Youtube avrà 100 canali: la vera Google TV?
Pubblicato da salpetti in Google, Mass media, Social Media, Video, Web 2.0, YouTube il 2 novembre 2011

YouTube si arricchisce di 100 canali video. Google, proprietario della piattaforma, annuncia che il popolare sito di condivisione di video avrà una sua programmazione con contenuti originali, distribuita su un centinaio di canali e con la partecipazione di molti personaggi famosi del calibro della cantante Madonna o dell’attore Ashton Kutcher.
Si pensa a 25 ore di programmazione giornaliere. Per intenderci, tra i partner per i contenuti di informazioni figurano Thomson Reuters e il Wall Street Journal. Per il canale moda saranno coinvolti i magazine Cosmopolitan e Marie Claire. Partecipano al progetto anche molte case i produzione hollywoodiane. Il tutto è costato finora 100 milioni di dollari e dovrebbe essere implementato a partire dai primi mesi del 2012.
Inoltre YouTube diventerà anche un palcoscenico globale per le produzioni nate esclusivamente sul Web per gli utenti di Internet e trasmetterà le conferenze TED (Technology Entertainment Design), un’iniziativa che porta sul palcoscenico designer, tecnologi e creativi che si confrontano su come migliorare il mondo attraverso idee innovative e rivoluzionarie.
Non partecipano al progetto grandi network televisivi e cinematografici come News Corp e Walt Disney. Questi da sempre sono in lotta con Youtube accusato di essere un veicolo privilegiato per la violazione del copyright. La loro battaglia, quindi, è destinata a continuare, anche a colpi grandi processi presso i tribunali di tutto il pianeta.
Se, dunque, per lungo tempo Google ha dovuto competere con la TV operando su un altro mercato, adesso lo scontro diventa quasi diretto. La svolta impressa da Google a YouTube punta ad un vero e proprio balzo in avanti per il più famoso sito di condivisione di video. Youtube, infatti, adesso aspira a diventare il fornitore di video della prossima generazione, una piattaforma in grado di gestire canali online con show professionali.
Finora YouTube è stato soprattutto un archivio di video. Ma da tempo sperimenta altre strade. Ha lanciato trasmissioni in diretta, per esempio durante le campagne politiche. E di recente ha varato il noleggio di film attraverso la sua piattaforma in Gran Bretagna. Lavori in corso, insomma. Ma questo nuovo progetto è estremamente ambizioso. Potrebbe rivoluzionare il modo di concepire la TV che – nonostante la rivoluzione digitale portata dal Web nell’ecosistema dei media – risulta essere ancora il mezzo di comunicazione di massa per eccellenza.
Se fino ad oggi si poteva dire con tono quasi minaccioso “Cambia canale” a chi aveva il telecomando in mano, da domani lo si potrà anche pensare tra sé e sé mentre si è davanti al PC su YouTube. E non solo: sarà un caso se l’annuncio della nascita dei 100 canali di YouTube è coinciso con l’aggiornamento del sistema “Google TV“?
Questa applicazione – che consente di collegare PC, Smartphone e Televisione – è stata quasi inutilizzata fino a questo momento, tanto da essere un prodotto di nicchia di Google. Ma le prospettive potrebbero essere ben diverse. Il futuro della televisione (e del suo rapporto con Internet) sembra che sia ancora tutto da scrivere…
Privacy. Siamo malati di Internet, esiste una medicina?
Pubblicato da salpetti in Internet, Blogging, Democraticità della Rete, Privacy, Diritti umani il 10 luglio 2011

Anche se negli ultimi mesi – per vari motivi – il tempo per aggiornare il blog è sempre di meno, quando ho un secondo cerco di scrivere un nuovo post. Questa volta prendo spunto dalle parole che il Garante per la protezione dei dati personali, Francesco Pizzetti, ha pronunciato lo scroso 23 giungo durante la consueta relazione annuale al Parlamento.
L’umanità si proietta sempre più nel mondo informatico che tende a proporsi quasi come un’alternativa al mondo percepito con i cinque sensi. Telefoni di ultima generazione, smartphone e tablet – strumenti che ormai ci accompagno in ogni momento della nostra giornata – si configurano sempre più come un supporto supplementare per tutte le nostre attività. Ci aiutano dalle operazioni più semplici come fare i conti della spesa al supermercato, sino a guidarci nel cammino indicandoci il percorso da seguire grazie alle applicazioni GPS. Per di più, ci permettono di essere sempre connessi alla Rete sfruttando in tempo reale l’immenso bacino di informazioni e di conoscenze offerto dal Web.
In pochi decenni Internet è diventata un’infrastruttura da cui dipendono non solo la comunicazione mondiale, ma anche le transazioni economiche di tutti i settori, il trasferimento e la conservazione dei dati, la comunicazione politica e addirittura – come si è visto nei recenti episodi accaduti in nord Africa – il successo dei moti insurrezionali. La Rete sta diventando, dunque, la spina dorsale della società moderna.
Quella che fino a poco tempo fa chiamavamo “rivoluzione digitale” si è trasformata ormai in quotidianità: il nostro modo di vivere è cambiato e il peso della Rete in ambito culturale, politico, sociale ed economico acquista sempre una rilevanza maggiore.
Vista la portata del fenomeno, il Garante Pizzetti si è soffermato molto sul rapporto tra nuove tecnologie e riservatezza: una privacy messa sempre più in pericolo da quelli che sono ormai i nostri migliori amici, gli smartphone. Questi dispositivi, da cui difficilmente ormai ci si separa, ci rendono tutti simili a un moderno ‘Pollicino‘ “che ha in tasca il suo sacchetto di sassolini bianchi che escono uno ad uno per segnarne gli spostamenti”. Così ha icasticamente descritto la questione della riservatezza il Garante per la privacy.
Se fino a un paio di decenni fa il timore era di vedere ingiustamente invasa la propria vita e controllati i propri comportamenti e quelli dei propri cari, oggi la prospettiva si è capovolta: l’esposizione di sé e delle proprie relazioni è molto diffusa sui blog e sui social network, tanto da diventare quasi la normalità.
“I rischi connessi agli smartphone e alle loro applicazioni derivano essenzialmente dal fatto che i nostri telefonini – spiega Pizzetti – sono costantemente localizzati, e che il gran numero di dati e di informazioni in essi contenuti, dalle rubriche telefoniche all’agenda, dalle foto alle annotazioni, possono essere conosciuti, trattati, conservati, utilizzati da soggetti dei quali non abbiamo consapevolezza né controllo“. E poi il Garante ha aggiunto: “Viviamo nel mondo della autoesposizione e della trasparenza globale che sta diventando, senza che ce ne accorgiamo, quello del controllo globale“.
Insomma, avere la possibilità di essere sempre connessi a Internet è qualcosa che quasi sovverte il nostro modo di pensare e di agire, ma si tratta di una realtà molto complessa. È un importante fenomeno sociale che incide profondamente sulla nostra vita; occorre, quindi, utilizzarlo con attenzione. Non a caso, Pizzetti in un passaggio del suo intervento dice che nell’utilizzo di questi strumenti servirebbe una “informativa di rischio” simile a quelle utilizzate per i farmaci, una sorta di bugiardino in cui si descrivono modalità di utilizzo, tempi di somministrazione, pro e contro.
Insomma, siamo malati di Web e l’unico farmaco è l’utilizzo consapevole dei nuovi strumenti di comunicazione.
Utente del Web: senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato
Pubblicato da salpetti in Attualità, Blogging, Comunicazione politico-istituzionale, Democraticità della Rete, Internet, Libertà di stampa/espressione, Mass media, Politica, Social Media, Tecnologia, Web 2.0 il 27 aprile 2011

C’è chi vede il fondatore di Wikileaks come un difensore della libertà, chi lo vede come un pericolo pubblico. Julian Assange, l’uomo che sta dietro alle recenti vicende di “spionaggio telematico”, è sicuramente una figura controversa che – grazie alla sua organizzazione internazionale fatta di esperti del computer – è riuscito a divulgare documenti coperti da segreto (segreto di stato, segreto militare, segreto industriale, segreto bancario), mettendo in imbarazzo i potenti di mezzo mondo.
Mentre Assange è alle prese con gravi problemi giudiziari, non solo legati alle vicende di Wikileaks, in più parti ci si interroga sulla rilevanza del Web e di Internet per ciò che riguarda la democrazia, la circolazione delle informazioni e la politica del futuro, una Politica 2.0.
La sfera pubblica, il campo nel quale si svolgono i confronti e gli scontri tra i diversi interessi politici, economici e sociali, infatti, è cambiato profondamente con l’avvento delle reti telematiche e ancor di più con l’emergere delle piattaforme del Web 2.0. Se in questo blog abbiamo spesso parlato degli aspetti positivi che la Rete con le sue potenzialità ha introdotto nel dibattito pubblico, cerchiamo di vedere ora l’altro lato della medaglia perché – parafrasando i Pink Floyd – anche la Luna ha un lato oscuro.
Non occorre ricorrere ai facili allarmismi riguardanti le impostazioni di privacy dei social network o il fatto che i proprietari di queste piattaforme si arricchiscano sfruttando al meglio le inserzioni pubblicitarie nei loro siti. Per questo basta solo fare un uso consapevole del mezzo. Non bisogna cadere nell’errore compiuto dalla trasmissione televisiva Report che – nell’intento di mettere in guardia chi naviga online – ha finito per spaventare gli utenti meno smaliziati e meno addentro a certe tematiche. Quella puntata (andata in onda il 10/04/2011), infatti, ha fatto tanto scalpore e ha suscitato tante polemiche nelle community online, tra gli esperti e tra gli addetti ai lavori.
Per fare un po’ di luce nel lato oscuro del Web, bisogna quindi volare un po’ più alto. Se anche Julian Assange – che di certo non possiamo accusare di essere uno scettico nei confronti della Rete e che, per di più, è additato dai politici come un nemico pubblico – è perplesso su alcuni aspetti riguardanti l’uso di Internet, allora è bene porsi qualche domanda in più.
In una recente apparizione pubblica alla Cambridge University, Assange ha detto: “Internet non è una tecnologia che favorisce la libertà d’espressione. Non è una tecnologia che tutela i diritti umani. Piuttosto è una tecnologia che può essere sfruttata per mettere in piedi un regime totalitario basato sulla sorveglianza. Che non si era mai visto prima. Internet ci offre in qualche modo la possibilità di essere informati a livelli senza precedenti, in particolare sulle attività dei vari Governi ma è anche la più grande macchina di spionaggio che il mondo abbia mai visto”.
Anche Facebook e Twitter, che pure hanno da ultimo giocato un ruolo importante anche nelle rivolte verificatesi in Medio Oriente e nel Nord Africa, possono trasformarsi in strumenti in mano ai potenti per individuare dissidenti e rivoltosi. “Tre o quattro anni fa, ha sottolineato il fondatore di Wikileaks, c’era stato un tentativo di rivolta proprio al Cairo, e proprio Facebook fu setacciato dalle autorità per individuare i partecipanti alla rivolta. Che furono poi fermati, interrogati, arrestati e picchiati”.
Si capisce come il problema stia a monte. Non sta nelle impostazioni di privacy più o meno restrittive o nell’advertising. Il rischio è che la stessa architettura su cui poggia il sistema di trasmissione delle informazioni nel Web possa essere utilizzata con fini opposti a quelli per i quali oggi Internet si pone sempre più al centro del dibattito pubblico.
Naturalmente stiamo prefigurando uno scenario fantascientifico, un mondo kafkiano dove diventerebbe realtà per tutti il carcere “Panopticon” teorizzato dal filosofo Bentham, un carcere strutturato in maniera tale che i prigionieri non possano essere in grado di stabilire se sono osservati o meno, percependo una sorta di invisibile onniscienza da parte del guardiano. Ma è bene in ogni caso riflettere su certe problematiche.
Allora, stando ovviamente ben attenti ad utilizzare bene il Web e le piattaforme 2.0, cercando di diffondere in giro il meno possibile nostre informazioni ed evitando che il mondo del business pubblicitario si arricchisca alle nostre spalle e sulla nostra pelle, è comunque bene sapere che in un fantomatico futuro potrebbe andarci a finire come a Josef K, il quale “senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato”. Ma questo è solo l’incipit de “Il processo” di Kafka!
Oggetti tecnologici e hi-tech: nostalgia per il passato?
Pubblicato da salpetti in Curiosità, Tecnologia il 4 gennaio 2011

Le festività natalizie si sono appena sono appena terminate e, come ogni anno, si è scatenata la corsa ai regali. In cima alla classifica dei prodotti più regalati ci sono ormai da qualche anno gli oggetti tecnologici e hi-tech: cellulari di ultima generazione e iPod svettano tra gli altri. Ma anche chiavette per collegarsi a Internet, i nuovissimi iPad e le varie console di giochi. Prodotti che fino a pochi anni fa nemmeno immaginavamo potessero esistere.
Forse prendendo spunto da questa considerazione e, giocando sul fatto che il 2010 conclude il primo decennale del nuovo millennio, il giornale Huffington Post ha stilato, in conclusione di anno e di decennio, una classifica delle cose e delle idee più obsolete degli ultimi anni. Si tratta di una sorta di necrologio per ogni prodotto, invenzione o idea che nell’ultima decade è passato a miglior vita.
“Dal 2000 – dice l’articolo dell’Huffington Post – abbiamo acquisito iPod e iPad, telefoni BlackBerry e dispositivi Android, Xbox e Wii, abbiamo usato Facebook e Foursquare, oltre a molti altri nuovi servizi, siti e prodotti di elettronica. Stiamo ora scoprendo Twitter, usiamo regolarmente Google e Skype. Ma in questo periodo abbiamo anche cambiato le nostre abitudini e abbiamo perso anche alcune cose”.
Al primo posto delle cose scomparse troviamo senza dubbio la videocassetta VHS sostituita non solo da DVD, ma anche dai dispostivi Blu-ray e dai video HD. Ci avete mai pensato? Quanti ricordi sono immortalati in quel nastro che non trova più un videoregistratore pronto ad accoglierlo. Nella lista troviamo poi le morenti agenzie di viaggio, ormai quasi del tutto spazzate via dai siti e dalle applicazioni digitali per viaggiatori, capaci di offrire soluzioni personalizzate, economiche ed originali. Nell’elenco c’è anche l’orologio da polso, destinato a scomparire perché i gadget digitali che abbiamo sempre con noi offrono un servizio molto più completo della semplice indicazione dell’orario. Nella lista c’è posto pure per le cartine geografiche e le mappe che non possono competere con i moderni navigatori satellitari o con i servizi di Google Maps o similari disponibili anche sugli smartphone.
Sono spariti anche gli annunci sui giornali che si sono trasferiti su Internet, le lentissime connessioni dial-up, l’enciclopedia cartacea che subisce i colpi che gli infliggono Wikipedia e soprattutto le applicazioni digitali. Sono sparite anche le pellicole delle fotografie: la camera oscura è ormai soppiantata dalle moderne stampanti fotografiche. Forse non ci avete pensato, ma sono sparite anche le famose Pagine gialle e i vari cataloghi in circolazione (chi ricorda ancora il vecchio Postalmarket?). Anche il fax è sulla strada dell’estinzione.
Grazie al wireless, inoltre, diventeranno presto obsoleti pure i fili che spesso intralciano e creano problemi. Per non parlare delle biblioteche e librerie che in un futuro imminente scompariranno del tutto. Chi si prenderà più la briga di uscire di casa, recarsi in una biblioteca, consultare un catalogo, sedersi, leggere ciò che serve, prendere appunti, uscire e tornare a casa? Tutto questo si può fare tranquillamente e molto più semplicemente davanti al proprio computer. Anche ordinare su Amazon un libro che poi viene consegnato direttamente a casa è molto più comodo. E i libri stessi scompariranno a causa di applicazioni quali Kindle dove con pochi clic si possono avere in un unico e compatto dispositivo tutti i libri che si vogliono in formato digitale (e-book). Stesso discorso vale per i giornali cartacei e – brutta notizia per gli amanti della scrittura – per le vecchie lettere che sono state sostituite quasi del tutto dall’e-mail.
Non solo oggetti, anche abitudini e idee diventano obsolete. Il giornale Huffington Post cita, ad esempio, la separazione tra vita lavorativa e privata, annientata dalle comunicazioni elettroniche e dalle scrivanie virtuali. Anche l’abilità di ricordare sta scomparendo; perché sforzarsi di tenere a mente date, nomi, eventi, quando in un attimo basta chiedere a Google che restituisce milioni di risultati?
Insomma, il primo decennio del secondo millennio ha portato tantissime novità e ha reso sorpassati molti oggetti, molte abitudini e molti concetti che facevano parte della nostra quotidianità. Pensare di perdere alcune di queste cose, per quanto piccole fossero, comporta un po’ di nostalgia per il passato. Si sa che ad ogni fine anno la nostalgia si fa viva. Ma è anche un modo per proiettarsi nel futuro. Il problema è che – come ha scritto lo scrittore francese Paul Valéry – il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta!
Vedere che facciamo per capire dove andiamo. Il futuro è già qui!
Pubblicato da salpetti in Attualità, Internet, Tecnologia il 14 novembre 2010

Internet è intervenuto prepotentemente nella nostra vita e ha modificato le nostre abitudini. È ormai entrato a tal punto nella nostra mente che ha cambiato il nostro modo di pensare, proprio come tutte le grandi invenzioni della storia (la stampa, il telefono, l’elettricità, la penicillina, ecc).
Internet è nato, però, da troppo poco tempo per vedere cristallizzate le trasformazioni che ha introdotto nel comportamento umano e, dunque, occorre ancora studiare la sua evoluzione per stabilire cosa ci riserva il futuro. Sociologi, futurologi, scienziati, psicologi, massmediologi si stanno interrogando su quello che accadrà, producendo a volte ipotesi iperboliche o che al momento ci sembrano più vicine al mondo della fantascienza che a quello della nostra vita reale.
Ma mentre quasi tutti si interrogano sul futuro, c’è ci cerca di capire il presente convinto che se non sappiamo dove siamo, non possiamo sapere dove stiamo andando. E’ il caso di TNS Global, uno dei più importanti istituti di ricerca sui mercati e sul marketing. I ricercatori TNS hanno, infatti, appena concluso il più grande progetto di ricerca sui comportamenti e le attività digitali denominato “Digital Life“.
Con una copertura dell’88% della popolazione che usa Internet in tutto il mondo e quasi 50.000 interviste in 46 Paesi, l’indagine si presenta come il primo grande strumento di analisi delle abitudini di utilizzo della Rete e dei bisogni sottostanti. I risultati in forma aggregata sono stati pubblicati su un apposito sito interattivo, mentre i rapporti dettagliati sui singoli Paesi gli approfondimenti sono fruibili a pagamento.
Ecco alcuni dei risultati della ricerca. Chi vuole potrà approfondire leggendo i dati pubblicati online:
- Contrariamente alla tendenza italiana per la quale il mezzo di comunicazione più seguito è la TV, a livello globale Internet è il primo media channel con il 61% degli utenti che lo utilizzano giornalmente.
- Nonostante dispongano di infrastrutture di rete meno potenti e veloci, gli utenti dei Paesi con un’economia in rapida crescita hanno superato le Nazioni più mature in termini di digital engagement, ovvero di impegno profuso nelle attività online compresa la quantità di tempo che si spende nel navigare e la qualità delle cose fatte su Internet. Ad esempio, Paesi quali Egitto (56%) e Cina (54%) hanno livelli di engagement superiori a quelli di Paesi più sviluppati come Giappone (20%) o Danimarca (25%). L’Italia registra un 47% in termini di digital engagement, un dato che – se messo in relazione con gli indici di penetrazione di Internet nella popolazione – evidenzia l’alto livello di coinvolgimento di quella fetta della popolazione che usa Internet.
- Scrivere blog, partecipare a discussioni su forum ed essere parte di un social network sono le attività che vanno per la maggiore, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Si pensi, ad esempio, che 4 utenti su 5 in Cina (88%) hanno un proprio blog o hanno preso parte a un forum online. Negli Stati Uniti, invece, dove Internet è ormai da tempo parte integrante della vita quotidiana, è solo il 32% della popolazione che ormai svolge assiduamente queste attività. Ciò probabilmente perché nei Paesi dove certe attività si svolgono da tempo, alcune azioni da compiere online hanno perso vivacità lasciando spazio a nuovi modi di utilizzo della Rete.
- Internet è, inoltre, diventato anche il principale strumento per la gestione e la condivisione delle foto fra gli utenti, soprattutto in Asia. Il numero di internauti che ha caricato foto in Rete, infatti, raggiunge il 92% in Tailandia, l’88% in Malesia e l’87% in Vietnam. In Italia il 70%, in Germania il 48%, mentre in Giappone solo il 28%.
- I malesi sono i primi per numero medio di “amicizie” in rete: con 233 amici nei social network, seguiti a poca distanza dai brasiliani (231). I “meno sociali” sono gli abitanti del Giappone (29) e della Tanzania (38). A sorpresa, visto l’elevato utilizzo dei social network, i cinesi dichiarano di avere mediamente solo 68 “amici” nella loro rete. Ciò è dovuto probabilmente a motivi culturali: in Cina si da molto peso alle relazioni interpersonali e si preferisce avere pochi legami, ma più profondi.
- La crescita delle attività di social networking dal cellulare (es. l’uso di Facebook tramite iPhone) spinge il passaggio da PC a Internet in mobilità. In media, infatti, si dedicano più di 3 ore alla settimana ad attività di social networking attraverso i telefonini, solo 2 ore per leggere la posta elettronica. Ciò conferma la tendenza per la quale in futuro Internet – sopratutto per il social networking – sarà usato prevalentemente in mobilità scavalcando l’utilizzo del PC.
Questi sono solo alcuni dei dati. La ricerca ha confermano trend già identificati e ha pure messo in evidenza delle tendenze relativamente nuove e, a volte, inaspettate. Il futuro è, però, ancora da scrivere: chissà come vivremo il mondo digitale tra qualche anno e come il nostro comportamento verrà modificato dalle nuove tecnologie. Alcuni futurologi sostengono che la fantascienza non riguarda il futuro, è solo ambientata lì. Sara vero?
Google e Verizon. Altro che Net Neutrality, questa è Not Neutrality!!! :-)
Pubblicato da salpetti in Attualità, Google, Internet, Tecnologia il 14 settembre 2010
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Facciamo un gioco molto semplice. Se dico Google cosa vi viene in mente? Alla maggior parte di voi si sarà sicuramente materializzata nella mente la famosa pagina Web da cui iniziare la navigazione; ai più avvezzi con il mondo del marketing e della pubblicità sarà venuto in mente AdWords, il rivoluzionario sistema di pubblicità mirata; gli appassionati di paesaggi e scenari urbani avranno pensato al servizio Street View; molti avranno pensato a YouTube.
Quasi nessuno avrà pensato all’enorme capitale economico accumulato da Google ogni anno, agli accordi che Google sottoscrive per cercare di controllare i mercati delle reti telefoniche di nuova generazione, alle beghe che la società ha con Authority e tribunali in tutto il mondo per problemi legati a concorrenza e privacy.
Spesso si dimentica, infatti, che Google è un’impresa che opera in un mercato globale il cui scopo è – come quello di tutte le attività economiche – quello di fare cassa. A questo scopo mette in atto azioni che – seppur non interferiscono con la filosofia aziendale dell’eccellenza nel settore e della piena soddisfazione degli utenti – ogni tanto ci lasciano perplessi. L’ultima “cattiveria” commessa da Google (e forse la più grave) è rappresentata dall’accordo siglato con Verizon (QUI), uno dei maggiori operatori mobili degli Stati Uniti, per una proposta legale che regoli i metodi di trasmissione dei dati online, uno scacco alla cosiddetta Net Neutrality.
In linea teorica, infatti, un operatore di telecomunicazioni non dovrebbe privilegiare determinati servizi o applicazioni sulla propria rete perché tutti i dati – per un principio di equità e neutralità – devono avere lo stesso trattamento al fine di evitare che determinate informazioni percorrano delle corsie preferenziali a discapito di altre: questa è la Net Neutrality.
Ma che c’entra Google con l’idea di una rete neutrale che sia priva di restrizioni arbitrarie sui dispositivi connessi e sul modo in cui essi operano? C’entra perché il celebre motore di ricerca, presentando insieme a Verizon un documento che, di fatto, viola il principio di neutralità della Rete, si è inimicato varie associazioni che sostengono i diritti di Internet e la libertà di espressione, nonché gli utenti stessi. Vedere a fine agosto, per la prima volta dalla sua fondazione (1998), un sit-in di protesta davanti alla sede di Google, per di più fatto di persone che urlavano slogan in difesa di Internet, ha fatto davvero un certo effetto.
Sotto il titolo “Una proposta comune di policy per una rete aperta“, i due colossi della telecomunicazione (Google e Verizon) – fingendo di lavorare congiuntamente per far sì che gli utenti possano accedere ai servizi alle condizioni migliori, salvaguardando al tempo stesso la neutralità delle reti – hanno proposto di trasformare Internet in un sistema a più velocità. Gli utenti, infatti, secondo il modello indicato nell’accordo, potrebbero fruire meglio e a maggiore velocità di servizi e contenuti forniti dalle aziende che pagano gli operatori per questo scopo.
Viene da pensare che le due società – che allo stato attuale rappresentano la dorsale su cui viaggiano buona parte dei servizi Web (uno fornisce connettività l’altro i servizi) – vogliano fruttare l’esplosione dei servizi Web in mobilità e vogliano ripagarsi degli sforzi messi in atto nella realizzazione di una Rete superveloce (secondo gli impegni presi col Governo americano). Lo scopo è ovviamente quello di massimizzare i profitti.
Sembra proprio il tentativo di trasformare quella che è oggi una grande via di comunicazione libera in un’autostrada a più corsie in cui sono gli operatori a stabilire i limiti di velocità per ciascun contenuto in base al pedaggio pagato.
Ecco dunque che, secondo quanto propone il documento Google-Verizon, la neutralità della rete verrebbe ufficialmente abolita per i servizi che viaggiano su rete mobile col pretesto che il mercato dei servizi in mobilità è ancora in via di definizione. Si permetterebbe, inoltre, di far sì che i servizi online addizionali offerti dagli operatori possano tranquillamente migrare su una rete a parte più veloce ed efficiente, al contrario di quanto avviene oggi. Questo significa che un’abbondante porzione di quello che sul Web è a pagamento avrebbe nella rete un canale privilegiato a discapito di tutto il resto.
Insomma, se i principi esposti nel documento fossero applicati si creerebbe un Internet dove più si paga e più si andrà veloci. Altro che Net Neutrality, in questo caso si potrebbe parlare di Not Neutrality!
Er Calippo e ‘na bira, armi di distrazione di massa! ;-)

Tutto ebbe inizio quando Nicola Veschi, un giornalista di SkyTg24 iniziò a fare delle interviste in una spiaggia di Ostia, presso Roma, per uno di quei classici “servizi estivi “ che passano nei telegiornali della nostra televisione: vi divertite in spiaggia? Che cosa fate per proteggervi dal caldo? Che alimentazione mantenete durante le giornate trascorse al sole? Insomma, il classico servizio vacanziero spensierato.
Tre le intervistate c’erano anche due ragazzine che con un marcato accento romano raccontavano la loro giornata sul litorale laziale. In un primo momento questa intervista non è andata in onda, forse perché non ritenuta rilevante oppure proprio per via dell’intercalare buffo romanesco. Ma le dinamiche della comunicazione che si innescano su Internet sono spesso imprevedibili e a volte “perverse”, tanto da far diventare le due amiche due vere star involontarie (QUI). Le ragazze, infatti, stanno spopolando su YouTube con milioni di accessi e per di più una frase della loro intervita, “Er Calippo e ‘na bira”, rischia di diventare il tormentone dell’estate 2010 (alcuni Dj hanno già remixato le parole delle due ragazze aggiungendovi della musica che andrà in tutte le discoteche dell’estate).
Ma com’è successo tutto ciò? Semplicemente il video che il giornalista di Sky aveva scartato per il suo servizio è stato caricato ugualmente sul portale dell’emittente televisiva. Da qui è stato ripreso dai comici del “Trio Medusa” che conducono su Radio Deejay una trasmissione irriverente proprio su tormentoni e gag. Il video delle due giovani è stato sottotitolato con un linguaggio forbito – proprio per sottolineare ancora di più il loro accento “coatto” (come dicono a Roma) – ed è finito su YouTube, dove ha avuto un successo dirompente. Il resto l’hanno fatto gli altri siti Web e i social media che hanno ripreso il video, ma anche i vari TG nazionali in caccia anch’essi di notizie frivole e leggere per l’estate.
Fin qui i fatti. Facciamo adesso qualche considerazione in più. Rilevando come ancora una volta i meccanismi di diffusione che seguono le notizie sul Web siano completamente liberi e spesso imponderabili (con forme di diffusione che potremmo definire “virali”), andiamo oltre all’episodio in sé. Questa volta – inaspettatamente – una lezione ci arriva da Enrico Vanzina, uno dei famosi registi dei tanto vituperati film di Natale.
Intervistato sul Corriere della Sera sulla possibilità di far recitare le due ragazze in uno dei “cinepanettoni” da lui realizzati, Vanzina senza mezzi termini ha dichiarato che Debora e Romina (questi i nomi delle due star mediatiche del momento) “non mi fanno ridere”. Continua il regista: “Sono carine, tenere, ma la loro performance non è buffa, non è spiritosa. L’ironia romana è un’altra cosa. Si tratta di un fenomeno del Web che fa ridere due sole categorie di persone: gli italiani che provano gusto a credere che tutti i romani siano come le due ragazzine e tutti i romani che si riconoscono in loro che appartengono a un mondo, che vivono in un mondo per molti versi sconosciuto, distante, ma che pure c’è, esiste in questa città e che è vuoto, senza eroi e senza modelli. Sono i romani del Grande fratello, dei reality”.
Le due ragazzine naturalmente non c’entrano nulla in tutto questo, erano semplicemente due amiche al mare come tanti altri giovani che si incontrano in tutte le spiagge italiane. Solo che per via dei meccanismi virali di diffusione delle informazioni nel Web e dell’interscambio tra media tradizionali e Internet, la loro popolarità oggi è tale da non escludere che a breve le vedremo in un reality o in qualche programma in veste di opinioniste. Per di più che in questo momento vengono intervitati da tutti i media e tutti ne parlano.
Ma del resto, in un’estate dove c’è solo voglia di divertirsi e di non pensare, mettendo da parte le riflessioni sociologiche sulla cultura e sul mondo dell’informazione (QUI), “er Calippo e ‘na bira” possono essere ottime armi di distrazione di massa!
Giornalismo del futuro… I conti con gli utenti!
Pubblicato da salpetti in Attualità, Blogging, Curiosità, Democraticità della Rete, Editoria, Internet, Libertà di stampa/espressione, Mass media, Social Media, Web 2.0 il 11 giugno 2010
Dal prossimo anno accademico, alla prestigiosa Columbia University di New York, prenderà il via un corso di studi per formare una generazione di professionisti dell’informazione capaci di muoversi al meglio tra le nuove tecnologie e Internet (QUI). Agli allievi sarà insegnato come ottimizzare l’uso del Web per ricercare e immettere notizie, come interagire con gli utenti e come trattare gli UGC (User-Generated Content), nonché qual è lo sviluppo delle architetture tecnologiche per trasferire le news verso i dispositivi mobili, nuova frontiera dell’informazione.
Se fino ad oggi, quindi, i giornalisti hanno spesso sottovalutato il forte contributo che i nuovi media possono dare alla loro professione, adesso si riconosce ufficialmente il ruolo importante dei progressi tecnologici nell’ambito della comunicazione per gli sviluppi futuri del giornalismo.
Probabilmente, come sostiene Eugenio Scalfari con un tono di critica e riaffermando astoricamente la supremazia della carta stampata sugli altri media (QUI), il giornalismo nel cambiare forma cambierà anche sostanza, ma non è detto che questa nuova “sostanza” – al contrario di quello che pensa Scalfari – non sia altrettanto efficace per i fini che si prefigge il mestiere del giornalista.
È chiaro che ormai le nuove leve del giornalismo devono essere in grado di utilizzare il maggior numero di media possibili, devono muoversi bene e devono sapersi districare in quella che viene detta crossmedialità L’informazione, infatti, ha trovato nel Web e nelle nuove tecnologie una nuova dimensione all’interno della quale le notizie si arricchiscono e si completano attraverso l’uso sociale e partecipato dei nuovi media. Come dice Dan Gillmor nel suo libro intitolato We the media, traducibile con “Noi siamo i media”, adesso grazie al Web “le notizie possono essere anche scritte e non più soltanto lette”. In quest’ottica è evidente come il ruolo del giornalista in futuro non potrà essere più quello tradizionale cui siamo abituati.
Il giornalismo tradizionale deve, infatti, imparare a raccontare il mondo trasformato dal digitale, ovvero un sistema complesso in cui chi informa per professione non ha più l’esclusiva della rappresentazione del mondo. Le news arrivano in tempo reale, raggiungono i fruitori dell’informazione ovunque essi si trovino, diventano tempestive, mutevoli e immediate. In questo processo di news-making, di creazione delle notizie, non sono coinvolti solo professionisti, ma anche gli stessi utenti.
Lo scetticismo di Scalfari, fondatore del quotidiano laRepubblica, nei confronti delle nuove tecnologie legate all’informazione è probabilmente legato a questioni anagrafiche, ma anche al fatto che in giornalismo 2.0 (per usare un neologismo) può rappresentare un “pericolo” per i portafogli dell’editoria (si vedano, ad esempio, le recenti accuse degli editori nei confronti del servizio Google News). Per il giornalismo, però, il problema più grande sembra essere quello di non apparire più al passo con la veloce evoluzione del mondo che cerca di descrivere.
Allora, quello che più opportunamente ci si deve augurare è che in Rete e attraverso i dispositivi mobili – strumenti tramite cui tutti posso inserire e fruire di informazioni e notizie – si sviluppi un confronto e un controllo reciproco tra la gente comune e gli esperti, tra i semplici appassionati e i professionisti.
Il giornalismo oggi, dunque, deve sì competere con Internet e l’iPhone, con tutti quei strumenti che sfruttano la voglia delle persone di raccontarsi, collaborare e cooperare per fare un’altra storia, con altri ritmi e altri protagonisti (e in questo senso forse possiamo dire che le nuove tecnologie sono “nemiche” dell’informazione tradizionale), ma quando un nemico è troppo forte, si sa, l’unica cosa che si può fare è allearsi con lui.
La sfida per i giornalisti di domani, quindi, non sarà quella di continuare a essere i “sacerdoti dell’informazione”, ma quella di dialogare in maniera convincente con l’opinione pubblica provando l’efficacia delle proprie idee. Questo dialogo è permesso dalle nuove tecnologie e si realizza attraverso la disponibilità continua a ribattere alle critiche e a confrontarsi con gli utenti che adesso concorrono, al pari dei professionisti, al processo di costruzione di senso della realtà che ci circonda.
Arrivano i Webby Award 2010, i premi Oscar del Web!!!
Pubblicato da salpetti in Attualità, Blogging, Curiosità, Eventi, Internet, Mass media, Social Media, Web 2.0, YouTube il 16 aprile 2010

Anche quest’anno, come da quattordici anni a questa parte, l’Accademia Internazionale di Scienze e Arti Digitali di New York (IADAS) assegnerà i Webby Awards. In pratica si tratta del più importante evento internazionale volto a celebrare ogni anno le eccellenze nel mondo di Internet in ogni ambito: siti, social network, video, pubblicità online, giochi interattivi e così via.
Nell’edizione del 2009, solo per fare qualche esempio, Twitter ha vinto il riconoscimento come innovazione dell’anno. A spiccare è stato anche HuffingtonPost (QUI), un sito dedicato all’informazione politica; le sue pagine negli Usa diventano sempre più un punto di riferimento per i cittadini e gli elettori, a discapito dei media tradizionali. La migliore attrice premiata nell’edizione passata dei Webby Awards è stata Sarah Silverman che – a detta della giuria – ha combinato il suo impegno politico con quello artistico diventando una vera e propria superstar su Youtube (dove il suo video spopola ancora tra gli utenti con migliaia di visite giornaliere).
Anche quest’anno non mancheranno di certo le sorprese. Tra gli addetti ai lavori e gli appassionati di Web e nuovi media c’è molta attesa. Una prima novità dei Webby Awards 2010 è stata l’aggiunta di nuove sezioni alle categorie classiche, come “Miglior uso dei media online” o Green Web Sites (riconoscimento per i siti dedicati al rapporto tra l’innovazione tecnologia e la difesa dell’ambiente).
Nella categoria video, pare che abbia molte chance di vittoria il filmato girato da un padre mentre il figlioletto era disorientato e stordito dopo aver subito un intervento chirurgico dal dentista (a causa dell’anestesia); su YouTube questo video è uno dei più popolari del momento con milioni di visite. Tra i contenuti prodotti con tecnologia mobile, Foursquare si è meritato la nomination; si tratta di un social network che consente agli utenti di tracciare con il proprio cellulare il cammino che si percorre ogni giorno, da soli o con amici, con l’obiettivo di condividere informazioni su luoghi pubblici di interesse, su locali, ristoranti, pub e così via. Tra i giochi, è candidata al premio anche la famosa applicazione per Facebook che permette di creare una propria fattoria personale, Farmiville.
Sempre alto il livello della giuria dello IADAS, composta da esperti e guru del settore. Quest’anno ci saranno anche personaggi famosi come il cantante David Bowie o Matt Groening (il creatore dei Simpson). I Webby Award 2010 saranno consegnati nel corso della cerimonia che si terrà a New York il 14 giugno. La premiazione si può seguire su vari siti e sul canale Youtube ufficiale dell’iniziativa.
Allora, se siete curiosi di sapere chi si è distinto nel mondo di Internet in quest’anno, se volete capire quali sono nel Web le novità più importanti e cosa ci riserverà il futuro dei nuovi media, oppure se semplicemente siete curiosi di capire cosa accade nell’effervescente e mutevole realtà della Rete, non vi resta che seguire la premiazione degli Oscar del Web 2010. In attesa che arrivi il giorno della premiazione, potete andare sul sito e indicare la vostra preferenza all’interno delle categorie proposte…
Condannati in Italia dirigenti Google, il mondo protesta!
Pubblicato da salpetti in Attualità, Blogging, Curiosità, Democraticità della Rete, Diritti umani, Giustizia, Google, Internet, Libertà di stampa/espressione, Mass media, Social Media il 11 marzo 2010

In questo post parleremo di un argomento che in questo periodo è molto dibattuto: la libertà di espressione e la censura. Argomento molto complesso che diventa ancora più articolato quando ci si riferisce alla Rete. Internet, infatti, per la sua architettura si basa sulla libertà d’espressione. Chiunque può con semplicità immettere online qualsiasi tipo di contenuto (lo sto facendo anch’io scrivendo questo post!).
Le principali aziende operanti in Internet, come ad esempio Google, fino ad oggi hanno agito come dei semplici contenitori dove inserire i materiali prodotti dagli utenti. Ma quando questi contenuti violano la legge, a chi è riconducibile la responsabilità dell’infrazione?
I nodi sono venuti al pettine di recente, quando il tribunale di Milano ha condannato, lo scorso 24 febbraio, tre dirigenti di Google per aver permesso la pubblicazione di un video che ritraeva atti di bullismo nei confronti di un ragazzo disabile. “Il diritto di impresa – dicono i giudici – non può prevalere sulla privacy e sulla tutela dei diritti della persona“.
Di questa sentenza, la prima di questo tipo, si sta discutendo il tutto il mondo (QUI), tanto che i giudici che l’hanno emessa si sono sentiti in dovere di fare alcune precisazioni. Se la sentenza venisse confermata nei successivi gradi di giuziozio, infatti, il volto di Internet potrebbe esssere ridisegnato. Da più parti si teme che in futuro le aziende operanti sul Web possano introdurre una sorta di censura preventiva per paura di ricevere delle querele a causa del comportamento scorretto di qualche utente. I fruitori della Rete verrebbero così limitati nella libertà di commentare un articolo in un blog, di pubblicare un video, di scrivere una frase su Twitter e così via.
Per molti, dunque, questa sentenza è pericolosa, nonché ridicola: “È come se venisse perseguito il responsabile delle Poste perché qualcuno spedisce una cartolina con offese ingiuriose“, così ha commentato la sentenza l’ex commissario per l’Informazione della Gran Bretagna, Richard Thomas.
Beppe Grillo, con la sua solita ironia graffiante, si è espresso in questi termini: “I dirigenti di Google dovrebbero ricevere una medaglia. La sentenza è un monito: i disabili nelle scuole italiane si possono pestare, ma in incognito“. Il riferimento naturalmente è alla grande capacità della Rete di configurarsi spesso come un organo di denuncia e d’informazione più efficace dei media tradizionali.
Ironia e freddure a parte, la sentenza potrebbe far sì che in futuro Google e le altre società operanti in Rete come Facebook, si trasformassero in società editoriali simili a giornali e televisioni. Questo significa che sarebbero costretti a fornire contenuti di cui sono del tutto responsabili; verrebbero così introdotti anche online dei meccanismi che potrebbero essere limitanti della completa libertà di espressione di cui oggi è portatore il mondo di Internet.
In realtà Google parrebbe non avere responsabilità in questa vicenda perché non ha preso parte in alcun modo al processo di creazione e selezione dei contenuti incriminati di cui, per di più, non era a conoscenza sino a quando non è iniziata l’azione della magistratura. È, infatti, impensabile che dei dipendenti di Google possano visionare prima della pubblicazione tutti i video immessi su Youtube, leggere tutti i post dei blog dei suoi utenti, osservare ogni immagine pubblicata e così via.
Il principio di responsabilità, quindi, non può essere declinato a seconda del mezzo di trasmissione su cui viaggia un reato. Sono, dunque, i ragazzi che hanno effettuato violenza sul disabile che poi hanno messo il video su Youtube gli unici responsabili dell’accaduto, sono loro che hanno leso “i diritti della persona“. Allora, il pronunciamento del Tribunale di Milano deve farci riflettere sul confine tra libertà di espressione in Rete e meccanismi di tutela dei diritti dei singoli. Come si chiede Guido Scorza, Presidente dell’Istituto per le politiche dell’innovazione, “sino a che punto è preferibile rischiare di limitare la prima a fronte del riconoscimento di più efficaci meccanismi repressivi e sanzionatori a tutela dei secondi?“.
Che ne pensate?
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