefoni di ultima generazione, smartphone e tablet – strumenti che ormai ci accompagno in ogni momento della nostra giornata – si configurano sempre più come un supporto supplementare per tutte le nostre attività. Ci aiutano dalle operazioni più semplici come fare i conti della spesa al supermercato, sino a guidarci nel cammino indicandoci il percorso da seguire grazie alle applicazioni GPS. Per di più, ci permettono di essere sempre connessi alla Rete sfruttando in tempo reale l’immenso bacino di informazioni e di conoscenze offerto dal Web.

In pochi decenni Internet è diventata un’infrastruttura da cui dipendono non solo la comunicazione mondiale, ma anche le transazioni economiche di tutti i settori, il trasferimento e la conservazione dei dati, la comunicazione politica e addirittura – come si è visto nei recenti episodi accaduti in nord Africa – il successo dei moti insurrezionali. La Rete sta diventando, dunque, la spina dorsale della società moderna.

Quella che fino a poco tempo fa chiamavamo “rivoluzione digitale” si è trasformata ormai in quotidianità: il nostro modo di vivere è cambiato e il peso della Rete in ambito culturale, politico, sociale ed economico acquista sempre una rilevanza maggiore.

Vista la portata del fenomeno, il Garante Pizzetti si è soffermato molto sul rapporto tra nuove tecnologie e riservatezza: una privacy messa sempre più in pericolo da quelli che sono ormai i nostri migliori amici, gli smartphone. Questi dispositivi, da cui difficilmente ormai ci si separa, ci rendono tutti simili a un moderno ‘Pollicino‘ “che ha in tasca il suo sacchetto di sassolini bianchi che escono uno ad uno per segnarne gli spostamenti”. Così ha icasticamente descritto la questione della riservatezza il Garante per la privacy.

Se fino a un paio di decenni fa il timore era di vedere ingiustamente invasa la propria vita e controllati i propri comportamenti e quelli dei propri cari, oggi la prospettiva si è capovolta: l’esposizione di sé e delle proprie relazioni è molto diffusa sui blog e sui social network, tanto da diventare quasi la normalità.

I rischi connessi agli smartphone e alle loro applicazioni derivano essenzialmente dal fatto che i nostri telefonini – spiega Pizzetti – sono costantemente localizzati, e che il gran numero di dati e di informazioni in essi contenuti, dalle rubriche telefoniche all’agenda, dalle foto alle annotazioni, possono essere conosciuti, trattati, conservati, utilizzati da soggetti dei quali non abbiamo consapevolezza né controllo“. E poi il Garante ha aggiunto: “Viviamo nel mondo della autoesposizione e della trasparenza globale che sta diventando, senza che ce ne accorgiamo, quello del controllo globale“.

Insomma, avere la possibilità di essere sempre connessi a Internet è qualcosa che quasi sovverte il nostro modo di pensare e di agire, ma si tratta di una realtà molto complessa. È un importante fenomeno sociale che incide profondamente sulla nostra vita; occorre, quindi, utilizzarlo con attenzione. Non a caso, Pizzetti in un passaggio del suo intervento dice che nell’utilizzo di questi strumenti servirebbe una “informativa di rischio” simile a quelle utilizzate per i farmaci, una sorta di bugiardino in cui si descrivono modalità di utilizzo, tempi di somministrazione, pro e contro.

Insomma, siamo malati di Web e l’unico farmaco è l’utilizzo consapevole dei nuovi strumenti di comunicazione.

Utente del Web: senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato

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C’è chi vede il fondatore di Wikileaks come un difensore della libertà, chi lo vede come un pericolo pubblico. Julian Assange, l’uomo che sta dietro alle recenti vicende di “spionaggio telematico”, è sicuramente una figura controversa che – grazie alla sua organizzazione internazionale fatta di esperti del computer – è riuscito a divulgare documenti coperti da segreto (segreto di stato, segreto militare, segreto industriale, segreto bancario), mettendo in imbarazzo i potenti di mezzo mondo.

Mentre Assange è alle prese con gravi problemi giudiziari, non solo legati alle vicende di Wikileaks, in più parti ci si interroga sulla rilevanza del Web e di Internet per ciò che riguarda la democrazia, la circolazione delle informazioni e la politica del futuro, una Politica 2.0.

La sfera pubblica, il campo nel quale si svolgono i confronti e gli scontri tra i diversi interessi politici, economici e sociali, infatti, è cambiato profondamente con l’avvento delle reti telematiche e ancor di più con l’emergere delle piattaforme del Web 2.0. Se in questo blog abbiamo spesso parlato degli aspetti positivi che la Rete con le sue potenzialità ha introdotto nel dibattito pubblico, cerchiamo di vedere ora l’altro lato della medaglia perché – parafrasando i Pink Floydanche la Luna ha un lato oscuro.

Non occorre ricorrere ai facili allarmismi riguardanti le impostazioni di privacy dei social network o il fatto che i proprietari di queste piattaforme si arricchiscano sfruttando al meglio le inserzioni pubblicitarie nei loro siti. Per questo basta solo fare un uso consapevole del mezzo. Non bisogna cadere nell’errore compiuto dalla trasmissione televisiva Report che – nell’intento di mettere in guardia chi naviga online – ha finito per spaventare gli utenti meno smaliziati e meno addentro a certe tematiche. Quella puntata (andata in onda il 10/04/2011), infatti, ha fatto tanto scalpore e ha suscitato tante polemiche nelle community online, tra gli esperti e tra gli addetti ai lavori.

Per fare un po’ di luce nel lato oscuro del Web, bisogna quindi volare un po’ più alto. Se anche Julian Assange – che di certo non possiamo accusare di essere uno scettico nei confronti della Rete e che, per di più, è additato dai politici come un nemico pubblico – è perplesso su alcuni aspetti riguardanti l’uso di Internet, allora è bene porsi qualche domanda in più.

In una recente apparizione pubblica alla Cambridge University, Assange ha detto: “Internet non è una tecnologia che favorisce la libertà d’espressione. Non è una tecnologia che tutela i diritti umani. Piuttosto è una tecnologia che può essere sfruttata per mettere in piedi un regime totalitario basato sulla sorveglianza. Che non si era mai visto prima. Internet ci offre in qualche modo la possibilità di essere informati a livelli senza precedenti, in particolare sulle attività dei vari Governi ma è anche la più grande macchina di spionaggio che il mondo abbia mai visto”.

Anche Facebook e Twitter, che pure hanno da ultimo giocato un ruolo importante anche nelle rivolte verificatesi in Medio Oriente e nel Nord Africa, possono trasformarsi in strumenti in mano ai potenti per individuare dissidenti e rivoltosi. “Tre o quattro anni fa, ha sottolineato il fondatore di Wikileaks, c’era stato un tentativo di rivolta proprio al Cairo, e proprio Facebook fu setacciato dalle autorità per individuare i partecipanti alla rivolta. Che furono poi fermati, interrogati, arrestati e picchiati”.

Si capisce come il problema stia a monte. Non sta nelle impostazioni di privacy più o meno restrittive o nell’advertising. Il rischio è che la stessa architettura su cui poggia il sistema di trasmissione delle informazioni nel Web possa essere utilizzata con fini opposti a quelli per i quali oggi Internet si pone sempre più al centro del dibattito pubblico.

Naturalmente stiamo prefigurando uno scenario fantascientifico, un mondo kafkiano dove diventerebbe realtà per tutti il carcere “Panopticon” teorizzato dal filosofo Bentham, un carcere strutturato in maniera tale che i prigionieri non possano essere in grado di stabilire se sono osservati o meno, percependo una sorta di invisibile onniscienza da parte del guardiano. Ma è bene in ogni caso riflettere su certe problematiche.

Allora, stando ovviamente ben attenti ad utilizzare bene il Web e le piattaforme 2.0, cercando di diffondere in giro il meno possibile nostre informazioni ed evitando che il mondo del business pubblicitario si arricchisca alle nostre spalle e sulla nostra pelle, è comunque bene sapere che in un fantomatico futuro potrebbe andarci a finire come a Josef K, il quale “senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato”. Ma questo è solo l’incipit de “Il processo” di Kafka!

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