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Rapelay, il videogame dello stupro infiamma la polemica

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Ne avevamo già parlato alcuni mesi fa del videogame che ha come soggetto lo stupro; ripropongo l’argomento perchè la polemica è tornata di nuovo di attualità in seguito all’intervento del Ministro Meloni che vuole chiederne la rimozione dal Web.

Che i giapponesi vivessero lo svago e il tempo libero in maniera diversa dalla nostra lo sapevamo [Mai dire Banzai! della Gialappa’s band docet], ma nessuno si sarebbe aspettato che avessero commercializzato un videogioco che simula lo stupro.

Si chiama ‘Rapelay‘. Il nome gioca sull’assonanza della parola con il termine replay. Rape, infatti, significa stupro e il titolo del gioco è un invito a commettere più volte (replay) violenza su delle donne.

Il protagonista del gioco è, infatti, un maniaco sessuale che per vincere e superare i livelli del gioco deve violentare una madre e  le  sue due figlie (di cui una è minorenne!). Pare che le scene siano molto realistiche e in alcuni casi anche molto crude e spinte.

Nei Paesi nipponici Rapelay è in commercio già dal 2006 senza che nessuno si sia mai lamentato presso le autorità competenti per le immagini che propone il gioco. Come, infatti, spiega Ornella Civardi – una delle maggiori esperte di storia e cultura del Giappone -  la violenza nell’arcipelgo nipponico è vissuta come valvola di sfogo e la sua rappresentazione  è ben tollerata.

Si pensi, ad esempio, ai manga erotici o a programmi televisivi che abbiamo visto di rimbalzo in Italia dove i concorrenti rischiano di farsi male sul serio intraprendendo giochi al limite della sopportazione fisica. Il gioco Rapelay, però,  si è velocemete è diffuso tramite il Web anche fuori dal Giappone dove psicologi e sociologi si interrogano sugli effetti negativi che un gioco simile può avere sui giocatori.

In Italia il dibattito è aperto da mesi. Ad esempio, il Senatore D’Alia – quello che aveva proposto la famigerata “Legge bavaglio” per la Rete – già a maggio dell’anno scorso ne aveva approfittato per dire che aveva ragione lui (QUI si spiega perché non è così). Oltre a Giorgia Meloni, ora a chiedere che il gioco venga proibito sono anche  – tra gli altri – l’associazione Telefono Rosa, l’associazione dei telespettatori cattolici (AIART) e numerosi esponenti del mondo politico (sia di destra e sia di sinistra).

Inutile dilungarsi sull’uso pedagogico dei videogame, sui messaggi negativi lanciati da un gioco simile, sugli effetti che potrebbe avere su che ci gioca, sull’immagine della donna che ne esce fuori e così via. Possibile che uno stupro, per quanto virtuale, sia considerato un modo legittimo di passare il tempo?

Il problema sembra più culturale che morale. Se in Giappone – per quanto strano ci possa apparire – siamo nel campo della assoluta normalità, qui da noi non è così. Spero che i nostri politici sappiano affrontare con competenza la vicenda senza cadere nella tentazione di sfruttare questo episodio in maniera strumentale per riproporre restrizioni e rigidi controlli alla Rete.

Decennium bug, siamo dipendenti dalla tecnologia!!!

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Siamo nel 2010. Anche quest’anno si è registrata una forte diminuzione delle telefonate di auguri per Natale e Capodanno. Come è ormai consuetudine, infatti, e-mail, SMS e messaggi sui social network hanno rubato spazio alle classiche telefonate e ai bigliettini. Praticamente oggi tutto passa attraverso mezzi tecnologici, a tal proposito vi invito a una riflessione legata a un episodio accaduto proprio a Capodanno in Germania.

Tutti voi ricorderete sicuramente il famigerato “Millennium Bug”. Era il 1999 e nei media si parlava delle nefaste conseguenze che il passaggio al nuovo millennio avrebbe avuto sul sistema informatico nazionale e globale. Addirittura qualcuno inneggiava ad antiche profezie: “Mille e non più mille”, si diceva.

Il passaggio dal 1999 al 2000, però, avvenne senza alcuna grande conseguenza negativa e il tutto si risolse con un gran respiro di sollievo. Pare, però, che a distanza di 10 anni ci si sia dimenticato di quell’episodio, almeno in Germania. Allo scadere della mezzanotte del 31 dicembre 2009, infatti, oltre 20 milioni carte di credito e bancomat hanno smesso di funzionare in tutto il territorio tedesco (QUI).

Un bug nel software che gestisce i microchip delle carte ha fatto sì che la nuova data (01/01/2010) non fosse leggibile dal sistema, ciò ha creato non pochi problemi. L’analogia con quanto sarebbe potuto accadere 10 anni fa è più che evidente, ma in quel caso i problemi furono davvero pochi, anche perché il problema era stato previsto e si corse ai ripari. Questa volta, invece, l’inconveniente non era stato previsto e il blocco improvviso delle carte e dei sistemi di gestione ha mandato in crisi i terminali e ha gettato nel panico la gente.

Milioni di persone che andavano in uno sportello bancomat decisi a prelevare denaro o che non volevano pagare i loro acquisti in contante hanno ottenuto sullo schermo questa risposta: “Karte ausgewiesen” (la sua carta è respinta). Lo sguardo sospettoso della commessa del supermercato avrà magari contribuito ad alimentare la perplessità, la paura e l’imbarazzo.

Per fortuna non è stato nulla di catastrofico e il tutto si è risolto in pochi giorni, gli ingegneri informatici si sono messi subito a lavoro per rimediare al problema in maniera tempestiva. Questo episodio, però, dovrebbe farci riflettere su quanto la nostra vita sia oggi strettamente legata e in certi casi addirittura del tutto dipendente dalla tecnologia informatica.

Basta che manchi la luce elettrica per mezz’ora per farci sentire ansiosi, smarriti, quasi impauriti. Pensate a cosa potrebbe succedere se un bug molto più grande di quello bancario in Germania ci impedisse improvvisamente di usare PC, Internet, TV, telefonini, sportelli bancomat, ascensori, forni a microonde, …

Ma queste cose accadono solo nei film di fantascienza e nemmeno nei migliori! ;-)

TANTI AUGURI DI BUONE FESTE A TUTTI!!! ;-)

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Babbo Natale e Befana in love!!! ;-)

Written by salpetti

24 dicembre 2009 alle 00:21

Cacciare gli immigrati in nome del Natale: proprio un valore cristiano!!!

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Sia il Papa e sia eminenti Cardinali ai vertici dell’istituzione ecclesiastica hanno preso di recente posizione a favore degli immigrati (regolari, irregolari e clandestini). Ma non ci sarebbe nemmeno bisogno di ricorrere ai vertici della Chiesa per sapere che la carità, il perdono, la fratellanza fanno parte della dottrina cattolica.

Sin da bambini lo impariamo al catechismo e anche la gente più lontana dalla Chiesa sa che questi sono principi e valori che fanno parte del cristianesimo. Per di più in questo periodo dell’anno in cui si inizia a respirare l’atmosfera natalizia.

Ma a Coccaglio, in provincia di Brescia, è proprio il Natale che spinge nella direzione opposta: l’amministrazione leghista ha dato il via all’operazione “White Christmas” (bianco Natale), dove di bianco non c’è la neve, ma il colore della pelle cittadini del paese che si distinguono dagli extracomunitari.

Questa iniziativa “natalizia” scade proprio il 25 dicembre. Entro questa data i vigili urbani dovranno aver finito il controllo a tappetto (fatto porta a porta) per individuare chi ha il permesso di soggiorno scaduto o non ne è in possesso. Ovviamente chi non è in regola deve andare via.

L’Assessore leghista alla Sicurezza, Claudio Abiendi, spiega il motivo per cui si è deciso di avviare questi controlli proprio a dicembre: “Per me il Natale non è la festa dell’accoglienza, ma della tradizione cristiana, della nostra identità“.

Naturalmente sono molti i cittadini che hanno protestato, a questi ha risposto ancora l’Assessore Abiendi che rimanda la mittente l’idea di tradire lo spirito stesso del Natale e – ricordando che secondo lui e il suo partito la situazione è diventata ormai insostenibile per via dei troppi immigrati presenti in paese – ha detto: “Io sono credente, ho frequentato il collegio dai Salesiani. Questa gente dov’era domenica scorsa? Io a Brescia, dal Papa“.

L’iniziativa del Comune di Coccaglio, nata dopo l’approvazione del decreto sicurezza che dà poteri più incisivi al sindaco in materia di immigrazione, ha ricevuto l’appoggio del Ministro Maroni ed è stata ripresa anche da due Comuni vicini, Castelcovati e Castrezzato.

E’ chiaro che gli immigrati irregolari e i delinquenti devono essere perseguiti a norma di legge. Ma iniziare un controllo “persecutorio” a tappeto proprio in nome del Santo Natale è quasi una contraddizione in termini, sopratutto se fatto da politici che si definiscono “difensori dei valori cristiani”. È proprio vero quello che diceva De Andrè: “Lo sanno a memoria il diritto divino e scordano sempre il perdono!

Che ne dite? ;-)

I giovani che passano molto tempo al PC sono “eremiti della tecnologia”?

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È convinzione comune che chi passa troppo tempo davanti al monitor del proprio PC sia un individuo solo e distaccato dal mondo reale. Pare, invece, che le cose non stiano proprio così.

Secondo una recente ricerca pubblicata dalla Pew Internet & American Life Project, una società non-profit che conduce ricerche che hanno come oggetto di studio l’impatto che la Rete e le nuove tecnologie hanno sulla società, i giovani sarebbero tutt’altro che “eremiti della tecnologia”. Al contrario, chi svolge regolarmente attività online (come, ad esempio, blogging e social networking) troverebbe la strada spianata nel consolidare e allargare le reti sociali tradizionali.

Questa ricerca, intitolata “Social Isolation and New Technology”, ha messo, infatti, in evidenza come Internet e i dispositivi mobili di ultima generazione aiutino chi li utilizza con assiduità ad avere più amici, ad essere più tolleranti e aperti alle diversità, a migliorare i rapporti faccia a faccia.

Lo studio ha messo in evidenza anche un fattore che in apparenza sembrerebbe essere contraddittorio: la socialità online non riduce affatto il livello di partecipazione degli utenti all’interno delle comunità locali. Gli utenti che usano più spesso Internet sono soggetti che con maggior probabilità appartengono ad associazioni locali di volontariato, a gruppi giovanili di varia natura o ad organizzazioni caritatevoli.

In altre parole, se da un lato le relazioni sociali si alimentano tramite la mediazione di un computer, dall’altro si consolidano e trovano la massima esplicazione quando si spegne il PC e ci si ritrova in compagnia. Le nuove tecnologie della comunicazione, dunque, non contribuiscono negativamente alle attività sociali che si svolgono all’interno della propria comunità, ma costituiscono un mezzo in più per coltivarle e consolidarle.

Se, inoltre, si pensa che proprio grazie alla Rete e alle nuove tecnologie crescono di gran lunga gli stimoli cui vengono sottoposti i giovani, passare qualche ora in meno con la gente che si vede sempre non sarebbe probabilmente nemmeno il peggiore dei mali. La possibilità di avere contatti con persone dal diverso background culturale e sociale, di un’altra etnia, con una formazione di diverso tipo, infatti, non può che allargare gli orizzonti e contribuire alla crescita culturale e personale dei giovani.

Insomma, questa ricerca rivela che la vita delle persone tende a migliorare se si sfruttano le possibilità offerte dalle nuove tecnologie della comunicazione. Per quanto fondati possano essere i timori relativi a questi strumenti (soprattutto da parte di chi non li usa o li conosce poco), non è forse il caso di continuare ad alimentare lo stereotipo secondo cui il computer trasformerebbe le nuove generazioni in soggetti individualisti, isolati, poco propensi alle relazioni personali e privi di amici reali.

In conclusione, Internet probabilmente è pieno di insidie e certe diffidenze nei suoi confronti possono essere anche giustificate; ma tra i suoi lati negativi pare che non si possa annoverare quello di far restare la gente chiusa a casa in pigiama davanti al PC in una sorta di reclusione volontaria.

Che ne dite? ;-)

Nuove immagini di Bin Laden, ma forse è morto (almeno politicamente)

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Secondo un articolo de laStampa di qualche mese fa, sarebbero almeno 13 le volte in cui Osama Bin Laden è stato dichiarato morto. E sono tantissime anche le volte in cui il capo di Al-Qaeda riapparirebbe in una foto, in un video o in una registrazione audio smentendo così, anche se in maniera non definitiva, le voci sulla sua scomparsa.

In un momento come questo, con l’amministrazione USA indecisa su cosa fare in Afghanistan, un suo video  – grazie al quale poter stabilire in maniera inequivocabile che Bin Laden è ancora vivo – potrebbe essere di fondamentale importanza. E allora perché da tempo non appare direttamente in un video?

L’ultima registrazione dove compare inequivocabilmente Bin Laden è del 2007, ma continuano ad esserci seri dubbi sull’autenticità della registrazione. Forse è morto davvero, ma può essere che  sia morto solo politicamente.

E’ di questi giorni, infatti, la notizia che è stato trovato un video in bassa risoluzione da cui sono stati estratti tre fotogrammi (sfocati e poco chiari) che ritrarrebbero proprio Bin Laden. La qualità delle tre immagini è troppo bassa per poter dire se sia davvero il fondatore di Al Qaeda la figura ritratta, ma sono ripartite le speculazioni sulla sua sorte.

Il video in questione è relativo al discorso di Yahya Al Libi, uno dei principali commentatori del movimento jihadista. Tra la folla ci sarebbe anche il vecchio leader che, come uno spettatore qualunque, assiste al comizio propagandistico.

Può essere che il suo peso all’interno di Al Qaeda sia diventato ininfluente e che la sua linea di pensiero sia stata scalzata? Può essere che qualcun altro abbia preso il suo posto? Magari – stanchi della linea dura di Bin Laden che ha portato solo a ulteriori devastazioni in Afganistan – il vertice di  Al Qaeda sta virando per una linea più morbida con nuovi leader.

Insomma, Bin Laden potrebbe essere vivo, ma la sua figura potrebbe essere diventata irrilevante. Questa rappresenterebbe la terza via al’interno del dibattito sulla sua morte.

C’è chi lo vuole ancora in piena attività, ma in maniera occulta (e allora perchè uscire dal covo e andare a un comizio?), c’è chi dice che sia morto (ma terrebbero segreta la notizia per non dare un vantaggio agli americani) e poi… può darsi che sia vivo, ma che sia stato messo da parte dal suo stesso gruppo.

In questo ultimo caso, con il presidente Barack Obama che sta valutando una nuova strategia, forse la questione afgana potrebbe trovare presto una più facile risoluzione.

Che ne pensate? ;-)

Written by salpetti

30 ottobre 2009 alle 11:45

Ambivalenze: parla di sesso in TV, rischia di essere frustata. Fa sesso in TV, diventa una star!

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Se in Sudan una donna può essere condannata a 40 frustate perché ha indossato dei pantaloni in pubblico, non ci si può stupire del fatto che una giornalista, in Arabia Saudita, possa subire lo stesso trattamento per aver organizzato e preso parte a una trasmissione dove si parla di sesso (QUI la notizia).

La giornalista, Rozanna al Yami, lavora per il canale satellitare libanese LBC. Ha scandalizzato i telespettatori invitando nello studio del suo programma un uomo che ha parlato della sua vita sessuale non tralasciando qualche particolare un pò piccante.

L’ospite della trasmissione è stato condannato a cinque anni di reclusione e a ben 1.000 frustate, mentre a Rozanna al Yami – colpevole solo di averlo inviato nella trasmissione di cui ha curato anche la pubblicità online – spettano solo 60 frustate.

Per noi che siamo ormai abituati al “Grande Fratello” dove di sesso si parla molto e dove pure si pratica (magari sotto le coperte per non essere ripresi dalle telecamere), che siamo abituati a vedere in TV scene di film dove la sessualità gioca un ruolo fondamentale, che che acclamiamo programmi ammiccanti come “Uomini e donne“, questa vicenda ci sembra estrema. E lo è!

Al tempo stesso, però, dovrebbe farci riflettere su quanto accade in questa nostra parte di mondo. Senza ricorrere agli estremismi islamici, è possibile che noi siamo talmente assuefatti alla mercificazione del corpo, alla sessualità spiattellata ai quattro venti, alla pubblicizzazione della sfera sessuale così come  – in maniera del tutto opposta – ci sono dei Paesi dove è scandaloso solo farne cenno?
Est modus in rebus, c’è una misura nelle cose, dicevano già gli antichi romani.

Naturalmente, episodi come questo della giornalista saudita sono da condannare fermamente: violano i diritti umani, denigrano al dignità delle persone, limitano la libertà di espressione, sono anti-democratici. Ma come ha detto qualcuno: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non t’accorgi della trave che è nel tuo?” (credo valga anche per comportamenti opposti, ma speculari).

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Giornalismo urlato: per Feltri “vogliono uccidere Berlusconi”

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Feltri-Berlusconi-complotto-omicidio

Con il titolo di apertura “Voglio uccidere Berlusconi“, Vittorio Feltri dalle pagine de ‘ilGiornale‘ è intervenuto nella vicenda della frase contro Berlusconi scritta su Facebook da un giovane dirigente del PD di Modena (QUI).

La vicenda è tanto semplice quanto bizzarra: il coordinatore del Pd del paese di Vignola (Modena), Matteo Mezzadri, è un ragazzo di soli 23 anni che sta per laurearsi in ingegneria. Dopo la vicenda della bocciatura de Lodo Alfano, non si sa per quale motivo (per incoscienza, stupidaggine, odio politico o semplicemente pensando di essere spiritoso), ha scritto sulla sua pagina di Facebook questa frase: “Possibile che nessuno sia in grado di ficcare una pallottola in testa a Berlusconi?“.

Pochi minuti dopo sulla bacheca compare il commento scandalizzato di Bruno Rinaldi, un consigliere provinciale del Pdl che si trova nella lista degli amici di Mezzadri: “Matteo, che scrivi? Le pallottole non si tirano a nessuno! Queste cose non rendono giustizia alla tua intelligenza“.

Il giovane coordinatore del Pd non risponde ignorando il commento. Scoppia così il caso politico: Bruno Rinaldi e altri esponenti del Pdl di Modena chiedono le dimissioni Matteo Mezzadri e anche il segretario provinciale del Pd, Stefano Bonaccini, è stato molto duro nei suoi confronti.

Matteo Mezzadri capisce d’aver fatto una bravata e che quella sua frase inopportuna gli è costata cara. Si dimette e chiede scusa pubblicamente a Berlusconi, al Pd, al Pdl e a tutti i suoi sostenitori. Naturalmente la sua carriera politica, nonostante sia appena cominciata, è finita proprio oggi.

La vicenda si sarebbe potuta chiudere qui se non fosse che oggi Feltri ha aperto il suo giornale parlando di un complotto per uccidere il Presidente del Consiglio.

Scrive Feltri: “Bisogna vedere se oltre alla bravata di Matteo Mezzadri non vi siano altri indizi di una metamorfosi che potrebbe spingere il dibattito politico a preferire le pistolettate alle pistolaggini. La sensazione è che siamo a buon punto, benché Mezzadri si sia scusato con amici, avversari e perfino Berlusconi, e si sia dimesso dalle cariche del PD“.

Feltri rievoca i fantasmi del terrorismo armato per giungere a questa conclusione: “Occhio Berlusconi perché, dopo le campagne di stampa ispirate a scarsa simpatia nei suoi confronti, c’è il rischio che qualcuno cerchi di spararle in faccia, spianando la strada al governo tecnico che l’opposizione e dintorni, finché lei sta lì a scassare le uova, non ce la farà mai a donare all’Italia oppressa. Sappia infine, signor premier, che se il progetto di eliminarla, per ora vagheggiato, venisse realizzato non sarebbe opera di un mitomane isolato, ma di un mitomane con parecchi tifosi mica tanto criptici“.

E’ chiaro che la frase di Matteo Mezzadri doveva essere stigmatizzata e  che nei sui confronti dovevano essere presi dei provvedimenti (cosa che è stata fatta), ma mi sembra altrettanto evidente che cavalcare questa notizia per parlare di un complotto per uccidere Berlusconi ordito da quelli che Feltri chiama “fanatici e buzzurri” mi sembra esagerato.

Si tratta, a mio avviso,  di un giornalismo urlato che poco ha a che fare con l’informazione e che crea falsi allarmismi alimentando inutili polemiche che di certo non giovano al Paese.

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Calcio e lotta alla Mafia, ad Agrigento dedicata vittoria a un boss

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Gioacchino Sferrazza

Gioacchino Sferrazza

Che in Sicilia stia avvenendo un lento, ma significativo cambiamento culturale nella lotta alla Mafia è indubbio. Lo dimostrano le tante associazioni che nascono per arginare il fenomeno del “pizzo” e della criminalità organizzata e le tante manifestazioni di solidarietà, di protesta e di indignazione che si registrano in occasione degli anniversari delle grandi stragi di Mafia.

Eppure c’è ancora qualcosa che frena questo processo di cambiamento. La strategia mafiosa è chiaramente cambiata ed è finito il tempo dei grandi attentati, ma – nonostante il silenzio – la sua presenza si fa ancora pesantemente sentire. C’è lo dimostrano piccoli episodi che, però, ci dicono molto della realtà siciliana.

Uno di questi episodi è rappresentato dalla vittoria che il presidente della squadra “Akragas Calcioha dedicato ad un boss mafioso arrestato qualche giorno prima (il 17 settembre).

Gioacchino Sferrazza, presidente della piccola squadra di Agrigento, dopo la strabiliante partita di ieri finita 5-0 contro un’altra squadra locale, dai microfoni di un’emittente radiofonica ha espresso solidarietà nei confronti di quello che ha definito un “amico fraterno”, Nicola Ribisi. A lui ha dedicato la vittoria domenicale della sua squadra.

Peccato che Nicola Ribisi sia stato arrestato dalla Polizia di Agrigento con l’accusa di associazione mafiosa in quanto nuovo capo della Mafia di Palma di Montechiaro (AG). Davanti alle proteste dei cronisti increduli, però, il presidente dell’Akragas si è infuriato e ha imposto ai giocatori e all’allenatore il silenzio stampa. Sfrerazza ha anche ribadito la sua vicinanza a Ribisi e ha spiegato di non riuscire a capire per quale motivo non potesse dedicare una vittoria ad un caro amico.

Il presidente dell’Akragas è titolare, insieme al fratello ed ad altri familiari, di una catena di negozi che vendono dai giocattoli agli articoli da regalo. L’ipotesi è che – in un contesto dove ogni attività commerciale debba in qualche modo fare i conti con la Mafia – Gioacchino Sferrazza volesse platealmente dimostrare la sua vicinanza alla famiglia mafiosa che, più o meno direttamente, può condizionare le attività e gli introiti dei suoi negozi.

Per il questore di Agrigento, Girolamo Di Fazio, questo episodio è molto grave perché potrebbe influenzare negativamente i giovani visto che “tende a dare valore a chi invece valore non ha”. La Procura di Agrigento, come ha spiegato il procuratore, Renato Di Natale, sta invece valutando se aprire un’inchiesta. Il consigliere comunale di Agrigento Giuseppe Arnone ha intanto chiesto al Comune e alla Provincia di interrompere qualunque rapporto di sponsorizzazione con la società calcistica  finché sarà presieduta da Sferrazza (QUI).

“La mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine”, aveva detto Giovanni Falcone in una delle ultime interviste. Episodi come questo, per quanti piccoli e marginali, dimostrano come – nonostante tutti i progressi che si stanno facendo per sconfiggere questo fenomeno – ci siano sacche di resistenza che remano contro il cambiamento.

Speriamo che in Sicilia, così come nel resto d’Italia, possa avvenire il prima possibile quel cambiamento culturale in favore della legalità che da più parti si auspica.

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Facebook e gli omosessuali, altro che privacy!!! ;-)

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gaydar

Il problema della privacy in Facebook è molto dibattuto. Involontariamente e senza esplicito consenso potrebbero infatti essere divulgati dati che non si vuole rendere pubblici.

La possibilità di connettersi e condividere file e informazioni con gli amici sta alla base del social networking e ne costituisce il punto di forza. Se, però,  si rischia di rivelare anche a gente sconosciuta e magari interessata per fini commerciali o per altri fini a informazioni che ci riguardano (soprattutto quelle più riservate), i social network possono diventare una trappola infernale.

Alcuni ricercatori del MIT, ad esempio, hanno messo a punto un software detto “Gaydar” che è in grado di stabilire se un soggetto è omosessuale. Gaydar, infatti, è un termine gergale che indica la capacità mentale di un gay di individuare altre persone con le stesse preferenze sessuali. In pratica questo software è in grado di analizzare la rete dei contatti di un soggetto e – in base all’orientamento sessuale dichiarato dei contatti – ne prevede l’orientamento sessuale (QUI).

Naturalmente i risultati dell’analisi non garantiscono la certezza e, anzi, spesso sono stati errati. Il solo fatto  però,  che sia stato possibile realizzare un software del genere lascia perplessi. Con tecniche simili si possono, ad esempio, analizzare le relazioni sui social network per stabilire l’orientamento politico di una persona o per capire indirettamente a quale fascia di reddito appartiene. Dati che molto spesso con molta difficoltà vengono rivelati volontariamente online.

È questo, allora, il prezzo da pagare per mantenere costantemente i contatti con amici e per condividere passioni, informazioni, file con un gruppo di persone a noi affini? Se il prezzo da pagare è l’abbattimento della privacy, a questo punto non sarebbe meglio ritornare ad usare il telefono! ;-)

Che ne pensate?

Written by salpetti

22 settembre 2009 alle 23:02